Territorio, partecipazione e sostenibilità
di Caterina Pozzi | Presidente CNCA
Qual è il legame tra giustizia sociale e tutela dell’ambiente? Oggi appare sempre più chiaro che non si tratta di due ambiti distinti, ma di un’unica sfida. Come ricordava Papa Francesco nella Laudato sì “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. La degradazione del pianeta e l’aumento delle disuguaglianze sono infatti prodotti dello stesso modello di sviluppo.
Le riflessioni e le pratiche che, come CNCA, stiamo portando avanti da diverso tempo mostrano come questo legame si concretizzi nei territori, dove comunità e ambiente si intrecciano. Il lavoro sociale non può più limitarsi a interventi assistenziali, ma è chiamato a essere trasformativo, capace di incidere sulle cause delle disuguaglianze e non solo sui loro effetti. In questa prospettiva, gli operatori sociali non sono semplicemente erogatori di servizi, ma “perturbatori di normalità”, attori di cambiamento che promuovono protagonismo, emancipazione e cittadinanza attiva.

In questa prospettiva, la cura delle fragilità sociali si connette alla cura dei beni comuni, ambientali e relazionali, in un’ottica di responsabilità condivisa.
Zygmunt Bauman ha descritto con efficacia il nesso tra esclusione sociale e degrado ambientale, parlando di “vite di scarto”: così come il sistema produce rifiuti materiali, genera anche “rifiuti umani”, persone espulse dai processi economici. Contrastare questa logica significa ripensare profondamente i modelli economici di sviluppo, orientandoli all’inclusione e alla sostenibilità.
In questo senso, la riconversione ecologica del lavoro sociale rappresenta una sfida decisiva. Non si tratta solo di introdurre pratiche sostenibili, ma di ridefinire il modo stesso di produrre benessere: promuovere filiere locali, ridurre gli sprechi, valorizzare il riuso e l’agricoltura sostenibile, costruire economie che generino insieme valore sociale e ambientale. Come sottolinea Serge Latouche, “non c’è giustizia sociale senza giustizia ecologica”: la redistribuzione delle risorse e la tutela dell’ambiente devono procedere insieme.
Questa trasformazione implica anche una scelta profondamente politica. Non basta agire a livello individuale: è necessario incidere sulle politiche pubbliche, superando modelli economici fondati sulla competizione e sul profitto. Già Alexander Langer parlava della necessità di una “conversione ecologica” capace di ridefinire ciò che consideriamo desiderabile, orientando la società verso stili di vita più sobri, “lenti, profondi e dolci”.
Costruire comunità accoglienti significa allora tenere insieme territorio, partecipazione e sostenibilità, riconoscendo che il benessere non può prescindere dall’equilibrio con l’ambiente. La giustizia ambientale diventa così parte integrante della giustizia sociale: ascoltare “il grido della terra” significa, allo stesso tempo, ascoltare “il grido dei poveri”.