Nunzia Coppedè: «Tutti si aspettavano che facessi qualcosa per me. E io l’ho fatta»!
Nunzia Coppedè, oggi presidente della FISH Calabria, è una delle persone che, nel 1976 scelse di fare parte di un progetto che, come lei stessa dice, era nato anche con il suo contributo. Da un percorso di vita e di consapevolezza che l’aveva resa protagonista delle sue scelte.
Tra le altre, proprio la scelta che l’ha portata in Calabria. Tanto da farle dire «Sono cinquant’anni che sono in Calabria. È difficile dire che non sono calabrese». Anche se l’accento tradisce, nonostante questo mezzo secolo vissuto tra Lamezia e il mondo, le sue origini romane. La sua storia si potrebbe raccontare nella sua parola della vita: «contestazione».
«Contestazione che mi ha tenuta in vita negli anni, 15, nei quali sono stata chiusa in Istituto e la contestazione che ho imparato a gestire come sistema per far valere i diritti delle persone con disabilità».
A vederla e sentirla parlare è difficile immaginare la vita di Nunzia prima della Comunità Progetto Sud e prima ancora che arrivasse a Capodarco. Certamente è chiaro che ha nel DNA quella contestazione e la caparbietà di una donna che non si è lasciata travolgere da un destino che sembrava già scritto.
Nunzia, raccontaci un po’ di te…
«Sono nata a Tivoli, a Villa Adriana. Ho vissuto lì fino a dieci anni. Ho frequentato le scuole normali, pur essendo una persona con disabilità, da quando avevo cinque anni a dieci, le scuole elementari, poi ho dovuto lasciare la scuola. Ma volevo studiare. Per tutta una serie di situazioni, alla fine il posto dove mi sono però ritrovata era un posto dove non si studiava, anzi… quindici anni trascorsi al Cottolengo di Roma, dove, si potrebbe dire che ho vissuto nel nulla. Seicento persone separati in reparti. Il primo anno ero con bambine tutte più grandi di me, dal secondo anno fino a quando sono uscita sono stata all’infermeria Santa Benedetta, dove c’erano le persone più gravi che avevano bisogno di assistenza».

Quando c’è stata la svolta?
«Dopo quindici anni. Anni in cui ho sempre contestato perché non volevo starci, e questo mi ha tenuto viva. Non pregavo, non facevo quello che le Suore, che gestivano la struttura, volevano. Per loro ero indemoniata e allora mi portavano a Lourdes. Ed è lì che ho incontrato una persona che mi ha parlato di Don Franco Monterubianesi, fondatore della Comunità di Capodarco. Gli ho scritto una lettera, e anche quello è stato complicato perché mi leggevano le lettere, ma sono uscita fuori all’atrio e l’ho affidata a una signora che è stata gentile e l’ha fatta arrivare nelle mani di Don Franco che è venuto subito a conoscermi e da lì io sono uscita… fuori».
Cosa hai trovato a fuori?
A Capodarco ho trovato un luogo completamente diverso. Ero con altre persone, intanto erano uomini e donne, non certo 600 ma molti di meno ed erano lì che dovevano fare un corso di formazione per imparare un mestiere. Un ambiente dove io non ero ritenuta numero e non erano gli altri che pensavano cosa dovevo fare io ma anzi l’opposto, tutti si aspettavano che io facessi qualcosa di importante per me e …l’ho fatto!
Devo dire la verità, quando sono uscita dall’istituto era il buio! Sapevo solo che non volevo stare più lì. Le regole dell’Istituto erano di chiusura e di esclusione, mentre a Capodarco tutti puntavano sul fatto che tu prendessi in mano la tua vita.
Qual è stata la prima cosa che hai fatto?
Una delle prime cose che ho fatto è stata quella di denunciare l’istituto in tutti i modi possibili e immaginabili. Come prima mi ha tenuto viva la contestazione all’interno dell’istituto, dopo mi ha spinto ad andare avanti il fatto di capire che ero in un ambiente che mi avrebbe permesso di riprendermi in mano la mia vita.
E la Calabria? Quando arriva il momento della Calabria?
Nel 1975 è venuto Padre Ignazio, un sacerdote di Catanzaro, e poi anche un gruppo di scout da Lamezia. Padre Ignazio era venuto a chiedere se potessimo far venire a Capodarco delle persone di Catanzaro che stavano sempre chiuse dentro casa e che andavano solo a Lourdes. Così è sorta l’idea di poter fare un progetto in Calabria, piuttosto che trasferire le persone nelle Marche. I primi a venire in Calabria siamo stati io e don Giacomo Panizza, con gli scout abbiamo fatto un campo a Buturo, un villaggio nel comune di Albi nella Sila catanzarese, e poi lo stesso anno, in estate, praticamente un meso dopo, a Sant’Irene di Briatico c’è stato un altro campo. Ci siamo ritrovati tutti lì e da lì poi abbiamo invitato a venire le persone della Calabria a Capodarco per imparare un mestiere.

Cosa ti ha fatto capire che quella era la svolta e anche la scelta di una comunità che ti si stava affidando?
Questo fatto che io fin dall’inizio mi fossi ritrovata coinvolta, dentro di me mi ha aiutato a scegliere. C’era il fatto che era un progetto dove io mi sono trovata coinvolta fin dal primo momento ed era una cosa dove io c’ero. C’ero, non era una cosa che mi veniva calata in testa e questo ha fatto sì che io scegliessi la Calabria senza nessun dubbio.
Quest’anno facciamo 50 anni, sono 50 anni che sono in Calabria, è difficile dire che non sono calabrese, nel senso che è una vita. Non mi sono mai pentita di questa scelta, la riferirei anche oggi.
La vita comunitaria mi ha dato prima la forza di tirare fuori tutto quello che potevo di me stessa, di lavorare anche su me stessa per capire, per migliorare, per poter continuare a fare altre scelte. A un certo punto ho scelto di fare lo sportello per i diritti e io avevo una terza media. Ho studiato e mi sono trovata ai tavoli dove si sono scritte Leggi. Insomma, a un certo punto quasi quasi non ci crede più nessuno che sono autodidatta, però ho sempre avuto questa grande voglia di compensare anche tutto quel periodo in cui mi ero annullata completamente.
Cosa si mette nel cartello del lascito in termini di valori dopo cinquant’anni di Comunità?
Mi sembra che questa cosa dell’accoglienza, comunque di cercare di trasmettere i valori dello stare insieme in un certo modo, dove ognuno può esprimere sé stesso, mi sembra che siano importanti, che vengano in qualche modo trasmessi. Anche se la trasmissione agli altri è complicata.
Io mi accorgo anche adesso che noi siamo diventati ormai in tanti, abbiamo un altro stile di vita, non siamo più quelli di prima. E noi ci portiamo dietro questa esperienza, ma quanto è difficile farla capire a chi arriva adesso!
La vita di oggi sembra che ti dia tutto, che ti mette tutto a disposizione e in qualche modo secondo me ti impedisce di vivere a fondo perché i valori rischiano di essere altri.
Com’è cambiata secondo te la percezione della disabilità negli anni, nel tempo? Come l’hai vista cambiare e come hai contribuito anche a cambiare questo sguardo che c’è sulle persone con disabilità?
È cambiato moltissimo e io sono consapevole di essere una degli artifici e non solo per la Calabria, di questo ne sono consapevole perché ci sono stata dentro in tutti i movimenti, anche nazionali, perché in tutti i tavoli abbiamo discusso queste cose, perché vedo che mi accorgo di conoscere sempre prima degli altri le modifiche a Leggi e proposte.
Certo in questo il giro della FISH è stato molto importante e anche il giro del DPI, Disabile People International, perché il DPI mi ha portato anche all’estero, per cui mi ha fatto conoscere anche molte esperienze di vita indipendente. Spagna, Germania, Austria, Grecia, Inghilterra, sono stata dappertutto e per cui ho visto cosa c’è fuori e cosa c’è qui.
E poi tutto il lavoro che si è fatto con la FISH all’interno del Governo. Oggi si parla di progetti di vita, progetti personalizzati, ma, l’ho messo pure sul nostro sito internet, il primo corso che abbiamo fatto noi qui, in questa sede (Siamo a Via dei Bizantini a Lamezia Terme – Palazzo Pensieri e Parole), è del 2004: corso di formazione da enti pubblici e enti privati, con il Comune, le associazioni, le famiglie. Oggi ne stiamo raccogliendo un pochino i frutti, perché comunque stiamo ancora lavorando per questo.