Per una solidarietà intelligente e contagiosa

di Giacomo Panizza
Lo scontro ideale e politico del nascente volontariato reggino raccontato in questo volumetto è paradigmatico. Le pagine rendono conto della singolare circostanza in cui un gruppo di pochi cittadini e ancor meno di cittadine s’impegna a costruire democrazia sociale dal basso, a fare politica senza fare un partito, “accontentandosi”, in quel frangente storico, di spronare la politica e i partiti a compiere fino in fondo il loro specifico ruolo di tutela e di promozione dei diritti delle persone. Nessuna esclusa. continua

Beni che insegnano, simboli che parlano

Beni che insegnano,
simboli
oltre la confisca

Giacomo Panizza (Articolo pubblicato su Italia Caritas marzo 2012, pp. 16-18)

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Beni economici, pubblici e simbolici
I beni confiscati alla criminalità organizzata di stampo mafioso sono beni economici, ma nelle regioni del Sud Italia sono intesi come beni simbolici. E il motivo si capisce. Parlano. Vivacizzati da iniziative culturali, trasmettono un’aria di libertà, mentre prima comunicavano la rigida forma mentis impositiva dei boss. Utilizzati dalla gente, diffondono semi di democrazia, mentre prima diffondevano il potere smisurato dei clan. Offrendo lavoro sociale e produttivo, divulgano giustizia, mentre prima quei terreni e quei fabbricati dominavano come strumenti d’iniquità.
È importante che le proprietà dapprima esibite dalle mafie come beni “posizionali” (attraverso i quali ostentare potenza e prepotenza), una volta confiscate vengano riutilizzate in maniera diversa, soprattutto come beni “relazionali”. Per gli abitanti delle regioni del sud, la loro rilevanza simbolica ha una presa maggiore di quella economica, e credo che ciò valga anche al centro e al nord. I beni confiscati ben si rappresentano come beni relazionali, idonei a mettere in rapporto e in collaborazione persone e gruppi, enti e istituzioni. Non sono proprietà di classe o ceto sociale, non suscitano invidia tra individui, non sono beni oppositivi. Hanno destinazione generale.
Così, a mio avviso, andrebbero considerati, perché così essi parlano e insegnano. Case, capannoni e terreni, con le innumerevoli iniziative che vanno svolgendo, sono essi stessi i contenuti d’insegnamento, il materiale didattico, esempio parlante educativo nel momento in cui mostrano in concreto storie di partecipazione, democrazia, economia civile, invece che incivile.
Il via vai della popolazione del luogo, le visite scolastiche e delle associazioni educative, il confronto con gruppi di impegno sociale e politico, portano i gestori dei beni confiscati a “dare parola” a questi beni, rendendoli “ancora più pubblici”, nel senso di più ascoltati. Per esperienza diretta, posso affermare che i “visitatori” si portano a casa insegnamenti forti, molto utili alla crescita umana, civile e culturale.
I beni confiscati, e così significativamente utilizzati, insegnano che le persone e la società, e non soltanto la magistratura e le forze dell’ordine, promuovono la legalità e combattono le mafie. Anche i beni di lieve entità economica, come un campetto di calcio o un piccolo terreno coltivato a fiori o verdure, oppure una sala in cui fare musica o un ufficio per la tutela dei diritti, in un territorio di mafia possono diventare messaggi potenti di riscatto e promozione della libertà e della democrazia. Questi beni così trasformati educano a vivere a testa alta i loro gestori, i fruitori e anche i sostenitori delle iniziative, che in essi e attraverso essi si svolgono. Sono i basilari costruttori di un’effettiva cultura della legalità.


Leggi più avanti della cultura sociale

La “forma” della legge 109/1996 (“Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati”) destina questi beni a un uso “pubblico”. Vi sono buone ragioni per sostenere che lo “spirito” della legge intenda quei beni a dimensione altamente “relazionale”. Dunque, pare ragionevole considerarli come beni a ricaduta collettiva, non soltanto come beni-case da gestire al pari di semplici servizi alla persona, o beni-terreni da far fruttare al pari di attività meramente economiche.
Nelle “Disposizioni contro la mafia” previste nella precedente legge 575 del 1965, sequestro e confisca di beni erano stati pensati come delimitate misure di prevenzione patrimoniale, finalizzate a impoverire economicamente le persone e le cosche mafiose; invece, la vigente legge 109 enfatizza la riconsegna del maltolto alla collettività, sottolineando il concetto di restituzione alla società considerata nel suo insieme. Dunque, non si tratta soltanto di sottrarre ai clan mafiosi gli strumenti economici da essi utilizzabili per ricostruire o mantenere il controllo del territorio e per lo svolgimento delle loro attività delittuose; piuttosto, si tratta di fornire la società di strumenti concreti di socializzazione, di poter fruire al meglio di beni ora diventati pubblici. A mio avviso, in questo caso, la cultura legale è risultata più illuminata della cultura reale, dimostratasi impreparata a concretizzare l’uso sociale dei beni confiscati.
Vi sono aspetti valoriali, e altri più tecnici, che sollecitano a valorizzare le iniziative di educazione alla legalità e alla cittadinanza, ben introdotte nelle scuole italiane ma ancora poco diffuse negli altri ambiti della vita civile, in cui permangono misconosciuti scopi sociali e procedimenti riguardanti l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. La cornice valoriale connessa allo spirito della legge 109 sottende che la gestione dei beni confiscati non deve più risultare un dovere del solo stato, ma anche di comuni e società: in definitiva, la legge auspica la partecipazione di tutti e di ciascuno, anche attraverso le formazioni sociali di appartenenza, al fine di fare sistema contro le mafie e per una società corresponsabile nella gestione dei beni pubblici.

Costano, ma educano
Quanto alla macchina prevista per il corretto funzionamento dei beni confiscati, non sempre è un congegno ben oleato. Certo, sono tollerabili certe lungaggini burocratiche che intercorrono tra le varie fasi del percorso di sequestro, confisca, assegnazione, programmazione e utilizzo del bene confiscato, ma non esistono scusanti per la vasta inefficienza riscontrabile in non pochi comuni d’Italia. A me pare che le criticità maggiori siano addebitabili agli enti locali assegnatari dei beni, più che agli enti del terzo settore richiedenti.
Al riguardo, non è secondario sottolineare che un ente del terzo settore, associazione di volontariato o cooperativa o altro, deve mettere in conto che la gestione di un bene confiscato porta quasi sempre a rimetterci economicamente. La struttura assegnata troppe volte è incompleta, non sempre provvista di inventario e di note sullo stato dell’arte dell’immobile; nella quasi totalità dei casi non funzionano luce, acqua, riscaldamento, tantomeno gli impianti rispettano le leggi vigenti; le barriere architettoniche sono eliminabili a costi esorbitanti; non è detto che gli edifici risultino al catasto e in regola con l’agibilità. E così via. Capita anche di non trovare il bene libero da persone e cose. Ma quando beni confiscati vengono lasciati nel degrado, o quando passandoci accanto si notano stesi sui balconi ad asciugare i panni dei vecchi proprietari, o quando risultano destinati ma permangono inutilizzati, quei beni finiscono per insegnare che i mafiosi sono forti e la società e lo Stato sono deboli.

Bene di una popolazione
Una palazzina confiscata educa alla socialità e alla democrazia quando genera relazioni interpersonali, promuove senso civico, sostiene comunità solidali. È troppo poco che i gestori vi svolgano attività d’intervento sociale riducibili, ad esempio, a un mero servizio rivolto a persone con disabilità, o a minorenni in difficoltà, eccetera. È poco che operi come bene di servizio. Non è solo col cambio di proprietà, dalla mafia allo stato, che un bene confiscato si caratterizza come un compiuto bene pubblico, ma piuttosto attraverso le attività che svolge nel territorio, quando incrementa relazioni di comunità, quando impegna il contesto locale ad adottarlo come bene di una popolazione e delle sue istituzioni. La valorizzazione collettiva di un bene confiscato si realizza promuovendo gli interessi condivisi di una “comunità di destino”, la quale aspira, come traguardo minimo, a emanciparsi e liberarsi dalle mafie.
Allo stato attuale delle cose, in cui riscontriamo la positività delle attività formative svolte nel trascorso periodo pionieristico, diventa decisivo innalzarne la qualità e ampliarne la diffusione. È l’ora di una formazione capace di accompagnare enti locali, terzo settore e società a fare in modo che i beni confiscati alle mafie diventino sempre di più beni di tutti.

Condividere la disperazione oggi percorrendo sentieri di speranza

di Giacomo Panizza.
Intervento  in  occasione V Edizione de “La Bibbia sulle strade dell’uomo”, Campus universitario – Catanzaro – 15 novembre 2012.
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Solo una testimonianza
Sono onorato dell’invito, ma mi sento impacciato a esprimermi: sulla speranza ristiana, per la vostra attenzione esigente, e per essere qui con il professore Jurgen Moltmann, del quale ho letto meditato divorato molti libri. Per parlarvi della speranza che ho incontrato sulle strade della Calabria, proverò a riferire qualcosa di ciò che ho appreso dall’esperienza e dalle preghiere, dagli studi e dalla gente.

La speranza ha peso, più dei problemi
Dal nord, io mi trovo al sud per caso, in seguito alla decisione disperata di alcuni giovani con disabilità che, sfiduciati di poter soddisfare i loro bisogni di salute e assistenza in Calabria, si erano rivolti altrove. L’invecchiamento dei genitori, le difficoltà di accudimento in casa e di movimento in città, le limitate opportunità di relazioni umane, e soprattutto l’effettiva necessità di fruire quotidianamente di prestazioni sociali e sanitarie, hanno acceso in loro questa speranza di trovarsi risposte efficaci in altre parti d’Italia. Sconoscendo qualsiasi possibilità di poter praticare una vita normale al sud, speravano in un ricovero speciale al nord.
S’erano arresi. Rassegnati, si stavano preparando a seppellire la loro giovane vita in istituti distanti mille chilometri da casa, spezzando per sempre i legami coi famigliari e i conoscenti. Ci siamo incontrati per caso in questo frangente storico; ci siamo scambiati ideali e speranze; ci siamo alleati; e quel destino si è capovolto. Messo su un piatto della bilancia il peso dei problemi, e sull’altro piatto il contrappeso delle speranze, l’ago della bilancia ha dato più valore alle speranze. Perciò, invece che migrare altrove a elemosinare servizi li abbiamo creati qui, noi, insieme. Un gruppo coeso, di persone pur deboli e in gravi situazioni di handicap, non ha impoverito ma arricchito la Calabria di servizi necessari e di diritti per sé e per molti altri.

Una speranza che ascolta i “piccoli”
“Saldo nella speranza contro ogni speranza” è un versetto fondamentale della fede cristiana; però io lo ritrovo sempre duro e impietoso. Soffermandomi a ripensarlo, lo trovo contro logica. Meditandolo, non pervengo a conclusioni. Mi “dice” di più se utilizzo icone bibliche con interpretazioni ineffabili quindi aperte a significati ulteriori.
Alla mamma, col figlioletto gravemente menomato in braccio, che chiede: “Cosa ho fatto di male, io, per avere un figlio così?”, io, privo di argomenti, mi rifugio nell’icona del vangelo di Giovanni, dove racconta: «Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” Rispose Gesù: “Né lui né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”» (Gv 9, 1-3).
Tralasciando l’argomento sul peccato, il versetto puntualizza la grandezza dell’uomo cieco dalla nascita; e anche dei ciechi, degli storpi, dei muti, dei sordi, dei malati; in definitiva di tutte le persone deboli e indebolite del mondo che non ce la fanno a sopravvivere da sole. Dal brano mi viene l’istruzione che Gesù si aspetta che le opere di Dio si manifestino nel cieco nato e non tanto, o non soltanto, negli amorevoli genitori o nei valenti volontari che l’assistono. Coloro che la società rende invisibili, Dio, al contrario, li tiene in cima ai suoi pensieri, e si aspetta che compiano grandi cose. Insomma, mentre la società li esclude Dio li pensa giganti, li prefigura autori di grandi cose. Anche quando vengono resi vittime di oppressione, egli – come ha fatto con Gesù – pone la sua speranza attiva in loro. L’Onnipotente che spera, sembra suggerire che la speranza sia più grande di Dio, bisognosa della nostra complicità… Non mi addentro nell’esegesi della citazione “sperare contro ogni speranza” perché non mi tornano mai i conti; però questo messaggio ha la forza di mettere e rimettere in moto tante mie energie, e mi sprona a scommettere su quel fragile bimbo in braccio a sua madre e su altri e altre che, come lui, fanno tanta fatica a vivere. E mi fa stare e fare “con” loro e mai nulla “su” di loro. Mi pone in ascolto della loro misteriosa grandezza.
Ho potuto, così, ammirare persone gracili impegnate ad aprire sentieri di speranza ad altre più in forze di loro. Ho visto persone vulnerabili rigenerare relazioni interrotte; far nascere dal niente gruppi solidali di famiglie, di volontariato e di auto e mutuo aiuto; buttarsi in iniziative per il bene comune della polis. A Lamezia Terme, quando nessuno si sentiva il coraggio di fare il primo passo contro lo strapotere delle cosche mafiose, un raggruppamento di questi “piccoli”, considerati diversi e inferiori, a proprio rischio e pericolo hanno compiuto una “grande opera”: hanno scelto per primi di utilizzare le case confiscate alla ’ndrangheta, col preciso intento di rompere l’immaginario collettivo di paura dei clan e rimettere in cammino la speranza.

La speranza non è tutta pura
L’esperienza mi ha fatto toccare con mano una speranza “sporca”, ovvero quel certo modo di sperare nel quale Dio non ha l’esclusiva, una speranza composta di molti desideri e interessi umani ma di una sola briciola di Assoluto.
Una siffatta speranza l’ho vista in alcuni genitori che si lamentavano dei “figli perduti”. Erano Papà che per i figli avevano programmato una carriera da dottori o dirigenti, mentre questi occupavano il loro tempo cogli emarginati. «Ho sborsato soldi per farlo laureare, e lei lo accomuna ai disabili, tossicodipendenti, malati di Aids, rom… Invece che in uno studio, lavora sulla strada!» Li percepivano come inutili protettori di scansafatiche e parassiti della società; però, col passar del tempo, comprendevano che, viceversa, quei figli erano degli utilissimi promotori di speranza e di riscatto sociale. E ne uscivano fieri.
In Calabria, come dappertutto, compaiono anche speranze equivoche, nelle quali Dio non viene neppure messo tra parentesi! Vi sono persone che – chi con leggerezza e chi con convincimento – conciliano le loro malefatte con le tradizionali pratiche religiose. Come quelle dei giovani aspiranti alla carriera di boss di ’ndrangheta, che si impongono per portare in spalla le statue religiose nelle processioni. O quelle di certi politici e imprenditori che sperano di procacciarsi affari e carriere affidandosi a compagini corrotte; o quelle di individui e gruppi organizzati a strappare privilegi per sé stessi a discapito della collettività.

La speranza esiste solo laddove c’è chi spera
Ho conosciuto Giuseppe e la sua speranza di venire perdonato dai tossicodipendenti, ai quali aveva causato grossi problemi. Era stato un venditore di morte, un “grossista” di eroina e cocaina, ma quando in carcere gli hanno diagnosticato il tumore che gli avrebbe lasciato pochi mesi di vita, ha supplicato il giudice il quale gli ha concesso di uscire dal carcere, cogli arresti domiciliari da scontare presso la Comunità Progetto Sud. A Lamezia Terme, Giuseppe ha potuto conoscere la fatica di chiedere perdono e trascorrere l’ultimo periodo della vita sperimentando gratuità e gratitudine.
Ho conosciuto Toruzzo su una panchina del Corso che egli usava come “casa sua”. Cavavo dalla borsa un panino una birra e una sigaretta per volta facendo a metà di tutto; comunicavamo tra noi a gesti e cogli occhi più che a parole, a causa delle sue difficoltà di intendere e di volere e di esprimersi, e delle mie difficoltà di comprendere il dialetto di Nicastro e di pronunciarlo correttamente. A motivo della sua povertà intellettiva era soprannominato “Capo ninna” (testa piccola) e umiliato come “scemo del villaggio” dai cafoni. Anche i ragazzini lo schernivano, dandogli del “tu” nonostante avessero quarant’anni di meno; mentre lui rideva, derideva, ma ne soffriva. Dopo alcuni mesi di chiacchierate sconclusionate ma empatiche, un giorno di Pasqua Toruzzo si è auto-sfrattato dalla panchina ed è salito alla Comunità Progetto Sud, dove, introducendosi con la speranza dei semplici, impossibile da non esaudire, ci ha detto: «Questa è la casa mia!».
Ma ho incontrato anche le speranze sbagliate di giovani con la morte dentro, perché pensavano di riempire con le droghe il vuoto dell’esistenza. Così la morte si mostrava in altri giovani, dai volti disperati e rassegnati, durante i tempi terrificanti dell’esplosione del virus dell’Aids.
Ciò nondimeno, io mi sono sorpreso a cogliere la pochezza della mia speranza solo il giorno in cui ho visto un uomo disperato decidersi a cambiare vita. Egli, soggiogato dalla mafia, sperando contro ogni speranza, si è ribellato e ha denunciato gli estorsori. Senza saperlo, mi ha regalato la speranza più inaspettata e, in seguito, altri padri di famiglia, imprenditori e commercianti hanno denunciato quei mafiosi che li tenevano assoggettati. In questo contesto, la speranza – unita a una forte paura – è passata anche da me, quando alcuni mafiosi mi hanno minacciato di morte, sconvolgendomi la vita.

Mi è difficile sperare
Io trovo difficilissimo sperare davvero. Da solo, ci provo in molti modi ma alla fine un seme di speranza mi piove dal cielo gratis, al di là di ogni mia scaletta logica o teologica. Mi viene più semplice “sperare di sperare” coi disperati, coi quali piango e rido, e m’innamoro. Ugualmente, mi trovo bene con coloro che già sperano, raggiunti prima di me dal Dio della speranza. Insieme agli altri, insomma, la speranza mi si rivela più calda, più praticabile, più tutto. Insieme, anche quando percorriamo la via della croce, l’Invisibile si fa più vicino

La ’ndrangheta sul collo la si vince educando

di Giacomo Panizza (Articolo pubblicato su Italia Caritas, settembre 2012, pp16-18)
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La legalità è un banco di prova della credibilità della cultura di un popolo. E anche della Chiesa. Trainando con sé valori umani quali onestà, lealtà, rispetto delle persone e della verità, corresponsabilità nella definizione e nell’adesione alle regole condivise, essa contraddistingue la comunità che la esercita e la trasmette attraverso l’educazione. C’è un nesso inscindibile tra legalità ed educazione: al punto che in un Paese maturo è impossibile pensare di potenziare la legalità e al contempo indebolire l’educazione.
In Italia la legalità non ha assunto compiutamente il peso che le spetta. Anzi, si enfatizza l’illegalità esibendola quasi come “lo” stile di vita del Paese Italia.

Viene agile ricordare una nota storiella di costume.
«Sono stati pubblicati i risultati di un recente sondaggio commissionato dalla FAO e rivolto ai governi di tutto il mondo. La domanda era: “Dite onestamente qual è la vostra opinione sulla scarsità di alimenti nel resto del mondo”.
Ecco in sintesi le risposte: gli europei non hanno capito cosa fosse la “scarsità”; gli africani non sapevano cosa fossero gli “alimenti”; gli americani hanno chiesto il significato di “resto del mondo”; i cinesi hanno chiesto delucidazioni sulla parola “opinione”; gli italiani stanno ancora discutendo su cosa possa significare “onestamente”».

L’immaginario collettivo ci qualifica popolo di “furbetti”, iniziando dai “piani alti”. Ma il trionfo dell’illegalità distrugge la speranza. Nel secolo scorso, lo scrittore calabrese Corrado Alvaro sentenziava che “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”.

Legalità, nome della carità
In Calabria le dodici Caritas diocesane hanno elaborato il progetto Costruire speranza, nel quale si evidenzia la legalità come un attualissimo nome della carità. Non che prima fosse assente, ma adesso pare utile esprimere meglio la legalità come grande valore civile, irrinunciabilmente cristiano. Il progetto sfida il dato dell’illegalità, della corruzione e della disonestà, e rimarca che al malaffare la ’ndrangheta 8in Calabria) aggiunge la caratteristica tipica (ovunque) delle organizzazioni mafiose: le quali non solo rubano, ma usano armi e uccidono; non solo si arricchiscono, ma sottomettono persone e territori; non solo violano le leggi dello Stato, ma si fanno Stato parallelo.
In Calabria i clan depredano le risorse locali, e hanno a che fare con l’impoverimento materiale e spirituale della nostra regione. È un ritornello ricorrente nei nostri incontri, che il compianto don Italo Calabrò affermava fin dagli esordi delle Caritas calabresi. Il progetto si propone dunque di accompagnare le diocesi perché diventino capaci di gestire efficacemente l’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie e di seguire le trafile burocratiche, non per caso frequentemente difficoltose e ostacolate da lungaggini e “incidenti” di percorso. L’intenzione è formare alcune persone per offrire in ciascuna diocesi calabrese almeno un’opera segno che, componendo carità e legalità, sia di aiuto ai poveri e divenga un messaggio educativo per la Chiesa stessa e la società.
I numeri parlano da soli. A maggio 2012 in Calabria i beni confiscati erano 1.729, tra cui 143 aziende, ma solo due nostre diocesi hanno le mani in pasta in materia. Inoltre, accanto agli innumerevoli reati di mafia che hanno interessato singoli cittadini, il 2011 ha fatto registrare 103 intimidazioni ai danni di amministratori locali, e poi incendi di strutture pubbliche, spari su beni comunali, recapiti di proiettili a uffici pubblici in 222 comuni (il 54% del totale dei comuni calabresi), mentre lo Stato ha decretato 37 scioglimenti per infiltrazioni mafiose. In un simile contesto, non sorprende che siano stati destinatari di attentati e minacce anche alcuni sacerdoti (tra cui l’autore di questo testo, ndr).
Nasce in questo scenario il progetto Costruire speranza. Il quale intende valorizzare, più che il valore economico del bene confiscato, il bene educativo, per la diffusione di una cultura di legalità. Nei casi di destinazione sociale del bene confiscato, il significato che passa di bocca in bocca tra la gente è infatti che la ’ndrangheta non ci perde solo il bene, ma la faccia. Monsignor Giuseppe Merisi e don Francesco Soddu, presidente e direttore di Caritas Italiana, al convegno di lancio del progetto hanno efficacemente ribadito che «le mafie sono strutture di peccato» e che «costruire speranza significa passare da un’opera di denuncia ad azioni appassionate, individuali e collettive, di popolo e di istituzioni, al fine di realizzare legalità e solidarietà».

Alcune, insufficienti
In Calabria esistono alcune, e insufficienti, iniziative gestite da soggetti ecclesiali, dedite a educare, ma costrette a fare i conti con la forza antagonista del contesto mafioso. Iniziative che altrove vengono valutate come educazione civica o di socializzazione, da noi, provocati dalla radicata educazione alla ’ndrangheta, assumono anche la ratio di educazione alla legalità.
Eppure, sentirsi la ’ndrangheta sul collo impegna a organizzare attività educative specifiche. Non si parte da zero, esistono poche ma buone realtà ecclesiali impegnate in questo. Esse gestiscono corsi di educazione alla legalità rivolti a maestri e maestre, oppure sono catechisti che tengono le lezioni ai piccoli, anche ai figli di “quella” famiglia notoriamente mafiosa, sfidando le disapprovazioni. Sono chiese che collaborano con le scuole per sensibilizzare gli studenti a partecipare alle sfilate di protesta contro episodi di omicidio, di pallottole vaganti, di bombe fatte scoppiare presso aziende o negozi.
Sono gruppi che promuovono feste della legalità nella piazza del paese, dove anche i mafiosi possono osservarti e giudicarti. Sono gruppi parrocchiali e movimenti laicali che invitano personaggi a dialogare sul consumo e sul traffico di droga, tutt’ora nelle mani della ’ndrangheta. Sono persone attive nelle associazioni antiracket, che educano coi fatti a non pagare il pizzo.
Sono comunità situate in paesini dell’entroterra, che aggregano gli adolescenti in bande musicali, senza nascondere l’intenzione di ostacolare il loro coinvolgimento in bande criminali. Sono volontari e volontarie gestori di parchi gioco in zone ad alto tasso di criminalità mafiosa, destinati ai piccoli di tutte le famiglie, anche di quelle in cui gli adulti si massacrano reciprocamente. Sono doposcuola che evitano esposizioni mediatiche per non mettere in vista i figli di ’ndranghetisti uccisi o in carcere.
Alcune sono attività che è prudente non divulgare, perché si metterebbe a repentaglio l’incolumità e la vita stessa di persone, famiglie, educatori. Come quando si aiuta una persona ad abbandonare il proprio clan di mafia, o s’inventano soluzioni migratorie per orfani e mamme, perché fuggano lontano e tronchino così il vortice delle vendette senza fine. In altri casi tutto è palese: per esempio, quando una cooperativa agricola opera su terreni confiscati alla mafia, o si aprono servizi sociali e culturali negli edifici confiscati. Una Caritas diocesana da oltre un decennio ha sede in una struttura confiscata.
Dietro a questi esempi, e ad altri che si potrebbero enumerare in Calabria, c’è la presenza di uomini e donne di chiesa e strutture messe a disposizione dalle parrocchie: queste realtà, però, sono buone ma poche. E soprattutto non sono ancora diventate “cose nostre”, preoccupazioni della Chiesa, perché sostanzialmente ancora delegate a un numero esiguo di volonterosi. Ma oggi, a mezzo secolo dal Concilio Vaticano II, siamo più consapevoli che le iniziative di contrasto ai poteri e alle logiche perverse dei mafiosi devono venire assunte più responsabilmente dalle chiese locali, proprio in quanto chiese. Sul fenomeno del contrasto dell’illegalità nel Mezzogiorno non bastano bei documenti: si sente indispensabile che la Chiesa scenda concretamente in campo con interventi corali. Pienamente ecclesiali.

Droga libera? Prima difendiamo l’anello debole: i tossicodipendenti

di Don Giacomo Panizza

Ho seguito con attenzione il dibattito lanciato da Calabria Ora sulla liberalizzazione delle droghe leggere.
Io credo che sia opportuno un rilancio di attenzione su questo problema, evitando di discuterlo “all’italiana”, trattandolo come tema estivo, senza continuità. È un tema da assumere seriamente, evitando di mandarlo alle lunghe.

Io metto le mani avanti evitando di denominare “droga leggera” la marijuana. Credo che non valga più tanto la distinzione tra droghe leggere e pesanti riguardo alle sostanze stupefacenti. Perché è un po’ come per il vino e i liquori, che hanno sì una differenza di gradi alcolici, ma la componente quantitativa, la “dose”, non è ininfluente. Si diventa ugualmente alcolizzati coi vini e coi liquori.

Ciononostante, ritengo che legalizzare la marijuana possa vibrare un bel colpo alla ’ndrangheta, ma non un colpo mortale. Anche perché gli introiti illegali intascati stanno viaggiando sui mercati legali come investimenti e non come depositi fermi. E i clan sono capacissimi di rilanciare le estorsioni, al sud e anche al nord e all’estero. Occorre prendere sul serio anche la ’ndrangheta.

Le problematiche della droga non si limitano ai giri di compravendita gestiti dalle mafie. C’è ad esempio la produzione. In Paesi del centroamerica o del medio oriente, dove l’ONU ha avviato programmi di riconversione delle piantagioni illegali, i prodotti agricoli sostitutivi non stanno dando ricavi sui quali poterci vivere. C’è stato un flop! Quei prodotti sono soggetti ai prezzi stabiliti dal mercato agricolo internazionale, che sono prezzi iniqui, dannosi per i proprietari terrieri quanto per i lavoratori dipendenti o stagionali.

Da quanto ho colto, a me pare che si stia ponendo la questione “droga e ’ndrangheta” in maniera limitata, polarizzata, mentre andrebbe allargata ad altre componenti, perché è una questione che tocca non marginalmente altri aspetti, quali i consumatori che ne fanno uso e abuso, altri che ne sono dipendenti nel corpo e nella psiche, altri ancora che sono familiari e amici, altri medici, e infermieri, e forze dell’ordine e guardie carcerarie, e avvocati e giudici, e ditte e incidenti e altro ancora, che formano e modificano la cultura, la società, la coesione sociale.

Si tratta insomma di una problematica con molte cause e molti effetti incontrollabili, che coinvolge molti soggetti e molti fattori, e sconvolge molte persone e progetti del presente e del futuro. Insomma: le problematiche connesse alla droga non si limitano al mercato della droga ma si sommano anche al mercato della droga e influiscono sulla vita dei singoli e della società, del mercato e della cultura, delle libertà personali come della democrazia.

Tempo addietro, Craxi aveva associato il problema della droga ai drogati, anche perché aveva in mente mire di governo e modalità di governare poggiate sul fondamento della paura. Ma sappiamo che non è vero che gira la droga per sola colpa di chi si droga.
Nel 2012 non possiamo più ignorare l’esistenza di ogni altro fattore oltre all’arricchirsi delle mafie attraverso il mercato internazionale degli stupefacenti. Il legislatore ha legalizzato di fatto alcol e gioco d’azzardo per fare cassa, ci sono le mode giovanili che ritengono l’assunzione di droghe non una devianza ma uno status, siamo in una società che adesso ha tolleranza verso gli stili di consumo di certe sostanze, eccetera. E rimane da dirci, con leale corresponsabilità, quale società vogliamo. Una società di cura o di abbandono dei suoi componenti “indeboliti” o di componenti liberi di autodistruggersi?

In una società pluralista, dire “droga legale” è dire “droga immorale”? Il problema non è la droga, non è la sostanza, ma la gestione umana e umanizzante della sostanza.

Così, secondo me, un dibattito incorniciato nel binomio mafia e droga, va integrato con altri fattori. Di etica ad esempio.
La persona tossicodipendente ha problemi umani di libertà e di cittadinanza, di diritti e doveri da gestire.
Ha difficoltà riguardo al “vedere”, volere, decidere, avere e usare strumenti autonomamente.

La Regione Calabria, riguardo agli strumenti per la lotta alla droga, per la consapevolezza dei danni dell’uso e abuso di sostanze, per togliere dalla droga chi ne è dipendente, non ha fatto la sua parte.
Ha riconosciuto l’Atto di intesa Stato-Regioni del 5-8-1999, per la cura delle dipendenze, ma ha formalmente riconosciuto di fatto solo i Servizi per le Dipendenze (Ser.D) e due modalità di servizi territoriali (le cosiddette comunità terapeutiche riabilitative e comunità pedagogiche riabilitative), tralasciando tutti gli altri (pronta accoglienza residenziale, centri diurni a bassa soglia, area intermedia a bassa soglia, servizio per le alcoldipendenze, servizio per la comorbilità psichiatrica, o doppia diagnosi, servizio terapeutico riabilitativo donne con figli e coppie). Inoltre, da 5 anni ha lasciato cadere il dettato della legge nazionale n. 45 del 18-2-1999, che stabilisce interventi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria per i tossicodipendenti, riguardanti la prevenzione, l’informazione, l’educazione sanitaria, la promozione della salute e del benessere, la riduzione del danno, ecc.

I tossicodipendenti e le persone a rischio calabresi hanno meno servizi e meno tipologie di servizi degli altri in Italia.
La politica calabrese, che ha mandato in tilt il sistema sanità, non ha speso tanto per la salute dei calabresi, tantomeno per chi ha abusato di sostanze e ne è diventato dipendente, non considerando l’importanza di investire in educazione, socializzazione, informazione su droga e mafie, in occupazione giovanile e in servizi dedicati ai tossicodipendenti, anche nelle carceri, per come prescritto per legge. Ha speso per altro e altri.
In sintesi: legalizzare la droga contro l’arricchirsi della ’ndrangheta e tralasciare gli altri appetiti derivanti dal mercato mondiale e locale delle droghe, e mettendo da parte la necessità di prevenire, curare e riabilitare chi incappa nella dipendenza dalle sostanze, è condannare i drogati, l’anello più debole della filiera, a diventare “scimmie”, a drogarsi senza avere appigli per poter ritornare persone nuovamente capaci dei loro individuali diritti e doveri di cittadinanza.

Calabria Ora 10 luglio 2012

La morte di Franco può dire qualcosa al piano di rientro della sanità calabrese?

di Giacomo Panizza
La notte del 26 gennaio è morto Franco, una persona con disabilità, molto debole a causa della distrofia muscolare. In questi mesi, le tensioni con gli addetti del comparto socio sanitario regionale l’hanno sovrastato e debilitato ben oltre l’evoluzione della sua malattia.

È stato, col fratello Mimmo e altre persone in carrozzina a rotelle, tra i pochi che in Calabria mettono in atto vere lotte di opposizione ai ricoveri nelle strutture assistenziali che imprigionano e catalogano nella fila degli ultimi, dei diversi e dimenticati. Franco partecipava al gruppo che elabora proposte positive per sé e per gli altri, servizi di sostegno all’ordinario vivere nella società. Rifiutava di venire escluso, si sentiva normale e di valere. Si sentiva persona, come tutti.

Tra le proposte concrete, compartecipava alla sperimentazione del progetto “Abitare in autonomia” con la Regione Calabria, ma la Regione, col termine dell’ultimo anno – pur sapendo che costa meno qualche ora di assistenza a casa che un ricovero residenziale – sta accampando problemi economici, mettendo in campo schermaglie, alibi, il nascondersi dietro un dito con rimpalli di competenza tra gli Uffici alla sanità e gli Uffici per i servizi sociali. La minaccia di sospensione dell’assistenza, sofferta come violenza ai diritti basilari e ai suoi bisogni vitali, ha mandato Franco in depressione. L’insicurezza di poter essere assistito a casa sua, a Tiriolo insieme al fratello Mimmo, e lo spettro del ricovero chissà dove, han contribuito ad aggravargli il quadro psicosomatico rendendolo più fragile e vulnerabile. Non ce l’ha fatta.

Altre persone con disabilità subiscono lo stesso ricatto, sprovviste di tutele sindacali perché assistite da pochi operatori, sono indebolite da mesi di ansia, stordimento, paura dell’irrazionale esito di una vicenda per la quale la politica socio sanitaria calabrese le costringe alla morte civile ricoverandole in istituti, Rsa, case protette e quant’altro, piuttosto che garantire loro la vita normale presso abitazioni nel loro territorio.

Tutti ci chiediamo: che sanità è quella che porta alla depressione e non cura? E che sociale è quello che abbandona chi non può nemmeno lavarsi cucinare vestirsi muoversi autonomamente? Lo chiediamo alla Regione Calabria! In particolare a quei politici, dirigenti e burocrati che non si sono nemmeno accorti che Franco è morto prima della sua ora.

Al contrario, la Calabria ha bisogno di amministratori che nello svolgimento del loro dovere si accorgono delle persone malate e deboli che lottano contro la morte civile, che esigono di rimanere nel pieno della vita sociale. Non abbiamo bisogno di una scriteriata politica che attua piani di rientro ragionieristici, ma di una politica che si prende cura di far rientrare la perduta dignità umana delle persone ammalate.
Lamezia Terme, 27 gennaio 2011

Elenco delle cose che mi piacciono del Sud

di Giacomo Panizza

FABIO FAZIO:
Don Giacomo Panizza, fondatore della comunità “Progetto Sud”, legge l’Elenco delle cose che mi piacciono del Sud

DON GIACOMO PANIZZA:
Del Sud mi piace chi se ne sta a mani nude, disarmate; chi non si lascia tentare ad opporsi ai violenti coi loro stessi metodi.

Mi piace tenermi negli occhi la luce, il cielo, il mare con le Eolie dentro e la riga del sole rosso che ci tramonta dietro.

Mi piace ascoltare la gente del Sud parlare le sue parole.

Dal Sud ho imparato che non tutto è urgente, non tutto deve essere perfetto o in orario, non tutto è essenziale: e mi è piaciuto.

Al Sud mi piace chi fa il padrino senza fare il padrone, chi fa doni per amicizia e non per legarti al suo clan.

Mi piacciono le madri che non dimenticano i figli, qualunque cosa abbiano combinato; madri che supplicano i boss di ’ndrangheta di svelare dove hanno buttato o seppellito i loro figli, spariti di lupara bianca, per portarci un fiore.

Del Sud mi piacciono le donne, attente e appassionate, con cuori grandi.

Mi piace vedere i giovani “sbattersi” coi partiti politici, con l’utopia di rinnovare i partiti e la politica.

Mi piacciono quelli che in tribunale si ricordano le facce e le parole di chi ha chiesto loro il pizzo, indicandoli davanti a tutti.

Mi è piaciuta l’idea di emigrare a rovescio, di andare a conoscere limbo e inferno, purgatorio e paradiso, la mia vita con altri altrove.

La ‘ndrangheta come luogo di educazione totale

di Giacomo Panizza

Le due scuole

Il western dava la prima scena di botte. «Vai vai, menalo», tuonò all’improvviso Giuseppe nel buio della sala. Digrignava «Uccidilo! spaccagli le mani!». Il “buono”, scaraventato all’esterno del vagone postale, stava fortunosamente aggrappato allo stipite della porta del treno che sfrecciava nella prateria. In affanno, era alla mercé del “cattivo” il quale, senza perder tempo, corse alla sacca dei dollari e se la svignò per le carrozze posteriori. «Cornuto!» sentenziò Giuseppe, mentre io sulla poltrona accanto appuntavo nella mente alcune domande da rivolgergli al momento opportuno.
Quella sera Giuseppe aveva da poco compiuto 17 anni. Poiché era minorenne, il giudice l’aveva affidato al nostro Gruppo appartamento in alternativa al carcere, in prova, al fine di poter vagliare al meglio sue eventuali possibilità di sganciamento e riabilitazione da quel gruppo criminale di stampo mafioso di adulti insieme ai quali era stato catturato al Passo Aquavona, sopra Lamezia Terme, durante uno scontro a fuoco coi carabinieri.
Non avevo mai visto nessuno indignarsi tanto col “cattivo” perché questi se ne scappava coi soldi senza aver prima eliminato il “buono”, sfracellandogli le nocche delle dita di quelle mani ben enfatizzate dalla macchina da presa per creare suspense, che lo mantenevano penzolante fuori dal treno in corsa.
Al rientro gli evocai il tifo accalorato che aveva espresso durante certe scene del film, e dal suo dire risaltava il suo impersonarsi negli avversari degli “infami della legge” e il suo preciso quadro valoriale circa come si sta al mondo. Ci credeva. In sintesi, mi spiegò che nessun Gruppo appartamento o carcere minorile o degli adulti né altro avrebbe potuto fermare i giovani di ’ndrangheta. Per la prima volta in vita mia capivo che non stavo ascoltando parole sulla mafia ma dalla mafia. Era giovanissimo. Non aveva concluso le scuole dell’obbligo ma si notava che alla mafia vi era stato educato e aveva imparato benissimo.
Dopo quell’episodio, solo rare volte ho avuto la sensazione di riudire parole di mafia dal di dentro. Sensazione che provai anche immerso nella lettura di Anime nere di Gioacchino Criaco (Rubbettino 2008) fresco di stampa.
«A quel tempo ci sembrava normale chiamare porco un uomo, quello era il nome coniato dai rudi e cinici pastori della montagna per gli ostaggi che numerosi soggiornavano negli intricati boschi dell’Aspromonte (…) Il porco camminava tranquillo, non aveva mai chiesto soste acqua o cibo, così arrivammo prima del previsto (…) La mattina seguente, come sempre, prendemmo l’autobus delle 6 e 30 che ci portava in città ai banchi del liceo, dove ci ritrovammo, seduti, ad affrontare cinque ore di lezione. Tre studenti normali».
I tre giovanissimi protagonisti frequentano il liceo e le operazioni di sequestro. Sono due scuole, di cui la prima – il liceo – serve loro per apprendere saperi tecnici e funzionali, mentre la seconda – fatta di sequestri, omicidi, traffici di droga, carceri, eccetera – rappresenta i basilari saperi della vita.
Quello che l’Autore definisce romanzo, sostenendo che il libro tratti fatti e personaggi frutto di pura fantasia, pare più la descrizione circostanziata di avvenimenti accaduti a persone e “famiglie” vere. I vissuti dei clan e gli elenchi di fatti di mafia locale e di “mafia export” (vedi Mafia export di Francesco Forgione, Baldini Castoldi Dalai 2009) sono particolareggiati, alcuni paiono come appresi di prima mano e altri con la prima socializzazione. Frasario, logiche ed episodi gli escono dalla penna e da sotto la pelle come espressioni di persona ben informata e consapevole. Tranne (voluti?) paragrafi misurati, sembra di leggere genuine esperienze dei giovani di ’ndrangheta, avvenimenti reali romanzati.
Da ciò e da come scrive, l’Autore mostra di conoscere da vicino i comportamenti di ’ndrangheta, esperienze che toccano un’alta percentuale di giovani calabresi in quanto facenti parte di quel contesto, o perché lo vedono da vicino, o lo captano da discorsi e da modi di dire, o attraverso la lettura dei frequenti articoli di cronaca, o dai commenti a sentenze dei tribunali e ad altri atti giudiziari. La stessa vicenda di suo fratello Pietro, catturato recentemente in seguito a una latitanza di undici anni e condannato a venti, che sta scontando in regime di 41bis, non viene menzionata nel libro, ma di certo contribuisce a fornirgli le parole di una cultura che traspare dai tantissimi risvolti che emergono dal “romanzo”. Libri simili diventano necessari per aiutare i più a comprendere l’humus culturale della ’ndrangheta andando oltre la sua dimensione militare e di business. Come il caso di Gomorra, essi illuminano il lettore sulle chiavi interpretative di un quotidiano rimosso ma ben attuale, che polarizza e indirizza i giovani di ’ndrangheta e anche oltre, perché è fuor di dubbio che la ’ndrangheta insegna forma ed educa anche oltre i perimetri dei clan insinuandosi fin dentro le famiglie “normali” nel senso di ordinarie. Quelle che tacendo consentono alla ’ndrangheta di spadroneggiare. Infatti, il luogo d’incidenza della sua interazione educativa è la situazione reale: ieri la famiglia e il territorio, e oggi, con la globalizzazione, vi ha aggiunto il mondo. Da Gomorra:
«Era soddisfatto, ora quantomeno suo figlio non era da meno del figlio di suo fratello. Facemmo la solita cantilena, il suo catechismo:
“Robbe’, cos’è un uomo senza laurea e con la pistola?”
“Uno stronzo con la pistola”.
“Bravo. Cos’è un uomo con la laurea senza pistola?”
“Uno stronzo con la laurea…”
“Bravo. Cos’è un uomo con la laurea e con la pistola?”
“Un uomo, papà!”
“Bravo, Robertino!” »
Dentro la mentalità comune confluiscono più forme di mafiosità: quella dei boss e quella delle donne di mafia, quella dei giovani in carriera nelle cosche e quella degli altri giovani, ma anche quella che si respira nelle relazioni, nelle parole e nei silenzi delle città. Tutto ciò non accade per caso. Si esprime attraverso regole “educative” piegate al raggiungimento degli scopi criminali dei clan, non certo della crescita umana dei suoi giovani componenti, per i quali è stabilito che sia secondario persino il sentimento di amicizia.
Rivolte all’interno come regolamenti rigidi, queste regole si impongono nelle comunità locali come regolazione sociale. Esse insegnano ai giovani il potere della forza, l’importanza di riprodurre modalità rigide e ripetitive di comportamenti sociali, come ad esempio riscuotere il pizzo, mostrano che chi apprende, dopo essere stato messo alla prova, ottiene fiducia e fa carriera interna. L’educazione dei giovani criminali avviene sul campo, anche attraverso le condanne, pure feroci, di coloro che sbagliano e dimostrano che uno sparuto gruppo di persone riesce ad “ammaestrare” interi quartieri e un’intera città.
I giovani di oggi, rispetto a quelli di ’ndrangheta di un decennio fa, non hanno solo da imparare dai loro “vecchi”; a loro volta possiedono strumenti nuovi per poter insegnare cose nuove e utili ai genitori, ai capi, ai boss, perché come i loro coetanei hanno familiarità con linguaggi e saperi digitali, capacità specifiche di contabilità, ragioneria, partita Iva, finanza, fiscalità, acquisite alla “scuola normale”.

L’educazione della forza
Se come proposto da Luigi Monti nel primo numero della rivista “gli asini” (Oggi e domani, 2010) per educazione intendiamo «tutti i discorsi, gli ambiti e le attività legate alla formazione dei valori e alla trasmissione della cultura», l’educazione praticata nelle famiglie di ’ndrangheta è fatta di comportamenti e parole che esprimono significati e giudizi di valore stabiliti dalla ’ndrangheta stessa; e questo essa lo trasmette all’interno e all’esterno fin dove le serve. Cosa sia bene e cosa sia male non viene ricercato o studiato nella realtà oggettiva, ma viene stabilito dai clan in maniera autoreferenziale, a seconda dei loro mutevoli interessi di dominio e di ricchezza che connotano onorabilità dubbie, essendo persino modificabili a piacimento. Ad esempio, in determinati periodi storici, nella ’ndrangheta si reputava disonorevole gestire la prostituzione e il traffico di droga, invece da qualche lustro non è più così: alcuni clan calabresi controllano prostituzione e tratta e altri si sono trasformati nei maggiori trafficanti di droga del mondo.
Abitualmente si pensa alla ’ndrangheta come a un’organizzazione introversa ammantata di omertà. In verità, il non parlare e non far sapere non le si addice, poiché essa vuole dire, insegnare, educare. «La ’ndrangheta è un’associazione segreta che vuol farsi conoscere da tutti» (è il titolo di un mio articolo apparso su “Lo straniero” n.82, 2007) poiché non occulta le azioni che compie – nemmeno quando fa sparire qualcuno di lupara bianca -, ma le firma, vi imprime i “suoi” significati e li comunica. Non conquista solo denaro, merci, beni e persone, ma anche i significati. In stridente opposizione alle varie pedagogie emancipatrici, la ’ndrangheta più che la forza dell’educazione attua l’educazione della forza. Considera tutte le componenti della definizione di educazione citata di Luigi Monti, però ha “suoi” discorsi, ambiti, attività, valori, e li trasmette coi codici culturali che essa stessa foggia ed esprime, sia con le buone che con le cattive maniere.
Verso i “suoi” giovani si manifesta come educazione totale in cui azioni, senso ed etica assumono le spiegazioni attribuite dai clan, da ritenere esaustive e impermeabili a interpretazioni diverse, derivanti dalla ragione o dalla religione o dal senso comune. È un’educazione etero diretta, in cui all’educando non viene concessa alcuna possibilità di emanciparsi e di raggiungere un individuazione del sè, per cui i giovani di ’ndrangheta faticano a distanziarsi e a mettere sotto critica il quadro di riferimento dei propri modi di agire, pensare e giudicare. Non si percepiscono “criminali” come generalmente vengono intesi, o come definiti sul dizionario, o come configurati dalle leggi dello stato. Lo stesso termine “crimine” a loro dice forza, superiorità, avvedutezza, bravura e affini, gratificanti significati. “Crimine è la funzione ricoperta dall’affiliato che ha la responsabilità delle azioni criminali del locale” (Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, Fratelli di sangue, Pellegrini 2006). È un’educazione performante, al punto che essi intendono come “bene” ciò che per gli altri è inteso come “male”. Siamo di fronte a un’educazione totale poiché totale è il controllo operato da parte di chi educa e totalizzanti sono i metodi e i significati che trasmette a chi viene educato. Lo si deduce anche dal come le mafie – non solo la ’ndrangheta – padroneggiano e manipolano sentimenti e valori della famiglia, da come usano e stravolgono simboli e significati religiosi, da come ritualizzano, formano, premiano e castigano.
Un’esperienza diretta mi ha fornito una lezione chiara sulla pervasività di quest’educazione totale.
Cito dal mio Finchè ne vollero. Diario spirituale perché materiale, Paoline 2002: «11 Luglio 1997. Oggi devo nascondere dei “piccoli” con la mamma, la quale intende denunciare le violenze subite in una ’ndrina, una famiglia che fa parte di un clan. Li accompagno in automobile fino a uno dei nostri “rifugi”, dove li seguiremo per alcune settimane, fintanto che la mamma farà la deposizione dal giudice. Al contempo si dovrà trovare casa e lavoro lontano dalla Calabria e dai luoghi di classica emigrazione calabrese. Conto su suor Rosetta e sulle sue suore.
Il piccolo maschio davanti a due sorelline, una più piccola e l’altra più grande di lui, e alla mamma, si atteggia a comandante. Fa il capofamiglia. Mi dice che è colpa delle “donne” se tutti loro sono costretti, ora, a nascondersi alla ’ndrangheta. Soggiunge: “Siamo in questa situazione perché loro (e mi addita tutte e tre le donne) hanno cantato!”. Vivevano in una cosca che li “proteggeva”, i figli non hanno lo stesso padre, e nessuno li ha legalmente riconosciuti se non la mamma. Lei non ce l’ha fatta più e ha denunciato chi picchiava lei e chi maltrattava le piccole. Ma lui, il capofamiglia, non vede queste cose. Il piccolo ha capito (sic!) che cosa devono vedere e fare i maschi e che cosa le femmine.”
Nel tempo trascorso con la ’ndrina, quel bambino aveva ricevuto l’educazione sufficiente per assimilarsi ad essa, assorbendo i discorsi, gli ambiti, le attività legate alla formazione dei valori e alla trasmissione della mentalità.
L’educazione della forza – che è il contrario della forza dell’educazione -, nella storia d’Italia non è retaggio dei soli contesti di mafia o di alcune regioni del Sud. Ad esempio, l’hanno conosciuta molti italiani di ieri, formati con l’educazione totale del regime fascista, come in altri modi la si conosce in molti anche oggi, nella forza suadente di poteri vari e di mass media che intasano il pensiero, distruggono l’intelligenza critica, inondano di sofismi qualsiasi spunto di indagine sulle obiettività dei fatti e sul dibattito antropologico ed etico. È un’educazione strisciante che si percepisce meno della brutalità fascista, ma l’approccio pedagogico è identico, è dispotico.
L’undicenne capofamiglia sopra citato, tuttavia, alla fine del viaggio in automobile mi ha fatto gustare la sua parte viva di cucciolo d’uomo.
«Al pomeriggio li accompagno in macchina verso il nascondiglio. Mentre viaggiamo sta piovendo. Il piccolino (di dieci anni), che si è messo sul sedile davanti, mette il dito sulla foto di Niki (dieci anni) che tengo sul cruscotto. “Chi è?”, mi domanda. (…) insiste: “Chi è?”. Tradisce un’ansia e una curiosità che colgo subito. “È mio figlio”, gli dico (…) mi chiede se va a scuola, se gioca al pallone, per quale squadra di serie A tifa… E parla, parla, parla.” (ancora da Finchè ne vollero).
Questa “parte viva”, umana, pulita, non si riaccende solo nei bambini; essa irrompe anche nelle coscienze dei giovani di mafia, incoraggiandoli a smettere di abbruttirsi e a desiderare di cambiare vita. L’educazione alla ’ndrangheta non produce automaticamente risultati totalizzanti, però, troppi di coloro che la subiscono vengono costretti a esercitare la forza, minacciare persone, far esplodere saracinesche e automobili, estorcere denaro a commercianti e imprenditori, sparare pallottole nelle case, sequestrare uomini donne e bambini, contrabbandare, uccidere, compromettendo così ogni possibilità di vivere la propria esistenza libera e unica, poiché adesso conoscono troppe cose della ’ndrangheta, compresa la certezza che essa permetterà loro di distaccarsi solo da morti.

I rischi e le sfide. Politiche sociali e ruolo del terzo settore

di Giacomo Panizza
Mi fa molto piacere essere presente al trentennale del “Gruppo Solidarietà”. Fabio Ragaini mi ha invitato, tra gli altri, chiedendomi di raccontare un pezzo di storia del terzo settore per come mi è capitato di viverla in alcune sue varie trasformazioni, tenendo presente la sua rilevanza sociale e alcune sfide future rappresentate dalla storia – come il dato di essere in un’Italia di 150 anni passata da Regno di sudditi a Repubblica di cittadini e cittadine -, dalla cultura – come ci ha descritto Roberto Mancini -, e dalla politica – specialmente quella irrinunciabile puntualizzata da Tiziano Vecchiato -.
Nel mio parlare, userò un certo linguaggio ed esprimerò dei punti di vista provenienti da esperienze sociali vissute. Sono parziali modi di leggere e interpretare; eppure, chi fa volontariato o comunque è impegnato nel terzo settore, deve necessariamente passare attraverso l’agire, pensarlo e ripensarlo. Sa che deve dire la sua, come sa di dover ascoltare le ragioni di altri, conoscitori di altri settori. Il contatto con persone, famiglie, comunità locali e istituzioni, ci porta a vivere esperienze spesso gratificanti, “calde”, attraenti e coinvolgenti; altre volte faticose, contraddittorie e conflittuali: e per tutto questo, quando serve, ci facciamo aiutare da altri che studiano certe discipline umanistiche, sociali, economiche, organizzative o, come oggi con Mancini, ci mettiamo in ascolto della filosofia, o anche della spiritualità. Avendo a cuore di “far bene il bene”, ci facciamo aiutare volentieri.

Il gruppo che fa comunità: ieri spontaneo, oggi e domani una sfida
Come mai vi siete denominati “Gruppo Solidarietà”? Trent’anni fa, “gruppo” e “solidarietà” erano termini palesemente contrari a “istituto” e a “emarginazione”, e allo stesso tempo sottolineavano qualcosa cui si aspirava. Gruppo è indicativo di quel periodo. Connotava leggerezza e apertura, aspetti relazionali ed esistenziali. Dice di un’organizzazione leggera, nella quale suddividere compiti a turno, intercambiabili. Invita a condividere i saperi e le pratiche. Mette insieme persone differenti con interessi diversi. La parola gruppo ci portava a questi aspetti, a condividere alcuni scopi, e a narrarci: quante storie ci siamo raccontati in gruppo, quelle di chi veniva ad aiutare e di chi veniva a chiedere aiuto. E ci illuminavamo: al posto dei libri a quei tempi c’erano tantissimi di questi racconti.
Ogni gruppo fa “potere” nei territori, fa capitale sociale, soggettualità… e fa anche fare qualche nemico nella geografia dei poteri locali. Tante di queste cose, io le ho capite vivendole ma anche riflettendoci e facendomi aiutare da chi ci studia sopra.
Mi sono dilungato sul termine “gruppo” perché a distanza di trent’anni nel linguaggio del terzo settore si sono introdotti i termini “servizi”, “associazione”, “cooperativa”, “fondazione”, “ente”, “impresa sociale” e altri ancora, come “manager”, con significati più specializzati. Il che va bene, ma ritengo che il terzo settore non debba tralasciare i significati sociali, relazionali ed esistenziali dell’essere e fare gruppo. Mi permetto di sottolineare che nel terzo settore si rischia di perdere la dimensione del “gruppo”, appiattendosi su quella di “organizzazione”. Entrambe sono importanti, ma oggi nella società si vanno indebolendo le relazioni, la condivisione di scopi comuni, la valorizzazione di ciascuna e tutte le persone, la fidelizzazione ad appartenenze aperte, il radicamento sociale; mentre invece li vanno riscoprendo le intelligenti organizzazioni economiche.

Ciò che oggi denominiamo “terzo settore” ha avuto un imprinting
Che cosa stava accadendo a metà anni ’70 nel campo socio assistenziale? Accanto agli interventi concentrati sostanzialmente negli istituti di ricovero, si andavano diffondendo capillari iniziative “leggere”, di piccole dimensioni e con buone intuizioni valoriali ma deboli nei saperi professionali e nell’offrire garanzie di continuità. Iniziative al 90% di ispirazione ecclesiale. Io ho vissuto da dentro quel momento “magico”, l’ideatore del quale fu monsignor Giovanni Nervo, a nome della Caritas italiana. Cosa proponeva? Giovanni Nervo propose di sdoganare questi soggetti che svolgevano assistenza sociale, perché ormai stavano stretti nella chiesa e alla chiesa. Certamente la chiesa rimaneva presente, vicina, ma si riteneva importante fare in modo che queste realtà costituissero autonome soggettualità giuridiche, e autonomi movimenti civili.
Ci siamo indaffarati a creare questa novità. Abbiamo un po’ bisticciato sul nome dea dare a questo “mondo” che già si presentava come arcipelago: la parola “volontariato” suscitava perplessità perché – vi rendete conto – in quegli anni il volontario era colui che firmava per la leva militare. In tempi di guerra fredda tra la Russia e l’America, le quali mettevano basi missilistiche un po’ dappertutto, parecchi di noi facevamo fatica a digerire questa parola, ma alla fine l’abbiamo assunta per il motivo che si portava dietro l’idea di impegno volontario per la giustizia sociale e la solidarietà, riscontrabile nel cristianesimo, nelle ideologie socialiste, nella cultura anarchica e dal volontarismo etico.
L’imprinting è rintracciabile nelle mille facce della solidarietà che si andava esprimendo in molteplici modalità. Erano modi di organizzarsi con radici lontane nella storia italiana. Dopo secoli di cristallizzazione nelle forme di enti e di congregazioni religiose, in un breve periodo essi si sono articolati in quello che chiamiamo il “terzo settore”. Solo talune componenti politiche e sindacali ci criticavano, sostenendo che ciò che andavamo facendo come “privati” doveva piuttosto trovare la sua collocazione nel welfare statuale. Lo stato infatti, con a capo un partito di cattolici, non dava cenno di voler istituire il sistema di welfare di cui c’era bisogno, ma la contropartita di ciò che i nostri critici ci chiedevano era di lasciare a se stessi i bisognosi i poveri e gli emarginati che incontravamo, al fine di far scoppiare il bubbone politico. Noi abbiamo preferito scommettere sul farsi carico di alcune persone e categorie bisognose e parallelamente premere sui vari governi nazionali succeduti e su istituzioni regionali proponendo di legiferare in materia di welfare. Tiziano Vecchiato può garantire dei vari tentativi agiti in più tappe, fino al varo della 328 del 2000.
Inoltre, andavamo in giro a spiegare a persone-gruppi-enti “di chiesa” che essi erano persone-gruppi-enti “civili”, chiamati a responsabilità storiche e sociali e non solo ecclesiali, e che il paese aveva bisogno di più cittadini solidali che di un nucleo di cristiani benefattori. Considerando la genesi di questo pezzo di storia, propongo che quest’assemblea incarichi Tiziano Vecchiato, perché della Fondazione Zancan, di portare a don Giovanni un grande grazie a nome di tutti noi.
Quel movimento di sperimentatori si è collegato, e si è confrontato sui temi dell’uguaglianza e della giustizia sociale, della solidarietà nelle sue dimensioni umane e sociali, economiche e istituzionali, sul fare bene il bene dotandosi di competenze e strumenti adeguati ad aiutare e accompagnare chi ne avesse bisogno. Ha preso parola e, da raggruppamento di privati benefattori, si è trasformato in volontariato prima e in terzo settore poi.
Questa riprogettazione dei gruppi sociali ha giuridicamente e concettualmente aiutato a separare dalla chiesa istituzionale una miriade di iniziative da essa e con essa promosse; ha anche liberato l’autonomia dei gruppi di impegno sociale, fino a venire considerati nell’articolo 118 della costituzione rinnovellata; ha stabilito le premesse per varie leggi regolatrici degli interventi promossi dal basso della società. Ma la realtà sociale s’è dimostrata più grande e complessa di quella che allora avevamo inteso fronteggiare con il volontariato. L’Italia non è un paese per volontari. Ancora oggi, risultano scoperte vaste problematiche sociali, non inquadrabili nel volontariato ma solo in un idoneo sistema di solidarietà pubblica di welfare.

Lo stato sceglie di abbandonare il sociale, e il sociale organizza risposte
Ce ne siamo accorti subito. In seguito all’approvazione del DPR 616 dell’estate 1977, abbiamo percepito che gli amministratori degli enti locali, seppur incaricati con decreto, non davano segno di volersi assumere i compiti degli enti disciolti. Avrebbero aperto spazi a enti di diversa natura: privati lucrativi? di beneficenza? di che tipo?
Simili interrogativi serpeggiavano nei raggruppamenti dei volontariati. Abbiamo dovuto interrogarci per decidere il da farsi, che comportava la certezza più che il rischio di trasformare parecchi nostri gruppi in enti di servizio per la gestione di servizi territoriali: realtà che richiedevano di andare oltre il volontariato, che in definitiva esigevano la gestione di servizi stabili, con garanzie di personale a tempo pieno, con sostegno economico adeguato al mantenimento di strutture e alla continuità educativa, terapeutica, riabilitativa eccetera. Ad esempio, il Cnca – coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza – si è costituito storicamente durante questa fase, collegando tra loro realtà già esistenti alle quali di fatto andava stretto l’essere gruppo di volontariato – senza ancora una legge – , poiché la gestione di case e comunità di accoglienza richiedeva organizzazioni stabili dotate di forme giuridiche e contrattuali che esulavano dal volontariato in generale.
Queste modificazioni legislative delle responsabilità degli enti locali territoriali e di articolazioni dei gruppi, hanno spianato la strada all’accrescimento numerico e tipologico del terzo settore, per cui man mano vennero varate delle leggi che altro non fecero che riconoscere le attività e i servizi che il nostro mondo sociale aveva già inventato e messo in campo per l’animazione sociale, i minori, l’handicap, le dipendenze, e così via.
Questa fase, al di là dei vari compromessi tra partiti politici e raggruppamenti sociali loro cinghie di trasmissione, a mio avviso ha prodotto leggi sostanzialmente buone per l’operatività del terzo settore. Meno buone per la garanzia dei diritti delle persone bisognose e vulnerabili. Infatti il rischio, tutt’ora persistente, consiste nel pensiero diffuso che i servizi sociali sono migliori se a gestirli è il terzo settore e non il comune o la provincia o la regione o loro strumenti operativi come le aziende sanitarie.
Altro rischio è la scarsa conoscenza delle politiche sociali, per cui ancora troppa gente si riferisce a ciascun singolo servizio come se fosse una realtà compiuta in se stessa e non come parte di un complesso di servizi e professioni sociali messi a sistema. È invalso questo modo riduttivo e distorto di concepire le “risposte” sociali, anche in vari soggetti del terzo settore, per cui – specie in tempi di crisi e di tagli – ognuno di essi bada a se stesso, operando in maniera che venga finanziato “quel” particolare servizio, ostacolando l’idea di costruire sui territori un valido sistema integrato di interventi e servizi sociali.

Tre soglie con protagonismo e ambiguità
Della storia del volontariato, trasformato e ricomposto nel terzo settore, sottolineo tre passaggi, tre soglie storiche in cui è stato protagonista di sfide e di rischi.
Considero il triennio 1975-78 come la prima soglia. In questo frangente di protagonismo sperimentatore, si è coagulato il movimento del volontariato, il quale si è autocompreso e autoproposto; ha dichiarato e imposto la sua soggettualità nel panorama culturale e sociale, politico e perfino istituzionale; si è dato il nome, ha intravisto dei percorsi e li ha sperimentati direttamente. Qui stavamo in sintonia con le nuove leggi nazionali che traspiravano sicurezza sociale e diritti per tutti: il DPR 616/77 per la soppressione degli enti inutili e il decentramento di tante materie ai territori, le riforme della psichiatria, della sanità, del carcere, della scuola, e altre ancora, un po’ tutte caratterizzate – rispetto al passato – da un maggior coinvolgimento, oltre che degli addetti ai lavori, dei soggetti sociali nella prevenzione e nella partecipazione alla soluzione delle problematiche sociali.
Una seconda soglia la situerei a cavallo del 1990, di quest’altra corposa stagione di leggi sociali, puntate a riconoscere e rafforzare ma anche a “utilizzare” il terzo settore: la 266 sui rapporti tra il volontariato e le istituzioni, la 381 sulle cooperative sociali, la 104 sull’handicap, la 285 sui minori, la 162 sulle tossicodipendenze, la 135 sull’Aids, e così via. Qui, non poche associazioni di volontariato e cooperative sociali, svolgono attività sociali da cosiddetti “utili idioti”, fornendo alibi a enti locali latitanti. Numerosi volontari e volontarie “si lasciano” strumentalizzare nelle cooperative sociali e nella gestione al ribasso di servizi sociali. Complessivamente il terzo settore indebolisce il welfare, mettendo le pezze rinuncia a portare avanti una strategia per costruire i primi passi di una necessaria riforma dell’assistenza in Italia, senza pudore delega la riflessione sulle sue esperienze a enti esterni e con esso benevoli, come la Fivol.
La terza soglia la porrei nel 2000, nella promulgazione della legge 328. Qui – dato per scontato il ruolo del terzo settore nella gestione dei servizi e nella partecipazione alla costruzione del sistema integrato del welfare territoriale – scatta opportunamente la regolazione dei servizi messi in campo: dall’accreditamento alle rette, dalla programmazione alla valutazione, dai pagamenti alle penalità. La nota positiva della 328 nei confronti del terzo settore riguarda senz’altro la partecipazione ai tavoli dei piani di zona. Io non so come sia andata da voi nelle Marche, ma in Calabria ho potuto vedere cordate del terzo settore imporre ai tavoli la lista dei bisogni territoriali, bisogni che non erano altro che quelli dei quali essi stessi detengono i servizi. Conflitti d’interessi palesi. Quali cambiamenti si apporteranno alla cultura, alla politica, al bene comune, ai sistemi di potere?
Nel periodo in cui pare tramontata la stagione delle grandi associazioni quali cinghia di trasmissione dei partiti politici che le foraggiavano in cambio di voti, esistono dei rischi e delle sfide che interrogano esclusivamente il terzo settore.
Pensiamoci: com’è possibile che non si facciano battaglie sulle cose che abbiamo sentito qui stamattina, ma si mettono tutte le energie sul recuperare il 5per1000 nella finanziaria? É possibile che non si accndano conflitti nei territori, nelle regioni, a scala nazionale? Soltanto due o tre volte il nostro mondo si è radunato in piazza a Roma per dire che “la solidarietà non è un optional”, e manifestando per qualche taglio a qualche finanziaria. Anche le proposte alternative che si elaborano insieme a “Sbilanciamoci!”, diventano battaglie scaricate sui rappresentanti nazionali, delegati a contrattare con governi e ministeri punti su cui nemmeno tra loro sono uniti!
E qui abbiamo un rischio nel rischio: rappresentato dai non pochi leader del terzo settore, che agiscono la loro leadership a somma zero, prime donne rincorrenti le telecamere e le candidature politiche, conosciutissimi, i quali convogliano la mole di energie dei gruppi su se stessi e non sul benessere sociale, sulla carriera personale e non sulla crescita del gruppo, sul capo e non sui ricambi di leadership e di ruoli, sul “pater” e non sull’autonomia delle persone in carico, che infantilizza chiamandoli “i miei ragazzi”.
Un altro grosso rischio l’ha espresso Tiziano Vecchiato. Abbiamo un paese colabrodo. Io ho qui appuntato “un’Italia a pezze colorate”, cioè con politiche sociali disuguali. Ad esempio, la Calabria per i servizi sociali stanzia 27 euro annui pro capite: sette, dieci, venti volte meno dell’una o l’altra o quell’altra regione, e di conseguenza non ha il numero di operatori sociali e neppure di servizi come le altre. Che faremo con la sfida del federalismo, se non decolleremo dalla stessa linea di partenza? Il federalismo rimane una bella sfida, rimane che devo farci i conti, che non posso accontentarmi di sostenere che la Calabria faccia di tutto per ottenere i soldi della perequazione, ma anche pretendere e fare in modo che la Calabria impari a spendere correttamente i soldi di cui già dispone.

Alla riscoperta di valori e di strumenti nei rischi e nelle sfide del terzo settore
Gli strumenti di supporto al terzo settore e alle sue componenti e articolazioni, di cui ci siamo dotati in quest’ultimo decennio, rappresentano una sfida e un rischio da assumere con intelligenza e saggezza storica, perché a me paiono fragili economicamente e democraticamente, e ambivalenti se non addirittura ambigui. Mi riferisco ai convegni e alle conferenze del volontariato, che troppo spesso sono sul volontariato. Sto parlando anche del Forum nazionale del terzo settore, con al suo interno una spinosa questione di potere e di rappresentanza tra i componenti. Così anche i Centri di servizio del volontariato, vere sfide ai gruppi di volontariato, perché li utilizzino meglio come loro strumenti e non come loro suggeritori o rappresentanti. Parlo anche della Fondazione per il Sud, dei criteri coi quali sceglie sia i progetti che i territori da sostenere, con una’autonomia al di sopra di tutti e tutto, facendo così la “sua” e non una generale politica sociale. Parlo dell’autonomia acritica e della pletora dei destinatari del 5×1000, di cui ho già detto. Ecco, questi strumenti presentano aspetti positivi e altri di ambiguità di cui è importante per il terzo settore esserne consapevoli.
Dal nugolo dei valori emergenti dall’esperienza del volontariato prima e del terzo settore poi, ci possono essere principi da riscoprire e conservare anche per il futuro prossimo, perché validi e forse persino irrinunciabili?
Conosciamo quelli che sono ritenuti “i valori del volontariato”, la gratuità, la solidarietà, la qualità delle relazioni con l’altro, la sussidiarietà, la responsabilità, la cittadinanza, il suo ruolo politico, la sua funzione culturale. E i suoi atteggiamenti e ruoli, la sua presenza preziosa, la sua la sua la sua. Ecco, credo che siano tutti aspetti grandiosi e preziosi, in certa misura validi anche per il resto del terzo settore. Però oggi vorrei ricordare che alla base di questi valori non dovremmo porre il volontariato e il terzo settore, ma le persone tutte, specialmente quelle che hanno bisogno del volontariato e del terzo settore e inoltre della società e delle istituzioni, per poter ritornare “persone” compiutamente di eguale rispetto alle altre.
La rilevanza, il “peso” incommensurabile della dignità umana di ciascuno e di tutti, è il fondamento del nostro e altrui impegno. Nessuna persona è di Serie B. L’abbaglio maggiore che noi corriamo è quello di passare sopra alla dignità umana di chi viene aiutato, e anche di chi aiuta. Quando operiamo con la tratta, con la prostituzione, con il fine vita, ovunque con chiunque è dipendente dalle nostre cure, ci ricordiamo che stiamo operando sull’alto livello della dignità umana?

La sfida della complementarietà tra differenti diritti
In questi giorni i giornali ci martellano col dibattito sull’irrinunciabilità dei diritti politici, sull’ingiustizia di escludere alcune liste del Lazio e della Lombardia dalli competizione elettorale di quelle regioni. Dicono che “non è lecito non far votare il popolo” perché verrebbe privato del suo diritto di voto. Ma certo! Però nemmeno si può continuare a rischiare di morire in ospedale come avviene in Calabria, non si può esser privati di relazioni umane come capita in più parti d’Italia, non si può venire imbottiti di farmaci, non avere servizi, vivere in ghetti, dover viaggiare mille chilometri per una diagnosi, dover abbandonare genitori casa amici per sottoporsi a un programma di riabilitazione un’ora al giorno per la durata di vent’anni o per tutta la vita! Sapete perché io sono in Calabria? Perché negli anni ’70 un gruppo di calabresi con disabilità e in carrozzella aveva chiesto di ricoverarsi alla Comunità di Capodarco di Fermo per poter fare fisioterapia e, opportunamente, invece che spostare tutti quanti loro, in accordo la comunità ha spostato me.
Cito questi esempi per sostenere che anche i diritti sociali son irrinunciabili, che hanno parità cogli altri diritti, e non sono da meno. Sono equivalenti. Non si può dar retta a chi a maggioranza numerica pretende – e spesso ci riesce – di tagliare sulle spese sociali dei cittadini più poveri di lui. La sfida per il terzo settore diventa anche quella di rendere più sociale la politica; e anche di travasare socialità nell’economia di mercato.
La scommessa futura del terzo settore certo non verterà su aspetti di natura tecnica, pur importanti, ma sarà piuttosto quella di volare alto, di esprimere consapevolezza e eticità di gruppi che socializzano il territorio. Io sono nato a Brescia e mi rendo conto che socializzare il territorio a Brescia è differente che a Lamezia Terme, dove c’è la ’ndrangheta, un non-stato che socializza a modo suo zona per zona, violenza su violenza.
Comunque e ovunque, sarà importante il modo di porsi come gruppi, oltre che come enti e servizi. Anche al tempo di internet. Gruppi per l’utilità pubblica, specialmente per persone e categorie fragili e vulnerabili. Gruppi di persone persuase della dignità e dei diritti umani di tutti, anche del “diritto di dare” agito non solo dal volontario ma anche dalla persona con disabilità, o sofferente mentale, o dipendente da sostanze, o povera in canna, o immigrata. Costoro non devono solo ricevere ma raggiungere la possibilità di potere a loro volta dare, vivere la verità esistenziale che davvero “è più bello donare che ricevere”.

Di nuovo mi complimento per i trent’anni del Gruppo Solidarietà, e auguro ai componenti e alla sua rete sociale di continuare ad essere un gruppo radicato nel territorio e con lo sguardo sul mondo; un gruppo che non ha paura del futuro quando gli chiederà coerenza, rigore, radicalità. Una scossa forte al terzo settore si prefigura quella diretta a minare i nostri valori quando, col pretesto dei tagli e della crisi, ci chiederanno di operare beneficenza e non promozione dell’autonomia delle persone; così come quando tenteranno di imporci di snaturare le nostre professioni sociali per farcele declinare in custodia, controllo, separazione dei deboli a tutela dei benestanti e benpensanti. Ebbene: con 30 anni di esperienza dal basso sapete da soli a chi e quando dovrete rispondere coi vostri “no” o coi vostri “sì”. Auguri.

Nota informativa della Comunità Progetto Sud riguardante il recente attentato di stampo mafioso

di Giacomo Panizza
La Comunità Progetto Sud ringrazia le tantissime persone che, a nome proprio o di gruppi sociali, enti pubblici e privati, hanno manifestato solidarietà e incoraggiamento, in seguito al recente attentato subito. La vostra è una calda e corale vicinanza che ci aiuta a mantenere e ravvivare gli ideali di accoglienza, giustizia sociale e legalità.

L’officina meccanica che ha visionato i due automezzi danneggiati ha confermato che i tubi dei freni sono stati tranciati di netto, e inoltre ha rilevato la manomissione del sistema ABS. Insomma: chi ha agito non intendeva semplicemente danneggiare qualche automobile ma intimorire e nuocere a persone, indifferentemente se operatori della comunità o disabili in situazione di handicap grave. Infatti, uno dei mezzi guastati è omologato per il trasporto di persone in carrozzina a rotelle. La ripida discesa antistante la sede della Comunità di Via Conforti di Lamezia Terme non lascia dubbi sulla pericolosità del messaggio criminale; solo la prontezza di riflessi ad afferrare il freno a mano ha salvato gli autisti e gli altri occupanti dei veicoli. È un attentato oltre che un avvertimento.

Di fronte a questo episodio delinquenziale, ho potuto scorgere nei volti dei soci e dei collaboratori della Comunità Progetto Sud alcune espressioni di smarrimento, ma poi il coraggio e la speranza hanno ripreso la loro quotidiana robustezza.
All’opposto, invece, ho provato a immaginare le espressioni di chi, nella notte tra il 2 e il 3 novembre, è venuto nascostamente a compiere un gesto malvagio, di chiaro stampo mafioso. Sotto quei tuoni fragorosi e quel diluvio che pioveva dal cielo, come vi sentivate mentre tagliavate i fili e i tubicini dei freni? E mentre stavate sdraiati per terra, con la schiena inzuppata nel lago d’acqua, mentre vi accanivate sull’ABS per danneggiare di più la stabilità dell’automobile? Avete fatto un pensiero a chi vi ha comandato di fare questo? Vi siete chiesti se vi stima? Di certo no! Chi vi comanda di “lavorare” di nascosto vi usa e getta: quanto gli importa di voi, della vostra dignità e coscienza, della vostra salute e del vostro futuro? Invece la Comunità Progetto Sud vi augura che possiate divenire più capaci di apprezzarvi, di amare la coscienza pulita, la vostra salute, il vostro futuro, insieme all’amore di qualcuno che vi è caro e al quale siete cari.

Vi auguriamo di acquisire coraggio e speranza nella vita, provando esperienze di bene e non di male, esperienze di libertà e non di manovalanza ai boss, provando a sentire quanto sia bello vivere rispettandosi e aiutandosi a vicenda.

Lamezia Terme, 6 novembre 2009