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Dignità. Petali. La newsletter di novembre 2025

«Neppure io vorrei esser digerito! – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio». Carlo Collodi, ne Le avventure di Pinocchio mette in bocca al pesce, in dialogo con il bambino-burattino con il quale si ritrova nel ventre del pesce-cane, una parola simbolo dell’ universo morale che fa rima con libertà e diritti.

Parola ad alto uso, come definisce l’Accademia della Crusca, tanto da non essere assente in nessun momento della storia, della letteratura, della filosofia. Da San Francesco nel Cantico delle Creature a Kant, quando ne declina il suo significato sociale nella “Metafisica dei Costumi” “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.” 

Ed è quello che afferma la Dichiarazione universale dei diritti umani all’art. 1. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

Quale dignità oggi, per bambini e bambine? Quale dignità e diritto alla cura per chi è nel circuito delle dipendenze? Per chi non è più libero da se stesso da poter riconoscere e avere riconosciuta la propria dignità?

Questo mese di novembre, in modo trasversale, ci ha messo in relazione con azioni che da sempre, nell’etica della Comunità Progetto Sud, fanno i conti con i diritti di bambini e bambine, con l’attenzione alle fragilità dei percorsi di recupero dalle dipendenze e con l’attenzione alle povertà che sono più che mai urgenza da affrontare con politiche adeguate alle esigenze dei territori, delle famiglie, delle periferie sociali.

“Io sono stato in giro, sono stato al mondo
dentro la notte a ritrovare il giorno
guardo in alto, guardo in là
e guardo la strada che va
ai guardiani che incontro chiedo dove sarà
dov’è che abita la dignità”.

Dignità. Francesco De Gregori

Foto in evidenza di Maria Pia Tucci

comitato luigi monti

Comunità Luigi Monti. Presidio di welfare da difendere

Comunità Luigi Monti, in Calabria, vuol dire servizi di comunità per minori, quelli più fragili e più in difficoltà. Vuol dire punto di riferimento nella Piana di Gioia Tauro, a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, per quelle situazioni sociali a rischio che da 90 anni trovano un riferimento competente e consolidato. Una risposta concreta ad un bisogno sociale. Ma nel corso degli ultimi mesi, ritardi nei pagamenti delle rette da parte delle Istituzioni, hanno messo a rischio  le prestazioni e paventato la chiusura dei servizi educativi della Comunità Luigi Monti.

Un problema che ha investito di responsabilità Cittadini e Istituzioni locali e regionali, Enti di terzo settore che si sono stretti in una pacifica iniziativa pubblica: Radici  e orizzonti, portata avanti con un comitato spontaneo a difesa della Comunità Luigi Monti.

«Ospitiamo 20 minori in forma residenziale e 10 in forma diurna, ma la sua azione di accoglienza si rivolge anche a nuclei familiari e a giovani adulti che necessitano di supporto per avviare una propria autonomia di vita». – Fratel Stefano Caria, responsabile della Comunità Luigi Monti, racconta la vita e le aspettative che in Comunità si generano e si sono generati in questi lunghi anni di attività.

«Quasi tutti i minori che accogliamo provengono da contesti familiari e sociali molto complessi pertanto il nostro intervento si rivela strategico è necessario per poter far sì che questi minori possano o rientrare in contesti familiari positivi e adeguati oppure avviarsi verso una propria autonomia di vita. Negli anni abbiamo potuto vedere come i ragazzi o le ragazze accompagnati in maniera strutturata e professionale hanno potuto ricostruire il proprio sé e prendere consapevolezza dell’importanza di vivere la vita in maniera Positiva e nel rispetto delle regole della società. La comunità è quel contesto di vita che può accompagnare questi ragazzi e ragazze a poter riconoscere negli adulti non più e non soltanto delle persone negative, ma quelle guide che li devono educare e accompagnare verso il proprio progetto di vita: e questo lo notiamo proprio dal cambiamento del loro sguardo, inteso in senso fisico.  infatti è molto interessante, ma soprattutto è molto bello vedere come cambia lo sguardo, come cambiano i loro occhi  da quando arrivano in comunità a quando escono».

2025 polistena radici e orizzonti fratel stefano caria
Cosa non funziona? dov’è il nodo da sciogliere, secondo lei? 
«Il welfare in Calabria è ancora un elemento critico perché probabilmente gli organi decisori non colgono le effettive potenzialità di questo settore.  Infatti, soltanto a partire dal nostro piccolo contesto della piana di Gioia Tauro possiamo rilevare come sia importantissimo poter accogliere degli adolescenti che sono potenziali giovani che potrebbero andare alla criminalità, dedicare invece il loro tempo a imparare un lavoro e fare percorsi di rielaborazione psicologica attraverso cui acquisiscono l’importanza di costruirsi la propria vita. Il messaggio alla politica è uno soltanto: fate sì che il welfare e tutte le associazioni che lo mettono in atto sia al centro del vostro progetto, in quanto dal benessere sociale delle categorie più fragili e disagiate possono nascere e nascono sicuramente contesti sociali positivi che contaminano tutto il resto della società e del territorio».
Radici e orizzonti. La partecipazione del tessuto sociale all’iniziativa spontanea per la salvaguardia di questo presidio sociale è stata i portante risposta. è questa la strada, ancora oggi, per garantire i diritti dei più fragili?

«Sicuramente radici e orizzonti ci ha dimostrato che coinvolgere la gente, la popolazione, e tanti amici e altre associazioni è la strada per dimostrare quanto sia importante occuparsi dei più fragili. Ora tocca alla politica e a tutti gli altri organi decisori compresi anche i servizi sociali degli ambiti territoriali mettere in risalto l’importanza di valorizzare e favorire lo sviluppo di contesti formativi e accoglienti».

Video Radici e Orizzonti

goffredo fofi nella sua stanza a via conforti, comunità progetto sud

L’amicizia e gli insegnamenti profondi di Goffredo Fofi

di Marina Galati*

Ci sono amicizie profonde, vissute con “leggerezza”, di quelle che non imbrigliano, ti accompagnano e nutrono il nostro esistere. 

Da più di trent’anni avevi intrecciato la tua amicizia con il nostro piccolo gruppo di “comunitari”. Andavi e venivi dalla nostra casa, dove anche gli angoli ti erano ormai familiari. Negli ultimi anni raccontavi a tutti che, prima o poi, ti saresti ritirato a vivere qui in Calabria. Ci ridevamo su, insieme ad alcuni amici degli Asini, perché non riuscivamo a immaginarti fermo in un solo luogo. Eppure, quando ripartivi, mi telefonavi spesso al mattino per dirmi dove eri, su cosa stavi lavorando, e che presto saresti ritornato. Io ti rassicuravo: “Noi siamo qui”. Tre giorni prima di morire, tu in ospedale, noi a cena abbiamo fatto l’ultima telefonata. Ci hai salutato tutti dicendo: “Tra qualche giorno arrivo, vi voglio bene, siete la mia famiglia.”

È una mattina d’estate, come tante. Mi preparo a sorseggiare il caffè.
Dal portone della comunità in cui vivo intravedo, da un lato, uno scorcio di mare, dall’altro la luce delicata del sole che si leva. In quell’istante, un turbine di immagini e ricordi si affaccia alla mente. Nel silenzio più profondo, avverto la tua assenza.

Eravamo soliti ritrovarci alle sei del mattino, seduti su una panchina nel cortile della comunità, con una tazza di caffè tra le mani. Le chiacchiere ci trasportavano: io ti ascoltavo, attenta, mentre raccontavi di tutto. Storie lontane, persone sconosciute, i giovani dei raduni che organizzavi, i tuoi viaggi in treno, i miei in Africa.

Eri curioso per natura e io desiderosa di intrecciare la mia vita con altre vite, altre esperienze. Non mi sono mai considerata un’intellettuale, come te, ma piuttosto un’operatrice sociale e una ricercatrice: una “persuasa” del lavoro sociale, politico ed etico, come amavi definirmi.

Nei tuoi scritti parlavi spesso dell’impegno delle “minoranze attive”: il dovere di agire accanto a chi fa più fatica, agli esclusi, per aiutarli a riappropriarsi della conoscenza, a trovare voce, a raccontarsi partendo dalle proprie storie di vita. Mi hai sempre spinto a scrivere, anche se ero restia, delle mie esperienze con la disabilità, le persone con AIDS, le donne vittime di tratta, i migranti e la comunità rom. A volte ti scagliavi contro accademici e professori universitari, spesso troppo distanti dalla vita reale, incapaci di generare cultura viva e di formare coscienze critiche.

Quest’anno, in Calabria, ti invitai a partecipare con me a una riunione con un gruppo di giovani rom. Stavamo studiando il documento sulle Strategie nazionali di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030. Quella sera nacque una discussione intensa: interventi per capire meglio, per interrogarsi su cosa fare per il Campo Rom di Scordovillo di Lamezia, il più grande del Sud Italia. Tornando a casa, mi ringraziasti, dicendo: «Questo è fare militanza culturale».

Durante i tuoi soggiorni in Calabria camminavamo a lungo sulla spiaggia, nelle ore chiare del mattino o al calare del sole. Le conversazioni oscillavano tra ricordi e progetti, tra il passato che ci segnava e il futuro che cercavamo di immaginare. Pensavamo al Sud e alle nuove generazioni impegnate nel sociale, divisi tra le contraddizioni del presente e le visioni di un futuro possibile. Sempre al centro, una domanda: Che fare? Cosa leggere, cosa proporre, come riunire persone del Sud per discutere collettivamente, per interrogarsi insieme e, soprattutto, tradurre le idee in azioni concrete. Perché, come mi dicevi: «Abbiamo il dovere di capire, di indignarci, di agire».

Il Sud è stato sempre al centro del tuo interesse. Raccontavi che la tua prima formazione era germogliata lì, a Palermo, accanto a Danilo Dolci. Anche quando la vita ti conduceva a Roma e i tuoi viaggi ti portavano in ogni parte d’Italia, riuscivi sempre a mantenere vivi i legami con le persone, le comunità e i luoghi del Sud. Continuavi a crederlo: proprio qui era ancora possibile coltivare una “resistenza attiva”, dar vita a gesti di disobbedienza civile, immaginare il cambiamento.

Goffredo Fofi, Marina Galati. Foto di Maria Pia Tucci
Goffredo Fofi, Marina Galati. Foto di Maria Pia Tucci

Ti indignavi davanti a operatori sociali e culturali che vedevi ormai “fiacchi e spenti”. Eppure, dopo ogni discorso intriso di pessimismo, sapevi sempre trovare una ragione per continuare ad agire: un’azione concreta da intraprendere, un’idea da mettere in moto, una rete di persone da coinvolgere subito. In fondo, dentro di te — critico e pessimista per vocazione — ardeva sempre una speranza: quella di resistere, di costruire dal basso forme condivise di resistenza, di dare impulso a movimenti culturali e sociali capaci di ridisegnare il senso stesso della collettività.

Ogni tua ripartenza era preceduta da appunti scritti insieme: proposte da avanzare, persone da contattare, date da fissare. L’ultima volta avevamo discusso della pedagogia degli adulti. Mi avevi promesso che saresti tornato ad agosto per completare un testo a cui tenevi molto. Ripetevi con forza: «Oggi più che mai dobbiamo occuparci della pedagogia degli adulti e dell’educazione».

Credo che questa sia la responsabilità che ci affidi: un’eredità collettiva da cogliere, custodire e rilanciare.

*Marina Galati è Direttrice e co-fondatrice di Comunità Progetto Sud

Nell’immagine in evidenza Goffredo Fofi nella sua stanza-studio in Comunità Progetto Sud
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Ricordo di Goffredo Fofi

di Marco Gatto*

Nell’ultimo viaggio assieme verso Lamezia, a maggio scorso, entrambi contenti dell’esito di un bel convegno dedicato ad Alessandro Leogrande che si era svolto all’Unical, Goffredo mi aveva parlato dei progetti a cui lavorare nei mesi successivi. Un nuovo seminario sulla questione meridionale, forse un foglio di rivista su temi urgenti e soprattutto – lo ripeteva con convinzione – una radio capace di farsi megafono militante. Mi chiedeva, come al solito, di cercare giovani capaci e collaboratori attenti. “Più materiale, meno intellettuale!”, mi ammoniva. Era particolarmente felice (ne avrebbe scritto proprio in quei giorni su “il manifesto”) di aver scoperto un’attenzione vera e sincera per l’opera di Leogrande e per le questioni che il Sud solleva oggi nelle menti delle generazioni più esposte alla tragedia dei nostri tempi.

Goffredo è stato un convinto meridionalista. Spesso lo si dimentica. La sua struttura culturale prendeva respiro dall’esperienza in Sicilia con Danilo Dolci negli anni Cinquanta e si prolungava, nel tempo, con la necessità, che sentiva particolarmente pressante, di interrogare i grandi centri meridionali, da Palermo a Napoli, e soprattutto i margini, nei quali provava a riconoscere e a sollecitare germogli di resistenza al torpore normalizzato. Il suo lavoro – un lavoro unico, che lo rende irriducibilmente novecentesco e che, nello stesso tempo, lo indentifica come maestro del domani – è stato quello di esplorare e conoscere in profondità e in presa diretta i luoghi, le persone, le situazioni sociali, i momenti di conflitto, valorizzando le esperienze meno riconosciute, meno legittimate dal discorso istituzionale. In esse vedeva la realtà delle cose, una trasformazione possibile.

Tra i tanti insegnamenti, molti dei quali gli provenivano dai pensatori nonviolenti e da una schietta traiettoria socialista, ne vorrei ricordare due. Il primo, vissuto come imperativo morale, è quello di non accettare, di saper dire di no, di praticare il dissenso; il secondo, che al primo è legato, prevede di essere spietati con se stessi, per resistere alle lusinghe del potere, piccolo o grande che sia. Nella lezione di Goffredo, critica e autocritica convivono, sotto il segno di un fallimento che deve sempre costituire motivo di rilancio e mai di rinvio, mai di deresponsabilizzazione. Ecco perché uno dei suoi inviti da preservare consiste nel difendersi dalla trasformazione della cultura in sterile gioco di società o, come amava dire ultimamente, in oppio del popolo. Se questa mutazione del sapere in spettacolo avviene al Sud, bisogna protestare: perché non di festival, di sagre o di premi qualunquistici, né di sedativi occasionali, buoni per i turisti o per chi resta, avremmo bisogno, bensì di politica – e, per Goffredo, politica e cultura erano sinonimi.

Chiediamoci allora che senso abbia raccoglierne l’eredità. Il suo bastone ci avrebbe indicato due o tre cose da fare (da fare subito e seriamente): mettere insieme le forze, cercare di capire assieme cosa stia succedendo qui e nel mondo, collegare i conflitti, e comprendere che i nostri privilegi coincidono spesso con le sofferenze altrui. Purché lo si faccia senza narcisismi, senza la viltà delle consorterie, senza avere la presunzione di rappresentare i “buoni”. Una rivista, una radio: la costruzione di una collettività che non accetta e che spinge gli altri a non accettare. Per dirgli grazie e per cercare ancora.

*Marco Gatto è Professore Associato  di Critica e Letteratura Comparata all’Università della Calabria

Nella foto in evidenza: Goffredo Fofi e Marco Gatto. Foto dall’archivio di Marco Gatto

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CHI PARTE, CHI ARRIVA, CHI STA. Delle migrazioni e della restanza, a Sud. Intervista a Goffredo Fofi

di Maria Pia Tucci da Àlogon 112

“Gli asini”, la rivista diretta da Goffredo Fofi, in collaborazione con la Comunità Progetto Sud, ha organizzato a Lamezia Terme, ad inizio 2019, una tre giorni di confronto sulle tematiche della partenza, dell’arrivo e della restanza, concentrandosi sulla questione delle migrazioni. Le regioni del Sud sono un crocevia, al contempo terra di partenza e terra di arrivo. È oggi impossibile comprendere il Mezzogiorno e agire in maniera sensata per il cambiamento sociale se non si prendono in considerazione la mobilità degli individui, le sue cause, le sue conseguenze.

“Chi parte, chi arriva, chi sta” i tre verbi che hanno guidato la discussione partecipata a questo primo seminario che ha aperto un ciclo di incontri che la rivista Gli asini dedica al Mezzogiorno d’Italia, alle sue trasformazioni sociali, politiche, culturali, economiche, alla sua posizione nel Mediterraneo, alle esperienze e alle possibilità di intervento sociale e politico nelle città e nelle aree rurali.

Come in una narrazione circolare ci si è confrontati con Goffredo Fofi, Marco Gatto, Vito Teti su “Meridionalismi”;  con Enrico Pugliese sul “Chi parte” e con Isaia Sales, Dario Tuorto sul “La politica al Sud oggi”.

“Chi arriva” ce lo hanno detto: Mimmo Perrotta, Alessandra Ballerini, Mamadou Dia, Martina Lo Cascio e “Chi sta”: Marina Galati, Maurizio Braucci, Savino Monterisi.

L’intervista a Goffredo Fofi, direttore de “Gli asini”, ci aiuta così a fissare l´attenzione su alcune problematiche di natura sociale partendo proprio dal tema dello “spostamento delle persone”, “tema universale e senza tempo” – come dice lo stesso Fofi – nel corso della nostra lunga e interessante conversazione.

Parliamo di Migrazione, di spostamenti di persone…“Un tema enorme, importante. Perché, si muove su due scenari: uno internazionale, quello degli enormi spostamenti di popolazioni che ci sono stati e continueranno ad esserci in questi anni, e l´altro che riguarda l’Italia e anche il Sud, in cui gli spostamenti sono destinati ad aumentare perché, per esempio, con la desertificazione ampiamente annunciata dagli ecologisti di una parte del Nord Africa, i migranti che sbarcheranno in Italia saranno molti di più.

– Non si fermeranno? No, non si fermeranno perché saranno cacciati dalla fame. In genere quelli che migrano vengono perché fuggono dalla guerra o non hanno di che vivere o, semplicemente, hanno la speranza di un futuro migliore.

– Ma la struttura restrittiva dei Decreti del Governo Gialloverde, in materia di migrazione, non pensa che in qualche modo mitigheranno gli arrivi? Io sono molto pessimista, ho letto molta fantascienza e anche molti libri di storia del passato e anche del passato meridionale, e penso che le prossime ondate di migrazione saranno meno pacifiche di quelle che ci sono state fino ad ora. Che non verranno più a baciarci le mani e a chiederci l’elemosina ma verranno rivendicando, quindi probabilmente anche in modi molto più aggressivi di quelli fin ora. Questo porterà nuove forme di barbarie perché certamente la risposta dei nostri governanti sarà non di accoglienza e pacificazione ma sarà di chiusura e di altrettanta aggressività.

Questo è uno scenario, un’ipotesi tra quelle più attendibili, plausibili e in ogni caso anche se così non fosse è chiaro che siamo dentro una mutazione enorme degli ultimi decenni che è quella della finanziarizzazione dell’economia e della forza immensa che ha conquistato la comunicazione soprattutto tramite internet, diventando strumento del potere per condizionare e per renderci consenzienti e addormentati nella sostanza. Poi c’è, ovviamente, l’aspetto antico, ma anche nuovo, che si verifica per la globalizzazione, in modi molto più evidenti, più forti e più generalizzati dovunque: quella degli spostamenti di popolazioni. Il mondo si sta ricomponendo con risposte di vario tipo e con un’assenza di fatto di una politica complessiva.

– E per quanto riguarda l’Italia? Per quello che riguarda l’Italia noi puntiamo da un lato il discorso sull’attenzione al Sud, perché il Sud torna ad essere un luogo di cambiamenti più evidenti più rapidi e anche più forti che non altrove e proprio perché il Sud torna ad essere più discriminato nella politica nazionale rispetto alle zone del paese tradizionalmente più ricche ed oggi infinitamente più egoiste, più chiuse.

L’Italia è stata una Nazione, a mio parere, per poco tempo. È nata con il Risorgimento appena 150 anni fa è cresciuta male. Il Fascismo ha cercato di unificarla con la violenza, il dopo guerra per fortuna ha cercato di creare una situazione di democrazia con uno stemma di valori basato sui diritti e i doveri dei singoli e che procurasse via via anche un accostamento maggiore tra Nord e Sud, insomma tra zone ricche e povere del paese.

Tenendo conto di un fatto: -che la gente dimentica sempre- c’era una legge per le zone depresse del Paese, a cui lo Stato avrebbe dovuto dare aiuto fino ai primi anni 60, zone del Paese che non erano solo il Sud, ma grandi parti della Pianura Padana e valle del Po, ed erano, per esempio, tutto il Veneto.

– E cosa è mancato al Sud rispetto ad un Veneto che comunque oggi è sicuramente una zona con i problemi di ecologia e di altro, ma che ricca lo è? L’Italia è un paese lungo e ha una parte più agganciata all’Europa e l’altra nel cuore del Mediterraneo, insomma sono due realtà che, come dire, hanno sempre faticato a stare insieme. Ci sono stati periodi che il Nord, il Centro e il Sud avevano comunque un dialogo e c’erano forme di civiltà che si intrecciavano di più.

In tempi più recenti invece, l’Europa è l’Europa del Mediterraneo e noi siamo a cavallo tra queste due realtà, dove i traffici e le industrie hanno trovato un grande sviluppo nel Nord grazie alle circostanze storiche ed economiche, ma anche grazie all’emigrazione che è servita a fare il miracolo economico. Avvenuto perché le industrie del Nord avevano a disposizione una mano d’opera a prezzi molto bassi e, come in altre situazioni storiche, si è verificato che quella mano d’opera era perlopiù meridionale o contadina, perché c’erano anche i veneti a Torino. L’immigrazione veneta è stata molto forte, insieme ai toscani e poi, in massa, è arrivato il Sud. C’è stato anche un periodo di accostamento, mi ricordo gli slogan del ´68: “Nord e Sud uniti nella lotta”.

– Invece oggi sembra essere il contrario. C’è una rivendicazione territoriale… C’è stata una rivendicazione che, come dire è il rifiuto della globalizzazione da parte, per esempio, di ungheresi, polacchi e degli stessi tedeschi. Questo non è un fenomeno isolato, ma un fenomeno di paura che questa unità possa in qualche modo avvantaggiare i più ricchi e svantaggiare gli altri.

– Ma, secondo lei, quanto è vero questo? C’è una situazione di mescolamento generale in cui il Sud viene penalizzato ancora una volta, perché i Governi sono in mano ai più aggressivi, ai più abili politicamente, tenendo conto che fenomeni come la Lega non sono circoscritti, ma sono internazionali e che le classi dirigenti meridionali, piuttosto mediocri e succubi rispetto alle altre, non hanno una chiarezza, non hanno una proposta e non hanno capacità di convinzione popolare.

Questo si trasforma in difesa di ciò che è proprio per la paura di perderlo, perché ci sono altri più affamati che vengono “a toglierci quel poco”, e poi perché i ricchi sono avari, molto più avari dei poveri, molto meno generosi e aperti.

– E per entrare ancora di più in merito alla questione Nord-Sud?  C’è a livello Nazionale un nuovo sganciamento Nord e Sud molto preoccupante, perché la classe dirigente che ha in mano la situazione è più spavalda, più moderna di quella del Sud da cui però i collegamenti con la ‘ndrangheta sono indubbi. Dove poi le Banche che riciclano i soldi di tutti, della ‘ndrangheta, della camorra e della mafia però poi sono venete ma in funzione del potere locale, generando una classe dirigente di merda sia a livello nazionale che locale. È anche questo il problema. Dopo il suicidio della Sinistra dopo il Veltronismo e il Renzismo dopo Berlusconi e Di Pietro e con Grillo e Salvini con la Lega e con Bossi ecc. insomma…

Abbiamo avuto un periodo luminoso che va dal `43, dalla Resistenza fino agli anni 70, una classe dirigente molto migliore, quella che ha fatto la Costituzione, la Repubblica, la Democrazia, il voto alle donne e scuola obbligatoria fino a 13 o 14 anni e in più una scuola unica per i figli dei poveri e quella dei ricchi: la scuola pubblica. Insomma, una classe dirigente che ha fatto grandi riforme fino a quella della sanità, allo statuto dei lavoratori, riforma abbandonata perché la storia ha preso altre direzioni e l’economia ha spazzato via quel tipo di organizzazione dei lavoratori che c’era. Ma questo non è un discorso meridionale, stando nel Sud ti accorgi dei difetti della classe dirigente del Sud ma stando nel Nord ti accorgi dei difetti, e a volte delle infamie, della classe dirigente del Nord. Siamo veramente un Paese dove lo sforzo unitario si è un po’ allentato dopo gli anni 80 e forse dopo i ´70 si è di nuovo talmente allentato da rendere, come dire, anche fantascientificamente non del tutto improbabile l’ipotesi di crisi dell’idea di Nazione.

Il problema del Sud è quello della formazione di una classe dirigente che sia all’altezza dei compiti storici che abbiamo di fronte. La formazione di una classe dirigente Nazionale e locale è ancora un compito enorme.

Come si può sopperire a questa mancanza, non avendo più, come Lei dice, lo strumento della formazione politica? In molti modi. Per esempio, sul piano sociale, con questa ipocrisia collettiva (del sociale appunto) sopperiamo alle mancanze dello Stato con i giovani che entrano nelle Associazioni che si occupano del sociale. Non c’è il lavoro nelle forme tradizionali, sono scomparse le industrie, perfino l’agricoltura è totalmente cambiata, l’artigianato è quasi inesistente… e la gente dove trova lavoro? Trova lavoro nel sociale e nel culturale. Sono campi estremamente ambigui, dove la motivazione ideale positiva è il bene degli altri, ma ha alla base una motivazione economica, in cui si cerca la soluzione al problema di trovare un posto di lavoro.

In tutto questo secondo me il nemico principale è forse la cultura, nel senso che cultura oggi è intesa come modo per addormentare e non come modo per svegliare. L’Università è una grande mafia organizzata, la cultura serve per mantenere dei privilegi. E oggi la comunicazione è importantissima, si governa tramite la comunicazione, si rende la gente un po’ stupida per poterla manipolare meglio. Il messaggio è: comprate, siate d’accordo con chi propone questo tipo di società, siate consenzienti con chi propone questo tipo di società e così via… Questo è uno degli inghippi di quest’epoca.

– Chi parte, chi arriva, chi sta. Che valore ha questa iniziativa? Questa iniziativa che noi facciamo, piccolissima, minima, è la confluenza di più richieste, una è proprio questa: formare dei giovani più intelligenti di quanto non li formi l’Università, che si rendano più conto della gravità dei problemi, dell’urgenza di intervenire e anche di una visione, diciamo pure, morale ed etica del loro intervento.

Ma anche una visione della politica come responsabilità collettiva, che corresponsabilizzi rispetto alla Polis e non rispetto alla propria famiglia, alla propria mafia, al proprio gruppo di potere.

Questo, riguardo ai giovani, è particolarmente urgente perché loro sono in una situazione in cui da un lato vedono cambiamenti enormi sotto i loro occhi ma non hanno gli strumenti né per capirli né per intervenire. Dall’altro vedono ondate di migranti e ovviamente la reazione leghista può attrare molti di loro con la difesa contro quello che arriva da fuori e che può mettere in crisi il loro equilibrio. Allo straniero attribuisci tutti i mali del mondo. Dall’altro c’è però che sei in una situazione globalizzata in cui ti puoi muovere. E questo è il loro grande vantaggio. Anche se non riescono a dare un ordine a tutto ciò, a capire e a cogliere le coordinate, hanno la possibilità di vedere il mondo molto di più delle generazioni precedenti. E emigrano, soprattutto i giovani, o quantomeno lo fanno per primi. Ma oggi dal Sud emigrano anche adulti e poi ci sono quelli che stanno qui e che si fermano.

– Chi sono quelli che restano? …Bisogna un po’ chiederselo ma più che questo: che cosa fanno, che cosa toccherebbe a quelli che restano? Il problema è tutto un po’ da discutere.

“Il cosa tocca” mi fa pensare, cosa gli tocca nel senso: che cosa gli rimane o cosa gli tocca fare?

Oggi ci sono più povertà. Cioè: prima si individuava la povertà economica e si individuava forse una povertà culturale, oggi?

– Oggi? … Oggi il problema, secondo me, siamo noi. Non siamo quelli che vanno ad aiutare gli altri, siamo noi che dobbiamo contemporaneamente salvare noi stessi e salvare gli altri, ecco. Non si riesce a rispondere alle aspettative, forse. Oppure, nel tempo, si sono create così tante aspettative rispetto a quello che è poi in realtà?

– Qual è la contraddizione più grande? Il problema è che noi dobbiamo essere più lucidi nelle analisi delle nostre contraddizioni: noi non siamo i buoni, siamo dei buoni ambigui perché facciamo, lavoriamo per il bene altrui, ma anche per il nostro interesse, perché altrimenti non sappiamo dove infilarci se non emigrando, per l’appunto. Questa è la contraddizione del sociale. Che oggi riguarda milioni di persone. Una volta eravamo quattro gatti (ad occuparci di sociale, ndr), adesso ci sono milioni di persone organizzate in associazioni che spesso sgomitano tra di loro. Ma quella che è morta è la politica. Una volta potevamo fare cose, come dire, vincenti, perché avevamo la sponda della politica. C’era qualcuno che si interessava di sociale, oggi, anche questo è un grande vuoto: noi non abbiamo delle sponde.

– Questa tre giorni, se pur nel piccolo, come diceva all’inizio, ci può aiutare a comprendere questo scenario e anche ad agire? Perché ovviamente dopo la comprensione c’è bisogno dell’azione. Non lo so. Quello che si può fare è discutere senza le ipocrisie e gli infingimenti della cultura e del sociale, senza la chiacchera a vuoto per far bella figura, senza la chiacchera “universitaria”. C’è qualche professore universitario, ma abbiamo chiamato quelli di cui ci fidiamo e c’è, come dire, una parità. Gli utenti sono tali e quali ai professori, non c’è una grande differenza tra questi ragazzi che sono iscritti e noi che andremo a raccontargli delle cose, perché sarà una specie di tavola rotonda continua, in cui ognuno dirà la loro perché sono portatori di esperienze diverse, anche dalle nostre.

Anche come metodo c’è da operare un cambiamento: siamo tutti discenti e docenti oppure detto in altre parole: siamo tutti nella merda e come il Barone di Münchhausen si tira fuori dalla merda tirandosi su da solo dai capelli.

Nella foto in evidenza un momento di convivialità in Comunità Progetto Sud, da sx: Angela Regio, Maria Pia Tucci, Giacomo Panizza, Goffredo Fofi, Isabella Saraceni, Marina Galati, Emma Leone, Marisa Meduri.
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Per Maria Chindamo un’opera simbolo di impegno collettivo

di Maria Pia Tucci

Dal 2006, il 6 maggio, è diventata una data di memoria e lotta alla ‘ndrangheta. Una giornata simbolica che, nel nome di Maria Chindamo, uccisa dalla ‘ndrangheta, mobilita cittadini e cittadine, Istituzioni e organizzazioni sociali.

La presenza in contrada Montalto di Limbadi, Vibo Valentia, denota un impegno che si fa presenza e cura di una porzione di terra che rischiava di diventare simbolo di assenza dello Stato e di indifferenza collettiva.

La sparizione di Maria Chindamo è invece, oggi, a nove anni dal suo omicidio, un parlare ad alta voce e il megafono è una rete ampia di partenariato sociale informale, di cui fa parte anche Comunità Progetto Sud.

Illuminiamo noi le terre di Maria è il progetto guidato da Crisi Come Opportunità, che fa seguito a Controlliamo noi le terre di Maria, ed è sposato, nella partecipazione, da: Caritas Diocesana Locri-Gerace, Associazione “Il Samaritano”, Associazione Don Milani, Istituto Penale per Minorenni di Catanzaro, Comunità Progetto Sud, GOEL – Gruppo Cooperativo, Calabria che Cambia, Centro Studi Milly Villa – UNICAL, Fondazione “Una, nessuna, centomila”, Licei e istituti scolastici del territorio del Vibonese, Libera – Presidio di Vibo Valentia, Penelope, Agape, i Comuni di Limbadi e di Rombiolo sono invece i partner istituzionali.

E poi c’è il contributo che resta a simbolo: quello delle arti. Quest’anno, durate la cerimonia del 6 maggio numerose testimonianze si sono intrecciate al reading teatrale di “Se dicessimo la verità” di Giulia Minoli ed Emanuela Giordano, che racconta la storia di Maria Chindamo, della cantastorie Francesca Prestia che ha composto e cantato Maria e dell’installazione dell’Opera – Cancello di Luigi Camarilla, realizzata nelle Officine Paolo Scerbo e illuminata da Artemide. Un processo partecipativo al quale hanno contribuito gli studenti dell’Istituto Itg, Iti e Ite di Vibo Valentia.

Quel cancello ascensionale per Maria Chindamo, nato dalla operosa mente creativa dell’artista siciliano Luigi Camarilla, rimane lì, al centro del giardino e, tra gli uliveti, racconta la trasformazione della materia che diventa messaggio per tutti e tutte.

«Il mio è un viaggio tra sentimento delle origini e impegno civile», ama dire l’artista Camarilla, quando si parla del suo percorso da artista. Di come è nata quest’opera per Maria Chindamo e di quanto l’arte materica può farsi messaggio sociale, ne abbiamo chiesto direttamente a lui.

al lavoro 2Il ruolo sociale dell’arte: un messaggio per parlare a chi? « Non so se la Bellezza salverà il mondo, penso che quella incarnata nell’Arte possa penetrare nell’immaginario dell’osservatore, nel suo universo emotivo, e da lì farsi pensiero, riflessione. Viviamo in una civiltà distratta dai valori: l’Arte, quando è sociale, ha semplicemente il ruolo di sollecitare le coscienze, di richiamare ai valori migliori sulle quali si sono fondate le civiltà. È legittimo che ognuno abbia il diritto di intendere l’arte e il suo ruolo secondo la propria visione. La mia convinzione è che ogni espressione creativa sia innanzitutto salvezza personale per chi la pratica.  Credo sia stato così in ogni epoca».                                                                    Cosa intende per salvezza?
«Per salvezza intendo una condizione interiore che predispone a poter reggere il peso della propria vicenda umana, solo in piccola parte ribilanciata dalle gioie che ad ogni destino in qualche misura sono riservate. Ma chiunque ai nostri giorni abbia fatto di un’espressione artistica il proprio mestiere, secondo me, farebbe bene a guardare con profondità le vicende umane altrui, per poter contribuire ai dibattitti delle società civili del nostro tempo con al centro la condizione dell’umanità contemporanea».

Com’è nato il concept dell’Opera Cancello per Maria Chindamo?

«Quando con Vincenzo Chindamo andai a fare il primo sopralluogo dove sua sorella Maria fu rapita dalla ‘ndrangheta e già lì probabilmente uccisa, mi trovai davanti agli occhi il vecchio cancello di ingresso alla sua terra, arrugginito, con uno striscione appeso sopra che mostrava la foto di Maria sorridente.   Lo guardavo, lo toccavo, era lo stesso che lei stava aprendo per entrare con la sua auto, l’ultima cosa che probabilmente aveva toccato, il testimone materico di quanto era accaduto.

Nei giorni precedenti mi ero posto il problema di quale materiale avrei potuto usare. La mia materia prediletta fino a quel momento era stato il legno delle barche dei pescatori siciliani e dei migranti.

Il limite di questa materia è di non durare a lungo per le intemperie, e la scultura avrebbe dovuto essere collocata in esterno, tra il cancello e la strada. Inoltre, proprio a causa di tale limite che avevo patito nei miei lavori, da tempo coltivavo l’aspirazione di usare il ferro, pur conoscendo poco le sue proprietà.

Lì davanti, mentre Vincenzo mi parlava, l’effetto di ciò che rimuginavo da giorni e la suggestione tattile che mi dava il cancello in quel momento, fulmineamente si saldarono e gli dissi: questo cancello lo trasformeremo e diventerà la scultura che parlerà di Maria!

Immaginai di far sostituire il cancello con uno nuovo, anonimo. Metà di quello vecchio, così com’era con le sue ruggini lo avrei posizionato al centro della scultura come un “testimone”, l’altra metà lo vedevo tagliato a fette, tanti elementi da curvare e unire in modo che componessero una spirale che ascendesse intorno e fin oltre l’altezza del “testimone”, elementi dipinti con colori vivaci. Quella forma colorata e dinamica, simbolicamente, poteva rappresentare la forza e il coraggio di quella parte sempre crescente della società civile che si impegna a combattere l’immobilismo che la cultura patriarcale e mafiosa vorrebbe imporre.

L’ho detto, conoscevo pochissimo la lavorabilità del ferro e così trovai, sempre in Calabria, le “Officine Paolo Scerbo” che, con competenze fuori dall’ordinario, ha costruito la grande spirale di ferro che durante i lavori è stata modificata per ragioni di statica rispetto al modellino che avevo realizzato».

inaugurazioneChe ruolo hanno oggi le installazioni d’artista?
«Quante saranno le persone che visitano musei e altri luoghi deputati a fruire arte?  Non è necessario ricorrere ai dati ufficiali per immaginare che si tratta solo di una parte di popolazione. Le installazioni -intese come opere d’arte tridimensionali che si relazionano allo spazio esterno di un contesto ambientale- sono visibili anche a chi non frequenta l’arte. È come se l’opera d’arte andasse a cercare le persone, e chissà mai che possa anche catturarne l’attenzione, far scaturire qualche emozione. Ricordo che durante la realizzazione della scultura nelle “Officine Paolo Scerbo”, un anziano meccanico di statura ancor più piccola della mia e pacioccone era venuto più volte. Tornò anche il giorno in cui il nostro lavoro fu terminato. Mi si avvicinò e disse che lui non capiva niente dell’arte ma una scultura così bella non ci poteva essere in tutta la Calabria. Quelle parole ovviamente non suscitavano vanità, perché probabilmente quel signore bonario, umile e curioso, non aveva mai visto i potenti Bronzi di Riace a un centinaio di chilometri da lì. Fui colpito piuttosto dal fatto che l’opera poteva aver attivato in lui chissà quale molla emotiva.

Già in passato, durante l’installazione del “Pellegrinaggio d’amore – dalla Passione alla Coscienza” lungo la monumentale Scalinata di Santa Maria del Monte a Caltagirone, era accaduto qualcosa di simile. A metà salita, davanti a una delle 32 stazioni -nella quale era rappresentata un’icona con la pala di ficodindia cuoriforme con tre frutti fiammanti in cima per evocare il Sacro Cuore- una vecchietta d’altri tempi, curva e minuta, si rivolse a me mentre accompagnavo dei visitatori. Timidamente, in siciliano mi disse: “Quella pala di ficodindia è come tutti noi”
Che altro aggiungere!»

Il Mediterraneo è al centro della sua ricerca artistica. Cos’è il Mediterraneo dentro e fuori Luigi Camarilla?
«L’immagine interiore del mio Mediterraneo non è di acqua e di sale, bensì qualcosa che somiglia piuttosto a una stratificazione di sedimenti biografici. Lo strato più profondo è l’infanzia vissuta in una Ortigia d’altri tempi, ancora con l’affollata presenza delle barche variopinte dei pescatori, con i giochi tra le pietre assolate di un passato favoloso che fu abitato dagli stessi Dei ed Eroi dei film mitologici che proiettavano all’oratorio, a fine anni Sessanta. Un‘esperienza che mi ha intriso di memoria struggente, come quella che emanano certi film di Tornatore. Dove sono nato c’è il mare, crescendo ho scoperto che quel mare fu culla delle civiltà. Da allora, dagli anni della mia formazione in poi, il sentimento delle origini ha generato l’attrazione per la mitologia classica e l’iconografia della spiritualità dei popoli mediterranei. Invece nel Tempo presente, ovvero con la maturità, ho sentito di voler esprimere, con la scultura, il mio pensiero su alcuni temi di interesse collettivo, di impegno sociale come quello dell’emergenza umanitaria dei migranti, del dialogo tra le culture, dell’affermazione della Pace come valore universale.

È questo il Mediterraneo che è fuori di me al quale guardo e che interpreto. Non è un caso che i miei lavori li materializzo -a parte alcune eccezioni come la scultura per Maria Chindamo- con i legni delle vecchie barche che hanno vissuto nel Nostro Mare, che hanno servito l’uomo e sono state ricambiate con amore, preservate con strati di vernice ricorrentemente negli anni. In quelle stratificazioni di tanti colori che cerco e faccio affiorare risiede la relazione tra l’uomo e la sua barca, ed è questo uno dei segni dello spirito antropologico che perseguo nella mia ricerca espressiva che oscilla tra sentimento delle origini e impegno civile».

Si ringrazia l’artista Luigi Camarilla per l’invio delle foto

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Il dono e la città. Don Giacomo Panizza presenta il suo ultimo libro a Catanzaro

Martedì 19 novembre 2024 | ore 18 | Sala Concerti | Palazzo del Comune  | Catanzaro

Dialogano con don Giacomo Panizza:

Nicola Fiorita, Sindaco di Catanzaro

Nunzio Belcaro, Assessore alle politiche sociali di Catanzaro

Isolina Mantelli, Centro Calabrese di solidarietà

Maria Pia Tucci, Giornalista

Sono previsti interventi dal pubblico e firma copia a margine della presentazione

Le associazioni di volontari non sono destinate a mettere cerotti improvvisati a pubbliche amministrazioni incuranti del welfare e dei diritti di chi ha più bisogno. I corpi intermedi della società non si aggregano per arginare le distrazioni o le malefatte della politica e del mercato. E costituiscono luoghi privilegiati non quando distribuiscono doni consolatori, ma se accompagnano le persone a mettere in moto la solidarietà, la condivisione e l’accoglienza, e quando generano e rigenerano fiducia negli abitanti di un territorio. Dal libro il dono e la città. Sul futuro del volontariato

Il libro, edito da Bibliotheka, uscito lo scorso aprile, è un’occasione per tracciare la storia della nascita del volontariato in Italia, le persone e i protagonisti una svolta sociale che hanno segnato e segnano, ancora oggi in molti territori, “un cerotto” alla mancanza di un welfare pubblico che sia capace di leggere bisogni e attuare azioni politico-sociali.

L’appuntamento di Catanzaro, il prossimo 19 novembre, mette intorno al tavolo il Sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita e l’Assessore alle Politche sociali, Nunzio Belcaro, Isolina Mantelli, Presidente del Centro Calabrese di solidarietà e Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud Ente presieduto da don Giacomo Panizza, che  dialogherà con tutti loro e con l’assemblea degli intervenuti che potranno intervenire con domande.

Scarica la locandina

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In compagnia di Maicol | 9 settembre ore 18.30 | Via Conforti

“Un diario, nel quale Emma Leone ha cercato di racchiudere, seppur solo in parte, alcuni momenti, forse i più significativi, della sua vita. Pagine di dolore e sofferenza, ma anche di tanta gioia e felicità e di scelte che l’hanno resa protagonista nel cambiamento non solo personale, ma soprattutto nel sociale. Pagine che raccolgono le sue emozioni e le sue riflessioni”.

“In compagnia di Maicol” è l’autobiografia di  una protagonista della nascita e della vita della Comunità Progetto Sud, dal 1975 ai nostri giorni. Il virgolettato in incipit è consegnato a tutte e tutti noi dal compagno di vita di Emma Leone, Beppe Rozzoni, parole che in poche battute fanno il riassunto e lanciano il messaggio del viaggio che Emma ci permette di fare con un testo elaborato e ricco di vita e che chiama chi lo legge a riflettere sul senso delle scelte.

Scelte che Emma ha compiuto per sé stessa e per garantire ad altri e altre il senso dei diritti e dei doveri delle persone con disabilità, il protagonismo collettivo dei ruoli che ognuno ha in una catena umana che produce sociale con il senso del fare.

Emma Leone e Beppe Rozzoni
Emma Leone e Beppe Rozzoni

Un estratto del libro, pubblicato come numero 121/122 edizione della rivista Alogon, può essere scaricato dal sito della Comunità Progetto Sud  ( Scarica cliccando qui )  e sarà presentato sotto il glicine di Via Conforti, casa madre della Comunità Progetto Sud, il prossimo lunedì 9 settembre 2024 ore 18.30. 

cps emmaleone in compagnia di maicol (sito web)

Una presentazione tutta al femminile, che farà focus sul sociale contemporaneo partendo proprio dalle pagine di “In compagnia di Maicol”; a discuterne: Marina Galati, psicologa e direttrice di Comunità Progetto Sud, Laura Corradi, sociologa e docente Unical,  Giorgia Gargano, docente e già assessore alla Cultura e Istruzione del Comune di Lamezia Terme, Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud.

Nell’intervista di Tiziana Bagnato, di qualche anno fa, un profilo di Emma Leone

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“Che Impresa La Scuola!”: una visione innovativa che coinvolge i giovani nella comunità

di Maria Pia Tucci

Un nuovo percorso di comunità territoriale allargata ha preso il via nelle scorse settimane.

“Che impresa la scuola!”, (progetto a valere sulle risorse del PNRR – Missione 5) ha già coinvolto nella formazione i primi esperti e i giovani, ed è stata lanciata una campagna di offerta lavoro per esperti che guideranno alcune delle attività.
Un progetto della durata di diciotto mesi che riflette l’impegno a lungo termine per il successo e lo sviluppo sostenibile delle comunità e che vuole essere una risposta innovativa alle sfide educative e sociali, offrendo un approccio inclusivo e partecipativo.

L’obiettivo ambizioso è quello di promuovere il senso di appartenenza e la riscoperta del territorio tra gli adolescenti dei comuni di Decollatura e Soveria Mannelli.

Attraverso attività di animazione sociale e culturale, integrate con l’uso delle nuove tecnologie, si mira a coinvolgere attivamente i giovani, specialmente coloro a rischio di povertà educativa e dispersione scolastica.

Incontri settimanali, passeggiate storiche e rassegne cinematografiche aperte a tutta la cittadinanza, caratterizzano le attività progettuali, che verranno presentate nel seminario “Comunità educanti e giovani: un ponte tra generazioni”, del prossimo martedì 5 marzo, dalle ore 10:30 che si terrà nella sala dell’ IIS “L. Costanzo” di Decollatura.

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Nell’ occasione porteranno i saluti: Maria Francesca Amendola, dirigente IIS “L. Costanzo” Decollatura; Raffaella Perri, sindaco Decollatura e Michele Chiodo, sindaco Soveria Mannelli

Seguiranno gli interventi di Giacomo Panizza, Presidente Associazione Comunità Progetto Sud Onlus di Lamezia Terme e di Lorena Leone, referente per l’Associazione Comunità Progetto Sud Onlus di Lamezia Terme del Progetto “Che Impresa la Scuola!, Antonio Cavallaro, responsabile comunicazione esterna Rubbettino Editore e due studenti dell’ISS “L. Costanzo” di Decollatura. I lavori saranno moderati da Giorgio Marcello, Docente Università della Calabria, a lui sono affidate anche le conclusioni del seminario.

IL PROGETTO

Sono tre gli asset di sviluppo di Che impresa la scuola! e hanno come desinenza il futuro e come matrice: la conoscenza, il lavoro, il territorio, con l’obiettivo chiave di contrastare l’abbandono e la dispersione scolastica e promuovere il senso di appartenenza al proprio territorio, partendo da talenti e aspirazioni dei giovani.

Il partenariato, guidato dall’ Associazione Comunità Progetto Sud fa rete con l’Istituto di Istruzione Superiore “L. Costanzo” di Decollatura, la Cooperativa Sociale “Le Agricole” di Lamezia Terme e i Comuni di Decollatura e di Soveria Mannelli e vede la collaborazione delle  l’Associazioni Lyra, di Decollatura e DEDÀ di Soveria Mannelli. Le due cittadine del Reventino sono coinvolte a trecentosessanta gradi con il loro tessuto imprenditoriale, sociale e culturale.

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Inclusione: dal laboratorio al teatro “MAMMA, LI TURCHI!” Uno spettacolo di burattini e attori

Domenica 15 maggio 2022 ore 16| Teatro Grandinetti | Lamezia Terme

È arrivato a Lamezia Terme il progetto Insieme – Gli strumenti del teatro per l’inclusione sociale, progetto nazionale finanziato dal Ministero del Lavoro e  delle Politiche sociali in partenariato con Federazione Italiana Teatro Amatori (FITA). Un partenariato che si allarga e stipula sui territori ulteriori reti con il terzo settore per promuovere integrazione sociale ed educazione inclusiva e favorire il protagonismo di minori e giovani e che per la Calabria ha scelto di lavorare con la Comunità Progetto Sud e I Vacantusi.

Da ieri, tra le mura di sala Sintonia della Comunità Progetto Sud, dieci attori di teatro amatoriale calabrese messi a disposizione da I Vacantusi e dieci giovani utenti del Centro di Riabilitazione, due formatori della FITA e due tutor di Comunità Progetto Sud: Domenico Esposito e Paola Rozzoni, stanno lavorando insieme per la messa in scena di “Mamma, li Turchi!” Uno spettacolo di burattini e attori tutto da vedere al teatro Grandinetti di Lamezia Terme alle ore 16 di domani, domenica 15 maggio.  

 

locandina_mamma li turchi

Una full immersion con esperti, attori e operatori, che costruisce nuove relazioni, autonomia e presenza scenica.

«Ma non finisce qui – dice Annamaria Bavaro, referente per il Centro di Riabilitazione di Comunità Progetto Sud –. L’aspetto interessante e innovativo è la metodologia del lavoro: il rapporto uno a uno attore-ragazzo o ragazza e anche l’ approccio esterno che stiamo sperimentando». «Infatti – conclude la Bavaro – è la prima volta che ci affacciamo, tutti insieme, ad un laboratorio di teatro inclusivo realizzato con soggetti esterni alla nostra rete. Un modo altro e significativo per stare nel mondo».

Le ore di laboratorio aiuteranno i protagonisti a costruire, sviluppando ulteriori capacità anche manuali, anche alcuni oggetti di scena, completando così una visione che diventa scena reale e realizzabile di un legame forte tra il sé, la scena e l’ altro partecipando «a un rito collettivo in cui si riscopre una socialità positiva in ottica intergenerazionale e per una partecipazione attiva sulla scena della vita», come si legge nella sinossi del progetto.