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TERESA MASCIOPINTO:LA FINANZA ETICA PER «TRASFORMARE IL SISTEMA A PARTIRE DA CIÒ CHE LA FINANZA DECIDE OGNI GIORNO DI SOSTENERE»

di Maria Pia Tucci

In un tempo in cui il denaro sembra spesso muoversi lontano dalle conseguenze sociali delle scelte economiche, parlare di finanza etica significa interrogarsi sul senso stesso della finanza: a chi serve, cosa sostiene, quale idea di società contribuisce a costruire. Ne parliamo con Teresa Masciopinto, presidente di Fondazione Finanza Etica da marzo 2023 e vicepresidente di Fundación Finanzas Éticas, una voce autorevole nel campo dell’economia sociale, del welfare, delle politiche di genere e dei processi di inclusione economica e sociale. Socia fondatrice di Banca Etica, già responsabile delle Relazioni Associative, Masciopinto ha intrecciato nel suo percorso competenze giuridiche, impegno istituzionale e attenzione ai territori, portando nella riflessione sulla finanza uno sguardo che parte dalle persone, dalle comunità e dai diritti.

Parlare oggi di finanza etica significa, prima di tutto, tornare alla domanda più semplice: a cosa serve la finanza? E, ancora prima: a chi serve?

«Non è una questione soltanto tecnica. È una domanda profondamente politica, perché riguarda il modo in cui una società decide di utilizzare una delle proprie risorse più potenti: il denaro».

Per chi abbiamo bisogno di una finanza etica? Per cosa?

«Abbiamo bisogno di una finanza etica per chi rischia di essere escluso dai criteri con cui normalmente viene valutato il merito economico: per le organizzazioni dell’economia sociale, per le piccole imprese, per i territori, per chi produce innovazione sociale e ambientale. Abbiamo bisogno di una finanza capace di riconoscere che il valore di un’attività economica non si esaurisce nel rendimento finanziario che produce.

E ne abbiamo bisogno per finanziare un’economia diversa: quella che crea lavoro senza consumare futuro, che rafforza le comunità, che accompagna la transizione ecologica, che riduce le disuguaglianze e considera il denaro uno strumento e non il fine dell’attività economica. E quella che contribuisce alla pace.

Perché anche la pace ha una dimensione economica e finanziaria. Le risorse che scegliamo di destinare alla produzione di armi, alla guerra e alla distruzione non sono risorse neutrali: sono risorse sottratte ad altri possibili usi. Allo stesso modo, finanziare la cooperazione, il lavoro, la cura dei territori, l’accesso ai servizi, la giustizia sociale e la transizione ecologica significa contribuire a costruire le condizioni materiali di società più pacifiche e coese. La scelta di dove mettere il denaro è anche una scelta sul modello di società che intendiamo sostenere».

La seconda domanda è allora inevitabile: come si arriva alla finanza etica?

«Non basta costruire prodotti finanziari sostenibili. Non basta aggiungere qualche criterio ESG ai modelli esistenti. La finanza etica richiede innanzitutto trasparenza sulle conseguenze delle decisioni finanziarie: sapere dove finiscono i nostri risparmi, quali attività finanziamo, quali escludiamo, quali impatti produciamo.

E richiede educazione critica alla finanza.

Significa mettere le persone nella condizione di capire come funziona il sistema finanziario e quale ruolo possono avere al suo interno. Non soltanto insegnare a gestire meglio il proprio denaro, ma comprendere che cosa accade al denaro una volta depositato in banca, come vengono decisi gli impieghi, quali settori vengono finanziati e quali conseguenze economiche, sociali, ambientali e politiche possono derivare da quelle scelte.

L’educazione finanziaria, in questa prospettiva, non può limitarsi alla capacità individuale di fare scelte economicamente convenienti. Deve diventare educazione alla cittadinanza economica: capacità di fare domande, di leggere criticamente le informazioni, di riconoscere gli interessi in gioco e di esercitare consapevolmente il proprio potere di scelta.

Questo è particolarmente importante in una fase nella quale la finanza viene spesso presentata come un universo inevitabilmente tecnico, accessibile soltanto agli specialisti. Rendere la finanza comprensibile significa invece restituire alle persone una parte della loro capacità di partecipare alle decisioni che riguardano la società.

Ma la trasformazione non può essere affidata soltanto alle scelte individuali. La finanza etica ha bisogno di politiche pubbliche, regole, trasparenza e strumenti capaci di favorire il finanziamento dell’economia sociale, della transizione ecologica e di tutte quelle attività che producono valore collettivo. Ha bisogno, inoltre, di una regolazione capace di riconoscere la pluralità dei modelli bancari e di valorizzare l’esperienza degli intermediari che da anni lavorano con questi soggetti».

Ma qual è il futuro della finanza etica?

«Non credo che la sua prospettiva debba essere quella di diventare semplicemente una versione più sostenibile della finanza tradizionale. La sfida è più ambiziosa: contribuire a cambiare il modo in cui concepiamo il rapporto tra finanza ed economia.

La finanza etica avrà futuro se saprà continuare a essere concreta, rigorosa e capace di misurarsi con i numeri, senza perdere di vista le persone e i territori. Se saprà innovare senza rinunciare alla propria identità. Se saprà investire nella conoscenza e nell’educazione critica, perché una finanza diversa ha bisogno anche di cittadine e cittadini capaci di comprenderla e di sceglierla, capaci di porsi una domanda semplice ma radicale: non soltanto quanto rende un investimento, ma quale economia rende possibile, quali relazioni costruisce e quale mondo contribuisce a rafforzare.

È questa, a mio avviso, la ragione politica per cui abbiamo ancora bisogno di parlare di finanza etica. Non per costruire un’isola alternativa dentro il sistema finanziario, ma per contribuire a trasformare il sistema a partire da ciò che la finanza decide ogni giorno di sostenere. Per chi. Per cosa. E, in definitiva, per quale società».

teresa mascipinto marina galati danilo monteleone

Teresa Masciopinto: «Finanza etica a sostegno di comunità e imprese. Il lavoro, la dignità delle persone e il rispetto dell’ambiente»

Foto in evidenza di Roberto Gatto

Masciopinto è la presidente di Fondazione Finanza Etica, la fondazione culturale del Gruppo Banca Etica che studia e promuove la cultura di una economia equa e sostenibile.
Il tema della finanza tocca molti aspetti della vita dei cittadini e l’educazione finanziaria è uno degli aspetti di cui si sente sempre più spesso parlare: comprensione dei rischi finanziari, capacità di gestire, investire e risparmiare. Ma da dove parte e in che cosa si
distingue una finanza etica?

Perché e in quale momento la finanza ha bisogno di definirsi: etica?
«Se consideriamo che le origini delle banche moderne risalgono al Medioevo, con la nascita dei Monti di Pietà, possiamo definire la banca come uno strumento creato dall’ uomo per facilitare l’ accesso al credito per persone e imprese in difficoltà. Questo avviene tramite l’ utilizzo dei risparmi di coloro che si trovano in una situazione economica più favorevole. Pertanto, la banca svolge una funzione essenziale e, in ultima analisi, di natura sociale».

Dunque, cosa è successo nel tempo?
«Nel tempo, le banche si sono allontanate dal supporto all’economia reale, concentrandosi sempre più sulla finanziarizzazione. Ora puntano a fare profitto dai soldi piuttosto che sostenere persone e imprese, con l’obiettivo principale di massimizzare i guadagni degli azionisti.
Quindi sempre meno denaro dall’ attività classica che è quella dell’intermediazione creditizia, sempre più redditività per le banche da quello che deriva dal mercato borsistico, dalla speculazione finanziaria, dalla vendita di servizi che è collaterale all’attività bancaria.
La finanza etica ritiene che i risparmi debbano sostenere le comunità, le imprese, il lavoro, la dignità delle persone e il rispetto dell’ ambiente. Tuttavia, la finanziarizzazione dell’ economia spesso favorisce i settori più redditivi, come quello degli
armamenti, dell’economia di guerra e delle fonti fossili, causando danni ambientali che minacciano la nostra sopravvivenza futura».

Quindi da quando la parola etica l'abbiamo dovuta rimettere accanto al tema della finanza?
«Da quando in maniera incontrovertibile si è palesato il fatto che la finanza è sempre più a servizio di un’idea economica che crea disagio, che crea diseguaglianze, che crea sfruttamento e sempre meno a servizio delle persone e dell’ambiente».

Quanto è accessibile a tutti il termine finanza? E in che modo l’educazione finanziaria aiuta poi anche a comprendere le azioni e il dibattito politico a cui abbiamo accennato: tra i temi più attuali la sostenibilità e la corsa agli armamenti?
«La finanza agisce su una massa di denaro ciò dà il senso della sua funzione a favore della collettività. Quando noi parliamo di finanza parliamo di risorse che servono nella prospettiva temporale a finanziare un’impresa, a sostenere uno Stato, a sostenere un progetto.
La finanza è composta dalla somma di tutti i risparmi individuali. Parlare di finanza significa considerare la dimensione collettiva delle risorse, piuttosto che la gestione economica delle risorse personali. Sebbene una singola persona possa pensare che i propri risparmi siano insignificanti, è l’insieme di questi risparmi che costituisce le masse utilizzate nel sistema finanziario.
E allora quando mi chiedi è importante conoscere, certo che è importante conoscere, è importante informarsi. Le classifiche dell’OCSE sono catastrofiche, rispetto allo stato della conoscenza finanziaria degli italiani. Siamo agli ultimissimi posti della graduatoria in termini di educazione finanziaria. E chiaramente la conoscenza produce consapevolezza e quindi produce anche una situazione nella quale con più informazioni agisco una responsabilità, responsabilità che sta in capo ai risparmiatori di scegliere per esempio dove collocare il proprio denaro.

Con Fondazione Finanza Etica abbiamo un portale che si chiama Valorilab, dedicato proprio all’educazione finanziaria. In più però noi ci aggiungiamo la parolina magica che è educazione critica alla finanza. Quindi non solo conoscere quelli che sono gli strumenti, quello che è l’ ABC della finanza, ma anche capire poi che l’uso del denaro non è neutro, che nulla è neutro».

Cosa intende?
«Neutri sono gli strumenti ma non il loro utilizzo. Di fatto gli strumenti ti danno la possibilità di agire in maniera politica il tuo essere risparmiatore e risparmiatrice consapevole.
Partendo soprattutto dal fatto che chi fa finanza etica non lo fa mai da solo, che la finanza etica si basa sull’idea che per poter essere trasformativi è necessario costruire reti, è necessario per esempio nel nostro caso stabilire delle connessioni reali con le
organizzazioni della società civile che si occupano di partecipazione attiva, che si occupano di democrazia, che si occupano di diritti umani. Perché la componente denaro è una componente fondamentale per poter convogliare i valori e ideali su progetti concreti e quindi trasformativi della società».

Qualche esempio concreto?
«Come fondazione finanza etica siamo fondatori, per esempio, della rete pace e disarmo, abbiamo relazioni stabili con tutte le organizzazioni che si occupano di trasformazione ecologica, che si occupano di tutela delle politiche ambientali, perché da soli siamo
normalmente autoreferenziali e sicuramente poco abbiamo meno possibilità di incidere.
Quindi come fondazione finanza etica facciamo educazione critica alla finanza, lavoriamo con le scuole, lavoriamo con le Università, lavoriamo con gli enti locali per poter fare crescere sempre di più la consapevolezza su questi temi e anche trasparenza su queste questioni, perché l’altro aspetto è quello della trasparenza. La trasparenza ci aiuta naturalmente ad acquisire consapevolezza e quindi darci maggiori strumenti per scegliere, per decidere.

Così come siamo molto impegnati sul tema del contrasto dell’esclusione finanziaria per le donne e in generale in tutte le categorie marginalizzate che possono essere persone LGBTQI+ o sicuramente le persone con disabilità.

Nel futuro prossimo cosa c’è?
In un futuro non molto lontano ci piacerebbe ragionare, appunto, sull’esclusione finanziaria delle persone con disabilità che per tante ragioni è un fatto socialmente eclatante, anche se su questo come su altri aspetti già affrontati, ahinoi, non ci sono dati. In ragione di questo stiamo lavorando anche attraverso la costruzione di protocolli operativi con le banche per poter recuperare dati e quindi impostare un lavoro costruttivo e consapevole».

A Lamezia Terme è intervenuta a Trame.14 nel talk “Finanza zero armi”.