«La nonviolenza è una scelta quotidiana, l’indifferenza è la morte della speranza»
di Maria Pia Tucci
Beppe Rozzoni è Socio Fondatore di Comunità Progetto Sud, da obiettore di coscienza ha iniziato il suo percorso nel mondo del sociale con una convinzione pacifista e una visione alla mondialità che ne ha sempre contraddistinto le scelte. Ha condiviso con Emma Leone la vita, l’amore e le battaglie per la parità dei diritti delle persone con disabilità.
Ora in pensione, è stato un pilastro degli uffici amministrativi di Comunità Progetto Sud, vive in Veneto. Ma dietro il suo silenzioso servizio c’è una lucida e radicale visione politica della solidarietà: «Chi tace lascia fare, qualsiasi potere si regge solo sul consenso».
Cerco in rubrica, due squilli e dall’altra parte la voce di Beppe si traduce subito in un’immagine, anzi due. Stento a collocarlo in altro luogo che non sia Via Conforti accanto alla sua, nostra Emma, o nel suo ufficio, in una delle stanze dell’Amministrazione di Comunità Progetto Sud. Ma da quando Emma non c’è più, Beppe vive in Veneto ma senza mai tradire l’animo gentile e prezioso di chi sa dedicarsi agli altri. Ci sentiamo al volo: «Sto distribuendo pasti – mi dice – se puoi ci sentiamo dopo», sorrido e lo immagino come sempre l’ho visto, silenzioso e laborioso e gli dico: «Certo che non ti smentisci mai» e gli chiedo di richiamarmi appena avrà un momento libero.
Ci sono persone che l’immaginario fatica a sradicare dai luoghi in cui li hai conosciuti e dove sai che hanno impegnato la vita.
Quando il dialogo riprende vado quasi subito al punto: «Beppe parliamo di Pace e della sua costruzione».
So bene che Beppe non teorizza una pace astratta, ma ne parla come di un cantiere aperto, dove ogni scelta individuale è una traiettoria sociale e collettiva: un esempio.
Da dove parte il cambiamento, quando è necessario? E certamente questo è un tempo necessario. «Chi tace lascia fare, lascia decidere agli altri, si lascia governare», spiega. «Qualsiasi potere, anche il più opprimente, si regge sempre e solo sul consenso».
Beppe parte da un dato di fatto: «L’esposizione costante a immagini di violenza e ai bollettini di guerra attraverso i media. Di fronte a questo panorama la società contemporanea si rifugia in tre reazioni difensive ma paralizzanti. La prima è il senso di impotenza, la rassegnazione di chi si sente troppo piccolo per incidere. La seconda è l’assuefazione: la tragedia si fa spettacolo quotidiano, il dolore si normalizza e non si distingue più la realtà dalla finzione. La terza è la rimozione, il tentativo di mettere i problemi fuori dall’uscio per rifugiarsi nell’illusione della propria routine».
Tre strade diverse che convergono verso un unico, letale vicolo cieco: l’indifferenza. Ed è qui che la riflessione si fa strettamente politica. «L’indifferenza è la morte della speranza», avverte Beppe, «perché quando più nessuno si interessa al problema, quando più nessuno ne parla, il problema semplicemente smette di esistere», lasciando campo libero alla sopraffazione.
«L’esercito americano non si ritirò per un’inferiorità militare sul campo, ma perché l’opinione pubblica mondiale si interessò, prese posizione e ruppe il consenso. L’interesse, dunque, come esatto contrario dell’indifferenza». Un esempio reale, non retorico di come si sviluppa il senso collettivo della Pace. «La pace non nasce da sola, non è un dono e, soprattutto, non è la semplice “assenza di guerra”. È un errore concettuale dire “difendiamo la pace”, se questa difesa coincide con lo status quo di una pace armata, dove la corsa agli armamenti produce tagli alle spese sociali e genera nuove povertà. Costruire la pace significa, al contrario, avere il coraggio di riconoscere il conflitto e smascherare quella che i sociologi definiscono violenza strutturale».

La lucidità di Beppe Rozzoni sull’essere attivisti per la Pace è tutto, o quasi, in queste parole.
«L’istituzionalizzazione, ad esempio, è una forma di rimozione del problema», osserva. «Non permette di eliminare le cause della povertà, ma solo di rimuovere il povero dalla nostra vista. Smascherare questa violenza significa denunciare che gli impoveriti sono generati da un modello di società intrinsecamente ingiusto».
Da qui discende la necessità di ribaltare i punti di vista, praticando un’empatia radicale che sappia guardare il mondo dalla parte degli oppressi. Non può esistere un progetto di solidarietà se i beneficiari non ne sono i protagonisti: un mondo migliore per l’altro deve essere migliore dal suo punto di vista, non secondo le nostre proiezioni.
Ma come si esce da un circuito che sembra non avere via di fuga? «Serve un’educazione alla mondialità e all’interdipendenza, ma soprattutto allo spirito critico, unico vero antidoto contro la propaganda bellica. È necessario riscoprire il valore della coscienza individuale – per evitare i drammatici storici dell’“abbiamo solo obbedito agli ordini” – e la cultura dell’obiezione e della disobbedienza civile».
In questa visione, la sintesi perfetta rimane la “Triplice rivoluzione” teorizzata da Vinoba Bhave, discepolo di Gandhi: una rivoluzione nel pensiero: dall’avere all’essere, una nella vita materiale: dal consumismo al servizio e una nella società: dal privilegio alla condivisione.
Beppe Rozzoni non si muove su speculazioni filosofiche, anche perché tra il suo dire e il suo fare c’è un ponte di coerenza tra parole e gesti. Come quello che gli ho sentito raccontare, mentre lo faceva, di distribuire un pasto. Come quello che gli ho visto mille volte fare e che stava dietro una scelta felice, di stare accanto a Emma.
Dalla sua nuova vita in Veneto, Beppe Rozzoni, ci ricorda che la Pace è un oceano fatto di piccole gocce. Una costruzione quotidiana che comincia dal piccolo, con gesti minimi, silenziosi, ma che possono essere straordinariamente contagiosi.