La cura del legame, la trappola del ghetto

Intervista a Emanuela Pascuzzi sui modi e le pratiche dell’inclusione sociale.

di Maria Pia Tucci

«La comunità è una delle esperienze umane più antiche, ma anche più mutevoli. Il ghetto per Wacquant è “uno strumento di chiusura e controllo di una popolazione stigmatizzata”».

Emanuela Pascuzzi è sociologa e docente presso l’Università della Calabria, delegata del Rettore per il Public Engagement e la partecipazione sociale.

Ha incrociato la vita e le attività di Comunità Progetto Sud in più occasioni e collaborato in progetti di sviluppo di comunità e condotto studi con l’organizzazione, ascoltando famiglie, operatori, giovani, istituzioni, imprese, reti nazionali. In una relazione che è diventata dialogo e scambio. Con lei, che si occupa di welfare sociale e processi di inclusione, modi e pratiche di partecipazione civica, approfondiamo il tema di questo numero di Petali: cos’è e cosa vuol dire fare comunità e cosa fare ghetti?

Per iniziare è utile proprio approfondire e scandire la differenza tra i termini comunità e ghetto.

-Cos’è una comunità?

«Per gli studiosi di fine Ottocento era lo spazio delle relazioni significative, di affetto e tradizione: un intreccio di volontà e sentimenti condivisi, spesso radicato nel villaggio o nel quartiere. Negli anni ’60 e ’70 del Novecento la comunità è stata letta soprattutto come territorio: vivere nello stesso luogo, condividere attività quotidiane, costruire forme di organizzazione sociale utili alla vita collettiva. Gallino la definisce “un sistema sociale e spaziale di dimensioni ridotte”, dove la convivenza genera cultura, solidarietà e identità. Oggi, accanto alle comunità locali, esistono comunità deterritorializzate: legami che attraversano confini e appartenenze che non dipendono dal vivere nello stesso spazio. Tuttavia, mentre il mondo si allarga, il locale non scompare, anche se i suoi confini diventano permeabili. Per Bauman la comunità è anche una sensazione: sapere di non essere soli, poter contare su qualcuno, sentirsi responsabili gli uni degli altri. Dove la connessione emotiva è forte, il bisogno dell’altro diventa anche il proprio. Ma la comunità può assumere anche connotazioni negative. Questo avviene quando si chiude, difende confini rigidi, scoraggia il dissenso, protegge chi è dentro ma esclude chi è fuori. La comunità diventa un patto di cura solo quando genera legami che liberano e non che imprigionano».

-Cos’è un ghetto?

«Il ghetto è ciò che accade quando la scelta scompare. Wacquant lo definisce “uno strumento di chiusura e controllo di una popolazione stigmatizzata”. Wirth lo descrive come prodotto della segregazione imposta. Può indicare la concentrazione spaziale di gruppi esclusi o stigmatizzati: quartieri dove si accumula povertà, aree abitate quasi solo da migranti non per scelta culturale ma per vincoli economici, spazi dove si raccolgono persone con disabilità o dipendenze per mancanza di politiche inclusive».

-Ma come si costruisce una comunità e come si decostruisce un ghetto?

«Costruire comunità significa ascoltare, riconoscere bisogni e differenze e creare legami.
Una comunità nasce quando le persone si sentono riconosciute, possono esprimere la propria voce e contribuire ad uno spazio sociale comune. Decostruire un ghetto richiede invece di spezzare barriere materiali e simboliche: redistribuire opportunità, garantire diritti, cambiare lo sguardo. È un lavoro politico e culturale insieme».

-Quali sono, oggi, le nuove forme di emarginazione sociale e dove si nascondono i moderni ‘ghetti’ nelle nostre città?

«I ghetti del nostro tempo sono spesso invisibili: periferie dove la povertà diventa destino; famiglie che affrontano la disabilità in solitudine; dipendenze trattate come colpa; migranti confinati in spazi di attesa; giovani senza futuro nei territori marginali. A volte non ci sono muri ma confini sociali e istituzionali che separano, alimentando ferite che non si vedono».

In copertina: Emanuela Pascuzzi