Fare comunità o fare ghetti
di Giacomo Panizza
Per questo numero di Petali dedicato al tema “fare comunità o fare ghetti”, abbiamo scelto di affiancare ai testi la canzone “In the Ghetto” scritta e musicata da Mac Davis e portata alla ribalta da Elvis Presley. Nel 1969 Mac Davis scrive il testo legato a un ricordo della sua infanzia, a un coetaneo afroamericano cresciuto in una parte della città molto più povera della sua, dove le strade restavano sterrate e le occasioni per cambiare in meglio scarseggiavano. Infatti, il titolo originale era “The Vicious Circle” (Il circolo vizioso), un’immagine che racconta già da sola l’idea di una storia che gira su sé stessa ripetendosi come una condanna senza vie di uscita.
Così è in ogni ghetto, come ogni sistema bloccato non consente una terza via. O ci s’impegna a fare comunità o ci si dedica a fare ghetti. Oppure, banalmente si imbocca il vivere pigro che non fa, o l’indifferenza: che lascia fare. Non esistono ghetti a metà e non durano comunità con persone che fingono fiducia e amicizia. Comunità e ghetti sono “modelli” contrapposti. L’umano, però, cerca comunità, desidera “un aiuto che gli corrisponda”. Il cuore umano si scalda solo con qualcuno e non con qualcosa. La stessa sua intelligenza originale è naturale e non colloquia con l’intelligenza artificiale.
La Comunità Progetto Sud inizia nel 1976 quando alcuni giovani calabresi in sedia a rotelle confinati in casa si ribellano alla pratica di venire rinchiusi in strutture con fama di ghetti. Alla segregazione non c’erano alternative ma quei giovani hanno reagito. Hanno manifestato il loro disarmato rifiuto e sono stati ascoltati da loro coetanei, poi altri ancora li hanno aiutati mettendosi insieme e coinvolgendone altri ancora. In compagnia, hanno sposato la giusta lotta ai ghetti e costruito Comunità.
Costruendo comunità abbiamo scovato ghetti con dentro giovani in sedia a rotelle, rinchiusi in luoghi “fatti apposta per loro”. Abbiamo incontrato le “menti migliori della nostra generazione” ridotte come larve sofferenti in cura psichiatrica; persone di ogni età raggiunte nel corpo dalla non autosufficienza; uomini e donne di nazioni o etnie dichiarate inferiori da persone loro simili a causa di paure e perbenismi, e anche donne maltrattate, lavoratori e lavoratrici comandati da caporali, piccoli ignorati dalla società e dalle istituzioni; …
Abbiamo progettato interventi socializzanti e liberanti opponendosi ogni qualvolta ai ghetti incontrati durante le nostre esperienze di vita e lavoro, come le classi speciali nelle scuole, le prigioni per chi si droga, le cinghie di contenimento in psichiatria, lo stigma per le persone con Hiv o con Aids conclamata, gli immigrati circondati da filo spinato, i campi rom, le donne maltrattate e altri ghetti duri a morire perché conformati nell’immaginario collettivo, quali i ghetti segreganti tante persone indifese, non autosufficienti e prive di voce propria.
Certo, la lotta ai ghetti va inquadrata accanto alle possibili proposte da rendere concrete in Calabria, dove emerge palese l’aggravante etica e politica di svalutare colpevolmente l’obbligo di dotarsi dei necessari servizi e interventi territoriali di welfare. Si tratta di “peccati di omissione”, di aver intenzionalmente lasciato esagerati vuoti di servizi e di diritti necessari producendo la nascita qua e là di grandi e piccoli ghetti nei quali rinchiudere in particolare le persone con disabilità e non autosufficienti. L’alternativa, 50 anni fa era di rimanersene come prigionieri in casa propria, senza assistenza se non quella dei famigliari! Oggi, nel 2026 in aggiunta ci si trova a dover fare i conti con la cosiddetta “società liquida” in cui i ghetti sono diventati irriconoscibili.
Il ghetto è come località abitate di Serie B o peggio, prodotte o concesse da individui che si impongono o credono di essere di Serie A. Sono componenti che non vogliono fare comunità e relegano a margini materiali ed esistenziali altre componenti della stessa città. Suddividono territori e abitati in più parti in cui ridefinire i più deboli “i perdenti” oppure “non persone”. Il ghetto nega alle persone di poter diventare ognuna sé stessa. Stigmatizzate come inferiori viene vietato di aprirsi alla vita. Il Ghetto esiste dove sistemi di potere rendono infeconde le persone da sentimenti, pensieri e desideri che esse avranno difficoltà a ravvivare. Se accadesse a me, mi troverei confinato in un ghetto fino a quando il ghetto divento “io”. Poi saprei solo essere e fare ghetto. Sopravviverei nel tempo ma non vivrei la “mia” vita. Una volta, magari, potrei venire ripescato come un dato statistico.
Soltanto comunità di cura potranno cambiare le vittime disumanizzate perché rinchiuse nel ghetto, emarginate da soggetti già disumani. Ci rimane la scommessa di rigenerare comunità capaci di aprire di più le braccia in risposta a ogni ghetto che si voglia realizzare.
Fare comunità, per noi, significa proprio questo: credere che ogni vita, qualunque sia il punto di partenza, debba avere la possibilità di svoltare rompendo l’immaginario che la vorrebbe già scritta e di buttarsi insieme a scriverne diverse.
Elvis Presley la incide anche perché aveva conosciuto la povertà da vicino. Nato in una famiglia con mezzi scarsissimi e cresciuto in un alloggio popolare a Memphis, scelse questa canzone che sembra parlare direttamente anche ai nostri tempi nei quali i ghetti, purtroppo, assumono forme spaziali diventando anche campi profughi o muri e recinti disonoranti l’umano. I ghetti, addirittura, diventano anche virtuali seppur concreti e capaci di riprodursi su sé stessi su quel The vicious circle del titolo originale, che può rompersi soltanto quando e se più numerose persone decideremo unite di impegnarci per cambiare umanamente in meglio sia noi stesse che il sistema in cui siamo e stiamo. Come potrebbero tante vite pietrificate prendere voce e decidere di tracciare strade finalmente umanizzanti?
Abbiamo scelto questa canzone perché parla a ogni persona che nasce in un contesto dove le opportunità sono più rare rispetto ad altri luoghi: chi cresce in un’istituzione pensata per confinare delle persone, chi cresce in una famiglia segnata da una dipendenza, chi cresce in un campo limitato, in una periferia, in un luogo costruito apposta per restare distante dal resto della comunità, … conosce il ghetto.
Il ghetto, in questo senso, porta sempre la firma di chi guarda da fuori: è chi traccia un confine, chi assegna un luogo, chi stabilisce chi appartiene a un contesto e chi resta all’esterno, a costruire davvero il ghetto. Le persone che lo abitano portano piuttosto la forza di restare comunità anche dentro un confine che altri hanno tracciato per loro.
La canzone svolge un racconto tragico che qualsiasi ghetto conosce e ripete. Oggi però sappiamo che al ghetto ci si può anche evitare di arrivarci e anche uscirne. Il testo descrive bene la tragedia delle scuole assenti o non frequentate. Il nodo da sciogliere ha un nome, che accusa gli adulti e i sistemi governativi del mondo. Si chiama “povertà educativa”.
In The Ghetto
Parole e musica di Mac Davis, traduzione di Ermanno Tassi
As the snow flies
Come vola la neve
On a cold and gray Chicago mornin’
In una fredda e grigia mattina di Chicago
A poor little baby child is born
Nasce un bambino povero
In the ghetto
Nel ghetto
And his mama cries
E sua mamma piange
‘Cause if there’s one thing that she don’t need
Perché se c’è una cosa di cui non ha bisogno
It’s another hungry mouth to feed
È un’altra bocca famelica da sfamare
In the ghetto
Nel ghetto.
People, don’t you understand
Gente, non capite
The child needs a helping hand
Il bambino ha bisogno di una mano
Or he’ll grow to be an angry young man some day
Oppure diventerà un giovane arrabbiato un giorno
Take a look at you and me,
Dai un’occhiata a te e a me
Are we too blind to see?
Siamo troppo ciechi per vedere?
Do we simply turn our heads
Semplicemente giriamo la testa
And look the other way?
E guardiamo dall’altra parte?
Well, the world turns
Bene, il mondo gira
And a hungry little boy with a runny nose
E il bambino affamato con il naso che cola
Plays in the street as the cold wind blows
Suona in strada mentre il freddo vento soffia
In the ghetto
Nel ghetto.
And his hunger burns
E la sua fame brucia
So he starts to roam the streets at night
Così inizia a vagare per le strade di notte
And he learns how to steal,
E impara a rubare
And he learns how to fight
E impara a combattere
In the ghetto
Nel ghetto.
Then one night in desperation
Poi una notte nella disperazione
The young man breaks away
Il giovane si stacca
He buys a gun, steals a car,
compra una pistola, ruba un’auto
Tries to run, but he don’t get far
Cerca di correre, ma non va lontano
And his mama cries
E sua mamma piange
As a crowd gathers ’round an angry young man
Mentre una folla si raduna intorno a un giovane arrabbiato
Face down on the street with a gun in his hand
A faccia in giù per strada con una pistola in mano
In the ghetto
Nel ghetto.
And as her young man dies,
Mentre il suo giovane muore
On a cold and gray Chicago mornin’,
In una fredda mattina grigia di Chicago
Another little baby child is born
un altro piccolo bambino è nato
In the ghetto
Nel ghetto.
And his mama cries
E sua mamma piange.