Anna Bambara: con i ragazzi di Lunarossa diamo ogni giorno senso alla parola pacificazione
di Maria Pia Tucci
Anna Bambara è assistente sociale e coordinatrice del SAI Minori non accompagnati Lunarossa della Comunità Progetto Sud, impegnata nella promozione di percorsi interculturali.
La scelta di Anna di lavorare nel sociale ha seguito un percorso lineare, iniziato in famiglia, da cui ha acquisito profonda sensibilità verso i temi sociali e proseguito nell’esperienza formativa dello scoutismo prima e negli studi universitari in Scienze del Servizio Sociale dopo.
Ha consolidato il suo impegno nel terzo settore collaborando strettamente con la Comunità Progetto Sud. Dal 2013 lavora e mette a sistema le competenze professionali, l’esperienza e la sua innata empatia.
Partiamo dall’inizio, Anna. Se guardi indietro, qual è stato il momento preciso in cui ti sei avvicinata e poi hai scelto il lavoro sociale? E quando è avvenuto, invece, l’incontro con la Comunità Progetto Sud?
«Non riesco a individuare un momento preciso, quanto piuttosto un percorso di crescita. Attraverso lo scoutismo ho imparato a vivere il “servizio” come un’importante occasione di crescita personale e di sostegno agli altri. Un’altra tappa significativa è stata presso la comunità Mago Merlino (oggi casa Meulì) della Comunità Progetto Sud, nella quale ho continuato a spendermi al di fuori dell’ambito associativo, con grande impegno e coinvolgimento. Successivamente ho scelto di iscrivermi al corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale, perché lo sentivo pienamente in linea con le mie attitudini, i miei valori e il desiderio di lavorare in questo campo.
Ho incontrato la Comunità Progetto Sud fin da ragazza, grazie alla mia famiglia e al mio percorso nello scoutismo. Successivamente ho avuto modo di conoscerla ancora meglio durante gli studi universitari, approfondendone i valori, le attività e l’impegno nel sociale. È una realtà che ha accompagnato diverse tappe della mia crescita personale e professionale. Ho proseguito questo legame anche dal punto di vista lavorativo quando, nel 2013, sono stata coinvolta nella comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati Lunarossa. Da allora opero lì e ad oggi ricopro il ruolo di assistente sociale e coordinatrice.»
Ascoltandoti, si percepisce chiaramente come emozioni e competenze si intreccino nel lavoro sociale, soprattutto nell’osservazione prima e nell’accompagnamento dopo di persone che portano un vissuto spesso fatto di traumi. Nel tuo quotidiano a Lunarossa, cosa significa concretamente favorire la loro pacificazione interiore?
«Per me la pacificazione interiore dei minori stranieri non accompagnati inizia dall’accoglienza. Significa costruire, fin dal primo giorno, un clima sereno, sicuro e familiare all’interno della comunità, dove i ragazzi possano sentirsi protetti e rispettati. Arrivano dopo aver vissuto vicende molto difficili e hanno bisogno innanzitutto di ritrovare un senso di normalità. Per questo è importante prendersi cura della quotidianità: condividere i pasti, rispettare i loro tempi, ascoltarli senza giudizio e accompagnarli giorno per giorno. È proprio in questa dimensione che, poco alla volta, possono ritrovare fiducia in sé stessi e negli altri. Il nostro compito è sostenerli affinché possano riprendere in mano la propria vita, coltivare i loro sogni e immaginare un futuro possibile. Alla comunità Lunarossa non offriamo solo vitto e alloggio, ma uno spazio in cui sentirsi al sicuro, riconosciuti e valorizzati.»

Questo richiede uno sforzo importante. Spesso ci sono barriere emotive complesse: come si passa, nella pratica, dalla gestione dell’emergenza e della rabbia alla ricostruzione di un legame di fiducia?
«La fiducia si costruisce nel tempo, con la presenza costante e la coerenza. All’inizio molti ragazzi arrivano diffidenti, spaventati o arrabbiati, perché gli eventi passati hanno spesso incrinato la loro capacità di affidarsi agli altri. Il nostro lavoro è esserci ogni giorno, mantenere gli impegni presi, ascoltare senza forzare e dimostrare, con i fatti, che possono contare su di noi. È attraverso questa relazione educativa che la diffidenza lascia gradualmente spazio alla serenità. Quando un ragazzo si sente benvoluto e libero di esprimersi senza paura di essere giudicato, inizia a stringere nuovi legami e a guardare al futuro con maggiore serenità.»
Facendo leva sull’ esperienza maturata sul campo, qual è lo strumento di mediazione che meglio può favorire percorsi condivisi, riducendo al minimo le tensioni e valorizzando i “desiderata”?
«Credo che il primo strumento sia la conoscenza della persona. È fondamentale prendersi il tempo per capire come ogni ragazzo esprime la propria personalità, quali sono i suoi bisogni, le sue aspettative e il suo modo di relazionarsi, cercando sempre di mantenere uno sguardo libero da pregiudizi.
Per me la mediazione parte dall’ascolto: dare la possibilità di raccontare la propria storia, il viaggio migratorio, gli affetti e il vissuto che si portano dentro. Solo quando una persona si sente ascoltata e riconosciuta può iniziare a costruire relazioni di fiducia e a partecipare davvero a un progetto comune. Il nostro compito è offrire una buona accoglienza, creare uno spazio in cui ciascuno possa sentirsi accettato per quello che è e abbia la libertà di essere sé stesso. Da questa base nascono il dialogo, il rispetto reciproco e la possibilità di affrontare anche i contrasti in modo costruttivo.»
Un’ultima domanda, quasi una riflessione intima sul senso profondo del tuo operato. Che cos’è la Pace per Anna Bambara?
«Per me la pace è un modo di essere, è un atteggiamento con cui scegliere di affrontare la vita nelle sue gioie e nelle sue difficoltà, mantenendo equilibrio e imparando a gestire i conflitti senza lasciarsi sopraffare. Non significa evitare i contrasti, ma avere la capacità di affrontarli con lucidità, rispetto e dialogo.
Pace, secondo me, è anche saper accogliere l’altro indipendentemente dalla sua provenienza, dalla sua storia o dalle sue idee, soprattutto quando la pensa diversamente da noi. Credo che nasca proprio dalla capacità di riconoscere il valore di chi ci sta di fronte e di costruire relazioni fondate sull’ascolto, sulla comprensione e sul rispetto reciproco.»