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«Comunità aperte vuol dire territori che crescono». Stefano Consiglio, Presidente della Fondazione con il Sud

di Maria Pia Tucci

 Stefano Consiglio è Economista e Professore di Organizzazione aziendale alla Università Federico II di Napoli. Dal 2023 è Presidente di Fondazione con il Sud, Ente non profit privato nato nel 2006 dall’alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del Terzo Settore e del volontariato, per promuovere l’infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno, cioè percorsi di coesione sociale e buone pratiche di rete per favorire lo sviluppo del Sud.

La Comunità Progetto Sud è stata sostenuta, negli anni, nell’avviare progettualità sociali e culturali, dalla Fondazione con il Sud e ancora oggi sono attive azioni e progettualità condivise.

Presidente Consiglio, qual è il ruolo della Fondazione con il Sud nei territori del Mezzogiorno?
La Fondazione con il Sud nasce con un obiettivo molto chiaro: stare al fianco di chi, nei territori del Sud Italia, prova concretamente a migliorare le cose. Noi crediamo profondamente che le comunità debbano essere affidate alle comunità stesse, in particolare a quelle realtà del Terzo Settore che operano ogni giorno sul campo. Il nostro lavoro non è sostituirci a chi vive e conosce i territori, ma sostenere, accompagnare, rafforzare quelle esperienze che lavorano nelle comunità e per le comunità.

In questo senso, una delle realtà più significative è sicuramente Comunità Progetto Sud, attiva in Calabria e in particolare nel territorio di Lamezia Terme. È un esempio importante, una testimonianza concreta del fatto che anche in contesti complessi, spesso raccontati solo per le loro difficoltà, esistono enormi opportunità e straordinarie energie positive.

2023 Stefano Consiglio visita il Centro autismo
2023_Stefano Consiglio visita il Centro autismo

Come è nato l’incontro tra la Fondazione e Progetto Sud?
È un incontro che risale a molti anni fa. Come accade per tutte le esperienze più solide, non è stato un episodio isolato, ma l’avvio di un percorso costruito nel tempo. Progetto Sud ha una caratteristica che noi riteniamo fondamentale: la capacità di intercettare sia le problematicità sia le opportunità del territorio. Non si limita a registrare i bisogni, ma li trasforma in occasioni di crescita collettiva.

C’è un aspetto che considero decisivo: l’approccio aperto. Troppe comunità rischiano di chiudersi, di ripiegarsi su sé stesse, di voler fare tutto esclusivamente con risorse interne. Questo è il modo peggiore per crescere. Una comunità deve certamente valorizzare ciò che possiede al proprio interno, ma deve anche sapersi aprire all’esterno, al diverso, a nuove competenze, a nuove persone, a nuove possibilità. Progetto Sud ha sempre dimostrato questa capacità di apertura, e anche grazie al nostro supporto è riuscita a realizzare interventi molto importanti sul territorio.

Qual è l’insegnamento più importante che esperienze come Progetto Sud offrono ai territori del Sud?
L’esperienza di Progetto Sud è una delle esperienze di riferimento per la nostra Fondazione. In questi anni abbiamo sostenuto oltre settemila realtà: alcune più strutturate, altre più piccole, ma tutte dimostrano che si può agire sui territori in maniera continuativa e incisiva.

C’è una frase che riassume bene questo spirito: nessuno da solo può fare niente. È necessario mettersi insieme, costruire alleanze, superare diffidenze. Si possono fare cose positive, si possono risolvere problemi complessi, ma occorre un lavoro collettivo e una visione condivisa. E soprattutto bisogna imparare a guardare alle fragilità non solo come limiti, ma come risorse da cui partire per costruire percorsi nuovi.

Qual è, secondo lei, l’elemento cruciale per lo sviluppo delle comunità?
La parola chiave è fiducia. Costruire fiducia all’interno delle comunità è l’obiettivo principale. Senza fiducia non c’è cooperazione, non c’è progettualità, non c’è futuro. Per questo la Fondazione sceglie consapevolmente di stare sempre un passo indietro. Non vogliamo essere protagonisti, ma facilitatori. Possiamo agire solo se sui territori esistono presìdi solidi, interlocutori credibili, organizzazioni capaci di dialogare con le famiglie, con le istituzioni, con il mondo economico e sociale. Presìdi come Progetto Sud erano importanti prima, oggi sono diventati indispensabili. In un tempo segnato da incertezze e fragilità crescenti, avere punti di riferimento affidabili significa dare stabilità e prospettiva alle comunità. Ed è proprio su questa alleanza tra Fondazione e realtà territoriali che si gioca la possibilità di costruire un Sud più coeso, più giusto e più capace di valorizzare le proprie energie migliori.

Quest’anno Comunità Progetto Sud compie 50 anni. Qual è il messaggio che la Fondazione desidera rivolgere in questa occasione?
Quando si raggiunge un traguardo come questo, la prima cosa da fare è fare i complimenti. Cinquant’anni sono un percorso lungo, impegnativo, che richiede visione, perseveranza e capacità di lavorare insieme. Noi, come Fondazione, compiamo 20 anni: siamo più “giovani”, ma in questi vent’anni siamo fieri di aver potuto dare una mano, di aver accompagnato questo cammino.

Il mio pensiero va a Don Giacomo Panizza, ma soprattutto a tutto il gruppo. Perché nessuno, da solo, può fare nulla. Le organizzazioni solide nascono e crescono grazie a comunità di persone che condividono valori, responsabilità e obiettivi. Il mio è quindi un augurio collettivo, a nome di tutta la Fondazione con il Sud e anche dell’impresa sociale “Con i Bambini”, per il lavoro fatto finora e per quello che verrà.

Il video

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CHI PARTE, CHI ARRIVA, CHI STA. Delle migrazioni e della restanza, a Sud. Intervista a Goffredo Fofi

di Maria Pia Tucci da Àlogon 112

“Gli asini”, la rivista diretta da Goffredo Fofi, in collaborazione con la Comunità Progetto Sud, ha organizzato a Lamezia Terme, ad inizio 2019, una tre giorni di confronto sulle tematiche della partenza, dell’arrivo e della restanza, concentrandosi sulla questione delle migrazioni. Le regioni del Sud sono un crocevia, al contempo terra di partenza e terra di arrivo. È oggi impossibile comprendere il Mezzogiorno e agire in maniera sensata per il cambiamento sociale se non si prendono in considerazione la mobilità degli individui, le sue cause, le sue conseguenze.

“Chi parte, chi arriva, chi sta” i tre verbi che hanno guidato la discussione partecipata a questo primo seminario che ha aperto un ciclo di incontri che la rivista Gli asini dedica al Mezzogiorno d’Italia, alle sue trasformazioni sociali, politiche, culturali, economiche, alla sua posizione nel Mediterraneo, alle esperienze e alle possibilità di intervento sociale e politico nelle città e nelle aree rurali.

Come in una narrazione circolare ci si è confrontati con Goffredo Fofi, Marco Gatto, Vito Teti su “Meridionalismi”;  con Enrico Pugliese sul “Chi parte” e con Isaia Sales, Dario Tuorto sul “La politica al Sud oggi”.

“Chi arriva” ce lo hanno detto: Mimmo Perrotta, Alessandra Ballerini, Mamadou Dia, Martina Lo Cascio e “Chi sta”: Marina Galati, Maurizio Braucci, Savino Monterisi.

L’intervista a Goffredo Fofi, direttore de “Gli asini”, ci aiuta così a fissare l´attenzione su alcune problematiche di natura sociale partendo proprio dal tema dello “spostamento delle persone”, “tema universale e senza tempo” – come dice lo stesso Fofi – nel corso della nostra lunga e interessante conversazione.

Parliamo di Migrazione, di spostamenti di persone…“Un tema enorme, importante. Perché, si muove su due scenari: uno internazionale, quello degli enormi spostamenti di popolazioni che ci sono stati e continueranno ad esserci in questi anni, e l´altro che riguarda l’Italia e anche il Sud, in cui gli spostamenti sono destinati ad aumentare perché, per esempio, con la desertificazione ampiamente annunciata dagli ecologisti di una parte del Nord Africa, i migranti che sbarcheranno in Italia saranno molti di più.

– Non si fermeranno? No, non si fermeranno perché saranno cacciati dalla fame. In genere quelli che migrano vengono perché fuggono dalla guerra o non hanno di che vivere o, semplicemente, hanno la speranza di un futuro migliore.

– Ma la struttura restrittiva dei Decreti del Governo Gialloverde, in materia di migrazione, non pensa che in qualche modo mitigheranno gli arrivi? Io sono molto pessimista, ho letto molta fantascienza e anche molti libri di storia del passato e anche del passato meridionale, e penso che le prossime ondate di migrazione saranno meno pacifiche di quelle che ci sono state fino ad ora. Che non verranno più a baciarci le mani e a chiederci l’elemosina ma verranno rivendicando, quindi probabilmente anche in modi molto più aggressivi di quelli fin ora. Questo porterà nuove forme di barbarie perché certamente la risposta dei nostri governanti sarà non di accoglienza e pacificazione ma sarà di chiusura e di altrettanta aggressività.

Questo è uno scenario, un’ipotesi tra quelle più attendibili, plausibili e in ogni caso anche se così non fosse è chiaro che siamo dentro una mutazione enorme degli ultimi decenni che è quella della finanziarizzazione dell’economia e della forza immensa che ha conquistato la comunicazione soprattutto tramite internet, diventando strumento del potere per condizionare e per renderci consenzienti e addormentati nella sostanza. Poi c’è, ovviamente, l’aspetto antico, ma anche nuovo, che si verifica per la globalizzazione, in modi molto più evidenti, più forti e più generalizzati dovunque: quella degli spostamenti di popolazioni. Il mondo si sta ricomponendo con risposte di vario tipo e con un’assenza di fatto di una politica complessiva.

– E per quanto riguarda l’Italia? Per quello che riguarda l’Italia noi puntiamo da un lato il discorso sull’attenzione al Sud, perché il Sud torna ad essere un luogo di cambiamenti più evidenti più rapidi e anche più forti che non altrove e proprio perché il Sud torna ad essere più discriminato nella politica nazionale rispetto alle zone del paese tradizionalmente più ricche ed oggi infinitamente più egoiste, più chiuse.

L’Italia è stata una Nazione, a mio parere, per poco tempo. È nata con il Risorgimento appena 150 anni fa è cresciuta male. Il Fascismo ha cercato di unificarla con la violenza, il dopo guerra per fortuna ha cercato di creare una situazione di democrazia con uno stemma di valori basato sui diritti e i doveri dei singoli e che procurasse via via anche un accostamento maggiore tra Nord e Sud, insomma tra zone ricche e povere del paese.

Tenendo conto di un fatto: -che la gente dimentica sempre- c’era una legge per le zone depresse del Paese, a cui lo Stato avrebbe dovuto dare aiuto fino ai primi anni 60, zone del Paese che non erano solo il Sud, ma grandi parti della Pianura Padana e valle del Po, ed erano, per esempio, tutto il Veneto.

– E cosa è mancato al Sud rispetto ad un Veneto che comunque oggi è sicuramente una zona con i problemi di ecologia e di altro, ma che ricca lo è? L’Italia è un paese lungo e ha una parte più agganciata all’Europa e l’altra nel cuore del Mediterraneo, insomma sono due realtà che, come dire, hanno sempre faticato a stare insieme. Ci sono stati periodi che il Nord, il Centro e il Sud avevano comunque un dialogo e c’erano forme di civiltà che si intrecciavano di più.

In tempi più recenti invece, l’Europa è l’Europa del Mediterraneo e noi siamo a cavallo tra queste due realtà, dove i traffici e le industrie hanno trovato un grande sviluppo nel Nord grazie alle circostanze storiche ed economiche, ma anche grazie all’emigrazione che è servita a fare il miracolo economico. Avvenuto perché le industrie del Nord avevano a disposizione una mano d’opera a prezzi molto bassi e, come in altre situazioni storiche, si è verificato che quella mano d’opera era perlopiù meridionale o contadina, perché c’erano anche i veneti a Torino. L’immigrazione veneta è stata molto forte, insieme ai toscani e poi, in massa, è arrivato il Sud. C’è stato anche un periodo di accostamento, mi ricordo gli slogan del ´68: “Nord e Sud uniti nella lotta”.

– Invece oggi sembra essere il contrario. C’è una rivendicazione territoriale… C’è stata una rivendicazione che, come dire è il rifiuto della globalizzazione da parte, per esempio, di ungheresi, polacchi e degli stessi tedeschi. Questo non è un fenomeno isolato, ma un fenomeno di paura che questa unità possa in qualche modo avvantaggiare i più ricchi e svantaggiare gli altri.

– Ma, secondo lei, quanto è vero questo? C’è una situazione di mescolamento generale in cui il Sud viene penalizzato ancora una volta, perché i Governi sono in mano ai più aggressivi, ai più abili politicamente, tenendo conto che fenomeni come la Lega non sono circoscritti, ma sono internazionali e che le classi dirigenti meridionali, piuttosto mediocri e succubi rispetto alle altre, non hanno una chiarezza, non hanno una proposta e non hanno capacità di convinzione popolare.

Questo si trasforma in difesa di ciò che è proprio per la paura di perderlo, perché ci sono altri più affamati che vengono “a toglierci quel poco”, e poi perché i ricchi sono avari, molto più avari dei poveri, molto meno generosi e aperti.

– E per entrare ancora di più in merito alla questione Nord-Sud?  C’è a livello Nazionale un nuovo sganciamento Nord e Sud molto preoccupante, perché la classe dirigente che ha in mano la situazione è più spavalda, più moderna di quella del Sud da cui però i collegamenti con la ‘ndrangheta sono indubbi. Dove poi le Banche che riciclano i soldi di tutti, della ‘ndrangheta, della camorra e della mafia però poi sono venete ma in funzione del potere locale, generando una classe dirigente di merda sia a livello nazionale che locale. È anche questo il problema. Dopo il suicidio della Sinistra dopo il Veltronismo e il Renzismo dopo Berlusconi e Di Pietro e con Grillo e Salvini con la Lega e con Bossi ecc. insomma…

Abbiamo avuto un periodo luminoso che va dal `43, dalla Resistenza fino agli anni 70, una classe dirigente molto migliore, quella che ha fatto la Costituzione, la Repubblica, la Democrazia, il voto alle donne e scuola obbligatoria fino a 13 o 14 anni e in più una scuola unica per i figli dei poveri e quella dei ricchi: la scuola pubblica. Insomma, una classe dirigente che ha fatto grandi riforme fino a quella della sanità, allo statuto dei lavoratori, riforma abbandonata perché la storia ha preso altre direzioni e l’economia ha spazzato via quel tipo di organizzazione dei lavoratori che c’era. Ma questo non è un discorso meridionale, stando nel Sud ti accorgi dei difetti della classe dirigente del Sud ma stando nel Nord ti accorgi dei difetti, e a volte delle infamie, della classe dirigente del Nord. Siamo veramente un Paese dove lo sforzo unitario si è un po’ allentato dopo gli anni 80 e forse dopo i ´70 si è di nuovo talmente allentato da rendere, come dire, anche fantascientificamente non del tutto improbabile l’ipotesi di crisi dell’idea di Nazione.

Il problema del Sud è quello della formazione di una classe dirigente che sia all’altezza dei compiti storici che abbiamo di fronte. La formazione di una classe dirigente Nazionale e locale è ancora un compito enorme.

Come si può sopperire a questa mancanza, non avendo più, come Lei dice, lo strumento della formazione politica? In molti modi. Per esempio, sul piano sociale, con questa ipocrisia collettiva (del sociale appunto) sopperiamo alle mancanze dello Stato con i giovani che entrano nelle Associazioni che si occupano del sociale. Non c’è il lavoro nelle forme tradizionali, sono scomparse le industrie, perfino l’agricoltura è totalmente cambiata, l’artigianato è quasi inesistente… e la gente dove trova lavoro? Trova lavoro nel sociale e nel culturale. Sono campi estremamente ambigui, dove la motivazione ideale positiva è il bene degli altri, ma ha alla base una motivazione economica, in cui si cerca la soluzione al problema di trovare un posto di lavoro.

In tutto questo secondo me il nemico principale è forse la cultura, nel senso che cultura oggi è intesa come modo per addormentare e non come modo per svegliare. L’Università è una grande mafia organizzata, la cultura serve per mantenere dei privilegi. E oggi la comunicazione è importantissima, si governa tramite la comunicazione, si rende la gente un po’ stupida per poterla manipolare meglio. Il messaggio è: comprate, siate d’accordo con chi propone questo tipo di società, siate consenzienti con chi propone questo tipo di società e così via… Questo è uno degli inghippi di quest’epoca.

– Chi parte, chi arriva, chi sta. Che valore ha questa iniziativa? Questa iniziativa che noi facciamo, piccolissima, minima, è la confluenza di più richieste, una è proprio questa: formare dei giovani più intelligenti di quanto non li formi l’Università, che si rendano più conto della gravità dei problemi, dell’urgenza di intervenire e anche di una visione, diciamo pure, morale ed etica del loro intervento.

Ma anche una visione della politica come responsabilità collettiva, che corresponsabilizzi rispetto alla Polis e non rispetto alla propria famiglia, alla propria mafia, al proprio gruppo di potere.

Questo, riguardo ai giovani, è particolarmente urgente perché loro sono in una situazione in cui da un lato vedono cambiamenti enormi sotto i loro occhi ma non hanno gli strumenti né per capirli né per intervenire. Dall’altro vedono ondate di migranti e ovviamente la reazione leghista può attrare molti di loro con la difesa contro quello che arriva da fuori e che può mettere in crisi il loro equilibrio. Allo straniero attribuisci tutti i mali del mondo. Dall’altro c’è però che sei in una situazione globalizzata in cui ti puoi muovere. E questo è il loro grande vantaggio. Anche se non riescono a dare un ordine a tutto ciò, a capire e a cogliere le coordinate, hanno la possibilità di vedere il mondo molto di più delle generazioni precedenti. E emigrano, soprattutto i giovani, o quantomeno lo fanno per primi. Ma oggi dal Sud emigrano anche adulti e poi ci sono quelli che stanno qui e che si fermano.

– Chi sono quelli che restano? …Bisogna un po’ chiederselo ma più che questo: che cosa fanno, che cosa toccherebbe a quelli che restano? Il problema è tutto un po’ da discutere.

“Il cosa tocca” mi fa pensare, cosa gli tocca nel senso: che cosa gli rimane o cosa gli tocca fare?

Oggi ci sono più povertà. Cioè: prima si individuava la povertà economica e si individuava forse una povertà culturale, oggi?

– Oggi? … Oggi il problema, secondo me, siamo noi. Non siamo quelli che vanno ad aiutare gli altri, siamo noi che dobbiamo contemporaneamente salvare noi stessi e salvare gli altri, ecco. Non si riesce a rispondere alle aspettative, forse. Oppure, nel tempo, si sono create così tante aspettative rispetto a quello che è poi in realtà?

– Qual è la contraddizione più grande? Il problema è che noi dobbiamo essere più lucidi nelle analisi delle nostre contraddizioni: noi non siamo i buoni, siamo dei buoni ambigui perché facciamo, lavoriamo per il bene altrui, ma anche per il nostro interesse, perché altrimenti non sappiamo dove infilarci se non emigrando, per l’appunto. Questa è la contraddizione del sociale. Che oggi riguarda milioni di persone. Una volta eravamo quattro gatti (ad occuparci di sociale, ndr), adesso ci sono milioni di persone organizzate in associazioni che spesso sgomitano tra di loro. Ma quella che è morta è la politica. Una volta potevamo fare cose, come dire, vincenti, perché avevamo la sponda della politica. C’era qualcuno che si interessava di sociale, oggi, anche questo è un grande vuoto: noi non abbiamo delle sponde.

– Questa tre giorni, se pur nel piccolo, come diceva all’inizio, ci può aiutare a comprendere questo scenario e anche ad agire? Perché ovviamente dopo la comprensione c’è bisogno dell’azione. Non lo so. Quello che si può fare è discutere senza le ipocrisie e gli infingimenti della cultura e del sociale, senza la chiacchera a vuoto per far bella figura, senza la chiacchera “universitaria”. C’è qualche professore universitario, ma abbiamo chiamato quelli di cui ci fidiamo e c’è, come dire, una parità. Gli utenti sono tali e quali ai professori, non c’è una grande differenza tra questi ragazzi che sono iscritti e noi che andremo a raccontargli delle cose, perché sarà una specie di tavola rotonda continua, in cui ognuno dirà la loro perché sono portatori di esperienze diverse, anche dalle nostre.

Anche come metodo c’è da operare un cambiamento: siamo tutti discenti e docenti oppure detto in altre parole: siamo tutti nella merda e come il Barone di Münchhausen si tira fuori dalla merda tirandosi su da solo dai capelli.

Nella foto in evidenza un momento di convivialità in Comunità Progetto Sud, da sx: Angela Regio, Maria Pia Tucci, Giacomo Panizza, Goffredo Fofi, Isabella Saraceni, Marina Galati, Emma Leone, Marisa Meduri.
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“A Sud del Sud” storie di persone

Giuseppe Smorto a Lamezia Terme presenta il suo libro dialogando con Don Giacomo Panizza e Vincenzo Linarello

Sabato 17 luglio, 18.30, Giardini dell’Oasi Bartolomea, via del Progresso 472, Lamezia Terme (CZ)

Comunità Progetto Sud e GOEL – Gruppo Cooperativo sono tra le esperienze “resistenti” raccontate in “A Sud del Sud. Viaggio dentro la Calabria tra i diavoli e i resistenti”, libro di Giuseppe Smorto, edito da Zolfo.

“A Sud del Sud ci sono molte vite di impegno, attenzione, coraggio. Sono storie di rinascita, di nuove forme di lavoro, storie sconosciute che valgono un viaggio”. E il viaggio del giornalista, già vicedirettore de “La Repubblica”, racconta luoghi e storie della “Calabria delle persone”.

Ne parleranno con l’autore don Giacomo Panizza, presidente di Comunità Progetto Sud e Vincenzo Linarello, presidente di GOEL – Gruppo Cooperativo.

Modera la giornalista Maria Pia Tucci.

A margine della presentazione l’autore sarà disponibile per il firmacopie.

Lamezia Terme (CZ), 9 luglio 2021

 Contatti

Maria Pia Tucci

mariapia.tucci@comunitaprogettosud.it | +39 3930359308 | https://www.comunitaprogettosud.it/

Josephine Condemi | redazione@goel.coop | + 393 8798421 | www.goel.coop

Comunità Progetto Sud nasce nel 1976 come gruppo autogestito, di convivenza tra persone con disabilità e no, con gli intenti di fare comunità e di costruire alternative vivibili alle forme di istituzionalizzazione e di emarginazione esistenti. Attualmente è un gruppo di gruppi e di reti, favorisce la diffusione di politiche di inclusione e integrazione tra soggetti differenti; cura la tutela dei diritti di cittadinanza; sollecita esperienze di vita solidale; sperimenta servizi innovativi; realizza progetti di economia sociale, di contrasto alle mafie e di promozione della giustizia. Radicata nel contesto calabrese coopera con molteplici realtà italiane e straniere al fine di potenziare il protagonismo e le soggettualità dei variegati mondi vitali della società e in particolare accompagna percorsi di empowerment di persone e gruppi vulnerabili.

https://www.comunitaprogettosud.it

GOEL – Gruppo Cooperativo è una comunità di persone, imprese e cooperative sociali, nata nel 2003 nella Locride. Opera per il riscatto e il cambiamento della Calabria attraverso il lavoro, la promozione sociale e un’opposizione attiva alla ‘ndrangheta, per dimostrare quanto e come l’etica non sia solo giusta ma possa anche essere efficace. Oggi GOEL gestisce numerose attività in campo sociale – comunità di accoglienza per minori, progetti di accoglienza di migranti, servizi sanitari di salute mentale –  e le seguenti iniziative imprenditoriali: GOEL Bio, brand che aggrega le aziende agricole che si oppongono alla ‘ndrangheta e conferisce il giusto prezzo ai produttori; CANGIARI, primo marchio di moda etica di fascia alta della moda italiana; I Viaggi del GOEL, tour operator di turismo responsabile in Calabria; GOEL Communication & Consulting, fornitore di servizi di consulenza e comunicazione alle imprese; Campus GOEL, incubatore di impresa etica.

https://www.goel.coop

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COPERTINA EVENTO

UN EXPO PER RESTARE

#NOESCAPEROOM: LA PRIMA FILIERA VIRTUALE SULL’ ORIENTAMENTO IN CALABRIA

 No Escape Room è una rassegna di eventi workshop, presentazioni sui temi della formazione, dell’orientamento alle scelte lavorative e universitarie rivolto a studenti e studentesse degli istituti di primo e secondo grado, ai genitori e agli operatori del settore educativo.

Uno spazio virtuale costruito all’interno di Apptraverso la Calabria, progetto finanziato da Impresa Sociale Con i Bambini, e coordinato dall’Associazione Comunità Progetto Sud, in rete con Arci Calabria, CNCA Calabria e le scuole diffuse in 4 delle 5 province calabresi, associazioni e cooperative.

La rassegna, in edizione digitale, si svolgerà dal 10 al 30 giugno 2021 utilizzando la piattaforma virtuale CoderBlock.
Il 10 e l’11 giugno, i workshop saranno trasmessi in diretta sui canali social AppTraverso 
( Facebook AppTraverso  Insgramm AppTraverso) e sarà possibile partecipare ed interagire con i relatori.

Tutti i contenuti video, visite virtuali nelle aziende, interviste interattive e testimonianze dirette dalle Università e dalle realtà aziendali, saranno poi disponibili in modalità asincrona dal 15 al 30 giugno.

«È una piattaforma che permette di accedere a 9 settori professionali caratterizzanti altrettante aree di interesse socio-culturale, produttiva, e formativa, – dice Isabella Saraceni, coordinatrice del progetto Apptraverso la Calabria – permettendo così agli studenti di conoscere 21 realtà considerate best practice di impresa». «Queste visite immersive – continua la Saraceni – sono state strutturate per consentire ai nostri giovani di acquisire informazioni sui possibili sbocchi lavorativi e sulle figure professionali maggiormente richieste». E conclude «Questa iniziativa ci permette una interazione tra il digitale, il mondo della scuola e del lavoro, ma anche di acquisire un  punto di vista diverso con il quale è possibile guardare al nostro territorio e alle sue opportunità».

No escape room, infatti, permette di vivere la prima fiera virtuale sull’orientamento in Calabria, dove grazie all’aiuto del 3D ogni partecipante può visitare, con l’ausilio di un avatar, i differenti stand e scegliere di approfondire argomenti di suo interesse tra i 25 webinar proposti.

È uno spazio virtuale che tuttavia consente di relazionarsi e creare un confronto, seppur in un momento in cui le distanze sociali non sempre lo permettono.

Un expo virtuale

All’interno della piattaforma Coderblock e del sito dedicato all’evento sarà possibile visitare, dunque, gli stand dei diversi espositori: dalle Istituzioni Universitarie che presentano le opportunità formative agli studenti delle scuole superiori che si cimentano nell’importante scelta del percorso di laurea, alle aziende e cooperative appartenenti a diverse aree professionali, con particolare attenzione a quei settori che in Calabria sono più presenti e che rappresentano la storia economica e le prospettive di sviluppo del territorio regionale.

Da realtà storiche che affondano le loro radici in antiche tradizioni e che negli ultimi anni hanno innovato i loro processi produttivi a start up che si inseriscono nei nuovi mercati.

L’ evento ospiterà imprese che hanno investito nel hi-tech e nel digitale senza dimenticare il settore dell’artigianato e dell’edilizia – fondamentali in Calabria – o ancora la filiera dell’agroalimentare e la realtà del Welfare e del Terzo Settore.

“Cosa fare da grandi?”

Le studentesse e gli studenti avranno la possibilità di incontrare le diverse realtà imprenditoriali calabresi e accademiche così da orientarsi nelle scelte per il proprio futuro.

I focus dei vari workshop riguardano le nuove opportunità professionali e di studio, in particolare quelle legate al mondo del digitale e imprenditoriale, lavorare nel settore dei social media, costruire e lanciare una start-up o realizzare un videogioco. Docenti ed esperti si confronteranno in webinar e dirette, mettendo a disposizione le loro conoscenze formative e le loro esperienze professionali promuovendo le prospettive delle nuove frontiere professionali e le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro.

 Perché no escape room

«La metafora utilizzata nel titolo dell’iniziativa No Escape Room è una citazione di un recente film, molto amato da ragazzi e giovani, – dice Antonio Scaramuzzino, responsabile e coordinatore Scientifico di No Escape room – in cui viene ripreso un antico gioco, una sorta di caccia al tesoro, dove i ragazzi, imprigionati in una stanza, sono alla ricerca di un passepartout, una chiave, ma per poterla trovare ed uscire dalla stanza dovranno risolvere una serie di enigmi.

Ecco, No Escape Room è la metafora di una Calabria che è ancora alla ricerca della risoluzione di alcuni grandi enigmi che costringono spesso i nostri giovani, studenti e studentesse, a partire, a fuggire, dal proprio contesto sociale alla ricerca di quelle chiavi di successo e di quelle occasioni di sviluppo lavorativo, sociale e culturale che non trovano nella nostra regione».

«Ma quali sono per noi grandi enigmi? – dichiara ancora Scaramuzzino – Lo sviluppo turistico, l’agricoltura di qualità, il campo della ricerca e percorsi formativi di eccellenza, lo sviluppo di un welfare per tutti, lo sviluppo di una rete di servizi per e con i giovani; la mancanza di strumenti e servizi efficaci per lo sviluppo di imprenditorialità ed autoimprenditorialità; un sistema agevolato di credito, e potremmo aggiungerne quasi all’infinito».

Dunque «No Escape Room è l’occasione che hanno tutti gli studenti calabresi di confrontarsi con un mondo già mutevole, un processo di cambiamento accelerato dalla pandemia, nel quale emergono ed emergeranno nuove abilità, l’occasione per intraprendere un percorso di ricerca di quelle chiavi di successo che permettano ai giovani di restare in Calabria con le giuste motivazioni  chiosa il responsabile scientifico – e competenze. In passato si utilizzavano slogan come Restare per cambiare, cambiare per restare, oggi ,utilizzando il nuovo linguaggio dei social, lancerei semplicemente l’hashtag #noescape, e alla buona politica, alle reti di terzo settore, e a tutti noi singoli cittadini chiederei di completare l’hashtag provando, nelle proprie aree di competenza, a risolvere tutti gli enigmi».

Il sito al quale collegarsi è www.noescaperoom.it  e per registrarsi all’ evento  fare click su https://www.noescaperoom.it/user/register

Calendario webinar

Chi parte chi arriva chi sta

Iscrizioni. 18-20 gennaio 2019. Chi parte chi arriva chi sta

Chi parte chi arriva chi sta

Seminario a Lamezia Terme, 18-20 gennaio 2019

Organizzato da:
Rivista Gli Asini
Comunità Progetto Sud

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