Apprendere dai conflitti: l’intervista a Marianella Sclavi. Come si pacifica una città? Il modello Nantes

di Maria Pia Tucci

 L’attivazione di percorsi culturali sul territorio non si esaurisce nella semplice offerta di eventi o nella gestione dell’esistente; nei contesti più illuminati, essa si configura come un vero e proprio cammino di pacificazione sociale. Riflettere oggi su questo tema significa inevitabilmente guardare a Nantes, una realtà che ha saputo trasformarsi in una «città-laboratorio», ridefinendo il rapporto tra cittadinanza, sapere tecnico e potere politico. Attraverso la viva voce di chi ha studiato e vissuto da vicino questa transizione, emerge una lezione fondamentale: la pace sociale non si ottiene soffocando il conflitto, ma elevandolo a risorsa di intelligenza collettiva.

In “Elogio dei tre saperi” (Bordeaux Editore) ultimo lavoro sul campo tradotto in 400 pagine, Marianella Sclavi* si immerge nella Nantes, città-laboratorio dove il dialogo fra cittadini, professionisti ed eletti è diventato metodo di governo. E dove, una esperienza dietro l’altra, si tocca con mano che giustizia sociale, innovazione e intelligenza collettiva nascono solo quando ognuno dei tre saperi impara a dialogare con gli altri due.

A Nantes si è instaurato fin dal 1989 un metodo di governo che ha come base un capovolgimento: la valorizzazione da parte dei politici e dei tecnici, del vissuto degli abitanti, del loro «sapere d’uso», dando spazio all’ esigenza di giudicare le politiche non dalle promesse, ma dai concreti risultati, dalle ricadute sulla qualità della vita, in primo luogo degli strati più emarginati e deboli.

La ricerca-racconto di Marianella Sclavi diventa così una «scuola di politica», un peculiare corso di formazione a livello personale perché presenta sette ritratti di protagonisti politici fuori dalle righe. Da ognuno, chi desidera impegnarsi in politica ha molto da imparare; a livello istituzionale, perché descrive una quantità di dispositivi per promuovere il dialogo prima di tutto fra i cittadini e poi fra i cittadini e i tecnici, con i politici nel ruolo di garanti. E infine a livello sociale, perché mostra sotto forma di «ricette» come si fa a creare contesti nei quali i cittadini invece di litigare fra loro, imparano a trasformare le loro differenze in capacità di diagnosi più approfondite e complete e in elaborazione di proposte di azioni politiche volte al bene comune.

In altre parole, l’indagine sistemica sulla storia di Nantes ci mette di fronte al funzionamento di un modello di democrazia deliberativa.

In questo dialogo con Marianella Sclavi, sociologa, etnografa, scrittrice e attivista italiana, ci proponiamo di parlare di percorsi di pacificazione «un processo che – leggeremo dalla Sclavi – richiede un’educazione profonda e una visione aggiornata sulla possibilità di ricorrere sistematicamente a forme di protagonismo politico in grado di trasformare le differenze in risorse, cosa che non appartiene ai partiti politici in quanto tali»sclavi elogio dei tre sapere piatto

  • Marianella Sclavi, l’intelligenza collettiva nasce dal crollo delle certezze?

I momenti di rottura storica sono importanti. La nostra democrazia nasce dalle rivoluzioni americana e francese. Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, l’Occidente si cullò nell’illusione del fallimento del socialismo reale e dimostrazione della imperitura bontà del sistema democratico e statale nato in contemporanea con l’invenzione del telegrafo. A Nantes, invece, una serie di congiunture specifiche portò a una consapevolezza diversa e più profonda: come sostiene uno dei personaggi del racconto, ci si è resi conto che né il Gosplan comunista, né le gerarchie dello stato moderno (che Weber ha chiamato «la gabbia di acciaio») sono adatti a promuovere un’azione pubblica efficace volta al bene comune.

Quando nel 1983 la sinistra a Nantes subì una storica sconfitta elettorale nei quartieri popolari dalla città francese, la futura classe dirigente non si rifugiò nel classico alibi ideologico del “non ci hanno capito. Al contrario, scelse l’autocritica: “non abbiamo saputo ascoltare la gente, dobbiamo cambiare radicalmente il modo in cui si sviluppa il rapporto tra politica e cittadinanza”.

E nel 1989 il nuovo gruppo dirigente, vince con un programma che propone di smontare l’intera macchina della PA, mettendo in primo piano l’ascolto attivo praticato da tutti: dai politici, dai tecnici e dagli abitanti, mettendo ognuno di loro in condizione di imparare dalle differenze, dai dissensi e conflitti, invece che utilizzarli per schierarsi e combattersi.

L’intelligenza collettiva e ascolto attivo. L’intelligenza collettiva è una pratica che si innesta sulla capacità di utilizzare le crisi, gli «incidenti critici», le esperienze dei singoli, come occasioni di apprendimento. Cosa significa “ascolto attivo” viene chiarito e ribadito con una serie di slogan.

Eccone alcuni: “Il sapere dei cittadini non emerge chiedendo la loro opinione, ma ascoltando la loro esperienza, i loro ostacoli, i loro tentativi falliti, i loro successi”.

È fondamentale relazionarsi con le persone come individui, anziché semplicemente come soggetti con “bisogni” o “in difficoltà”. Si tratta di valorizzare i punti di forza delle persone piuttosto che le loro criticità – “Non si può fare del bene alle persone senza il loro coinvolgimento” – e, infine: “Quando un gruppo sa che i propri sforzi saranno concretamente valorizzati, tende a lavorare bene; pertanto, un prerequisito per un lavoro efficace è la certezza che le autorità politiche apprezzeranno e daranno seguito agli esiti di tali processi”.

Su queste basi l’intero approccio dei servizi e il percorso delle decisioni politiche prende una nuova forma, che parte dal raccogliere le singole esperienze frammentate in una comunità per farle dialogare. A Nantes questo approccio ha trovato applicazione in progetti di rottura, come la riconversione dell’isola sulla Loira: un’area di cinque chilometri di lunghezza per uno di larghezza, ex polo cantieristico navale completamente abbandonato, trasformata in «isola della creatività» grazie a questa concezione inedita della gestione pubblica. L’idea è che quando   gli spazi pubblici diventano spazi di eccellenza per la cura, l’accoglienza, l’estetica, la creatività, è più facile che anche i comportamenti dei privati, cittadini o imprenditori, si adeguino a criteri di pacifica convivenza e bene comune.

  • Quali sono i prerequisiti per una città-laboratorio?

L’esperienza di Nantes si è sviluppata in termini di continua sperimentazione per quasi vent’anni, dal 1989 al 2008.

Nel 2008 si è deciso che era giunto il tempo di una regolamentazione, mettendo a frutto quanto appreso fino ad allora.  I punti fondamentali sono i seguenti. Per una   continuità del dialogo fra i tre saperi è indispensabile una riformulazione del mandato politico. Quando un amministratore viene eletto, il patto con gli elettori deve cambiare: non può più essere un “ora decido io al posto vostro”, ma un “sono il vostro delegato e, di fronte a problemi complessi, il mio dovere è coinvolgervi”. La democrazia rappresentativa non deve escludere quella deliberativa, ma integrarsi strutturalmente con essa, così come Nantes ha formalizzato prima nella sua Carta costituzionale del 2010 e poi nel Patto di cittadinanza del 2021, esteso a ventiquattro comuni.

Il secondo prerequisito è il superamento della logica partitica intesa come scontro permanente. La rappresentanza dei partiti tende a essere “partigiana”, focalizzata sulla difesa di una fazione contro un’altra. Il modello deliberativo richiede invece di considerare la diversità come una risorsa indispensabile per la diagnosi accurata della realtà. Accanto e a complemento della rappresentanza ideologica partitica vanno moltiplicati i dispositivi di democrazia deliberativa.

Infine, occorre il coraggio di attuare un ricambio generazionale e metodologico, promuovendo leader che siano, come lo è stato il sindaco Jean-Marc Ayrault e il suo gruppo dirigente, autentici “scopritori di talenti anomali», militanti che si assumono il compito di promuovere la creatività e il gusto della innovazione nella  società civile.

  • Il cuore del saggio è l’intreccio necessario tra sapere d’uso, sapere tecnico e potere politico. Tuttavia, viviamo in un’epoca dominata da un lato dalla tentazione tecnocratica (l’idea che i problemi complessi vanno affidati solo agli esperti) e dall’altro da derive populiste (che squalificano la competenza tecnica). Come si riequilibra questo rapporto senza che un sapere finisca per schiacciare gli altri due?  

Oggi viviamo in un’epoca polarizzata tra la tentazione tecnocratica — che delega la complessità ai soli esperti — e le derive populiste, che squalificano la competenza tecnica. Il modello in questione ristabilisce l’equilibrio ponendo la persona prima dei ruoli e il sapere d’uso — ovvero il modo in cui gli abitanti percepiscono e vivono quotidianamente i servizi e lo spazio pubblico —come base imprescindibile dell’azione politica.

Il riequilibrio avviene quando il ricercatore e l’amministratore si impongono, come prima priorità, di “ascoltare la voce di chi non ha voce”. Gli urbanisti, i tecnici e i professionisti non impongono soluzioni calate dall’alto, ma mettono il proprio sapere specialistico al servizio dei problemi così come emergono dall’esperienza vissuta dei cittadini. In questo quadro, il potere politico assume il ruolo più nobile e difficile: quello di farsi garante del dialogo tra i tecnici e gli abitanti, impedendo che un sapere schiacci gli altri. Uno degli esempi portati nel libro è l’assemblea di 80 cittadini scelti con metodo casuale i quali per 4 mesi si incontrano fra loro per discutere su «Cosa stiamo imparando dalla crisi sanitaria, come ne usciamo più saggi» e hanno avuto a disposizione una sessantina di esperti con i quali dialogare. Questa assemblea ha prodotto 70 pagine di considerazioni e proposte fra le più illuminate e sagge prodotte su questi problemi.

  • Quanto ha a che fare tutto questo con la costruzione di percorsi di pacificazione? 

Tutto questo impianto metodologico si rivela essere, nella sua essenza, un profondo percorso culturale di pacificazione.

A Nantes, le radici culturali di questo approccio affondano anche nella formazione di molti di questi protagonisti in contesti delle zone agricole circostanti, dove era presente un forte sindacato di piccoli contadini cristiani seguaci della Teologia della Liberazione Sudamericana, che offriva alle giovani occasioni di impegno «per cambiare il mondo» dando voce ai senza voce.  Si tratta di un approccio molto diverso da quello di un certo marxismo economicista, anche se poi quasi tutti loro si sono impegnati in partiti di sinistra, ma con un approccio più etnografico che non ideologico.  Personaggi ex sessantottini che hanno decostruito l’approccio ideologico e burocratico degli operatori tradizionali, sostituendolo con l’attenzione e valorizzazione delle storie delle persone.

I dispositivi di democrazia deliberativa pacificano la società perché disarmano la polarizzazione. Obbligano mondi distanti a narrarsi e ad ascoltarsi, ricucendo la frattura tra le istituzioni e i cittadini. Inoltre, l’adozione di metodologie sul campo, come quelle itineranti in cui i manager del territorio guidano ricercatori e fotografi per verificare sul posto i problemi reali, garantisce la trasparenza e la verificabilità dei processi.

Come dimostra l’esperienza sul campo, i legami che si creano attraverso questi percorsi vanno ben oltre la redazione di un documento o la realizzazione di un’opera pubblica. Si fondano su relazioni umane stabili, su amicizie e su una comprensione reciproca che attraversa i territori. Certamente la pacificazione è un processo sociale e culturale lungo, che richiede un’educazione profonda e una costante presa di posizione su sé stessi e sulla propria rappresentatività. Tuttavia, la diffusione di queste pratiche in molte città d’Europa dimostra che questo linguaggio non è più un’utopia isolata, ma una strada concreta per governare le società complesse.

 

*Marianella Sclavi ha insegnato Etnografia urbana al Politecnico di Milano. Esperta di Arte di Ascoltare e Gestione Creativa dei Conflitti, è tuttora molto attiva come facilitatrice di metodologie partecipative e processi decisionali inclusivi.

In copertina: Marianella Sclavi – immagine dal web