Restituire fiducia nel mondo. Nicola Emanuele: il lavoro della Comunità Progetto Sud con i minori non accompagnati e le famiglie

di Maria Pia Tucci

Occuparsi di accoglienza e farlo da trent’anni vuol dire avere un osservatorio privilegiato sui cambiamenti che, in maniera naturale, sono trasformativi di una città.

Nicola Emanuele da 30 anni lavora con la Comunità Progetto Sud, ha iniziato la sua esperienza come operatore per la Comunità terapeutica Fandango, dove per 18 anni si è occupato di dipendenze.

Gli anni della “Primavera Araba” diventano poi il suo spartiacque lavorativo.

«Io vengo da un’esperienza scout, quindi un’esperienza formativa molto vicina allo stare insieme e a vivere insieme la comunità.

La scelta di lavorare nel sociale parte da una mia sensibilità verso questi temi; l’incontro con la Comunità Progetto Sud arriva nel 1998.

Dopo diciotto anni di lavoro in comunità terapeutica passo all’area delle migrazioni nel 2011, negli anni della Primavera Araba, in cui era necessario costruire un intervento che avesse la capacità e l’elasticità di accogliere giovani e costruire un modello di accoglienza che poi è diventato Luna Rossa, la comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati».

Cosa è cambiato in 30 anni? 

«Occuparmi di accoglienza e nell’arco dei 30 anni vuol dire sicuramente avere una visione più chiara di quelli che sono i cambiamenti avvenuti nel tempo rispetto alla sensibilità e all’attenzione delle persone residenti che incontrano persone in arrivo da altri territori. E quindi leggere e individuare e percepire nel tempo quella che è la resistenza o anche la reazione».

Qual è stato ed è l’impatto della e con la città? 

«Lamezia Terme dal punto di vista dell’accoglienza è in alcuni contesti aperta, in tante situazioni è impermeabile. In alcuni ambienti riconosciamo una sensibilità all’accoglienza e una capacità di leggere i temi delle migrazioni.

Nel mondo del lavoro, delle aziende, molte sono disponibili ad aprirsi al mondo delle migrazioni. Nella vita quotidiana della città c’è invece una difficoltà generalizzata a superare la propria individualità per parlare di comunità. Lì incontriamo molta resistenza e fatica».

Quali sono stati, invece i cambiamenti importanti e come li avete attraversati e accompagnati? 

«Sicuramente nel target dei migranti che seguo dal 2011 ho rilevato un cambiamento. E anche il territorio di Lamezia Terme, ma anche il territorio calabrese è cambiato. In molti si sono mossi per facilitare l’accoglienza e l’inclusione.

Questa operazione è un’operazione che noi abbiamo accompagnato nel tempo, l’abbiamo costruita creando e favorendo momenti di incontro e di condivisione.

Da lì abbiamo capito che questa modalità della relazione e del vivere il luogo di accoglienza facendone parte, diventa una modalità che accompagna poi la permanenza delle persone che arrivano da altri Paesi aiutandole  a sentirsi parte di un contesto e non persone rifiutate». 

Ma cosa vuol dire creare una comunità di accoglienza o che accoglie?

«Per noi creare la comunità non significa mettere le persone all’interno di un contesto chiuso. È quella che chiamiamo accoglienza diffusa. Il nostro ruolo, come scelta dell’organizzazione e come scelta dell’Area Migrazioni, è facilitare la permanenza all’interno dei territori in relazione con esso. Non come persone chiuse in contesti controllati. 

La Comunità Progetto Sud, da questo punto di vista è parte di un lavoro più ampio sia con i minori non accompagnati, nella comunità Lunarossa, sia con gli adulti e le famiglie accolti nei progetti SAI, il Sistema di Accoglienza e Integrazione».

Che differenza c’è nel lavoro con gli uni e con gli altri? 

«Il lavoro con i minori è sicuramente un lavoro più complesso, richiede una capacità di osservazione di quelle che sono le fragilità dei minori o i rischi del vivere il contesto, ma anche le potenzialità dei ragazzi che arrivano da noi. 

Nella comunità Lunarossa si incontrano i giovani e li si aiuta innanzitutto a superare un percorso migratorio fortemente penalizzante, un percorso migratorio che fa perdere la fiducia nel mondo. Il nostro ruolo qui è aiutarli a superare questo momento, e con una grande capacità di resilienza dei ragazzi, di acquisire la potenzialità di un territorio che li sta accogliendo e insegare loro a viverlo nel rispetto delle regole, nel rispetto della civile convivenza, ma anche nella bellezza della condivisione degli spazi e nella condivisione delle relazioni e delle amicizie.

Per i minori il lavoro è strutturato su questo, poi ci sono tanti canali legati alla formazione, alla scuola e all’inserimento lavorativo. 

Per quanto riguarda invece gli adulti, noi ci interessiamo di famiglie e di uomini singoli e moduliamo gli interventi in base alle esigenze, in base a quelle che sono le problematiche che emergono. Le due équipe di accoglienza degli adulti, il SAI Due Soli a Lamezia Terme e il SAI Terre Sorelle nel Comune di Miglierina, si integrano con figure professionali come psicologi, assistenti sociali, educatori e mediatori che costruiscono processi di accompagnamento con strutture complesse come, ad esempio, famiglie con tanti figli o con bambini che presentano problematiche di varia natura».

E adesso? Cosa vi aspetta nei prossimi anni?

Abbiamo appena vinto la gara per la gestione del SAI di Lamezia Terme: quarantadue posti per adulti e famiglie nel progetto Due Soli e il progetto dedicato ai minori stranieri non accompagnati di Lunarossa. È una responsabilità che ci chiede di consolidare il modello, non semplicemente di ripeterlo.

E poi c’è RADiCa, la rete di quindici organizzazioni calabresi costituita nell’aprile del 2026 per promuovere l’accoglienza diffusa. Perché l’accoglienza non è un servizio che si eroga: è una leva di sviluppo dei territori, soprattutto di quelli che si stanno spopolando.

Accompagnare i minori o anche gli adulti a vivere un contesto accogliente vuol dire costruire legami di fiducia e di futuro, insieme».

Immagine in evidenza: Nicola Emanuele