Don Giacomo Panizza: la nostra metamorfosi della vita in comune

di Maria Pia Tucci

«Si è trattato di una rivoluzione, di un cambiamento. Di una metamorfosi».

Metamorfosi è, più di cambiamento, la parola che convince don Giacomo Panizza, Presidente e co-fondatore della Comunità Progetto Sud, per descrivere quello che tra il 1975-76 è avvenuto in Calabria, a Lamezia Terme, quando un gruppo di persone ha abbracciato l’idea di una vita in comune tra i componenti e aperta al mondo.

Persone “con disabilità e non”, il 20 ottobre 1976 si sono denominate “Comunità Progetto Sud”. «Chi ha studiato e osservato la nostra organizzazione dice che siamo un gruppo adhocratico»

Nella sua definizione adhocrazia è la forma organizzativa fondata su piccoli gruppi di lavoro che aggregano persone in possesso di competenze specialistiche diverse, dotata di un’ampia autonomia operativa e decisionale, e capace di evolvere e di adattarsi velocemente ai cambiamenti dell’ambiente esterno. (Fonte: Treccani.it)

Aver saputo vedere i bisogni umani e sociali come segni dei tempi e organizzare la risposta, è quello che Don Giacomo traduce, rendendo quel “Ad hoc”, un agire sociale vivo e attento, disponibile a trasformarsi se necessario a riaccendere ideali e interventi efficaci. E nel Don Panizza che scava nei ricordi quando la domanda è: «Cosa è scattato nel suo cuore, mentre lei con gli altri stavate costruendo?» è lucida la risposta: «Quella volta è scattato un cambiamento, un mutamento, perché quando stavamo programmando il “che fare” in Calabria, mentre stavamo ancora a Capodarco dicevamo tra di noi: “Più che far venire nelle Marche i giovani con disabilità dalla Calabria sarebbe meglio far nascere insieme cose nuove là. Questo l’abbiamo fatto, però mancava ancora “chi” sarebbe sceso al Sud. E io, che già andavo e tornavo più volte, mi sono detto: “Ma io ho imparato a vivere dappertutto, dove si sta bene e dove si sta male, so stare con chi ama la felicità della vita propria e altrui, e so affrontare la fatica di combattere il male che fa star male perché in un posto del Nord o del Sud ci stanno i corrotti o i mafiosi. La sfida della metamorfosi era la prossima metamorfosi che avrei vissuto in Calabria.

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Quello che oggi è la Comunità Progetto Sud è quello che avevate immaginato allora?

«Quello che so bene è che quando abbiamo iniziato avevamo in mente poche ma belle cose da fare insieme, e sapevamo di essere deboli, che non eravamo all’altezza del compito, ma era scattata una specie di speranza. Avevamo conosciuto l’esperienza di Capodarco, ma non del tutto perché quella comunità nel 1976 aveva già 10 anni e una sua strutturata identità. Ma tra noi era emerso un bisogno di vita nelle persone con disabilità della Calabria che non conoscevano altro se non le loro case o gli istituti o un viaggio a Lourdes».

Che cosa era, allora, tutto quell’andare e venire, quel domandarsi cosa o come fare?

«Si trattava di una rivoluzione, di un rivoluzionarsi nostro interno e esterno, di una metamorfosi. Di un cambiamento che vuol diventare seme di futuro per te e per altri. Parecchi dei giovani in sedia a rotelle calabresi non avevano frequentato le elementari. Non sapevano cosa volesse dire lavorare, si dicevano pensionati perché avevano la pensione mensile di 24 mila e cinquecento lire.

E quelli di noi senza disabilità evidenti, non precisamente volontari ma comunitari, ci prendevamo dalla cassa comune le stesse 24.500 lire. Ecco, ci siamo spiegati insieme così, anche con i loro familiari. Le mamme in particolare mi dicevano: “Cosa ho fatto di male io per avere un figlio così?” Insomma, si trattava di insinuarsi tra mentalità che non aprono riflessioni più in profondo, lì si trattava di reinventarsi nuove visioni della vita!»

E però, parlando della vita che poteva avvenire, quella di prendersi in mano un po’; di lavoro, un po’; di politica senza fare un partito, un po’; di cultura senza scrivere libri, anche se poi i libri sono stati scritti, come anche la rivista Àlogon. E il tempo si è riempito di vita, di amicizia e di amore, in piedi o in sedia a rotelle e alcuni hanno fatto famiglia tra di loro.

Quando è avvenuta un’altra metamorfosi?

Un’ altra metamorfosi l’abbiamo fatta accadere quando abbiamo scelto di mettere su dei servizi sociali, sociosanitari, culturali e in questi servizi incontriamo un mezzo mondo e oltretutto in certe parti come Ecuador, come Nigeria e Uganda, come anche ai tempi della Jugoslavia che c’era la guerra oppure anche ai tempi dei tanti migranti che arrivavano perché abbiamo pensato che la metamorfosi non dipenderà soltanto da noi ma anche da questi nuovi bisogni, nuovi diritti calpestati e nuove svolte da inventare al presente insieme: con lingue differenti, con religioni differenti, con culture differenti con al centro di tutto ogni singola persona.

E adesso?

Adesso che abbiamo compiuto 50 anni, siamo ancora a scommettere di cambiare, tanto, perché i primi tempi si è dovuto crescere insieme, perché eravamo sconosciuti, tranne alcuni che avevano il bracchino e si parlavano tra di loro, da qui anche fino a Catanzaro. Adesso invece si tratta che i tanti anni insieme hanno generato in “noi” tra di noi e aperto in continuazione. Siamo una comunità di comunità, una comunità di cura che si prende cura di sé stessa e anche al di fuori e al di sopra di noi. La metamorfosi umanizza quando oltre a prendersi cura di sé ci si prende cura degli altri.