Immaginare visioni. Il lavoro sociale tra valore, cambiamento e responsabilità.
di Lorena Leone
“Cinquant’anni di compagnia” è il titolo del numero di Àlogon con cui abbiamo aperto l’anno del cinquantesimo anniversario di Comunità Progetto Sud.
Cinquant’anni sono un tempo abbastanza lungo per poter soppesare la strada percorsa, ma possono essere, soprattutto, un buon punto da cui guardare avanti. Cinquant’anni che raccontano la durata di un’organizzazione ma soprattutto un modo di stare nei territori, costruendo alleanze e mantenendo insieme l’attenzione alle persone, ai diritti, ai doveri e alle responsabilità. È una storia fatta di cambiamenti, tentativi, conflitti, apprendimenti e tante scelte di come continuare a misurarsi con problemi sempre nuovi.
Per questo il “cinquantesimo” può essere anche un’occasione per soffermarsi sul passato e sulla situazione attuale. Ricordiamo da dove veniamo, ci chiediamo verso dove stiamo andando e su quale lavoro sociale pensiamo di continuare a costruire. Dentro questo percorso non tutto prevedibile ma possibile abbiamo inserito le giornate di Immaginare visioni rivolte a un gruppo di operatori e operatrici dell’Associazione, per aprire spazi di confronto sulle prospettive, sulle traiettorie e sulle visioni di futuro del lavoro sociale e sulle politiche sociali da scommettere come organizzazione iniziata mezzo secolo fa.
Le giornate, guidate dai formatori Emilio Vergani e Matteo Oliverio, sono state per noi partecipanti un’occasione formativa per rileggere ciò che sta cambiando intorno a noi e dentro la nostra organizzazione come anche per provare a capire quale postura, quali obiettivi e dunque quali scelte e direzioni possano orientarci verso il lavoro dei prossimi anni.
Chi lavora nel sociale è spesso chiamato a rispondere a diritti ma anche a bisogni e desideri delle persone, a emergenze, scadenze, a richieste dei servizi, e a questioni organizzative. Tutto questo è necessario. Ma c’è il rischio che la continua necessità di rispondere riduca il tempo disponibile per fare e farsi domande. Le questioni con cui ci confrontiamo ogni giorno sono sempre meno riconducibili a una unica causa, a un solo servizio o a risposte standard. Povertà, fragilità, disabilità, migrazioni, solitudine, accesso ai diritti, nuove forme di marginalità come anche di capacità e abilità velate si intrecciano con i cambiamenti delle famiglie, del lavoro, dei territori e delle istituzioni.
La complessità non è qualcosa che sta intorno al lavoro sociale.
È la realtà su cui il lavoro sociale si misura giorno dopo giorno.
DAL KAOS AL KOSMOS: ABITARE LA COMPLESSITÀ
Il percorso delle giornate si è mosso intorno a tre parole: Kaos, Logos, Kosmos.
Tre passaggi che possono essere letti anche come un modo per stare dentro il cambiamento: riconoscere il disordine e le contraddizioni del presente, provare a interpretarli attraverso il confronto e la parola, e costruire infine visioni di futuro.
Il Kaos è ciò che ci interroga, ciò che rompe gli schemi con cui siamo abituati a leggere la realtà.
Mostra le contraddizioni del presente, i cambiamenti che fatichiamo a interpretare, le situazioni per le quali è necessario ripensare e innovare gli strumenti di ieri e inventarne di nuovi.
Il Logos è la parola che apre spazi e lo spazio della parola, del confronto, della comprensione.
È il tentativo di dare un nome alle cose senza semplificarle, di mettere insieme punti di vista diversi e costruire nuove letture condivisibili.
Kosmos è la possibilità di intravedere segmenti inimmaginabili, traiettorie possibili e scenari.
Non un ordine definitivo e neppure un programma già scritto, ma visioni capaci di orientare scelte operative.
Non si tratta di eliminare il Kaos per raggiungere situazioni e condizioni ordinate e definitive. Il lavoro sociale insegna con modalità aperte che le trasformazioni avvengono continuamente e chiedono alle organizzazioni di sapersi interrogare e apprendere, sperimentare e modificare.
In questo senso, immaginare visioni non equivale a prevedere il futuro.
Significa costruire orientamenti capaci di guidarci nello scegliere dove e come andare, lasciando aperta la possibilità di ripensare strade, pratiche e scelte.
DARE VALORE AL LAVORO SOCIALE
Tra le questioni discusse nei gruppi, una è tornata con particolare forza: la necessità di valorizzare il lavoro sociale.
C’è principalmente una dimensione forse meno immediatamente misurabile che ha a che fare con il riconoscimento.
Il lavoro sociale produce qualcosa che non sempre riusciamo a rendere visibile. Molto di questo lavoro accade lontano dai riflettori, nella quotidianità. Dargli valore significa allora anche riuscire a raccontarlo decostruendo stereotipi e pregiudizi, ma soprattutto riconoscere che la cura, l’educazione, l’accompagnamento e l’inclusione non sono attività marginali rispetto allo sviluppo di un territorio. Ne sono una parte essenziale.
Chi lavora nel sociale non si limita a erogare una o più prestazioni. Entra in relazione con persone e famiglie, attraversa territori, intercetta bisogni che spesso non hanno ancora un nome, costruisce legami, accompagna percorsi di autonomia e contribuisce a rendere concretamente accessibili diritti che, senza questo lavoro, rischierebbero di rimanere soltanto sulla carta.
Valorizzare significa, però, anche riconoscerne adeguatamente il valore economico. Il lavoro sociale richiede competenze, professionalità, responsabilità e una particolare capacità di stare nelle relazioni. Eppure, queste caratteristiche non sempre trovano un riconoscimento adeguato nelle condizioni contrattuali, nelle retribuzioni e, più in generale, nelle risorse che il sistema delle politiche sociali e sociosanitarie del nostro Paese destina al welfare. Non è una questione che riguarda soltanto chi lavora nei servizi.
La qualità del lavoro di chi si prende cura incide direttamente sulla qualità dei servizi
e, quindi, sulla qualità del welfare di cui tutte e tutti abbiamo diritto.
Riconoscere il lavoro sociale significa allora riconoscere il suo scopo basilare di produrre valore per le comunità, non soltanto per chi, in una determinata situazione, usufruisce di un intervento o servizio.
E da qui occorre ripartire per rendere anche il Terzo Settore idoneo a svolgere nuove competenze e attirare nuove generazioni con il mettere al centro non soltanto la necessità e la sostenibilità dei servizi, ma anche la qualità e la dignità del lavoro necessario a renderli fattibili.
INTERROGARE LE PRATICHE, APRIRE NUOVE STRADE
Accanto al riconoscimento del lavoro sociale, dai gruppi è emersa con altrettanta chiarezza la questione dell’innovazione. Una parola molto utilizzata, che rischia però di diventare vuota se coincide semplicemente con l’introduzione di nuovi strumenti, tecnologie o modelli organizzativi.
Per il lavoro sociale innovare dovrebbe significare prima di tutto saper leggere ciò che cambia.
Cambiano i bisogni. Cambiano le forme della vulnerabilità. Cambiano i territori e le relazioni tra le persone. Cambiano le aspettative nei confronti dei servizi. E cambiano anche le organizzazioni del Terzo Settore.
Innovare significa avere il coraggio di interrogare le proprie pratiche, riconoscere gli errori, mettere in comune conoscenze diverse e sperimentare risposte. I problemi sociali complessi difficilmente possono essere affrontati da un solo soggetto. Richiedono competenze e punti di vista differenti, collaborazione tra organizzazioni e capacità di sperimentare risposte nuove, anche quando le soluzioni non sono già date.
L’innovazione, allora, non consiste necessariamente nel fare qualcosa che non è mai stato fatto.
A volte innovare significa tornare a guardare in modo nuovo ciò che facciamo da molto tempo.
RIAPPROPRIARSI DEL RUOLO POLITICO DEL LAVORO SOCIALE
C’è infine un tema che attraversa e tiene insieme gli altri: la necessità per il lavoro sociale e per il Terzo Settore di riappropriarsi del proprio ruolo politico.
Politico non significa partitico.
Significa riconoscere che lavorare ogni giorno con le persone e dentro le comunità produce un patrimonio di conoscenza che non può rimanere confinato all’interno dei servizi. E che quella conoscenza porta con sé una responsabilità.
Chi incontra quotidianamente la povertà ne vede le trasformazioni prima che diventino statistiche. Chi accompagna persone con disabilità vede gli ostacoli che impediscono una reale partecipazione alla vita delle comunità e dei territori. Chi lavora con giovani, famiglie o persone migranti incontra gli effetti concreti delle politiche pubbliche, delle loro possibilità e delle loro assenze.
Questa conoscenza deve diventare capacità di prendere e far prendere parola.
Non è un tema nuovo per Comunità Progetto Sud. Nella sua storia, infatti, servizi, progetti e interventi sociali e battaglie per i diritti si sono spesso tenuti insieme. Forse oggi abbiamo bisogno di tornare con maggiore convinzione a questa radice.
Il Terzo Settore non può essere chiamato soltanto a gestire servizi o a intervenire quando una fragilità è già diventata emergenza. Può contribuire a comprenderne le cause, rendere visibili bisogni e risorse, costruire alleanze nei territori e partecipare anche tornare a chiedersi non soltanto “che cosa possiamo fare?”, ma “quale cambiamento vogliamo contribuire a generare?”.
È una differenza importante. Sposta il lavoro sociale dalla sola risposta ai bisogni alla costruzione delle condizioni che possono prevenirli, trasformarli o permettere alle persone e alle comunità di affrontarli.
VISIONI DA COSTRUIRE INSIEME
Le giornate di Briatico hanno consegnato alcune traiettorie: il futuro del lavoro sociale passa dalla capacità di riconoscerne il valore, di prendersi cura di chi lo rende possibile, di innovarne le pratiche e di riappropriarsi della sua responsabilità pubblica e politica.
Sappiamo che non basta continuare a “far bene il bene”.
Occorre continuare a interrogarci sul senso e sugli effetti di ciò che facciamo, sulle trasformazioni che attraversano le comunità e sul contributo che possiamo dare per orientarle. In questo senso, immaginare visioni significa guardare abbastanza a fondo la realtà per intravedere ciò che può diventare, costruendo insieme traiettorie possibili.
È anche il significato che vogliamo dare a questo cinquantesimo.
Dal Kaos al Logos, fino alla possibilità di costruire un nuovo Kosmos (o forse nuovi Kosmos): la storia ha valore quando continua a porre domande al presente e a generare possibilità per possibili futuri.
Averne cura significa continuare a metterla in movimento.
Per i prossimi cento anni di compagnia.