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Petali. Giugno 2026. Percorsi di pacificazione

di Maria Pia Tucci

Parole di pace in tempo di guerra è un quaderno di voci e pensieri raccolti sul campo da Anna Maria Bernardini Manaconda. Insegnate in tempo di guerra a Siena. Un volumetto dato alle stampe nel 2013 da Mario Alighiero Manacorda (1914-2013), insigne storico dell’educazione. Dentro c’è la voce di ragazzi e ragazze che riescono, in pieno conflitto, siamo negli anni ’40, ad esprimere il loro percorso interiore di pacificazione.

Petali di giugno ci conduce proprio a questa riflessione.

Un sentiero ce lo indica Marianella Sclavi, attraverso un’esperienza di respiro europeo e tradotta nel saggio ” Elogio dei tre saperi” in una Nantes che si interroga e rinasce da una sconfitta politica divenendo luogo di democrazia deliberativa.

La lettura di Petali ci porta  poi alle scelte, nate e cresciute all’interno di Comunità Progetto Sud, quelle di Beppe Rozzoni e di Anna Bambara. È tempo anche di progetti che ci portano ad espandere la visione per la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Green sentinel ci offre infatti  l’opportunità di avviare una collaborazione transfrontaliera.

Giugno è stato anche il mese della strage di Amendolara di cui consegniamo la riflessione di don Giacomo Panizza e della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata all’interno del Trame Festival e anche il mese in cui abbiamo divulgato i numeri su Azzardo patologico e usura in Calabria.

Buona lettura!

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

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Petali. Marzo 2026. Ambiente e biodiversità

Felicità è la parola che tiene insieme ambiente e biodiversità. Francesco Bevilacqua, giornalista e scrittore,  Annamaria Bavaro, presidente della Cooperativa sociale Le Agricole,  Caterina Pozzi, Presidente del CNCA, ci accompagnano in questo numero di Petali di marzo con le loro riflessioni sul valore dell’ambiente e della relazione che intercorre tra questo e la giustizia sociale.

Interrogarsi su bellezza, clima, luoghi è davvero come parlare della felicità? Saper interpretare e interagire con il patrimonio naturalistico, ripensare gli interventi sociali,  instillare in ogni persona il senso di cura può ancora essere parte efficace di un’educazione ambientale capace di riconciliare la relazione dell’umano con l’ambiente?

Buona lettura

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

Immagine di copertina: Maurizio Carnevali, Murales, particolare, – L’altra casa – Lamezia Terme (CZ)

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Petali. Gennaio 2026. Le metamorfosi della vita in comune

“Harry” è la parola che ha segnato la Calabria e le isole maggiori dell’ Italia in questo mese di gennaio.

La nostra regione, come Sicilia e Sardegna, è stata sferzata da venti di Sud-Est che hanno impattato sulle coste esposte al mare Ionio e causato danni ingenti alle cose.

Un territorio fragile, il nostro, che ha subito un cambiamento dovuto a un ciclone le cui caratteristiche sono più affini alle perturbazioni meteo-marine oceaniche che non a quelle del Mare Nostrum.

Harry potrà essere d’ora in poi nominato anche come una metafora, ed è di questa figura retorica che ci serviamo per intraprendere questo viaggio con cui Petali, la nostra Newsletter, farà compagnia a noi e ai nostri lettori in questo anno 2026.

Nel 1975-76, anni in cui la Comunità Progetto Sud ha preso forma ed è nata, qualcosa è cambiato. E quel cambiamento, generato da scelte di vita e di visione, ha portato a metamorfosi personali, comunitarie e sociali.

E chi sono le persone che hanno fatto quelle scelte e perché?

Chi ha partecipato e partecipa, come e cosa vede e farà?

Le metamorfosi della vita in comune continuano, perché l’impegno nel sociale cambia insieme alla società.

Ci accompagneremo per dodici mesi a narrazioni e visioni di ieri di oggi e di domani; alle persone e alle cose; agli sguardi e ai progetti ambiziosi nel sociale della Comunità Progetto Sud. Da costruire con la Calabria.

In Petali di Gennaio 2026, Don Giacomo Panizza, Angela Regio e Giorgia Gargano ci accompagnano in questo viaggio delle Metamorfosi.

Buona lettura!

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud. ed è curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

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Dignità. Petali. La newsletter di novembre 2025

«Neppure io vorrei esser digerito! – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio». Carlo Collodi, ne Le avventure di Pinocchio mette in bocca al pesce, in dialogo con il bambino-burattino con il quale si ritrova nel ventre del pesce-cane, una parola simbolo dell’ universo morale che fa rima con libertà e diritti.

Parola ad alto uso, come definisce l’Accademia della Crusca, tanto da non essere assente in nessun momento della storia, della letteratura, della filosofia. Da San Francesco nel Cantico delle Creature a Kant, quando ne declina il suo significato sociale nella “Metafisica dei Costumi” “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.” 

Ed è quello che afferma la Dichiarazione universale dei diritti umani all’art. 1. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

Quale dignità oggi, per bambini e bambine? Quale dignità e diritto alla cura per chi è nel circuito delle dipendenze? Per chi non è più libero da se stesso da poter riconoscere e avere riconosciuta la propria dignità?

Questo mese di novembre, in modo trasversale, ci ha messo in relazione con azioni che da sempre, nell’etica della Comunità Progetto Sud, fanno i conti con i diritti di bambini e bambine, con l’attenzione alle fragilità dei percorsi di recupero dalle dipendenze e con l’attenzione alle povertà che sono più che mai urgenza da affrontare con politiche adeguate alle esigenze dei territori, delle famiglie, delle periferie sociali.

“Io sono stato in giro, sono stato al mondo
dentro la notte a ritrovare il giorno
guardo in alto, guardo in là
e guardo la strada che va
ai guardiani che incontro chiedo dove sarà
dov’è che abita la dignità”.

Dignità. Francesco De Gregori

Foto in evidenza di Maria Pia Tucci

goffredo fofi nella sua stanza a via conforti, comunità progetto sud

L’amicizia e gli insegnamenti profondi di Goffredo Fofi

di Marina Galati*

Ci sono amicizie profonde, vissute con “leggerezza”, di quelle che non imbrigliano, ti accompagnano e nutrono il nostro esistere. 

Da più di trent’anni avevi intrecciato la tua amicizia con il nostro piccolo gruppo di “comunitari”. Andavi e venivi dalla nostra casa, dove anche gli angoli ti erano ormai familiari. Negli ultimi anni raccontavi a tutti che, prima o poi, ti saresti ritirato a vivere qui in Calabria. Ci ridevamo su, insieme ad alcuni amici degli Asini, perché non riuscivamo a immaginarti fermo in un solo luogo. Eppure, quando ripartivi, mi telefonavi spesso al mattino per dirmi dove eri, su cosa stavi lavorando, e che presto saresti ritornato. Io ti rassicuravo: “Noi siamo qui”. Tre giorni prima di morire, tu in ospedale, noi a cena abbiamo fatto l’ultima telefonata. Ci hai salutato tutti dicendo: “Tra qualche giorno arrivo, vi voglio bene, siete la mia famiglia.”

È una mattina d’estate, come tante. Mi preparo a sorseggiare il caffè.
Dal portone della comunità in cui vivo intravedo, da un lato, uno scorcio di mare, dall’altro la luce delicata del sole che si leva. In quell’istante, un turbine di immagini e ricordi si affaccia alla mente. Nel silenzio più profondo, avverto la tua assenza.

Eravamo soliti ritrovarci alle sei del mattino, seduti su una panchina nel cortile della comunità, con una tazza di caffè tra le mani. Le chiacchiere ci trasportavano: io ti ascoltavo, attenta, mentre raccontavi di tutto. Storie lontane, persone sconosciute, i giovani dei raduni che organizzavi, i tuoi viaggi in treno, i miei in Africa.

Eri curioso per natura e io desiderosa di intrecciare la mia vita con altre vite, altre esperienze. Non mi sono mai considerata un’intellettuale, come te, ma piuttosto un’operatrice sociale e una ricercatrice: una “persuasa” del lavoro sociale, politico ed etico, come amavi definirmi.

Nei tuoi scritti parlavi spesso dell’impegno delle “minoranze attive”: il dovere di agire accanto a chi fa più fatica, agli esclusi, per aiutarli a riappropriarsi della conoscenza, a trovare voce, a raccontarsi partendo dalle proprie storie di vita. Mi hai sempre spinto a scrivere, anche se ero restia, delle mie esperienze con la disabilità, le persone con AIDS, le donne vittime di tratta, i migranti e la comunità rom. A volte ti scagliavi contro accademici e professori universitari, spesso troppo distanti dalla vita reale, incapaci di generare cultura viva e di formare coscienze critiche.

Quest’anno, in Calabria, ti invitai a partecipare con me a una riunione con un gruppo di giovani rom. Stavamo studiando il documento sulle Strategie nazionali di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030. Quella sera nacque una discussione intensa: interventi per capire meglio, per interrogarsi su cosa fare per il Campo Rom di Scordovillo di Lamezia, il più grande del Sud Italia. Tornando a casa, mi ringraziasti, dicendo: «Questo è fare militanza culturale».

Durante i tuoi soggiorni in Calabria camminavamo a lungo sulla spiaggia, nelle ore chiare del mattino o al calare del sole. Le conversazioni oscillavano tra ricordi e progetti, tra il passato che ci segnava e il futuro che cercavamo di immaginare. Pensavamo al Sud e alle nuove generazioni impegnate nel sociale, divisi tra le contraddizioni del presente e le visioni di un futuro possibile. Sempre al centro, una domanda: Che fare? Cosa leggere, cosa proporre, come riunire persone del Sud per discutere collettivamente, per interrogarsi insieme e, soprattutto, tradurre le idee in azioni concrete. Perché, come mi dicevi: «Abbiamo il dovere di capire, di indignarci, di agire».

Il Sud è stato sempre al centro del tuo interesse. Raccontavi che la tua prima formazione era germogliata lì, a Palermo, accanto a Danilo Dolci. Anche quando la vita ti conduceva a Roma e i tuoi viaggi ti portavano in ogni parte d’Italia, riuscivi sempre a mantenere vivi i legami con le persone, le comunità e i luoghi del Sud. Continuavi a crederlo: proprio qui era ancora possibile coltivare una “resistenza attiva”, dar vita a gesti di disobbedienza civile, immaginare il cambiamento.

Goffredo Fofi, Marina Galati. Foto di Maria Pia Tucci
Goffredo Fofi, Marina Galati. Foto di Maria Pia Tucci

Ti indignavi davanti a operatori sociali e culturali che vedevi ormai “fiacchi e spenti”. Eppure, dopo ogni discorso intriso di pessimismo, sapevi sempre trovare una ragione per continuare ad agire: un’azione concreta da intraprendere, un’idea da mettere in moto, una rete di persone da coinvolgere subito. In fondo, dentro di te — critico e pessimista per vocazione — ardeva sempre una speranza: quella di resistere, di costruire dal basso forme condivise di resistenza, di dare impulso a movimenti culturali e sociali capaci di ridisegnare il senso stesso della collettività.

Ogni tua ripartenza era preceduta da appunti scritti insieme: proposte da avanzare, persone da contattare, date da fissare. L’ultima volta avevamo discusso della pedagogia degli adulti. Mi avevi promesso che saresti tornato ad agosto per completare un testo a cui tenevi molto. Ripetevi con forza: «Oggi più che mai dobbiamo occuparci della pedagogia degli adulti e dell’educazione».

Credo che questa sia la responsabilità che ci affidi: un’eredità collettiva da cogliere, custodire e rilanciare.

*Marina Galati è Direttrice e co-fondatrice di Comunità Progetto Sud

Nell’immagine in evidenza Goffredo Fofi nella sua stanza-studio in Comunità Progetto Sud
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Ricordo di Goffredo Fofi

di Marco Gatto*

Nell’ultimo viaggio assieme verso Lamezia, a maggio scorso, entrambi contenti dell’esito di un bel convegno dedicato ad Alessandro Leogrande che si era svolto all’Unical, Goffredo mi aveva parlato dei progetti a cui lavorare nei mesi successivi. Un nuovo seminario sulla questione meridionale, forse un foglio di rivista su temi urgenti e soprattutto – lo ripeteva con convinzione – una radio capace di farsi megafono militante. Mi chiedeva, come al solito, di cercare giovani capaci e collaboratori attenti. “Più materiale, meno intellettuale!”, mi ammoniva. Era particolarmente felice (ne avrebbe scritto proprio in quei giorni su “il manifesto”) di aver scoperto un’attenzione vera e sincera per l’opera di Leogrande e per le questioni che il Sud solleva oggi nelle menti delle generazioni più esposte alla tragedia dei nostri tempi.

Goffredo è stato un convinto meridionalista. Spesso lo si dimentica. La sua struttura culturale prendeva respiro dall’esperienza in Sicilia con Danilo Dolci negli anni Cinquanta e si prolungava, nel tempo, con la necessità, che sentiva particolarmente pressante, di interrogare i grandi centri meridionali, da Palermo a Napoli, e soprattutto i margini, nei quali provava a riconoscere e a sollecitare germogli di resistenza al torpore normalizzato. Il suo lavoro – un lavoro unico, che lo rende irriducibilmente novecentesco e che, nello stesso tempo, lo indentifica come maestro del domani – è stato quello di esplorare e conoscere in profondità e in presa diretta i luoghi, le persone, le situazioni sociali, i momenti di conflitto, valorizzando le esperienze meno riconosciute, meno legittimate dal discorso istituzionale. In esse vedeva la realtà delle cose, una trasformazione possibile.

Tra i tanti insegnamenti, molti dei quali gli provenivano dai pensatori nonviolenti e da una schietta traiettoria socialista, ne vorrei ricordare due. Il primo, vissuto come imperativo morale, è quello di non accettare, di saper dire di no, di praticare il dissenso; il secondo, che al primo è legato, prevede di essere spietati con se stessi, per resistere alle lusinghe del potere, piccolo o grande che sia. Nella lezione di Goffredo, critica e autocritica convivono, sotto il segno di un fallimento che deve sempre costituire motivo di rilancio e mai di rinvio, mai di deresponsabilizzazione. Ecco perché uno dei suoi inviti da preservare consiste nel difendersi dalla trasformazione della cultura in sterile gioco di società o, come amava dire ultimamente, in oppio del popolo. Se questa mutazione del sapere in spettacolo avviene al Sud, bisogna protestare: perché non di festival, di sagre o di premi qualunquistici, né di sedativi occasionali, buoni per i turisti o per chi resta, avremmo bisogno, bensì di politica – e, per Goffredo, politica e cultura erano sinonimi.

Chiediamoci allora che senso abbia raccoglierne l’eredità. Il suo bastone ci avrebbe indicato due o tre cose da fare (da fare subito e seriamente): mettere insieme le forze, cercare di capire assieme cosa stia succedendo qui e nel mondo, collegare i conflitti, e comprendere che i nostri privilegi coincidono spesso con le sofferenze altrui. Purché lo si faccia senza narcisismi, senza la viltà delle consorterie, senza avere la presunzione di rappresentare i “buoni”. Una rivista, una radio: la costruzione di una collettività che non accetta e che spinge gli altri a non accettare. Per dirgli grazie e per cercare ancora.

*Marco Gatto è Professore Associato  di Critica e Letteratura Comparata all’Università della Calabria

Nella foto in evidenza: Goffredo Fofi e Marco Gatto. Foto dall’archivio di Marco Gatto

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EUFEMIA. Petali. La newsletter di giugno 2025

EUFEMIA

La curatrice a chi legge. Di Maria Pia Tucci

«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. Di una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda».

É il 1972 quando Italo Calvino consegna alla letteratura e al mondo “Le città invisibili”.

Dialogo, viaggio, immaginario. Aspirazioni. Città come filosofie incantante di necessità e virtù.

Ma cosa sono oggi le città? Quali sono le domande di chi le abita e chi è il moderno Marco Polo e chi il Kublai Khan? quali le sfide, la memoria e gli scambi?

Quello che è certo è che tra le città dello scrittore italiano nato a Cuba, c’è “Eufemia” dove «Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia… E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restare sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio».

La Città Lamezia è Eufemia, Nicastro, Sambiase.

Una città che a giugno si è interrogata e ha fatto esercizio di memoria e libertà partecipando a Trame.14 Festival dei libri sulle mafie, una Città ha scelto il nuovo Sindaco. Ed è in questa Città, e oltre, che la Comunità Progetto Sud, mentre si avvia al suo mezzo secolo con nuove visioni e altri progetti, coltiva  le sue reti e sta nel mondo.

petali, luglio agosto 2024

Autonomìa. Petali luglio – agosto 2024

Se la parola autonomìa deriva greco αὐτονομία, autòs – nòmos cioè legge/regola (nomòs) di se stesso (autòs) autonomìa è, dunque, un termine per identificare la libertà o la sudditanza?

Nel nostro cammino di Comunità Progetto Sud, possiamo dire che l’autonomìa è stato, ed è, un fatto prima di essere una parola. Un’aspirazione e un diritto di tutte e tutti alla libertà di autodeterminarsi, soprattutto per le per persone con disabilità. Quel decidere per sé con gli altri e in ragione della collettività. Quel replicare e rilanciare alla costruzione di una libertà individuale all’interno e conforme alla parità di condizioni sociali garantite e da garantire.

Oggi, sul tavolo delle politiche nazionali, a ricaduta locale, c’è la partita importante dell’ “autonomia differenziata”. Qui la domanda è: siamo davanti a un ossimoro?

La riflessione sulle parole che fa sbocciare mensilmente i nostri “petali” sta nel prendere parte al dibattito sull’autonomìa differenziata delle Regioni a statuto ordinario, approvata definitivamente dal Parlamento Italiano e che ha nelle sue more la riforma del Titolo V della Costituzione. 11 articoli per ridefinire l’autonomìa in 23 materie tra le quali il diritto fondamentale della tutela della salute e i suoi livelli essenziali di prestazione (LEP).

«Una legge frettolosa – come l’ha definita il presidente di Comunità Progetto Sud, Don Giacomo Panizza – L’Autonomia differenziata c’è già da tempo. Va fermata. Va corretta. una legge che serve a una parte del Paese per legittimare e consolidare le disuguaglianze storiche, e così ostacola ai territori deboli le possibilità di poter rafforzare i processi della loro autonomia. Vista da Sud, questa legge frettolosa mira a non far sviluppare equamente i diritti e i doveri della gente. Gli ultimi rimarranno ultimi, in condizioni di dipendenza assistita … se avanzeranno dei soldi».

In questi petali che si fanno fiore anche in questo luglio-agosto 2024, vi racconteremo, di un nuovo laboratorio di Biodiversità, terremo traccia del viaggio fatto in Ucraina e delle piazze di Pace, faremo il resoconto del primo step del progetto “Che Impresa la scuola!” e lanciamo il bando per il servizio Civile 2024-2025.

La newsletter petali è a cura di di Maria Pia Tucci, giornalista, ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

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Petali: “Viola”. La newsletter di marzo 2024

a cura di Maria Pia Tucci,  Giornalista, Ufficio stampa della Comunità Progetto Sud

Il 2024 celebra i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia. Psichiatra e neurologo A lui il nome della Legge 180 del 1978. È lui che cercherà e riuscirà a trasformare i manicomi in comunità terapeutiche, in cui medici, operatori e pazienti possiedono pari dignità e pari diritti: i rapporti non sono più verticali, bensì orizzontali, e viene privilegiata la collaborazione tra pari.

Noi, Comunità Progetto Sud, abbiamo avuto il privilegio di essere contaminati da quella lotta per la pari dignità di diritti, dalla scienza e dalla parola al fatto di praticare la differenza grazie anche all’amicizia e alla collaborazione scientifica di Assunta Signorelli. Psichiatra eccellente, nata a Napoli e che con Basaglia ha lavorato a quell’esperienza di trasformazione istituzionale dei manicomi, sia nell’Ospedale Psichiatrico di Colorno (1971) che a Trieste (1972), dove è stata anche direttrice del Dipartimento di Salute Mentale.

A lei il viola che titola e apre questa newsletter di marzo con il racconto-ricordo appassionato di Angela Regio su Assunta Signorelli. Viola è il colore che Assunta amava, colore di cui vestiva anche i suoi capelli. Il viola che ci ricorda i diritti di ognuno.

E in questo marzo che cambia la stagione dell’anno, che ricorda e celebra le donne l’8 marzo, Marina Galati, la Direttrice di Comunità Progetto Sud, ha intrapreso un nuovo viaggio in terra d’ Africa, in Uganda, di cui ci da uno spaccato con un suo scritto.

Intanto qui, noi stanziali, abbiamo lavorato con il partenariato del Centro Antiviolenza Demetra alla divulgazione dei dati del 2023 e alla nuova programmazione del 2024 e così ne hanno parlato i media qui Il servizio della Rai TgR Calabria, Il Lametino. Il report lo trovate sul sito istituzionale del Come di Lamezia Terme .

Tra le ultime news leggerete com’è andato l’appuntamento di Decollatura, dove abbiamo presentato pubblicamente il progetto “Che impresa la Scuola!” e della proposta di una multi agenzia per il contrasto alla tratta degli esseri umani da sviluppare con il progetto In.C.I.P.I.T.

Nella sezione Petali per leggere: “Le dannate della terra” a cura di Alessandra Corrado, Lorena Leone, Rosanna Liotti, con la prefazione di Marina Galati e l’introduzione di Alessandra Corrado, Rubbettino Editore, di cui troverete il link per scaricare gratuitamente la pubblicazione.

Nella sezione Petali per esserci:l’evento del 13 aprile 2024 che si terrà in Sala Sintonia – via Antonio Reillo, 5. Lamezia Terme (CZ), ore 9:30. “Essere Orfani di femminicidio in Calabria” – a cura di RE.S.P.I.R.O., la rete di sostegno per percorsi di inclusione e resilienza con gli orfani speciali.

A tutti e tutte voi La nostra Buona Pasqua con un pensiero di don Giacomo Panizza.

Buona lettura!

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Assunta Signorelli: il gusto del vivere i cambiamenti sostanziali in direzione ostinata e contraria

di Angela Regio*

Io: “Ma che fai: prima ti lavi i denti e poi ti bevi il caffè?” Assunta: “Si, voglio che rimanga in bocca il sapore della caffeina per poi fumarmi con gusto una bella sigaretta”.

Ho sempre avuto questa immagine di Assunta Signorelli: una donna che gustava la vita anche nei suoi piccoli momenti quotidiani. Era stata questa sua predisposizione al “gusto del vivere” che l’aveva portata a diventare psichiatra e le aveva fatto intraprendere tante appassionate battaglie contro un sistema che continuava a relegare e rinchiudere le persone che esprimevano il loro disagio mentale verso le autorità costituite e l’organizzazione sociale. Tutto questo a dispetto della legge di Franco Basaglia del quale era stata entusiasta collaboratrice.

Da quando nell’agosto del 2006 era diventata Direttrice sanitaria dell’istituto Papa Giovanni XXXIII di Serra d’Aiello, aveva sollecitato alcuni di noi a diventare amministratori di sostegno per prenderci carico delle persone che lì erano rinchiuse da decenni e che, in un sol colpo, a causa dell’indagine giudiziaria balzata alle cronache non solo regionali ma anche nazionali, avevano perso il loro amministratore unico che deteneva i loro averi in un solo libretto indistinto: così come “indistinti” erano diventate tutte quelle persone quando avevano varcato la soglia di quel “manicomio”.

Il 13 maggio 2008, nel trentennale della Legge Basaglia – la 180/78, avevamo fatto nascere insieme una associazione di amministratori di sostegno con lo scopo di tutelare chi fino a quel momento non lo era stato e il nome, suggerito da Assunta, era già un programma: In direzione ostinata e contraria, ripreso dal titolo di un album di Fabrizio De Andrè.

In quella sua esperienza da “commissaria”, durata poco meno di tre anni, Assunta si sentiva, come piaceva a lei, di nuovo protagonista perché davanti le si presentava una sfida per un cambiamento sostanziale: portare un istituto di reclusione sociale ad una realtà aperta sul territorio e con la possibilità di sperimentare micro abitazioni autogestite dove le persone potessero riappropriarsi della dignità umana del sentirsi a casa propria.

Ricordo che delle quattro persone, affidate a me dal giudice tutelare come amministratrice di sostegno, insistentemente le chiedevo di leggere le poche carte disponibili, mi animava la volontà di conoscere più approfonditamente le loro storie e la incalzavo con continue domande alle quali, a volte, rispondeva nel suo modo tanto diretto da sembrare perfino scorbutico … e io, peggio di lei, insistevo!

Della signora Gina, in particolare, mi raccontò che, da quello che aveva ricostruito, era stata chiusa in quell’istituto nei primi anni sessanta verso i 45 anni e, verosimilmente, non perché presentasse gravi problemi mentali, ma semplicemente perché era “zitella”, quindi sola, abbandonata dai familiari. Abitava in uno dei più poveri paesini dell’entroterra calabrese racchiuso nelle serre vibonesi e faceva la sarta. Aveva portato con sé, nell’istituto, il corredo al quale aveva lavorato tutta la vita: lenzuola di lino ricamate, asciugamani di seta, copri letti di ciniglia. Così come una bella pensione da artigiana conseguita grazie ai tanti contributi costantemente versati. Una volta in istituto tutto era finito in chissà quali mani e la sua pensione nel conto indistinto!

Esprimevo ad Assunta la mia forte indignazione per tutte le ingiustizie che avevano dovuto subire tutte quelle persone e lei mi rispondeva con la durezza di chi ne aveva viste tante e ancora peggiori: «Sono i senza. Senza diritti, lavoro, casa, affetti, documenti e questo conviene ad un potere politico che si regge sull’ineguaglianza e sul sopruso».

Già, la politica. Anche su questa abbiamo avuto più di una volta degli accesi confronti. Da fervente e ostinata sessantottina giudicava la sinistra allora al governo, come asservita alle logiche delle grandi lobby e distante dai bisogni reali della classe lavoratrice. Sull’analisi sociale spesso concordavamo, ma sui metodi delle azioni da intraprendere per provare a cambiare una società ormai profondamente mutata dalla globalizzazione, ci scontravamo senza mezzi termini. Era sulla necessità di praticare la differenza che eravamo pienamente d’accordo: l’accettazione dell’altra e dell’altro da me non passa solo a livello del pensiero razionale ma va vissuta, appunto praticata, perché solo facendo esperienza gli uni con gli altri si impara a coglierne realmente l’essenza umana e lasciare da parte tutti gli inutili stereotipi.

In tutto Assunta manifestava il suo “gusto del vivere”: mi piace pensare che alla fine dei suoi giorni abbia potuto dirsi di aver vissuto in modo intenso e appassionato la propria vita. Una vita vera. Una vita gustosa.

 

*Angela Regio è sociologa, co-fondatrice della Comunità Progetto Sud e membro del CTG. È la responsabile dell’area disabilità e referente del Centro Autismo della Comunità Progetto Sud.