La scelta di Angela Regio. Avevo sedici anni e ho capito che qualcosa poteva cambiare per me e per le persone con fragilità
di Angela Regio
Nel 1976 io facevo parte, da un po’ di anni, degli scout e abbiamo saputo della nascita di questo gruppo di persone con disabilità e non, che erano venute a stare qui a Lamezia Terme, nell’ex asilo di via Conforti.
Con il mio gruppo scout, nel novembre di quell’anno, abbiamo organizzato un incontro per conoscere questa nuova realtà. Io avevo 16 anni, ero impegnata attivamente nel territorio soprattutto come rappresentante del mio istituto scolastico e mi interessavo di politica in senso lato senza però prendere mai alcuna tessera di partito e quello che mi sono trovata d’avanti è stata una realtà che da subito mi ha colpito. C’erano persone in carrozzina, persone in piedi e, in mezzo alla stanza della sala grande della comunità, c’era una culla con dentro una bambina nata da pochi mesi figlia di Rita, una persona con la poliomielite in carrozzina e di Franco uno dei comunitari “in piedi” che insieme agli altri aveva fatto nascere il primo nucleo della Comunità Progetto Sud. Uscita dall’incontro mi sono chiesta: ma com’è possibile che persone con diverse limitazioni fisiche esprimano così tanta gioia di vivere? La risposta l’ho poi trovata in seguito!
Negli anni successivi ho iniziato a frequentare la comunità dapprima saltuariamente poi sempre più assiduamente partecipando direttamente ad alcune iniziative promosse. Ho stretto una bella amicizia con alcuni della comunità e nel 1983 ho iniziato a lavorare in un progetto sperimentale per bambine e bambini con disabilità grave che la comunità era riuscita a farsi finanziare in parte dalla Regione. A quasi 24 anni, dopo averci ben riflettuto, ho deciso di investire in pieno la mia vita in questa scelta con questa comunità che si occupava delle persone più fragili, poneva l’accento sull’acquisizione dei diritti, cercava di costruire risposte rispettose della dignità umana e aveva l’idea di una crescita generale della cultura e della politica della nostra Calabria.
UNA PRIMA, PER ME, METAMORFOSI DEL VIVERE IN COMUNITÀ
Il momento decisivo per me è stato quando la comunità ha iniziato a pensare e progettare una sua “articolazione”, cioè fare in modo che un gruppo di persone si staccasse dalla casa madre di via Conforti e andasse a fare l’esperienza in un altro posto, sempre qui in città.
Il 14 gennaio del 1984 nasce, con me dentro, questa esperienza che all’inizio trova alloggio in un appartamento al terzo piano nel centro della città. Eravamo quattro persone in carrozzina e quattro persone non in carrozzina, i cosiddetti “in piedi”.
Alla nostra quotidiana vita in comune, si affiancavano le attività che facevamo insieme al gruppo di via Conforti: si lavorava nei laboratori del rame e delle cornici, nel servizio che stavamo sperimentando per bambini/e con disabilità grave, nel gruppo appartamento per minori; si pranzava insieme; si facevano le riunioni per operare delle scelte o per approfondire temi specifici; si organizzavano convegni e campi estivi e tante altre attività. In tutte e due i gruppi di convivenza, accoglievamo diverse persone del territorio sia calabrese che nazionale, persone con disabilità che cercavano un’alternativa all’istituto, giovani che cominciavano a venire da noi con problemi di tossicodipendenza, ragazze madri o altre situazioni particolari di marginalità. Coinvolgevamo in pieno il Comune e l’allora USL chiedendo risposte e servizi concreti per le diverse situazioni di bisogno e ci battevamo per la piena applicazione delle leggi vigenti. Sperimentavamo dall’interno la possibilità di essere utili affinché la persona accolta potesse riprendersi la propria vita in mano per poi andare e continuare a vivere dove desiderava.
LA SECONDA METAMORFOSI
È nato tutto come un gruppo che faceva comunità, lavorava per autogestirsi e si batteva per l’acquisizione dei diritti. La seconda metamorfosi in qualche modo, secondo me, è stata quella di far nascere dei servizi per le persone che esprimevano bisogni non ascoltati dai decisori politici e dalla società. Se prima avevamo dentro tutte le persone che avevano dei bisogni particolari, piano piano ci siamo accorti che erano importanti degli interventi più specifici e con professionisti adeguati: nascono così il centro di riabilitazione nel 1987 che inizialmente doveva assolvere al bisogno di riabilitazione delle persone con disabilità della nostra comunità e poi è diventato un servizio di riabilitazione aperto anche ad altre persone del territorio; la comunità terapeutica Fandango per le dipendenze nel 1992, i progetti per far fronte all’emergenza dell’Aids e poi via via tutti gli altri servizi, progetti e attività che sono seguiti.
Tutti questi servizi e attività hanno avuto nel tempo la necessità di assumere operatori e operatrici, personale sanitario e professionisti provenienti dal territorio. Questo ci ha portato a confrontarci con culture organizzative diverse e con diversi approcci operativi, con realtà e persone di diversa provenienza regionale ed europea che ci hanno trasmesso dei saperi spendibili nella nostra realtà, ad aprirci e contaminarci sempre più con tante altre realtà. Il nostro via via è diventato un fare comunità nel territorio.
METAMORFOSI PER IL PRESENTE E IL FUTURO
La metamorfosi che ci aspetta secondo me ha a che fare con dei principi saldi che noi, cosiddetti vecchi comunitari, lasciamo in eredità ai più giovani. Questo significa che ogni attività che facciamo, ogni servizio si fonda su dei principi, se vogliamo, anche inderogabili.
Il primo è quello che abbiamo sempre sostenuto: mettere al centro la persona e con lei o la sua famiglia, con gli enti pubblici e altri soggetti del territorio, costruire risposte che ancora in Calabria non ci sono.
La persona con tutte le sue diversità, la sua cultura, la sua religione, non importa da che mondo viene: il nodo è dare voce ai bisogni delle persone più fragili.
Abbiamo cominciato con le persone con disabilità, ci siamo aperti a tanti altri bisogni. Ecco, la metamorfosi può essere che non ha più l’aspetto della vita comune come l’abbiamo vissuta noi, ma sta sicuramente nei valori di condivisione e di proposta che sono il nostro elemento distintivo, portati avanti da persone che devono avere sì specifiche competenze, laddove occorrono, ma che devono essere motivate e appassionate e che non guardano al proprio interesse personale.
Io credo che la sintesi migliore stia nel nostro nome: comunità nel senso di essere persone che operano collettivamente e non individualmente; avere un progetto, che significa far nascere delle attività e servizi che magari ancora non ci sono e delle quali la nostra terra ha bisogno; il sud, la Calabria, da dove noi parliamo per contribuire alla sua uscita dalla marginalità sociale e politica nella quale è impantanata. Insomma continuare ad essere leva e lievito per l’emancipazione del sud, come lo siamo sempre stati.
L’obbiettivo è quello di cambiare in meglio questa nostra realtà sempre più diseguale, ingiusta e dimentica delle persone più fragili, sapendo che nel farlo cresciamo anche noi in umanità.