Dov’è la felicità? Nella cura della terra che fa da scudo all’indifferenza

di Maria Pia Tucci

Partendo da uno dei temi fondativi per mission di Comunità Progetto Sud, nel 2008 è nata l’idea di costituire la cooperativa sociale Le agricole, con la visione che l’agricoltura potesse essere non solo luogo di lavoro e di produzione di beni materiali, ma anche spazio di cura, attenzione all’ambiente e per l’accoglienza di soggetti fragili.
Un luogo privilegiato per offrire opportunità lavorative, ma anche di socializzazione e di relazione con la natura. Tutto questo unito a un senso di giustizia sociale, che si lega alla terra e alla sostenibilità ambientale.
Fondatrice e presidente de Le Agricole è Anna Maria Bavaro, che è anche tra le socie dell’Associazione Comunità Progetto Sud.

Come si è avvicinata al tema dell’ambiente?
Lavoro da circa 40 anni con persone con fragilità. Ma i fragili non sono “la fragilità”: hanno dentro risorse inimmaginabili. Stando a contatto con loro ho capito quanto sia importante non considerarli scarti della società, ma una ricchezza. Questo tema della giustizia sociale e della tutela dell’ambiente è profondamente interconnesso. Non possiamo pensare all’uno senza l’altro. Sono sempre stati elementi centrali e inscindibili della nostra missione. Parlare di tutela dell’ambiente significa anche considerare le conseguenze che i disastri ecologici hanno sui soggetti più fragili, a livello locale, nazionale e mondiale.

In che modo questi valori hanno trovato applicazione nella Comunità Progetto Sud e nella cooperativa Le Agricole?
Siamo partiti dall’idea di contrastare il modello dominante di produzione lineare e capitalistica. Ci siamo chiesti: perché non fare qualcosa di concreto? Così abbiamo scelto coltivazioni biologiche e la cura di terreni abbandonati, molto diffusi nella nostra regione. L’obiettivo era coniugare il lavoro con la socializzazione, la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale, dando anche risposta ai bisogni di donne in situazioni di vulnerabilità. Grazie a un’intesa con la Chiesa, abbiamo fittato un loro terreno in disuso per offrire a donne e persone fragili la possibilità di ritrovare un senso nella propria vita attraverso il lavoro e il contatto con la terra.

Come si è sviluppata la cooperativa e cosa producete oggi?
Abbiamo iniziato coltivando ortaggi e frutta, cercando di rispondere ai bisogni della comunità. Abbiamo anche collaborato con gruppi di acquisto solidale (GAS) e coinvolto le famiglie, permettendo loro di conoscere e vivere direttamente l’orto. Abbiamo voluto creare un “orto vivo”, dove le famiglie potessero venire anche a raccogliere direttamente i prodotti. Questo per trasmettere una nuova idea di agricoltura, di produzione e di economia circolare. Per esempio, dal raccolto che loro facevano noi trattenevamo gli scarti, che non venivano buttati, ma riutilizzati come compost naturale. Anche attraverso queste azioni semplici abbiamo cercato di comunicare un messaggio importante.

Quindi un progetto anche educativo?
Assolutamente sì.

Si parla sempre più di tutela dell’ambiente “fatta con le persone”. Da ieri in avanti, cosa ci aspetta a livello di programmazione, considerando anche l’accelerazione dei cambiamenti climatici?
Ci aspetta un impegno ancora più consapevole. Dobbiamo contribuire a mantenere la terra viva, proprio mentre assistiamo a un’accelerazione dei cambiamenti climatici. Il tema della tutela dell’ambiente e quello della giustizia sociale sono intrinsecamente collegati: non si può pensare alla giustizia sociale senza la tutela dell’ambiente.

In che modo l’associazione Progetto Sud sta affrontando questa sfida?
Progetto Sud ha sempre tenuto insieme queste due dimensioni nella sua missione. Oggi, nel presente ma anche guardando al futuro, l’attenzione non può essere solo individuale: non è solo l’associazione in sé a doversene occupare, ma tutto il mondo che la compone. Stiamo elaborando un piano per la tutela ambientale che coinvolga le diverse realtà, le strutture fisiche e tutti i soggetti che appartengono all’associazione. Sappiamo di avere un impatto e quindi vogliamo assumercene la responsabilità. Come dicevo all’inizio è proprio l’idea di “scarto” che mi ha fatto riflettere. Oggi non solo le persone, ma anche la terra viene trattata come uno scarto. È stata dissacrata, massacrata.

La terra è fragile come le persone fragili: è un binomio naturale. Non si salva nessuno continuando a distruggere, dentro una logica di consumo continuo.

Il messaggio più profondo è che nel proteggere la terra proteggiamo noi stessi, comprese le persone più fragili. Sono loro che ci insegnano cosa significa essere fragili, ma anche come dare senso alla vita. Una domanda che mi sono sempre posta dov’è la felicità? Credo che la terra e le persone ci insegnino la relazione, il benessere e non l’esclusione, la cura e non l’indifferenza.