Marina Frigerio: «Io sono qui per amicizia, per convinzione, per amore e per ribellione»
di Maria Pia Tucci
Creare legami, ricucire spazi, annullare distanze.
La vita sociale di una comunità aperta, quale è quella della Comunità Progetto Sud, è fatta di confronti e scambi culturali, di un viavai di persone che una volta arrivati decidono di restare o di tornare spesso. Persone che scelgono di condividere un impegno sociale riconoscendosi nei valori della Comunità.
È questo il caso di Marina Frigerio, psicologa e psicoterapeuta, con un dottorato sui temi delle migrazioni e integrazione delle minoranze che, a Berna durante un evento sui temi della legalità organizzato dall’Associazione Pecore Nere, di cui faceva parte, ha incontrato don Giacomo Panizza.
Di madre italiana e padre svizzero, Marina Frigerio ha una storia familiare importante che ha segnato anche la scelta del suo percorso professionale.
«Mio papà era figlio di un reduce della Prima guerra mondiale che è tornato pazzo dalla guerra ed è morto in quelli che una volta erano i manicomi e questa storia ci ha segnati profondamente.
La mia mamma viene da un paesino della Valtellina che si chiama Buglio al Monte, che è stata la prima repubblica partigiana che è durata una settimana quando lei era una bambina ed è stata traumatizzata da quello che è avvenuto dopo, dalla repressione, dai morti, hanno bruciato le case e lei ha visto tutto. Io sono cresciuta con una ribellione verso queste violenze e anche con una spiccata sensibilità; infatti, mi sono occupata subito di persone rifugiate dalle guerre e dalle dittature e sono stata anche molto fortunata nella mia vita. Ho avuto un professore universitario che si chiamava Heinz Stefan Herzka, che era un bambino ebreo scappato da Vienna. Lui aveva una sensibilità incredibile verso i profughi e anche verso i figli degli immigrati e si era scelto il suo gruppo di studenti proprio tra queste “minoranze”. Ci ha sostenuti e aiutati, fino alla fine è stato mio supervisore tutta la vita, è morto tre anni fa.
Io penso di stare dove sto anche per queste storie qui.
Tutto questo connubio di storia familiare, di incontri fortuiti mi ha dato dei valori etici e anche tanto coraggio che mi accompagnano sempre e adesso che sono sulla via della vecchiaia anch’io mi rendo conto che è mio compito ridare queste cose a chi è più giovane, dare il coraggio di mettersi di traverso».
Dall’incontro con don Giacomo alla scelta di venire a conoscere la Comunità Progetto Sud…
«Io sono qui per amicizia, per convinzione, per amore e per ribellione. Dopo aver conosciuto don Giacomo e averlo sentito parlare di questa realtà mi è venuta l’idea. Avevo bisogno di staccare e ho chiesto di venire a Lamezia a lavorare come volontaria. Mi hanno assegnata alla Comunità LunaRossa che era appena stata fondata e ho fatto i rimpiazzi durante le ferie estive. Mi è piaciuto tanto e sono rimasta attaccata qui.
Poi ho lavorato anche su altro, come ad esempio alla nascita del Centro Autismo grazie al contributo di una Fondazione svizzera che voleva investire nel sociale in Calabria».
Quale gesto l’ha colpita per prima arrivando qui, sia del contesto che delle persone?
«Una parola sola è difficile trovarla per esprimere quello che ho provato venendo qui ma ho trovato come un cocktail di cose buone che mi corrispondono, che rappresentano un ideale per me e che qui si può realizzare. Una cosa che mi piace molto qui è che nessuno ti chiede: perché lo fai? o perché ti impegni così tanto? o non ti riposi mai? Lo faccio perché mi va di fare, perché non potrei essere diversamente da come sono e qui sono circondata da persone così e questo mi fa molto bene».
Come vive dall’interno la Comunità considerando i grandi e veloci cambiamenti sociali che ci portano a definire i nostro un tempo liquido?
«Io mi sento sempre più interna, devo dire e da tempo dico un po’ ridendo che sono la filiale svizzera della Comunità Progetto Sud e la cosa buffa è che la comunità calabrese in Svizzera, quelli che sono vicini mi conoscono, in qualche modo mi considerano un po’ calabrese!
Io ho fatto una vita in mezzo alle comunità migranti sempre sentendomi parte di loro e nello stesso tempo parte della società in cui sono cresciuta, in cui mi sono formata e io penso che questo sia un grande vantaggio, sia una fortuna, e questo per me è il concetto di società liquida nel quale mi sono trovata.
La strada è più in salita per i migranti però quando ce la fai e quando riesci a sentirti a casa in più posti hai delle competenze che tanti altri non hanno.
Ho preso il mio dottorato di ricerca sulla questione dell’integrazione e abbiamo coniato dei termini riferiti alle seconde generazioni e uno dei termini che mi piace di più è quello delle generazioni camaleonte che sono capaci di adattarsi, non cambiare colore nel senso politico o proprio di attaccamento ma proprio nel senso di sapere come ti comporti in un certo luogo e come ti comporti in un altro. Padroneggiare le lingue, capire le culture e riuscire a costruire ponti. Per me è una cosa grandiosa e che viene troppo poco riconosciuta alle seconde generazioni che vengono spesso catalogate per quello che mancherebbe e non per quello che hanno».
E, in questi termini, quanto è camaleontica la Comunità Progetto Sud?
«La comunità Progetto Sud secondo me ha un grande pregio e cioè quello di non incaponirsi sulle cose ma di saper cambiare, di sapersi adattare, di saper recepire i bisogni del territorio e cercare risposte».
Questo vi accomuna dell’essere migrante e quindi adattarsi in qualche modo?
«Sì, mi accomuna la mia esperienza nell’ambito migratorio però anche nella mia esperienza professionale e umana, l’essere flessibili, non essere dogmatici e il rispondere a bisogni e non partire con un’idea già prefissata. È una cosa essenziale per riuscire a lavorare in un modo efficace, sensato e che serva a qualcosa per tutti e per i più fragili».
E cos’è la fragilità?
«Per me la fragilità è tante cose, non vedo la fragilità soltanto come segno di debolezza o di bisogno di aiuto ma la vedo anche come grande sensibilità e quello è un plus. Se fossimo tutti più fragili non ci sarebbero state la guerra che c’è adesso in Ucraina, non ci sarebbe stato Gaza, non ci sarebbero state le dittature, Trump non sarebbe al posto in cui siede adesso.
La fragilità è il senso dell’essere umani, del sentirsi umani».