Minori e comunità educante: la ricercazione come metodo
di Maria Pia Tucci –
Dalla povertà educativa al benessere psicologico degli adolescenti. Maria Elena Godino, psicologa e psicoterapeuta: «Non caliamo interventi dall’alto, ma costruiamo il cambiamento insieme al territorio»
Stare sulla frontiera, uscire dagli uffici istituzionali e, se necessario, arrivare a parlare sull’uscio di casa delle persone. È questo il fulcro del lavoro sociale che l’Associazione Comunità Progetto Sud porta avanti da decenni sul territorio. Un lavoro complesso, delicato, che oggi si scontra con l’aumento delle vulnerabilità tra i più giovani e con la piaga della povertà educativa.
A tracciare un bilancio di questa esperienza, tra metodologie concrete e nuove sfide, è la dottoressa Maria Elena Godino, psicologa, psicoterapeuta e coordinatrice di progetti nel campo dei minori, lavora con la Comunità Progetto Sud da vent’anni.
Alla base di ogni intervento della Comunità Progetto Sud non ci sono modelli teorici calati astrattamente dall’alto, ma un approccio dinamico e partecipativo: la ricercazione.
«Il nostro lavoro quotidiano sul campo si basa sulla ricercazione», spiega Maria Elena Godino. «Significa andare concretamente nel territorio ad osservare i fenomeni, progettare azioni specifiche per rispondere ai bisogni emersi e, subito dopo, osservare di nuovo il cambiamento prodotto per riprogettare e correggere il tiro. È una serie di cicli continui che punta a produrre cambiamenti il più stabili possibile».
Questo metodo, applicabile in qualsiasi campo del sociale, permette di non imporre soluzioni preconfezionate: «In questo modo le azioni vengono costruite con le persone stesse, che smettono di essere semplici beneficiari e diventano esse stesse protagoniste del cambiamento».
Per formare operatori capaci di padroneggiare questo strumento, un ruolo cruciale è affidato alla Scuola del Sociale dell’associazione: «Fin dal mio inserimento, vent’anni fa, la Scuola del Sociale è l’ente che cura fortemente la formazione, spingendo i coordinatori e le nuove figure professionali a prendersi cura dell’aumento delle proprie competenze e a fare cultura sociale sul territorio».
Quando si interviene su bambini e adolescenti, la chiave del successo non risiede mai nel rapporto isolato con il minore, ma nella capacità di attivare l’intero contesto che lo circonda.
«Non si lavora mai soltanto con i minori, ma con l’intera comunità educante», sottolinea la psicoterapeuta. «Parliamo di tutti quegli adulti che fungono da educatori: i genitori, gli insegnanti, gli allenatori, persino l’educatore del catechismo. L’obiettivo è far sì che tutti questi attori alleati concorrano insieme, in modo coeso e co-partecipato, per la crescita serena e il benessere del ragazzo».
Unire le forze serve anche a rompere due grandi nemici del lavoro sociale: la frammentazione degli interventi e la solitudine degli adulti. Di fronte a un’emergenza o a una vulnerabilità, un genitore o un insegnante da solo rischia di non trovare risposte. Sentirsi parte di una comunità, invece, aumenta l’efficacia dell’intervento e sostiene l’adulto, attivando un circolo virtuoso in cui gli adulti si educano tra loro per intervenire sul bambino.
Un esempio concreto di questo approccio è il progetto “Un posto sicuro”, finanziato nell’ambito del bando Benessere da Impresa sociale CON i bambini e rivolto alla fascia adolescenziale dai 14 ai 18 anni. L’obiettivo centrale è il benessere psicologico dei ragazzi, un tema drammaticamente urgente oggi.
«I dati ci dicono che i comportamenti a rischio, l’isolamento, i gesti autolesionistici o i pensieri suicidari sono in forte crescita tra gli adolescenti», avverte Godino. «Per questo una delle azioni su cui stiamo lavorando intensamente è la costruzione della capacità degli adulti di leggere precocemente i bisogni e i segnali di disagio dei ragazzi, prima che evolvano in forme di disturbo mentale».
Il progetto chiama a raccolta anche professionisti ed esperti disposti a mettere le proprie competenze a disposizione della collettività, per lanciare un messaggio chiaro:
«Siamo tutti responsabili della crescita sana dei nostri figli. La crescita di un adolescente non è una responsabilità esclusiva della scuola, del genitore o dello psicologo quando si manifesta il problema; è una responsabilità condivisa di tutta la comunità».
Lavorare nel sociale significa anche accettare l’imprevisto e saper rimodulare gli obiettivi quando la realtà si rivela diversa dalle aspettative. È qui che la ricercazione mostra il suo punto di forza, permettendo aggiustamenti in corso d’opera. Ma per intercettare davvero il disagio, spiega la psicologa, bisogna saper stare nel posto giusto.
«Una delle cose più importanti che questo lavoro insegna è il “lavorare sul confine”», conclude Maria Elena Godino. «Significa uscire dai luoghi istituzionali, dai servizi, dagli uffici, per stare nei contesti informali, che sono i luoghi dove incontri la gente. Chi vive al margine, nell’area della povertà educativa, ha grandi difficoltà ad accedere ai servizi o alla scuola. Lavorare ai confini significa lavorare negli spazi informali, a volte sull’uscio di casa. Ci fermiamo sul limite per agganciare queste persone, creare un’alleanza di fiducia e co-progettare insieme il futuro dei loro figli».
In copertina: Maria Elena Godino

