Resistere, studiare, fare rete: la ricetta per l’innovazione sociale
di Maria Pia Tucci –
Finire gli anni Novanta: un progetto europeo, una forte presa di coscienza sul territorio e la consapevolezza che operare nel sociale non potesse più essere lasciato all’improvvisazione. Nasce così la Scuola del Sociale all’interno della Comunità Progetto Sud, una realtà che da allora non ha mai smesso di anticipare le riforme e formare nuove competenze in un contesto complesso come quello calabrese. Marisa Meduri, direttrice della Scuola, traccia un bilancio tra conquiste storiche e sfide future, proprio mentre la Comunità si appresta a festeggiare i mezzo secolo di attività sociale.
La Scuola del Sociale nasce con un obiettivo preciso: strutturare il sapere e metterlo al servizio non solo della Comunità Progetto Sud, ma di un’intera rete di partner e istituzioni territoriali. Un lavoro quotidiano che fonde ricerca, analisi dei bisogni e progettazione, tanto nazionale quanto europea. «Abbiamo pensato di aprire questo servizio e l’abbiamo chiamato appunto Scuola del Sociale, perché il fare scuola oggi non può essere dato per scontato», spiega Marisa Meduri. «Questo elemento è ancora molto attuale nella nostra esperienza. Analizziamo i bisogni del territorio, facciamo ricerca e attività di analisi di contesto, ipotizzando in che maniera si possano intercettare nuovi bisogni e fare innovazione sociale».
Questo processo non avviene in laboratorio, ma sul campo, attraverso un costante dialogo intergenerazionale e inter-operativo con le diverse aree e cooperative che vivono il territorio. L’obiettivo finale, tuttavia, supera la semplice assistenza: punta a influenzare l’agenda politica locale e nazionale. «Proviamo a guardare oltre, ad anticipare quelle che sono anche le politiche», sottolinea la direttrice. «Le attività sperimentali proviamo a farle ma anche a portarle alle pubbliche amministrazioni: quando intercettiamo un bisogno individuato, coinvolgiamo l’area istituzionale che se ne deve occupare e proviamo con loro a fare strada».
Nel DNA della Scuola del Sociale c’è una forte impronta valoriale e pedagogica, fortemente influenzata da figure cardine della cultura e dell’attivismo italiano. Negli ultimi anni, in particolare, la bussola etica della Scuola si è sintonizzata sui moniti di Goffredo Fofi, saggista e critico sociale da sempre vicino alle realtà del Mezzogiorno. «Negli ultimi anni abbiamo fatto nostro il motto di Goffredo Fofi, che ci diceva sempre che bisogna resistere – e noi al Sud dobbiamo resistere –, che bisogna studiare e fare rete», racconta Meduri. «E poi Goffredo ci diceva anche che dobbiamo ‘rompere un po’ le scatole’. Per noi, come Scuola del Sociale, questo significa rompere gli schemi del fare sempre nello stesso modo, provare a guardare oltre e portare innovazione dentro le cose che facciamo».
Da qui deriva una concezione del terzo settore che si distacca nettamente dall’approccio puramente assistenziale o confessionale, rivendicando uno status di dignità e cittadinanza. «La nostra azione è un’azione politica», dice ancora Marisa Meduri. «Il nostro lavoro è molto politico perché prova a incardinare, attraverso la progettazione, la formazione e gli inserimenti lavorativi, quegli elementi utili a ridare voce, a vedere riconosciuti i diritti e a ridare dignità a chi non ce l’ha. La questione sociale oggi in Italia viene spesso delegata al terzo settore come fosse filantropia. Ma noi non stiamo parlando di filantropia: stiamo parlando dei diritti e della possibilità di vivere bene di tutti».
Per fare questo, la Scuola applica concretamente lo storico payoff della Comunità Progetto Sud: Fare bene il bene. Una filosofia che si traduce in sinergie concrete anche con il tessuto produttivo laico, attraverso tirocini e partnership con imprese per innescare reali processi di sviluppo economico e occupazionale nell’area di Lamezia Terme e nell’intera Calabria.
Guardare avanti significa anche fare i conti con la transizione digitale e le nuove tecnologie. La Scuola del Sociale non si sottrae al dibattito contemporaneo sull’Intelligenza Artificiale, ma sceglie di affrontarlo ponendo al centro l’etica e i diritti delle persone, in particolare delle fasce più vulnerabili. «L’intelligenza artificiale la usiamo. La usiamo ad esempio per sistematizzare le idee che raccogliamo o i brainstorming che facciamo, però la utilizziamo con la nostra intelligenza: per noi è uno strumento che fornisce un aiuto nel lavoro quotidiano», specifica la direttrice. «L’IA è un elemento sul nostro tavolo che ci pone, però, delle profonde questioni etiche e politiche. L’IA manovra dati sensibili, non si può sostituire alle persone e deve essere utilizzata nel pieno rispetto dei loro diritti».
Proprio per mantenere vivo questo approccio critico la Scuola del Sociale ha dato il via ad un’ importante momento di alta formazione e confronto. «La prima edizione di una scuola, intitolata ‘Strade Maestre’, intitolata a Goffredo Fofi, per mantenere saldo il collegamento con il lascito politico che ci ha trasmesso. Lo faremo dialogando con le nuove generazioni, perché lo scambio intergenerazionale è un tema che ci sta enormemente a cuore».
in copertina: Marisa Meduri
