«PIUTTOSTO CHE DI BARRIERE, BISOGNEREBBE PARLARE DI SCONFINAMENTI E DI LUOGHI DI RELAZIONE NATURALE»
di Alessia Pesci*
L’ambiente in cui viviamo, fatto di social e media, ci spinge a coltivare un modo di pensare unilaterale. Ma la cittadinanza attiva non è un diritto che si trova scritto su un foglio: è una pratica quotidiana, fatta di partecipazione, discussioni e responsabilità condivisa. Come diceva Glissant nell’ultima sua conferenza, la relazione non va da un punto a un altro, va da un tutto a un altro tutto. Niente è perfettamente chiaro, ma tutto è vivo.
La cittadinanza non è qualcosa di statico, ma un essere vivente che si evolve, si adatta e si rinnova nel rapporto con gli altri. Non può essere chiusa in confini fissi, né ridotta a una definizione o a un documento: va pensata in modo fluido e dinamico, come un processo che si svolge nel tempo e nello spazio. Dopotutto, la parola confine non indica un luogo di difesa dalla paura, ma significa etimologicamente finire insieme. Piuttosto che di barriere, bisognerebbe parlare di sconfinamenti e di luoghi di relazione naturale: è proprio questa la vera sostanza della cittadinanza.
Glissant parlava anche del diritto all’opacità, del diritto di restare, in parte, misteriosi gli uni per gli altri. Ogni vita custodisce un fondo oscuro che non va illuminato completamente, altrimenti si perde il mistero. Proprio in questa penombra comune impariamo a stare insieme, accettando il limite e il dono di non poter mai possedere l’altro del tutto.
È in questo spazio incerto, fatto soprattutto di ascolto, che nasce la cittadinanza attiva. Una pratica da coltivare ogni giorno negli errori condivisi e nelle assemblee, dove chi arriva da una storia di fragilità scopre che la propria voce è importante quanto quella di chi lo accoglie.
Quando le persone si radunano nello spazio pubblico esercitano già un diritto plurale, un diritto a comparire e a contare, come ricorda Butler. La partecipazione non è solo una ricompensa per chi è già un buon cittadino; al contrario, è il percorso che la fa crescere e rafforzare. Un cammino difficile, con momenti alti e bassi, dove si impara a cadere e a rialzarsi.
Questo concetto richiama le parole di Guccini, che parlava di un popolo proveniente da luoghi diversi capace di trovare un’unica voce camminando insieme. La partecipazione è il mezzo attraverso il quale le persone si uniscono per far emergere questa coralità.
Negli ultimi cinquant’anni la Comunità Progetto Sud ha intrecciato con il CNCA l’idea di diritti partecipati. Non concessi dall’alto come un dono, ma costruiti passo dopo passo nei progetti condivisi, negli scambi tra territori lontani, nella tenacia e nella resistenza su forme di accoglienza che siano una palestra di democrazia.
Ogni volta che una comunità dà nome a una possibilità nuova, lo spazio di tutte e tutti si allarga. È proprio lì, nella complessità dell’incontro, che i diritti smettono di essere una promessa concessa dall’alto e diventano, finalmente, la forma concreta con cui decidiamo di abitare il mondo.
*Alessia Pesci è Coordinatrice servizi complessi presso Centro Sociale Papa Giovanni XXIII S.C.S. ONLUS, sociologa e componente dell’esecutivo del CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti) con delega a: formazione, comunicazione, cultura.