Dell’abitare, dell’essere nel mondo e della felicità
di Maria Pia Tucci
Dialogare di ambiente con Francesco Bevilacqua, giornalista, scrittore e scopritore di luoghi, ci porta a camminare insieme a lui in una dimensione altra, dove il pensiero riesce a diventare anche azione.
È dal pensiero, dalla formazione umanistica che passano poi le azioni di cambiamento, ci diciamo salutandoci alla fine di un’intervista dove, a pensarci bene, la parola ambiente fa parte delle domande e mai delle risposte, perché parlare della terra, del modo di rispettarla, di conoscerla è come interrogarci sul concetto di felicità.
Qual è il legame tra giustizia sociale e tutela dell’ambiente?
È l’ecologia integrale di Papa Francesco. Occorre aver cura, nello stesso tempo, della Terra e delle persone. In particolare, di quelle che soffrono, di quelle che non hanno dignità perché senza lavoro, senza aiuto, senza diritti, senza servizi sociali minimi, di quelle che vivono nel bisogno, dei diseredati, degli ultimi della Terra. La Terra e le persone, le persone e la Terra: non c’è antropologia senza ecologia. E questo per una ragione evidente: nei duecentomila anni dacché i sapiens sono comparsi sulla Terra, questa è stata da loro gradualmente trasformata, mutata, aggredita, consumata. I sapiens hanno lasciato su di essa la loro impronta ecologica, che si è quasi sempre trasformata in danni, in ferite permanenti. La crisi climatica ne è un esempio lampante. Una piccola parte dei sapiens, quella che ha praticato il darwinismo sociale che è alla base dell’economia liberista adottata oggi da quasi tutti i paesi del mondo, ha stabilito che dovessero esservi delle classi dominanti e delle classi dominate, ha riservato per sé tutti i diritti, tutte le risorse, ed ha “utilizzato” e sfruttato i suoi co-specifici per appagare la propria ingordigia. Senza curarsi di ciò che accadeva alla Terra. Il pensiero delle classi dominanti è identico sia che si tratti del destino delle classi subalterne, sia che si tratti di quello della Terra: tutto è merce, tutto ha un prezzo, nulla ha valore, nulla ha dignità tranne che gli interessi di accumulazione finanziaria delle classi dominanti, le quali, dinanzi all’incredibile successo ottenuto dai sapiens con l’avvento dell’età della scienza e della tecnica e da ultimo con la capacità del capitalismo finanziario di condizionare tutto, hanno praticato pesantemente la hybris ossia quello che era il peccato più grave per gli antichi greci: la tracotanza, l’insolenza, il volersi fare Dio. Oggi, questo atteggiamento è quello che, nello stesso tempo tiene sotto scacco le classi dominate, l’Umanità in genere e la Terra nella sua interezza.
Qual è secondo lei la relazione tra comunità e territorio, sostenibilità, ecologia integrale e curadel creato?
Ognuno di noi sceglie uno luogo come sua patria, casa, paesaggio. Questi termini sono per me sinonimi. È il luogo dell’origine di cui parla Rilke in “Lettere milanesi”: “Nasciamo, per così dire, provvisoriamente in un luogo; è a poco a poco che componiamo in noi il luogo della nostra origine, per rinascervi in un secondo tempo e ogni giorno più definitivamente”. Quando avvertiamo di essere giunti nel luogo della nostra origine, qualunque esso sia (anche fosse lontano mille miglia da dove siamo nati), allora non possiamo che riconoscerci componenti della comunità che in quel luogo vive.
Ma, come dice un grande ecologo americano, Aldo Leopold, occorre estendere il perimetro della comunità anche a suoli, acque, piante e animali. Ecco, la vera cura del creato – locuzione che Papa Francesco nella “Laudato sii” ha reso familiare – passa attraverso questa estensione. Estensione che si concretizza così: non solo gli uomini sono portatori di diritti ma anche il resto del creato, la Terra nel suo insieme e le singole parti di essa. Quindi anche le piante, gli animali, i suoli, le acque, l’aria, tutti i viventi. E l’uomo, che è la specie che più di tutte le altre ha accumulato potere, al punto da poter sottomettere tutte le altre componenti, deve riconoscere questi diritti e prendersi cura del creato.
D’altra parte, Martin Heidegger, che si è molto interrogato sull’essere nel mondo, quando parla dell’abitare, spiega che questo verbo significa sentirsi protetto, essere felice in un luogo ma anche proteggere, rendere felice quel luogo. Solo se pensiamo in questi termini il nostro essere comunità, il nostro abitare, può diventare sostenibile, cioè tale da non compromettere l’equilibrio e l’armonia dell’ecosistema in cui viviamo. Solo così diventeremo portatori di una vera etica della cura.
La responsabilità di ciascuno nei confronti dell’ambiente in che termini parte integrante della costruzione di comunità solidali e attente ai bisogni delle persone?
Direi che di fronte all’irresponsabilità dei governi e delle istituzioni, la responsabilità dei singoli e delle comunità intese come più individui che si riuniscono in una relazione stabile per il bene comune, sia l’unica cosa che può modificare lo stato attuale delle cose. Questo non vuol dire sfiduciare completamente le istituzioni pubbliche.
Senza le istituzioni non potremmo organizzare le società, ma a me piace dire che ciascuno di noi deve farsi istituzione. Voglio dire che dove le istituzioni non fanno, dobbiamo fare noi, dimostrando che fare il bene delle comunità è possibile e togliendo così ogni alibi alle istituzioni inadempienti. Ancora una volta l’esempio vale di più di ogni tentativo di convincimento, di ogni costrizione.
Qual è lo stato di salute della consapevolezza sociale nei confronti della tematica ambientale? (in generale e in Calabria)
Da questo punto di vista mi sento di avere il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, secondo un motto che Antonio Gramsci rese famoso ma che egli stesso attribuì a Romain Rolland. Le nuove generazioni – intendo la parte maggioritaria, quella omologata nei comportamenti e che si lascia completamente influenzare dai modelli di comportamento dei persuasori occulti propagandati attraverso i social media – funzionano già come degli algoritmi biologici, un’espressione che lessi per la prima volta in un libro di Yuval Noah Harari che si intitola “Sapiens, da animali a dei”.
Sono cioè programmati per assumere comportamenti che sono già previsti dalle informazioni che vengono introdotte nelle loro menti, voluti dalle élite che dominano il mondo, quelle che – per evitare di sembrare complottista – ad esempio, si riuniscono a Davos al World Economic Forum e parlano apertamente di vecchio e nuovo ordine mondiale come fossero cose che loro, classi dominanti, sono veramente in grado di produrre e modificare a piacimento. Le nuove generazioni sono quindi, in massima parte, incapaci di fare scelte consapevoli, di distinguere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, il valore dal disvalore, la misura dalla dismisura.
Se una persona crede che gli unici obiettivi siano il danaro, il successo, il consumare, il piacere immediato, cercherà ogni scorciatoia possibile per raggiungerli, anche a costo di fare cose riprovevoli o, nel migliore dei casi, nel pensare egoisticamente solo a sé stessa. Questa è la realtà ed ecco perché, se uso la ragione, non posso che essere pessimista. Ma poiché sono un uomo, appartengo cioè all’unica specie che si è dotata di un’etica – così affermano filosofi e neurobiologi -, mi sforzo di essere ottimista con la volontà e di battermi, per quanto mi è possibile, come se il mio agire potesse ribaltare la tendenza dell’umanità. La stessa cosa vale per la Calabria. Ma ho constato che nei luoghi dove si è meno intruppati, dove non si vive come le api negli alveari (mi riferisco alle grandi concentrazioni urbane) è più facile assumere comportamenti non conformisti. In Calabria vedo tante persone, tante comunità le cui vite stesse sono esempi di ribellione pacifica, di resistenza.

Comunità Progetto Sud, che quest’anno compie 50anni di attività sociale, ha tra i suoi temi portanti anche la cura dell’ambiente. Il suo primo ricordo e incontro con la Comunità è legato a questo o ad altro? E qual è stato? E come continua questo intreccio su temi valoriali condivisi?
Il mio primo ricordo della Comunità Progetto Sud è legato alle lotte per i diritti delle persone diversamente abili, all’ “utopia” (così appariva allora) del mettere tutto in comune, dell’aiutarsi vicendevolmente, dell’emanciparsi con la dignità del lavoro. Ricordo che ero affascinato dalla libertà di pensiero che avvertivo nelle riunioni e nelle iniziative pubbliche che si svolgevano nella sede del primo nucleo della comunità, la volontà delle persone di capire, di conoscere prima di esprimere giudizi, la stella polare dei beni comuni e dello stare sempre dalla parte degli ultimi. All’epoca – parlo della fine degli anni ‘70 – ero un giovane universitario impegnato in politica, appassionato di musica e di giornalismo. Avevo ottenuto dal mio professore di filosofia del diritto, Luigi Lombardi Vallauri, il permesso di scrivere una tesi su un filosofo post-hegeliano, contemporaneo di Marx ed Engels, il cui pseudonimo letterario era Max Stirner, e dopo aver scritto a penna la tesi, mi rivolsi proprio alla comunità per dattiloscriverla. Cosa che feci con Franco Leone, col quale passavo ore a dettare e lui a scrivere lentamente. Ci interrompevamo spesso e chiacchieravamo a lungo. Ne nacque una bella amicizia che si interruppe solo con la sua morte.
A quell’epoca, pur non riconoscendomi completamente in una religione positiva, avevo già un senso religioso della vita, che, come dice William James, è il credere che esiste un ordine sovrannaturale e che il compito di ciascuno sia quello di armonizzare quanto più è possibile le nostre vite con quell’ordine. Ricordo che stavo delle ore nelle chiese di Firenze, dove studiavo, quando non c’era messa, e, a mio modo, meditavo, pregavo, cercavo di sentirmi in sintonia con ciò che per me era “il grande mistero”. Ma ero alla ricerca anche di qualcuno che traducesse quel mio bisogno di spiritualità in un impegno concreto, come avevo visto fare nel film di Franco Zeffirelli a San Francesco, film dinanzi al quale piangevo a lungo per la commozione. Ritrovai questa dimensione di un cristianesimo che vive nella storia proprio nella comunità.
Solo molti anni più tardi, leggendo e studiando, mi accorsi che vi era stato anche in Calabria un uomo che, proprio per aver teorizzato la conversione evangelica da applicare concretamente sulla Terra e nella storia e non in un oltre-mondo disincarnato, era stato tacciato di eresia. Quell’uomo era Gioacchino da Fiore. E scoprii anche che il suo pensiero aveva in qualche modo influenzato proprio il movimento francescano più rigoroso, quello che venne man mano esautorato della sua forza rivoluzionaria. E scoprii anche che il pensiero di Gioacchino da Fiore pare abbia influenzato don Zeno Saltini nella fondazione, nel 1931 della comunità di Nomadelfia vicino Grosseto.
Foto in evidenza: dal profilo facebook di Francesco Bevilacqua


