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GreenSentinel: cooperazione Italia–Grecia per la biodiversità

Le sfide ambientali del Mediterraneo

Frammentazione degli habitat, inquinamento ambientale e cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova il patrimonio naturale del Mediterraneo, che ad oggi è uno degli hotspot climatici più vulnerabili al mondo. Una vera e propria sfida per il futuro per cui si rende necessario un approccio integrato alla tutela della biodiversità.

L’avvio del progetto e la cooperazione transfrontaliera

Per rispondere a queste situazione di allarme nasce GreenSentinel – Integrative Biodiversity and Pollution Sentinels, progetto finanziato dal Programma Interreg VI-A Grecia–Italia. Il 13 e 14 gennaio 2026, a Monte Sant’Angelo (FG), si è svolta la riunione ufficiale che ha dato il via alla collaborazione tra partner italiani e greci. Il progetto è guidato dal Parco Nazionale del Gargano (Lead Partner), insieme a GOEL –
Gruppo Cooperativo, Comunità Progetto Sud, il Comune di Aigialeia e il Comune di Sami. L’obiettivo comune è rafforzare la tutela della biodiversità nell’area adriatico-ionica, con particolare attenzione a Puglia, Calabria e Grecia occidentale.

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Project kick-off meeting – On 13 and 14 January 2026, the kick-off meeting tookplace in Monte Sant’Angelo (FG), officially launching the collaboration between the Italian and Greek partners.

Innovazione e partecipazione GreenSentinel punta a trasformare i cittadini in vere e proprie “sentinelle della biodiversità” attraverso strumenti innovativi e partecipativi

Il progetto punta a trasformare i cittadini in vere e proprie “sentinelle della biodiversità”, grazie a tre strumenti chiave: L’App di Citizen Science (disponibile in inglese, italiano e greco), per fotografare e geolocalizzare specie animali e vegetali, contribuendo alla raccolta di dati scientifici. La Piattaforma ICT open data, basata su sistema GIS, per analizzare e condividere dati su biodiversità e inquinamento.
La Strategia Congiunta di Gestione della Biodiversità, per rafforzare la cooperazione tra i parchi coinvolti e promuovere una governance coordinata e duratura.
Testare sul campo un innovativo sistema di rilevamento degli inquinanti atmosferici e delle molecole organiche volativi biogene (BVOC) come bioindicatori per monitorare i cambiamenti climatici attraverso questi strumenti, il progetto mira a rafforzare la raccolta di dati sul campo e a promuovere una partecipazione attiva delle comunità locali nella tutela del patrimonio naturale.

I prossimi passi

Il progetto coinvolgerà giovani, scuole e comunità locali con info day, laboratori scientifici e campagne di sensibilizzazione. Nel corso del 2026 prenderanno avvio le prime attività pubbliche, mentre la cooperazione proseguirà fino a giugno 2027 con l’obiettivo di creare una rete permanente di Green Sentinels.

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Giornata Mondiale del Rifugiato 2026: “Oltre i confini, dentro le storie”

A LAMEZIA TERME IL 16 GIUGNO DALLE 19:30 PIAZZETTA SAN DOMENICO AD APERTURA DI TRAME. FESTIVAL DEI LIBRI SULLE MAFIE

Ha 75 anni la convenzione di Ginevra, nata nel 1951 per garantire che chi è costretto a fuggire non venga lasciato senza protezione e sono oggi oltre 117 milioni le persone in fuga in cerca di sicurezza.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è una iniziativa internazionale delle Nazioni Unite per riconoscere la forza, il coraggio e la determinazione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa a causa di guerre, violenza, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, sollecita il dibattito e l’informazione sul diritto alla protezione internazionale di tutte le persone.

A Lamezia Terme, nella cornice della XV edizione di Trame. Festival dei libri sulle mafie il 16 giugno, a partire dalle 19: 30 sono due gli appuntamenti, curati dal Movimento Umanità in ricerca e dai SAI Ordinari e Minori Lamezia Terme, SAI Ordinari Miglierina proprio per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato 2026, in collaborazione con Trame. Festival dei libri sule mafie.

In piazzetta San Domenico alle ore 19:30 per la sezione Trame in scena lo spettacolo teatrale di Michele D’Ignazio, interpretato da Antonio Fama e Marco Zanon “Fate i tuoni”, per la regia di Marco Zordan. Curata dalla Compagnia Walden e tratta dall’omonimo romanzo dell’autore edito da Rizzoli, affronta con delicatezza e forza i temi del coraggio e del cambiamento.

Alle 20:30, sempre in piazzetta San Domenico l’appuntamento è con: “Oltre la narrazione: cronache visive di un mondo in movimento” incontro con Francesco Malavolta, giornalista e fotoreporter che attraverso i suoi scatti e la sua testimonianza diretta dai confini del mondo, offre una lettura cruda, reale e priva di retorica sui viaggi e sulla determinazione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa.

Il Movimento Umanità in ricerca è una rete sociale attiva a Lamezia Terme promossa da: Associazione Comunità Progetto Sud, Pax Christi-Punto Pace Lamezia Terme, AGESCI Zona Reventino, Fondazione Trame, InRete Cooperativa Sociale, Associazione ARCI Lamezia Terme/Vibo Valentia, Arci Servizio Civile Lamezia Terme/Vibo Valentia, Associazione Mago Merlino e Azione Cattolica Diocesi di Lamezia Terme.

Scarica la locandina

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AZZARDO PATOLOGICO E USURA IN CALABRIA | Conferenza stampa

Il 12 giugno 2026 alle 10:30 la sala Sintonia, in Via Reillo, 6 – a Lamezia Terme ospiterà la conferenza stampa durante la quale saranno resi pubblici i dati di “Azzardo patologico e usura” e presentata l’alleanza tra Fondazioni Antiusura e Coordinamento Mettiamoci in Gioco Calabria che lavorano al contrasto al gioco d’azzardo patologico.

Cifre che si traducono in dipendenza, economia malata e, appunto, usura.

Intervengono:

Don Giacomo Panizza presidente Comunità Progetto Sud, Roberto Gatto Coordinatore Mettiamoci in Gioco Calabria, Roberto Enrico Bartletta, presidente Fondazione Antiusura San Matteo Apostolo di Cassano allo Jonio.

Il report che sarà presentato è curato da: CNCA Calabria, Mettiamoci in gioco, Fondazione antiusura Calabria, Comunità Progetto Sud.

Per info: mail | roberto.gatto@comunitaprogettosud.it | Cell.  +39 348 791 380

Ufficio stampa | Maria Pia Tucci | +3930359308 

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AMENDOLARA: PER FARE GIUSTIZIA OCCORRE GUARDARE OLTRE LA BARBARIE

Di fronte alla barbarie di Amendolara, nella quale quattro lavoratori agricoli hanno perso la vita e un quinto è sopravvissuto alle violenze subite, non bastano il cordoglio, lo sgomento o l’ennesima dichiarazione di indignazione.

Esiste un tempo per il lutto. Ed esiste un tempo per le domande.

L’Associazione Comunità Progetto Sud, ente operativo da 50anni in Calabria, sente il dovere di dire che quanto accaduto non può essere accettato, normalizzato o archiviato come un semplice fatto di cronaca nera.

La manifestazione nazionale promossa ad Amendolara rappresenta un passaggio importante. Ma non basta.

Il bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento significa fare giustizia e certamente individuare gli autori materiali dei fatti e accertarne le responsabilità.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché fare giustizia significa anche comprendere quali rapporti economici, sociali e lavorativi abbiano reso possibile tutto questo. Occorre capire chi reclutasse questi lavoratori, chi organizzava i loro trasporti e le loro giornate, quali condizioni abitative vivevano, quali imprese agricole impiegavano quella manodopera utilizzando il caporalato, quali filiere produttive ne beneficiavano, quali mercati erano destinatari di quei prodotti.

Se esiste il caporalato, infatti, è perché esiste una domanda di caporalato.

Questa domanda non nasce oggi.

Il 27 aprile 2020 oltre 40 braccianti agricoli provenienti dall’Africa Sub-Sahariana si erano già ribellati agli sfruttatori di nazionalità pakistana presenti nell’area di Cassano all’Ionio. Da quella protesta, grazie al lavoro congiunto tra la nostra Associazione, il Progetto In.C.I.P.I.T. e altri soggetti sindacali, ecclesiali e della società civile, era stata condotta un’attività di ascolto e approfondimento che aveva portato a incontrare circa 80 braccianti e ad accompagnare, tra il 2020 e il 2021, 16 braccianti nelle denunce di un sistema di sfruttamento che riguardava lavoro, abitare, trasporti, reclutamento e dipendenza economica dai caporali pakistani. Il sistema emerso descriveva organizzazioni capaci di gestire il reclutamento della manodopera, i trasporti, i pagamenti, gli alloggi e la vita quotidiana dei lavoratori, generando condizioni di forte dipendenza e ricattabilità. I lavoratori descrivevano salari bassissimi, trattenute economiche, lavoro nero o contratti irregolari, abitazioni isolate, minacce, violenze e forme pervasive di controllo sociale.

Quelle denunce hanno determinato procedimenti penali presso la Procura competente.

Parallelamente, tra il 2020 e il 2021, era stato consegnato alla Prefettura di Cosenza un report dettagliato sulle condizioni di sfruttamento presenti nella Piana di Sibari, sulle criticità territoriali, sulle difficoltà abitative, sui trasporti, sulle reti di intermediazione e sulle possibili proposte di intervento.

Per questo oggi la domanda non può essere soltanto: cosa è successo ad Amendolara?

La domanda è anche: cosa è accaduto rispetto alle informazioni, alle denunce, ai procedimenti, alle progettazioni e ai segnali che da anni descrivevano condizioni di forte sfruttamento?

Questa riflessione diventa ancora più urgente se si considera che proprio nella Piana di Sibari, negli ultimi anni, sono stati investiti importanti finanziamenti pubblici destinati al contrasto dello sfruttamento lavorativo, all’inclusione sociale, ai sistemi di presa in carico e ai percorsi di integrazione delle persone migranti vulnerabili.

Eppure, continuiamo a interrogarci sulle stesse questioni: trasporti, abitare, reclutamento, caporalato, isolamento, ricattabilità.

Occorre interrogarsi seriamente sull’efficacia delle politiche costruite e sulla capacità dei territori di trasformare progettazioni, reti, protocolli e finanziamenti in strumenti reali di prevenzione.

Ridurre questa vicenda a una “strage tra immigrati”, a un regolamento di conti o a una prova del fallimento dell’accoglienza significa leggere la realtà con categorie semplicistiche che finiscono per nascondere i meccanismi concreti dello sfruttamento.

Non siamo di fronte a persone geneticamente predisposte alla violenza e alla barbarie. Siamo davanti alle conseguenze di sistemi economici, sociali e istituzionali che permettono a forme di sfruttamento estremo di consolidarsi nel tempo.

Se tra gli sfruttatori vi sono persone migranti, ciò non cancella le responsabilità di un sistema economico e produttivo che consente a tali dinamiche di esistere e riprodursi. Non esistono sistemi di sfruttamento senza rapporti economici. Non esistono sistemi di sfruttamento senza filiere. Non esistono sistemi di sfruttamento senza domanda di lavoro povero.

Occorre interrogarsi anche sul ruolo svolto dalle politiche migratorie. La precarietà amministrativa, la dipendenza dal lavoro per il mantenimento o il rinnovo dei titoli di soggiorno, le difficoltà di accesso alla residenza, all’abitare, ai trasporti e ai servizi, la frammentazione dei percorsi di accoglienza e l’assenza di canali realmente accessibili di incontro tra domanda e offerta di lavoro aumentano lo stato di bisogno e la ricattabilità delle persone migranti e, conseguentemente, la forza dei sistemi di intermediazione informale.

In questo senso il contrasto allo sfruttamento lavorativo non può essere affrontato esclusivamente come questione di ordine pubblico. È una questione di diritti umani. È una questione di politiche migratorie. È una questione di lavoro e di protezione sociale.

Esiste infine una questione immediata che riteniamo fondamentale. Ci chiediamo se, nell’interesse del lavoratore sopravvissuto, siano state immediatamente attivate tutte le misure di tutela previste dall’ordinamento e se siano stati coinvolti i soggetti competenti in materia di identificazione e protezione delle persone potenzialmente vittime di grave sfruttamento, anche attraverso gli strumenti previsti dal Meccanismo Nazionale di Referral.

Ci chiediamo se, nell’interesse del lavoratore, sia stata già valutata l’attivazione degli strumenti di protezione previsti dall’ordinamento, compresi quelli connessi ai c.d. nulla osta utili all’accesso ai percorsi di tutela previsti per le vittime di sfruttamento e tratta, attraverso il rilascio di un permesso di soggiorno casi speciali.

Ci chiediamo se altri lavoratori presenti nei medesimi contesti lavorativi, abitativi e relazionali siano stati ascoltati e se anche rispetto a loro siano state attivate attività di identificazione, protezione e presa in carico, comprese quelle relative ai rilasci dei c.d. nulla osta per l’ottenimento dei permessi di soggiorno casi speciali.

Perché il rischio è evidente.

Limitarsi a intervenire soltanto quando lo sfruttamento si manifesta nelle sue forme più estreme e violente significa arrivare sempre troppo tardi.

La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima?

Non possiamo permettere che chi è sopravvissuto a questa violenza rischi di diventare vittima una seconda volta.

Così come non possiamo permettere che altri lavoratori rimangano invisibili semplicemente perché ancora vivi.

Oggi chiedere verità e giustizia significa qualcosa di più complesso. Significa ricostruire la filiera dello sfruttamento. Interrogare le responsabilità diffuse. Proteggere chi denuncia. Rafforzare i sistemi territoriali. Costruire alternative reali.

Perché una strage non nasce il giorno della strage!

E perché non possiamo permettere che il territorio torni a ricordarsi dei suoi lavoratori soltanto quando muoiono!

Lamezia Terme, 4 giugno 2026

Giacomo Panizza

Comunità Progetto Sud | Via Conforti 88046 Lamezia Terme (CZ) | Cell. 3487913898 | giacomo.panizza@comunitaprogettosud.it

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La “Associazione Comunità Progetto Sud ETS”, è ente attuatore del Progetto antitratta In.C.I.P.I.T. (Iniziativa calabra per l’identificazione, protezione ed Inclusione sociale delle vittime di Tratta – progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità – in attuazione del DPCM del 16/05/2026 – Soggetto proponente Regione Calabria).

Gazzetta del Sud

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“Il dono e lo scambio”. A Pianopoli il 5 giugno a cura del Caffè letterario Terra di Calabria

Pasquale Leone, coordinatore del Caffè Letterario Terra di Calabria, annuncia la prossima manifestazione culturale dedicata alla presentazione del volume Il dono e lo scambio di Dario Antiseri e Giacomo Panizza, pubblicato da Rubbettino Editore.

“Siamo lieti di offrire alla comunità un incontro che mette al centro un tema decisivo per il nostro tempo: la possibilità di costruire relazioni sociali fondate sul dono, sulla fraternità e sulla solidarietà», dichiara Sandro Gallo. Il libro affronta infatti la domanda cruciale se una società possa reggersi su legami non esclusivamente economici, ma profondamente umani”.

Appuntamento Venerdì 5 giugno – ore 19:00 in via Roma 38, Pianopoli.

L’incontro vedrà la partecipazione di: Sandro Gallo, Presidente dell’Associazione Terra di Calabria, Don Giacomo Panizza, autore, Pippo Callipo, imprenditore, Marina Galati, moderatrice.

La serata sarà arricchita dall’intervento musicale del chitarrista Amedeo Palmieri, in stile acoustic fingerstyle, e dalle riprese video a cura di Enzo Cittadino.

“Il nostro Caffè Letterario – sottolinea il coordinatore Pasquale Leone – continua a proporre momenti di confronto che uniscono pensiero critico, impegno civile e bellezza. Il dono e lo scambio è un testo che invita a ripensare il modo in cui viviamo insieme, e crediamo che questo dialogo possa offrire un contributo prezioso alla crescita culturale del nostro territorio”.

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Petali. Maggio 2026. Scuola, metodi, eresie

di Stefano Laffi – 

Goffredo Fofi diceva che c’è una pedagogia per il tempo di pace e una per il tempo di guerra. Non si insegnano le stesse cose, i comportamenti virtuosi cambiano. L’educazione è situata, nel tempo e nello spazio, e chi si occupa di formare le nuove generazioni lo sa, le domande cambiano, le risposte pure. Non c’è quindi un manuale buono per tutte le stagioni, una scienza dell’educazione e del sociale che ci consegni istruzioni per l’uso a scadenza illimitata. E questo perché la storia non si è fermata, tocca essere contemporanei – altra frase amata da Goffredo – e la pretesa delle scienze sociali di stare sugli scaffali della saggistica potrebbe essere velleitaria: forse è la narrativa il nostro spazio, forse stiamo solo scrivendo il romanzo del presente. Ci scambiamo tutto quel che abbiamo capito di questo mondo che rotola velocissimo, ma sappiamo che domani almeno una pagina sarà da riscrivere.

Rotolare non è progredire, è muoversi in direzioni imprevedibili, che dipendono dal piano inclinato delle faccende del mondo, che non governiamo. Per questo non è più vero che la ‘nuova edizione supera e sostituisce la precedente’, come ci dicevano a scuola per farci comprare il nuovo manuale: la frontiera della conoscenza procede, è vero, ma quali saperi servano oggi, quali libri leggere, quali insegnamenti tornino utili è scoperta di ogni giorno. Un ventenne può avere genitori che lavorano in ufficio e si sono formati sull’uso del fax, oggi estinto, e nonni che hanno lavorato in officina o nei campi, cioè sanno saldare tubi, aggiustare cose e coltivare la terra, e sono quindi portatori di saperi molto più utili quando decidi di vivere fuori città o di viaggiare. Il ventenne, a sua volta, se ha dimestichezza col digitale, sarà lui a insegnare a genitori e nonni a muoversi su quel piano per fare documenti, effettuare pagamenti o vacanze.

Una scuola del sociale accoglie quindi le sfide di questo tempo – come si insegna la pace in un tempo di guerra? come si disinnesca la competizione dentro un mondo capitalistico? come si riducono le diseguaglianze se il miraggio è la ricchezza? come si fa amicizia se gli altri sono dipinti come minaccia?… – aiuta a leggere il presente, chiede aiuto ai saperi di un tempo e alle nuove scoperte. E privilegia una cosa: se c’è un problema prima chiediamo a chi lo vive, poi capiamo insieme come affrontarlo.

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

Foto di copertina: Maria Pia Tucci

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Resistere, studiare, fare rete: la ricetta per l’innovazione sociale

di Maria Pia Tucci – 

Finire gli anni Novanta: un progetto europeo, una forte presa di coscienza sul territorio e la consapevolezza che operare nel sociale non potesse più essere lasciato all’improvvisazione. Nasce così la Scuola del Sociale all’interno della Comunità Progetto Sud, una realtà che da allora non ha mai smesso di anticipare le riforme e formare nuove competenze in un contesto complesso come quello calabrese. Marisa Meduri, direttrice della Scuola, traccia un bilancio tra conquiste storiche e sfide future, proprio mentre la Comunità si appresta a festeggiare i mezzo secolo di attività sociale.

La Scuola del Sociale nasce con un obiettivo preciso: strutturare il sapere e metterlo al servizio non solo della Comunità Progetto Sud, ma di un’intera rete di partner e istituzioni territoriali. Un lavoro quotidiano che fonde ricerca, analisi dei bisogni e progettazione, tanto nazionale quanto europea. «Abbiamo pensato di aprire questo servizio e l’abbiamo chiamato appunto Scuola del Sociale, perché il fare scuola oggi non può essere dato per scontato», spiega Marisa Meduri. «Questo elemento è ancora molto attuale nella nostra esperienza. Analizziamo i bisogni del territorio, facciamo ricerca e attività di analisi di contesto, ipotizzando in che maniera si possano intercettare nuovi bisogni e fare innovazione sociale».

Questo processo non avviene in laboratorio, ma sul campo, attraverso un costante dialogo intergenerazionale e inter-operativo con le diverse aree e cooperative che vivono il territorio. L’obiettivo finale, tuttavia, supera la semplice assistenza: punta a influenzare l’agenda politica locale e nazionale. «Proviamo a guardare oltre, ad anticipare quelle che sono anche le politiche», sottolinea la direttrice. «Le attività sperimentali proviamo a farle ma anche a portarle alle pubbliche amministrazioni: quando intercettiamo un bisogno individuato, coinvolgiamo l’area istituzionale che se ne deve occupare e proviamo con loro a fare strada».

Nel DNA della Scuola del Sociale c’è una forte impronta valoriale e pedagogica, fortemente influenzata da figure cardine della cultura e dell’attivismo italiano. Negli ultimi anni, in particolare, la bussola etica della Scuola si è sintonizzata sui moniti di Goffredo Fofi, saggista e critico sociale da sempre vicino alle realtà del Mezzogiorno. «Negli ultimi anni abbiamo fatto nostro il motto di Goffredo Fofi, che ci diceva sempre che bisogna resistere – e noi al Sud dobbiamo resistere –, che bisogna studiare e fare rete», racconta Meduri. «E poi Goffredo ci diceva anche che dobbiamo ‘rompere un po’ le scatole’. Per noi, come Scuola del Sociale, questo significa rompere gli schemi del fare sempre nello stesso modo, provare a guardare oltre e portare innovazione dentro le cose che facciamo».

Da qui deriva una concezione del terzo settore che si distacca nettamente dall’approccio puramente assistenziale o confessionale, rivendicando uno status di dignità e cittadinanza. «La nostra azione è un’azione politica», dice ancora Marisa Meduri. «Il nostro lavoro è molto politico perché prova a incardinare, attraverso la progettazione, la formazione e gli inserimenti lavorativi, quegli elementi utili a ridare voce, a vedere riconosciuti i diritti e a ridare dignità a chi non ce l’ha. La questione sociale oggi in Italia viene spesso delegata al terzo settore come fosse filantropia. Ma noi non stiamo parlando di filantropia: stiamo parlando dei diritti e della possibilità di vivere bene di tutti».

Per fare questo, la Scuola applica concretamente lo storico payoff della Comunità Progetto Sud: Fare bene il bene. Una filosofia che si traduce in sinergie concrete anche con il tessuto produttivo laico, attraverso tirocini e partnership con imprese per innescare reali processi di sviluppo economico e occupazionale nell’area di Lamezia Terme e nell’intera Calabria.

Guardare avanti significa anche fare i conti con la transizione digitale e le nuove tecnologie. La Scuola del Sociale non si sottrae al dibattito contemporaneo sull’Intelligenza Artificiale, ma sceglie di affrontarlo ponendo al centro l’etica e i diritti delle persone, in particolare delle fasce più vulnerabili. «L’intelligenza artificiale la usiamo. La usiamo ad esempio per sistematizzare le idee che raccogliamo o i brainstorming che facciamo, però la utilizziamo con la nostra intelligenza: per noi è uno strumento che fornisce un aiuto nel lavoro quotidiano», specifica la direttrice. «L’IA è un elemento sul nostro tavolo che ci pone, però, delle profonde questioni etiche e politiche. L’IA manovra dati sensibili, non si può sostituire alle persone e deve essere utilizzata nel pieno rispetto dei loro diritti».

Proprio per mantenere vivo questo approccio critico la Scuola del Sociale ha dato il via ad un’ importante momento di alta formazione e confronto. «La prima edizione di una scuola, intitolata ‘Strade Maestre’, intitolata a Goffredo Fofi, per mantenere saldo il collegamento con il lascito politico che ci ha trasmesso. Lo faremo dialogando con le nuove generazioni, perché lo scambio intergenerazionale è un tema che ci sta enormemente a cuore».

in copertina: Marisa Meduri

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Minori e comunità educante: la ricercazione come metodo

di Maria Pia Tucci – 

Dalla povertà educativa al benessere psicologico degli adolescenti. Maria Elena Godino, psicologa e psicoterapeuta: «Non caliamo interventi dall’alto, ma costruiamo il cambiamento insieme al territorio»

Stare sulla frontiera, uscire dagli uffici istituzionali e, se necessario, arrivare a parlare sull’uscio di casa delle persone. È questo il fulcro del lavoro sociale che l’Associazione Comunità Progetto Sud porta avanti da decenni sul territorio. Un lavoro complesso, delicato, che oggi si scontra con l’aumento delle vulnerabilità tra i più giovani e con la piaga della povertà educativa.

A tracciare un bilancio di questa esperienza, tra metodologie concrete e nuove sfide, è la dottoressa Maria Elena Godino, psicologa, psicoterapeuta e coordinatrice di progetti nel campo dei minori, lavora con la Comunità Progetto Sud da vent’anni.

Alla base di ogni intervento della Comunità Progetto Sud non ci sono modelli teorici calati astrattamente dall’alto, ma un approccio dinamico e partecipativo: la ricercazione.

«Il nostro lavoro quotidiano sul campo si basa sulla ricercazione», spiega Maria Elena Godino. «Significa andare concretamente nel territorio ad osservare i fenomeni, progettare azioni specifiche per rispondere ai bisogni emersi e, subito dopo, osservare di nuovo il cambiamento prodotto per riprogettare e correggere il tiro. È una serie di cicli continui che punta a produrre cambiamenti il più stabili possibile».

Questo metodo, applicabile in qualsiasi campo del sociale, permette di non imporre soluzioni preconfezionate: «In questo modo le azioni vengono costruite con le persone stesse, che smettono di essere semplici beneficiari e diventano esse stesse protagoniste del cambiamento».

Per formare operatori capaci di padroneggiare questo strumento, un ruolo cruciale è affidato alla Scuola del Sociale dell’associazione: «Fin dal mio inserimento, vent’anni fa, la Scuola del Sociale è l’ente che cura fortemente la formazione, spingendo i coordinatori e le nuove figure professionali a prendersi cura dell’aumento delle proprie competenze e a fare cultura sociale sul territorio».

 Quando si interviene su bambini e adolescenti, la chiave del successo non risiede mai nel rapporto isolato con il minore, ma nella capacità di attivare l’intero contesto che lo circonda.

«Non si lavora mai soltanto con i minori, ma con l’intera comunità educante», sottolinea la psicoterapeuta. «Parliamo di tutti quegli adulti che fungono da educatori: i genitori, gli insegnanti, gli allenatori, persino l’educatore del catechismo. L’obiettivo è far sì che tutti questi attori alleati concorrano insieme, in modo coeso e co-partecipato, per la crescita serena e il benessere del ragazzo».

Unire le forze serve anche a rompere due grandi nemici del lavoro sociale: la frammentazione degli interventi e la solitudine degli adulti. Di fronte a un’emergenza o a una vulnerabilità, un genitore o un insegnante da solo rischia di non trovare risposte. Sentirsi parte di una comunità, invece, aumenta l’efficacia dell’intervento e sostiene l’adulto, attivando un circolo virtuoso in cui gli adulti si educano tra loro per intervenire sul bambino.

 Un esempio concreto di questo approccio è il progetto “Un posto sicuro”, finanziato nell’ambito del bando Benessere da Impresa sociale CON i bambini e rivolto alla fascia adolescenziale dai 14 ai 18 anni. L’obiettivo centrale è il benessere psicologico dei ragazzi, un tema drammaticamente urgente oggi.

«I dati ci dicono che i comportamenti a rischio, l’isolamento, i gesti autolesionistici o i pensieri suicidari sono in forte crescita tra gli adolescenti», avverte Godino. «Per questo una delle azioni su cui stiamo lavorando intensamente è la costruzione della capacità degli adulti di leggere precocemente i bisogni e i segnali di disagio dei ragazzi, prima che evolvano in forme di disturbo mentale».

Il progetto chiama a raccolta anche professionisti ed esperti disposti a mettere le proprie competenze a disposizione della collettività, per lanciare un messaggio chiaro:

«Siamo tutti responsabili della crescita sana dei nostri figli. La crescita di un adolescente non è una responsabilità esclusiva della scuola, del genitore o dello psicologo quando si manifesta il problema; è una responsabilità condivisa di tutta la comunità».

Lavorare nel sociale significa anche accettare l’imprevisto e saper rimodulare gli obiettivi quando la realtà si rivela diversa dalle aspettative. È qui che la ricercazione mostra il suo punto di forza, permettendo aggiustamenti in corso d’opera. Ma per intercettare davvero il disagio, spiega la psicologa, bisogna saper stare nel posto giusto.

«Una delle cose più importanti che questo lavoro insegna è il “lavorare sul confine”», conclude Maria Elena Godino. «Significa uscire dai luoghi istituzionali, dai servizi, dagli uffici, per stare nei contesti informali, che sono i luoghi dove incontri la gente. Chi vive al margine, nell’area della povertà educativa, ha grandi difficoltà ad accedere ai servizi o alla scuola. Lavorare ai confini significa lavorare negli spazi informali, a volte sull’uscio di casa. Ci fermiamo sul limite per agganciare queste persone, creare un’alleanza di fiducia e co-progettare insieme il futuro dei loro figli».

In copertina: Maria Elena Godino

premio l’asino che vola

Premio “L’asino che vola”, Gubbio (PG) 13-14 giugno 2026

Il Progetto

Il “Premio L’asino che vola. Dedicato a Goffredo Fofi” nasce dall’entusiasmo e dalla volontà di tanti collaboratori e collaboratrici delle riviste dirette da Fofi di rilanciare un riconoscimento da lui fondato nel 1992.

Gubbio, 13-14 giugno 2026

Ci ritroveremo a Gubbio, nella Biblioteca Comunale Sperelliana (Complesso monumentale di San Pietro), per due giorni di confronto sulle emergenze del presente:

  • 13 Giugno (ore 15.30): Seminario “Sul sentimento di guerra”. Un momento di riflessione collettiva necessario in questi tempi oscuri.
  • 14 Giugno (ore 11.30): Cerimonia di consegna dei premi a chi si è distinto per talento e inquietudine.

Perché abbiamo bisogno di te?

Il Premio è una costruzione collettiva, sostenuta dal Comune di Gubbio, dalla Famiglia dei Santubaldari e da una rete di associazioni amiche. Ma per renderlo davvero indipendente e aperto, abbiamo bisogno del contributo della nostra comunità fatta di amici e amiche, gruppi e associazioni.

Il nostro obiettivo è raccogliere 3.000 € entro il 12 giugno. Questi fondi serviranno a coprire le spese vive di organizzazione, l’ospitalità dei premiati e la logistica dei seminari, garantendo che l’accesso ai momenti di discussione resti libero per tutti.

Sostienici e diventa “Amico del premio”

Puoi contribuire in tre modi, ma ogni singola donazione – piccola o grande che sia – è per noi fondamentale:

  • Donazionelibera: partecipa con l’importo che preferisci per sostenere l’iniziativa.
  • 50 € – Amico del premio: Un gesto di vicinanza per sostenere le spese organizzative.
  • 200 € – Grande amico del premio: Un sostegno concreto per chi crede che l’educazione e il sociale siano le vere leve del cambiamento.

Il ringraziamento è per noi un atto politico: Tutti i donatori (liberi, da 20€ e da 50€) verranno pubblicamente ringraziati durante le giornate del Premio e sui nostri canali, perché questo progetto esiste solo grazie a questa preziosa trama di relazioni.

Il Premio è realizzato in collaborazione con:

  • Centro Sociale San Pietro
  • Associazione Settimana del Libro
  • Liceo Artistico G. Mazzatinti
  • Soci Coop di Gubbio … e soprattutto con te.

Aiutaci a far volare l’asino. Dona ora e partecipa alla rinascita di un premio necessario.

progetto senza titolo

Strade Maestre. Scuola Goffredo Fofi a Lamezia Terme: formazione e attivismo per un futuro diverso e migliore.

Dal 28 al 31 maggio la prima edizione del seminario “Eresie per il futuro”

A Lamezia Terme prende vita un nuovo spazio di pensiero e responsabilità condivisa: Strade Maestre. Scuola Goffredo Fofi, un percorso formativo dedicato a chi sente l’urgenza di comprendere il presente e contribuire a trasformarlo.
La prima edizione, dal titolo “Eresie per il futuro. Pensiero e pratiche”, si svolge dal 28 al 31 maggio 2026 e nasce per offrire strumenti concreti a giovani, operatori e attivisti impegnati nella costruzione di un cambiamento possibile.
Promossa da un gruppo di persone legate all’esperienza di Goffredo Fofi insieme a Comunità Progetto Sud, la scuola raccoglie e rilancia una delle sue intuizioni più profonde: formare coscienze capaci di agire, in modo critico e responsabile, nei contesti sociali e culturali contemporanei.

Una scuola per costruire pensiero e azione

Quattro giornate di lavoro, confronto e convivenza: lezioni, dialoghi, testimonianze, laboratori e proiezioni si intrecciano in un’esperienza residenziale che favorisce apprendimento e relazione.
Il percorso è rivolto a giovani dai 18 anni provenienti da tutta Italia, accomunati dal desiderio di partecipare attivamente alla vita pubblica, nei diversi ambiti – sociale, politico, culturale e artistico.
Il contesto non è casuale: il Sud, insieme al Mediterraneo, viene riconosciuto come spazio generativo di riflessione e pratiche di resistenza, capace di offrire chiavi di lettura e prospettive nuove.
La dimensione residenziale è parte fondamentale dell’esperienza: i momenti informali – pasti condivisi, tempi liberi, scambi spontanei – diventano occasione di incontro e crescita reciproca.
L’obiettivo è chiaro: creare relazioni, rafforzare reti, costruire percorsi comuni.
Con la consapevolezza che il cambiamento ha bisogno di visioni condivise e responsabilità diffuse.

Programma: temi e protagonisti

L’apertura del seminario, curata da Maurizio Braucci e Stefano De Matteis, sarà dedicata alle voci storiche del territorio con le testimonianze di Giacomo Panizza e Marina Galati (Comunità Progetto Sud) e di Maria Teresa Morano (Rete Antiracket), a sottolineare il legame tra pensiero e azione quotidiana. E la prima serata omaggerà, inoltre, la figura dell’intellettuale e attivista Goffredo Fofi, attraverso un racconto di De Matteis e la proiezione del film documentario “Suole di vento – storie di Goffredo Fofi” di Felice Pesoli.
Il programma si sviluppa attorno a quattro grandi aree tematiche:
  • Eresie di ieri e di oggi: un focus moderato da Giuliano Battiston che legherà il pensiero filosofico-operaio di Simone Weil alle attuali battaglie di fabbrica e alle sfide della diplomazia in contesti di guerra, con interventi di Giancarlo Gaeta, Francesca Gabbriellini e Francesco Strazzari.
  • Attivismi: una sessione coordinata da Giuseppe Grimaldi per analizzare i movimenti sociali italiani e internazionali e la politica dal basso, arricchita dai contributi di Luigi Manconi, Giacomo D’Alessandro e Lorena Cotza.
  • Disobbedienza e rivolta: un panel guidato da Giancarlo Gaeta dedicato alle pratiche di disobbedienza civile, alle resistenze in terra asiatica e al ruolo della controcultura, con gli interventi di Piero Giacchè, Giuliano Battiston, Pietro Savastio e Luigi Monti.
  • Documentare e controinformare: uno spazio moderato da Maurizio Braucci focalizzato sugli strumenti dell’informazione indipendente, dall’inchiesta radiofonica alle riviste di frontiera, con Lorenzo Pavolini e Luca Rossomando, seguito dalla proiezione di un documentario d’autore.Una comunità temporanea che genera futuro

E ora? Uno spazio aperto al possibile

Il seminario si concluderà con una sessione plenaria dedicata a immaginare sviluppi concreti: progetti individuali e collettivi, reti di collaborazione e nuove traiettorie di impegno.
Un passaggio che trasforma l’esperienza formativa in punto di partenza.

Pillole di Eresie (in aggiornamento)

Di seguito i link ad alcuni video interventi estratti dal Seminario:

Piergiorgio Giacchè: Cosa significa davvero “disobbedire”? E quando la disobbedienza diventa un atto civile e necessario?


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