Giorgia Gargano. Uno sguardo sulle metamorfosi sociali di Comunità Progetto Sud
di Maria Pia Tucci
«Ha cambiato la percezione delle nostre fragilità insieme a quella dei nostri diritti. In fondo, nessuno dei fondatori ha mai vestito i panni dell’eroe o del paladino: ha guardato il mondo vicino a sé e vi ha coltivato un progetto tutto umano e terreno, pubblico e politico nel senso più ampio del termine, seguendo solo la stella cometa della giustizia sociale e della dignità a cui ogni essere umano ha diritto per il solo fatto di essere nato, chiunque egli sia, ovunque risieda, da qualunque luogo provenga».
Nel dare parola su cosa è stata, cos’è e cosa porta nel domani la Comunità Progetto Sud, l’incontro con Giorgia Gargano si rivela essere uno sguardo autentico e un racconto profondo di chi, con la propria esperienza di vita e professionale ha intrecciato fragilità e bellezza e l’ha riconosciuta anche negli sguardi e nelle azioni di ieri e di oggi di Comunità Progetto Sud.
Giorgia Gargano è un volto e una voce conosciuta per la cultura calabrese e non solo. Vent’anni da archeologa e oggi si occupa di archeologia preventiva e numismatica antica, professoressa di lettere dal 2014 nelle scuole superiori e un passato da volontaria nel carcere di Siano come collaboratrice in qualità di cultore della materia in Sociologia della Cultura, con il laboratorio di autoetnografia tenuto dal prof. Charlie Barnao.
Cultore della materia presso l’Università di Palermo nel Corso di laurea di Sociologia della Sopravvivenza (sempre con Charlie Barnao) e cura i redazionale dei volumi della collana “Autoethnographia”, diretta da Barnao, edita dalla casa editrice Rubbettino.
Nella sua esperienza pubblica ci sono tre anni di Assessorato alla cultura e alla pubblica istruzione del Comune di Lamezia Terme e sei come ispettore onorario ai beni numismatici della Calabria e da oltre dieci anni è delegata del FAI per la provincia di CZ.

Il primo ricordo/impatto con la Comunità Progetto Sud (anche emozionale)?
È un ricordo doloroso: abitavo ancora a Palmi ed ero in campagna insieme a Maurizio, che presto sarebbe diventato mio marito, quando qualcuno gli telefonò comunicandogli la morte di Franco Lio. Nelle ore successive, diluimmo l’impatto straziante della notizia parlando fra noi: Maurizio mi descrisse i primordi della comunità con parole che mescolavano le esperienze collettive e civiche con i suoi ricordi personali. Pensava e ripensava alle cavalcate in spiaggia insieme a Franco. Mi restituì quel clima di attivismo senza narcisismi, di sogni che si erano trasformati in ambizioni e battaglie sociali, di trasformazioni anche, talvolta, contraddittorie e del grande lavoro, dello straordinario (nel senso proprio di “fuori dall’ordinario”) progetto di un prete del nord Italia che, ancora giovane, si era trasferito a Lamezia quasi come se vi fosse stato trasportato da una volontà non direttamente sua, come di un uomo del destino (o della provvidenza). Mi parlò di don Giacomo, della sua visionarietà, della difficoltà che incontrava ora che la comunità si era strutturata e diversificata quasi come un’impresa. Quando, poco tempo dopo, mi trasferii a Lamezia, la Comunità fu uno dei primi luoghi che Maurizio volle farmi conoscere.
Culturalmente, in cosa, secondo lei ha contribuito, negli anni, la Comunità Progetto Sud?
Credo che abbia contribuito a emancipare il “dolore innocente”, di cui si iniziò a discutere a partire dalla seconda metà del Novecento anche lontano dagli ambienti teologici, perché tutti i sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale erano stati posti con forza davanti agli interrogativi e ai dubbi di sempre: quelli sul significato dell’ingiustizia e, a livelli più profondi, delle ragioni dell’esistenza della sofferenza sulla terra. Un discorso in cui la religione aiuta fino a un certo punto, proponendo l’accettazione dell’esistenza del male senza spiegare come questo possa conciliarsi con la fede nell’onnipotenza di un dio di bene. Credo che i cinquanta anni dell’azione di Progetto Sud abbiano, per quanti l’hanno seguita, saputo spostare la questione: la sopravvivenza al dolore è direttamente proporzionale alla prossimità con gli altri e alla capacità di stabilire relazioni. Progetto Sud ha mostrato che e come ci si può curare reciprocamente, innescando guarigioni individuali e collettive, senza tante parole e teorie: semplicemente agendo. Ha cambiato la percezione delle nostre fragilità insieme a quella dei nostri diritti. In fondo, nessuno dei fondatori ha mai vestito i panni dell’eroe o del paladino: ha guardato il mondo vicino a sé e vi ha coltivato un progetto tutto umano e terreno, pubblico e politico nel senso più ampio del termine, seguendo solo la stella cometa della giustizia sociale e della dignità a cui ogni essere umano ha diritto per il solo fatto di essere nato, chiunque egli sia, ovunque risieda, da qualunque luogo provenga.
Una parola chiave delle metamorfosi della vita in comune da portare nel futuro e perché.
La metamorfosi che ci aspettavamo non è ancora arrivata né a livello locale né a livello nazionale, ma Progetto Sud ha interpretato lo spirito dei suoi tempi, che erano in Italia tempi in cui a tutti i livelli si pensava e si lavorava all’umanizzazione degli strumenti del potere tentando di rendere le istituzioni – dalla scuola agli ospedali alle carceri – luoghi adatti agli esseri umani (e non viceversa). La parola chiave di oggi è, temo, “vigilanza”: è bene che ognuno di noi si faccia sentinella e vigili affinché, se in questo momento storico sembra di non poter ambire al miglioramento della qualità della vita della società, almeno non perdiamo le posizioni conquistate nel tempo e con fatica.