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PARTECIPARE E ACCOGLIERE: LA SOSTANZA DELL’ESSERE CITTADINI

«Sapere che quando finisce il periodo dell’accoglienza sarai utile al territorio che ti ha accolto».

di Maria Pia Tucci

Ousman è arrivato in Italia poco più che ragazzo, 13 anni fa. È stato il suolo isolano della Porta d’Europa, a Lampedusa, il primo calpestato dopo un viaggio che dal Gambia lo ha portato da noi.  In 200, su un barcone di legno hanno attraversato la Libia e il Mediterraneo per due giorni e due notti, e prima di arrivare a Lamezia Terme, ospite della Comunità Progetto Sud ed entrare a far parte del progetto di accoglienza della casa per minori non accompagnati Luna Rossa, ci sono stati i centri di accoglienza temporanei.

«All’inizio volevo andare via dell’Italia».  Racconta Ousman, ripercorrendo le tappe del viaggio della sua nuova vita. «A fare la differenza sono stati gli operatori e le operatrici di Luna Rossa. Sono loro che mi hanno dato la fiducia e il coraggio di iniziare a crederci. E andare avanti così con la vita». 

La calma e la gentilezza sono tratti che rendono agevole la conversazione con Ousman.  Anche quando dice, senza giudizio, ma facendo capire che il suo è, oggi, un osservatorio consapevole, di aver capito «L’importanza della scuola, l’importanza delle lezioni e di imparare la lingua».  Una lingua pensata e poi parlata con parole attente. «Ho anche percepito che il comportamento di vari stranieri, o possiamo chiamarli ospiti come vogliamo, dipende anche dal centro di accoglienza e il tipo di accoglienza che hanno avuto».

Il diritto di trovarsi in un luogo di cui non si conosce nulla e che non ti conosce, ma dove il modello culturale di prima inclusione fa la differenza di cui parla Ousman tiene in piedi la volontà di partecipazione di tutti gli attori sociali che intervengono nei percorsi di cittadinanza. 

«Oggi mi occupo di minori stranieri non accompagnati. Sono un mediatore linguistico-culturale e operatore di anti-tratta per lo sfruttamento lavorativo.

Quando sono arrivato non pensavo di riuscire a raggiungere un livello così importante. Però nella fase dell’adolescenza, e pure dopo, ho capito che quello era un periodo di ansia e per questo ero indeciso. E però poi, piano piano, con l’aiuto di Comunità sono cresciuto».

Un terreno fertile e un seme. Metafora di una parabola antica con la quale Ousman continua a raccontare cosa è stato per lui il percorso da cittadino fatto fin qui.

«Ho percepito così che la differenza è che la persona, quando esce dalla comunità, deve essere un frutto. Un frutto che comunque è cresciuto. La pianta è diventata una pianta cresciuta che deve essere utile poi nei territori. E le strutture come Comunità Progetto Sud sono più impegnative ma più disponibili a dare, a dare sempre per riempire la valigia solo delle cose utili che ti serviranno fuori dell’accoglienza, perché l’accoglienza termina prima o poi».

E, aggiungo io mentre parliamo, si diventa cittadini che partecipano attivamente e nella piena responsabilità alla vita, uscendo dalle ansie e dalle incertezze. Ousman annuisce.

E oso. Ma se oggi tu potessi scegliere di andare? 

«Oggi mi sento libero di andare ovunque, ma io sono rimasto sempre qui, in Calabria, in Italia, da quando sono arrivato sono cresciuto sempre qua; è questo il territorio che conosco e qui conosco anche tante altre persone».

E dunque?  «Quindi, posso dire che ho una rete qui intorno, quella mi dà la fiducia».

alessia pesci

«PIUTTOSTO CHE DI BARRIERE, BISOGNEREBBE PARLARE DI SCONFINAMENTI E DI LUOGHI DI RELAZIONE NATURALE»

di Alessia Pesci*

L’ambiente in cui viviamo, fatto di social e media, ci spinge a coltivare un modo di pensare unilaterale. Ma la cittadinanza attiva non è un diritto che si trova scritto su un foglio: è una pratica quotidiana, fatta di partecipazione, discussioni e responsabilità condivisa. Come diceva Glissant nell’ultima sua conferenza, la relazione non va da un punto a un altro, va da un tutto a un altro tutto. Niente è perfettamente chiaro, ma tutto è vivo.

La cittadinanza non è qualcosa di statico, ma un essere vivente che si evolve, si adatta e si rinnova nel rapporto con gli altri. Non può essere chiusa in confini fissi, né ridotta a una definizione o a un documento: va pensata in modo fluido e dinamico, come un processo che si svolge nel tempo e nello spazio. Dopotutto, la parola confine non indica un luogo di difesa dalla paura, ma significa etimologicamente finire insieme. Piuttosto che di barriere, bisognerebbe parlare di sconfinamenti e di luoghi di relazione naturale: è proprio questa la vera sostanza della cittadinanza.

Glissant parlava anche del diritto all’opacità, del diritto di restare, in parte, misteriosi gli uni per gli altri. Ogni vita custodisce un fondo oscuro che non va illuminato completamente, altrimenti si perde il mistero. Proprio in questa penombra comune impariamo a stare insieme, accettando il limite e il dono di non poter mai possedere l’altro del tutto.

È in questo spazio incerto, fatto soprattutto di ascolto, che nasce la cittadinanza attiva. Una pratica da coltivare ogni giorno negli errori condivisi e nelle assemblee, dove chi arriva da una storia di fragilità scopre che la propria voce è importante quanto quella di chi lo accoglie.

Quando le persone si radunano nello spazio pubblico esercitano già un diritto plurale, un diritto a comparire e a contare, come ricorda Butler. La partecipazione non è solo una ricompensa per chi è già un buon cittadino; al contrario, è il percorso che la fa crescere e rafforzare. Un cammino difficile, con momenti alti e bassi, dove si impara a cadere e a rialzarsi.

Questo concetto richiama le parole di Guccini, che parlava di un popolo proveniente da luoghi diversi capace di trovare un’unica voce camminando insieme. La partecipazione è il mezzo attraverso il quale le persone si uniscono per far emergere questa coralità.

Negli ultimi cinquant’anni la Comunità Progetto Sud ha intrecciato con il CNCA l’idea di diritti partecipati. Non concessi dall’alto come un dono, ma costruiti passo dopo passo nei progetti condivisi, negli scambi tra territori lontani, nella tenacia e nella resistenza su forme di accoglienza che siano una palestra di democrazia.

Ogni volta che una comunità dà nome a una possibilità nuova, lo spazio di tutte e tutti si allarga. È proprio lì, nella complessità dell’incontro, che i diritti smettono di essere una promessa concessa dall’alto e diventano, finalmente, la forma concreta con cui decidiamo di abitare il mondo. 

*Alessia Pesci è Coordinatrice servizi complessi presso Centro Sociale Papa Giovanni XXIII S.C.S. ONLUS, sociologa e componente dell’esecutivo del CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti) con delega a: formazione, comunicazione, cultura.

firma sportelo stragiudiziale frame tgrcalabria dal web

DETENUTI STRANIERI: NELLA CASA CIRCONDARIALE DI VIBO VALENTIA È ATTIVO LO SPORTELLO STRAGIUDIZIALE DELLA COMUNITÀ PROGETTO SUD

di Maria Pia Tucci

Al 30 giugno 2026, secondo quanto riporta il dato ufficiale del Ministero della Giustizia,   su 407, sono 55 le persone straniere detenute nella Casa Circondariale di Vibo Valentia, dove la Comunità Progetto Sud è attiva con uno sportello stragiudiziale.

Sportello nato da un progetto finanziato da Cassa delle Ammende per favorire l’integrazione sociale e lavorativa degli stranieri prossimi alla dimissione o che ancora sono nella condizione di regime carcerario per lungo periodo.

Un lavoro che il gruppo di lavoro di advocacy della Comunità Progetto Sud svolge in sinergia con la compagine educativa che già opera all’interno della Casa Circondariale di Vibo.

Ai detenuti stranieri è così garantito, grazie allo sportello, l’orientamento sui servizi esterni: tutela dei diritti civili e sociali, supporto burocratico e consulenza legale. A questi si aggiungono laboratori informativi, capacity building, in relazione con enti del territorio e orientamento al lavoro. Tutte le azioni sono finalizzate al reinserimento sociale, all’accesso ai servizi, alla costruzione di reti territoriali e alla preparazione all’uscita dalla condizione detentiva.

«Creare le condizioni formali e sociali per il dopo pena significa poter convivere alla pari nella società. – Dice don Giacomo Panizza, Presidente della Comunità Progetto Sud -. La liberazione da una pena carceraria si completa solo se sboccia nella libertà di incontrare persone, fruire di servizi e di mezzi adatti ad assumere responsabilità per condividere diritti e doveri con qualsiasi cittadino e cittadina della nostra Repubblica democratica».

Una molteplicità di servizi, come molteplici sono il tipo di pena da scontare in seguito al reato commesso di chi si trova in regime detentivo ed è straniero. Diversi sono anche i luoghi di provenienza dei detenuti e i territori di riferimento con cui l’equipe all’area advocacy della Comunità della Comunità Progetto Sud, destinata al servizio stragiudiziale, deve confrontarsi.

Team di lavoro di cui fanno parte operatrici e operatori legali, orientatrici al lavoro, un amministrativo ed esperti esterni con competenze mirate agli obiettivi di progetto.

Nel corso del primo anno di attività, grazie al protocollo siglato con la Casa Circondariale “Nuovo Complesso” (NCP) diretto dalla dottoressa Angela Marcello, sono stati attivati incontri informativi su temi portanti: il diritto alla salute e la messa a sistema relazioni di supporto tra detenuti dimettenti e organizzazioni sindacali, religiose e laiche.

Foto in evidenza: Panizza e Marcello firmano l’accordo per lo sportello stragiudiziale. Foto da un frame dal servizio TgRCalabria del 23.04.2024
Call advocacy 10 giovani

AVVISO PUBBLICO | Selezione di 10 partecipanti per il percorso di advocacy ed empowerment sulle disabilità rivolto a giovani calabresi

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1. Contesto e finalità

La Calabria vive un fenomeno di forte spopolamento giovanile e presenta profonde disuguaglianze territoriali che incidono sulle opportunità di partecipazione e autonomia delle persone con disabilità. Circa il 6% della popolazione regionale è costituito da persone con disabilità e circa il 63% di esse è escluso dal mercato del lavoro. Il sistema di welfare regionale mostra ancora un approccio frammentato, poco strutturato e raramente costruito insieme alle persone con disabilità stesse.

Nell’ambito del progetto “Resilienza e Creatività”, l’Associazione Comunità Progetto Sud promuove un percorso di advocacy ed empowerment rivolto a giovani calabresi che vivono direttamente e/o indirettamente le disabilità, con l’obiettivo di favorire un cambio di paradigma da assistenza a diritti e partecipazione attiva, rafforzando la voce diretta dei giovani con disabilità e non nei processi decisionali e nelle politiche pubbliche.

2. Oggetto dell’avviso

Con il presente avviso l’Associazione Comunità Progetto Sud intende selezionare 10 giovani calabresi che vivono direttamente e/o indirettamente le disabilità, da coinvolgere in un percorso gratuito di agency, empowerment e advocacy, con l’obiettivo di:

  • aumentare la conoscenza dei diritti delle persone con disabilità e non;
  • sviluppare competenze di auto-rappresentanza (self-advocacy) e advocacy;
  • favorire la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità;
  • stimolare la partecipazione attiva nei contesti sociali e istituzionali;
  • passare da una logica di “reattività” a una “proattività”: nulla su di noi senza di noi;
  • costruire un gruppo coeso e supportivo attraverso un percorso condiviso.

3. Destinatari e requisiti di partecipazione

Possono presentare candidatura giovani calabresi che vivono direttamente e/o indirettamente le disabilità in possesso dei seguenti requisiti:

  • Età: compresa tra i 16 e i 35 anni;
  • Residenza/domicilio: in Calabria;
  • Motivazione: reale interesse e motivazione a crescere sul tema dei diritti delle persone con disabilità e partecipare a un percorso di empowerment e advocacy sui temi della disabilità;
  • Disponibilità: disponibilità a partecipare agli incontri bimestrali previsti dal percorso, in modalità mista (in presenza e da remoto);
  • Investimento sul futuro: volontà futura di partecipazione a percorsi politici di advocacy e di interlocuzione con enti istituzionali preposti alla tenuta delle politiche per le persone con disabilità

Il percorso è pensato per essere pienamente accessibile: attraverso metodologie e strumenti operativi ad hoc, supporti tecnologici (pc, connessione internet, strumenti digitali).

4. Articolazione del percorso

Il percorso si sviluppa in incontri bimestrali, in modalità mista (in presenza e da remoto), dedicati ai temi dei diritti delle persone con disabilità, del diritto alla cura, dell’accesso ai servizi, dell’advocacy e della self-advocacy. Sono previsti anche laboratori esperienziali con simulazioni pratiche, attività di role play e incontri con esperti e testimoni di advocacy e disabilità.

I contenuti specifici di ciascun incontro potranno essere adattati in corso d’opera sulla base dei bisogni e delle proposte espresse dal gruppo di partecipanti, che saranno protagonisti attivi dell’intero percorso.

La partecipazione al percorso è interamente gratuita, verranno rimborsate le spese di viaggio per gli spostamenti verso il luogo di incontro fisico.

5. Modalità e termini di presentazione della candidatura

Le persone interessate, in possesso dei requisiti di cui al punto 3, potranno candidarsi inviando:

  • una breve scheda/domanda di candidatura con i propri dati anagrafici e di contatto;
  • una breve descrizione (anche in forma libera, scritta, audio o video) che illustri l’interesse e le motivazioni a partecipare al percorso.

Le candidature dovranno pervenire entro  il 30 settembre 2026 secondo le seguenti modalità:

La mail dovrà contenere gli allegati sopraindicati e dovrà avere come oggetto: candidatura percorso di advocacy.

6. Criteri e modalità di selezione

Le candidature pervenute saranno esaminate da un’apposita commissione, che effettuerà un’analisi approfondita di ogni candidatura, verificando:

  • il possesso dei requisiti di partecipazione (età 16-35 anni);
  • la motivazione espressa dalla persona candidata;
  • la disponibilità agli incontri

Al termine della selezione, l’Associazione contatterà direttamente i 10 partecipanti selezionati per confermare l’adesione e fornire tutte le informazioni relative all’avvio del percorso. 

7. Trattamento dei dati personali

I dati personali raccolti attraverso le candidature saranno trattati dall’Associazione Comunità Progetto Sud esclusivamente ai fini della selezione e della gestione del percorso, nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679).

8. Informazioni e contatti

Per informazioni, chiarimenti o supporto nella presentazione della candidatura è possibile rivolgersi a:

  • Associazione Comunità Progetto Sud – Progetto “Resilienza e Creatività”
  • Referente del percorso advocacy: Chiara Sacco
  • Referente per informazioni e supporto alla candidatura: Alessandro Filardo
  • Email: resilienza@comunitaprogettosud.it 
  • Telefono: 0968-341004.

 

L’avviso sarà diffuso attraverso la pagina social del progetto, il coinvolgimento di enti del Terzo Settore e organizzazioni sindacali del territorio, nonché tramite una call pubblica aperta a tutti i giovani interessati, anche non già coinvolti in servizi o organizzazioni.


Allegati

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Petali. Luglio 2026. Fare comunità o fare ghetti

di Maria Pia Tucci

«Sono a casa. Pensavano che avremmo creato una banda, invece abbiamo creato una famiglia.» L’Aula 203, in Freedom Writers è il luogo del cambiamento. Della riflessione. Nel film del 2007, Richard LaGravenese, racconta  la storia vera di Erin Gruwell. Insegnante che ribalta la lettura del sé collettivo di una classe di giovani alunni alle prese con la ghettizzazione e lo stigma di essere destinatari di una vita fuori dai circuiti sociali e dal diritto alla felicità.

Fare comunità o fare ghetti, senza punto di domanda, è la linea guida di Petali di questo mese.

Con Emanuela Pascuzzi leggiamo insieme lo sguardo di chi con  la costruzione sociale ci lavora in Accademia e nei gruppi del Terzo settore; Don Giacomo Panizza  ne parla, invece, facendo il passo breve dalla musica alla strada. E con Nicola Emanuele che racconta la sua scelta e il percorso con le presone migranti all’interno della Comunità Progetto Sud.

Insieme a Fabio Saliceti percorriamo, poi, i 10 anni del nostro Centro legale.

Buona lettura!

Petali è la newsletter curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

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La cura del legame, la trappola del ghetto

Intervista a Emanuela Pascuzzi sui modi e le pratiche dell’inclusione sociale.

di Maria Pia Tucci

«La comunità è una delle esperienze umane più antiche, ma anche più mutevoli. Il ghetto per Wacquant è “uno strumento di chiusura e controllo di una popolazione stigmatizzata”».

Emanuela Pascuzzi è sociologa e docente presso l’Università della Calabria, delegata del Rettore per il Public Engagement e la partecipazione sociale.

Ha incrociato la vita e le attività di Comunità Progetto Sud in più occasioni e collaborato in progetti di sviluppo di comunità e condotto studi con l’organizzazione, ascoltando famiglie, operatori, giovani, istituzioni, imprese, reti nazionali. In una relazione che è diventata dialogo e scambio. Con lei, che si occupa di welfare sociale e processi di inclusione, modi e pratiche di partecipazione civica, approfondiamo il tema di questo numero di Petali: cos’è e cosa vuol dire fare comunità e cosa fare ghetti?

Per iniziare è utile proprio approfondire e scandire la differenza tra i termini comunità e ghetto.

-Cos’è una comunità?

«Per gli studiosi di fine Ottocento era lo spazio delle relazioni significative, di affetto e tradizione: un intreccio di volontà e sentimenti condivisi, spesso radicato nel villaggio o nel quartiere. Negli anni ’60 e ’70 del Novecento la comunità è stata letta soprattutto come territorio: vivere nello stesso luogo, condividere attività quotidiane, costruire forme di organizzazione sociale utili alla vita collettiva. Gallino la definisce “un sistema sociale e spaziale di dimensioni ridotte”, dove la convivenza genera cultura, solidarietà e identità. Oggi, accanto alle comunità locali, esistono comunità deterritorializzate: legami che attraversano confini e appartenenze che non dipendono dal vivere nello stesso spazio. Tuttavia, mentre il mondo si allarga, il locale non scompare, anche se i suoi confini diventano permeabili. Per Bauman la comunità è anche una sensazione: sapere di non essere soli, poter contare su qualcuno, sentirsi responsabili gli uni degli altri. Dove la connessione emotiva è forte, il bisogno dell’altro diventa anche il proprio. Ma la comunità può assumere anche connotazioni negative. Questo avviene quando si chiude, difende confini rigidi, scoraggia il dissenso, protegge chi è dentro ma esclude chi è fuori. La comunità diventa un patto di cura solo quando genera legami che liberano e non che imprigionano».

-Cos’è un ghetto?

«Il ghetto è ciò che accade quando la scelta scompare. Wacquant lo definisce “uno strumento di chiusura e controllo di una popolazione stigmatizzata”. Wirth lo descrive come prodotto della segregazione imposta. Può indicare la concentrazione spaziale di gruppi esclusi o stigmatizzati: quartieri dove si accumula povertà, aree abitate quasi solo da migranti non per scelta culturale ma per vincoli economici, spazi dove si raccolgono persone con disabilità o dipendenze per mancanza di politiche inclusive».

-Ma come si costruisce una comunità e come si decostruisce un ghetto?

«Costruire comunità significa ascoltare, riconoscere bisogni e differenze e creare legami.
Una comunità nasce quando le persone si sentono riconosciute, possono esprimere la propria voce e contribuire ad uno spazio sociale comune. Decostruire un ghetto richiede invece di spezzare barriere materiali e simboliche: redistribuire opportunità, garantire diritti, cambiare lo sguardo. È un lavoro politico e culturale insieme».

-Quali sono, oggi, le nuove forme di emarginazione sociale e dove si nascondono i moderni ‘ghetti’ nelle nostre città?

«I ghetti del nostro tempo sono spesso invisibili: periferie dove la povertà diventa destino; famiglie che affrontano la disabilità in solitudine; dipendenze trattate come colpa; migranti confinati in spazi di attesa; giovani senza futuro nei territori marginali. A volte non ci sono muri ma confini sociali e istituzionali che separano, alimentando ferite che non si vedono».

In copertina: Emanuela Pascuzzi
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Fare comunità o fare ghetti

di Giacomo Panizza

Per questo numero di Petali dedicato al tema “fare comunità o fare ghetti”, abbiamo scelto di affiancare ai testi la canzone “In the Ghetto” scritta e musicata da Mac Davis e portata alla ribalta da Elvis Presley. Nel 1969 Mac Davis scrive il testo legato a un ricordo della sua infanzia, a un coetaneo afroamericano cresciuto in una parte della città molto più povera della sua, dove le strade restavano sterrate e le occasioni per cambiare in meglio scarseggiavano. Infatti, il titolo originale era “The Vicious Circle” (Il circolo vizioso), un’immagine che racconta già da sola l’idea di una storia che gira su sé stessa ripetendosi come una condanna senza vie di uscita.

Così è in ogni ghetto, come ogni sistema bloccato non consente una terza via. O ci s’impegna a fare comunità o ci si dedica a fare ghetti. Oppure, banalmente si imbocca il vivere pigro che non fa, o l’indifferenza: che lascia fare. Non esistono ghetti a metà e non durano comunità con persone che fingono fiducia e amicizia. Comunità e ghetti sono “modelli” contrapposti. L’umano, però, cerca comunità, desidera “un aiuto che gli corrisponda”. Il cuore umano si scalda solo con qualcuno e non con qualcosa. La stessa sua intelligenza originale è naturale e non colloquia con l’intelligenza artificiale.

La Comunità Progetto Sud inizia nel 1976 quando alcuni giovani calabresi in sedia a rotelle confinati in casa si ribellano alla pratica di venire rinchiusi in strutture con fama di ghetti. Alla segregazione non c’erano alternative ma quei giovani hanno reagito. Hanno manifestato il loro disarmato rifiuto e sono stati ascoltati da loro coetanei, poi altri ancora li hanno aiutati mettendosi insieme e coinvolgendone altri ancora. In compagnia, hanno sposato la giusta lotta ai ghetti e costruito Comunità.

Costruendo comunità abbiamo scovato ghetti con dentro giovani in sedia a rotelle, rinchiusi in luoghi “fatti apposta per loro”. Abbiamo incontrato le “menti migliori della nostra generazione” ridotte come larve sofferenti in cura psichiatrica; persone di ogni età raggiunte nel corpo dalla non autosufficienza; uomini e donne di nazioni o etnie dichiarate inferiori da persone loro simili a causa di paure e perbenismi, e anche donne maltrattate, lavoratori e lavoratrici comandati da caporali, piccoli ignorati dalla società e dalle istituzioni; …

Abbiamo progettato interventi socializzanti e liberanti opponendosi ogni qualvolta ai ghetti incontrati durante le nostre esperienze di vita e lavoro, come le classi speciali nelle scuole, le prigioni per chi si droga, le cinghie di contenimento in psichiatria, lo  stigma per le persone con Hiv o con Aids conclamata, gli immigrati circondati da filo spinato, i campi rom, le donne maltrattate e altri ghetti duri a morire perché conformati nell’immaginario collettivo, quali i ghetti segreganti tante persone indifese, non autosufficienti e prive di voce propria.

Certo, la lotta ai ghetti va inquadrata accanto alle possibili proposte da rendere concrete in Calabria, dove emerge palese l’aggravante etica e politica di svalutare colpevolmente l’obbligo di dotarsi dei necessari servizi e interventi territoriali di welfare. Si tratta di “peccati di omissione”, di aver intenzionalmente lasciato esagerati vuoti di servizi e di diritti necessari producendo la nascita qua e là di grandi e piccoli ghetti nei quali rinchiudere in particolare le persone con disabilità e non autosufficienti. L’alternativa, 50 anni fa era di rimanersene come prigionieri in casa propria, senza assistenza se non quella dei famigliari! Oggi, nel 2026 in aggiunta ci si trova a dover fare i conti con la cosiddetta “società liquida” in cui i ghetti sono diventati irriconoscibili.

Il ghetto è come località abitate di Serie B o peggio, prodotte o concesse da individui che si impongono o credono di essere di Serie A. Sono componenti che non vogliono fare comunità e relegano a margini materiali ed esistenziali altre componenti della stessa città. Suddividono territori e abitati in più parti in cui ridefinire i più deboli “i perdenti” oppure “non persone”. Il ghetto nega alle persone di poter diventare ognuna sé stessa. Stigmatizzate come inferiori viene vietato di aprirsi alla vita. Il Ghetto esiste dove sistemi di potere rendono infeconde le persone da sentimenti, pensieri e desideri che esse avranno difficoltà a ravvivare. Se accadesse a me, mi troverei confinato in un ghetto fino a quando il ghetto divento “io”. Poi saprei solo essere e fare ghetto. Sopravviverei nel tempo ma non vivrei la “mia” vita. Una volta, magari, potrei venire ripescato come un dato statistico.

Soltanto comunità di cura potranno cambiare le vittime disumanizzate perché rinchiuse nel ghetto, emarginate da soggetti già disumani. Ci rimane la scommessa di rigenerare comunità capaci di aprire di più le braccia in risposta a ogni ghetto che si voglia realizzare.

Fare comunità, per noi, significa proprio questo: credere che ogni vita, qualunque sia il punto di partenza, debba avere la possibilità di svoltare rompendo l’immaginario che la vorrebbe già scritta e di buttarsi insieme a scriverne diverse.

Elvis Presley la incide anche perché aveva conosciuto la povertà da vicino. Nato in una famiglia con mezzi scarsissimi e cresciuto in un alloggio popolare a Memphis, scelse questa canzone che sembra parlare direttamente anche ai nostri tempi nei quali i ghetti, purtroppo, assumono forme spaziali diventando anche campi profughi o muri e recinti disonoranti l’umano. I ghetti, addirittura, diventano anche virtuali seppur concreti e capaci di riprodursi su sé stessi su quel The vicious circle del titolo originale, che può rompersi soltanto quando e se più numerose persone decideremo unite di impegnarci per cambiare umanamente in meglio sia noi stesse che il sistema in cui siamo e stiamo. Come potrebbero tante vite pietrificate prendere voce e decidere di tracciare strade finalmente umanizzanti?

Abbiamo scelto questa canzone perché parla a ogni persona che nasce in un contesto dove le opportunità sono più rare rispetto ad altri luoghi: chi cresce in un’istituzione pensata per confinare delle persone, chi cresce in una famiglia segnata da una dipendenza, chi cresce in un campo limitato, in una periferia, in un luogo costruito apposta per restare distante dal resto della comunità, … conosce il ghetto.

Il ghetto, in questo senso, porta sempre la firma di chi guarda da fuori: è chi traccia un confine, chi assegna un luogo, chi stabilisce chi appartiene a un contesto e chi resta all’esterno, a costruire davvero il ghetto. Le persone che lo abitano portano piuttosto la forza di restare comunità anche dentro un confine che altri hanno tracciato per loro.

La canzone svolge un racconto tragico che qualsiasi ghetto conosce e ripete. Oggi però sappiamo che al ghetto ci si può anche evitare di arrivarci e anche uscirne. Il testo descrive bene la tragedia delle scuole assenti o non frequentate. Il nodo da sciogliere ha un nome, che accusa gli adulti e i sistemi governativi del mondo. Si chiama “povertà educativa”.

 

In The Ghetto

Parole e musica di Mac Davis, traduzione di Ermanno Tassi

As the snow flies

Come vola la neve
On a cold and gray Chicago mornin’

In una fredda e grigia mattina di Chicago
A poor little baby child is born

Nasce un bambino povero
In the ghetto

Nel ghetto
And his mama cries

E sua mamma piange
‘Cause if there’s one thing that she don’t need

Perché se c’è una cosa di cui non ha bisogno
It’s another hungry mouth to feed

È un’altra bocca famelica da sfamare
In the ghetto

Nel ghetto.
People, don’t you understand

Gente, non capite
The child needs a helping hand

Il bambino ha bisogno di una mano
Or he’ll grow to be an angry young man some day

Oppure diventerà un giovane arrabbiato un giorno

Take a look at you and me,

Dai un’occhiata a te e a me
Are we too blind to see?

Siamo troppo ciechi per vedere?
Do we simply turn our heads

Semplicemente giriamo la testa
And look the other way?

E guardiamo dall’altra parte?
Well, the world turns

Bene, il mondo gira
And a hungry little boy with a runny nose

E il bambino affamato con il naso che cola
Plays in the street as the cold wind blows

Suona in strada mentre il freddo vento soffia
In the ghetto

Nel ghetto.
And his hunger burns

E la sua fame brucia
So he starts to roam the streets at night

Così inizia a vagare per le strade di notte
And he learns how to steal,

E impara a rubare

And he learns how to fight

E impara a combattere
In the ghetto

Nel ghetto.
Then one night in desperation

Poi una notte nella disperazione
The young man breaks away

Il giovane si stacca
He buys a gun, steals a car,

compra una pistola, ruba un’auto
Tries to run, but he don’t get far

Cerca di correre, ma non va lontano
And his mama cries

E sua mamma piange
As a crowd gathers ’round an angry young man

Mentre una folla si raduna intorno a un giovane arrabbiato
Face down on the street with a gun in his hand

A faccia in giù per strada con una pistola in mano
In the ghetto

Nel ghetto.
And as her young man dies,

Mentre il suo giovane muore
On a cold and gray Chicago mornin’,

In una fredda mattina grigia di Chicago

Another little baby child is born

un altro piccolo bambino è nato
In the ghetto

Nel ghetto.
And his mama cries

E sua mamma piange.

nicola tutto

Restituire fiducia nel mondo. Nicola Emanuele: il lavoro della Comunità Progetto Sud con i minori non accompagnati e le famiglie

di Maria Pia Tucci

Occuparsi di accoglienza e farlo da trent’anni vuol dire avere un osservatorio privilegiato sui cambiamenti che, in maniera naturale, sono trasformativi di una città.

Nicola Emanuele da 30 anni lavora con la Comunità Progetto Sud, ha iniziato la sua esperienza come operatore per la Comunità terapeutica Fandango, dove per 18 anni si è occupato di dipendenze.

Gli anni della “Primavera Araba” diventano poi il suo spartiacque lavorativo.

«Io vengo da un’esperienza scout, quindi un’esperienza formativa molto vicina allo stare insieme e a vivere insieme la comunità.

La scelta di lavorare nel sociale parte da una mia sensibilità verso questi temi; l’incontro con la Comunità Progetto Sud arriva nel 1998.

Dopo diciotto anni di lavoro in comunità terapeutica passo all’area delle migrazioni nel 2011, negli anni della Primavera Araba, in cui era necessario costruire un intervento che avesse la capacità e l’elasticità di accogliere giovani e costruire un modello di accoglienza che poi è diventato Luna Rossa, la comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati».

Cosa è cambiato in 30 anni? 

«Occuparmi di accoglienza e nell’arco dei 30 anni vuol dire sicuramente avere una visione più chiara di quelli che sono i cambiamenti avvenuti nel tempo rispetto alla sensibilità e all’attenzione delle persone residenti che incontrano persone in arrivo da altri territori. E quindi leggere e individuare e percepire nel tempo quella che è la resistenza o anche la reazione».

Qual è stato ed è l’impatto della e con la città? 

«Lamezia Terme dal punto di vista dell’accoglienza è in alcuni contesti aperta, in tante situazioni è impermeabile. In alcuni ambienti riconosciamo una sensibilità all’accoglienza e una capacità di leggere i temi delle migrazioni.

Nel mondo del lavoro, delle aziende, molte sono disponibili ad aprirsi al mondo delle migrazioni. Nella vita quotidiana della città c’è invece una difficoltà generalizzata a superare la propria individualità per parlare di comunità. Lì incontriamo molta resistenza e fatica».

Quali sono stati, invece i cambiamenti importanti e come li avete attraversati e accompagnati? 

«Sicuramente nel target dei migranti che seguo dal 2011 ho rilevato un cambiamento. E anche il territorio di Lamezia Terme, ma anche il territorio calabrese è cambiato. In molti si sono mossi per facilitare l’accoglienza e l’inclusione.

Questa operazione è un’operazione che noi abbiamo accompagnato nel tempo, l’abbiamo costruita creando e favorendo momenti di incontro e di condivisione.

Da lì abbiamo capito che questa modalità della relazione e del vivere il luogo di accoglienza facendone parte, diventa una modalità che accompagna poi la permanenza delle persone che arrivano da altri Paesi aiutandole  a sentirsi parte di un contesto e non persone rifiutate». 

Ma cosa vuol dire creare una comunità di accoglienza o che accoglie?

«Per noi creare la comunità non significa mettere le persone all’interno di un contesto chiuso. È quella che chiamiamo accoglienza diffusa. Il nostro ruolo, come scelta dell’organizzazione e come scelta dell’Area Migrazioni, è facilitare la permanenza all’interno dei territori in relazione con esso. Non come persone chiuse in contesti controllati. 

La Comunità Progetto Sud, da questo punto di vista è parte di un lavoro più ampio sia con i minori non accompagnati, nella comunità Lunarossa, sia con gli adulti e le famiglie accolti nei progetti SAI, il Sistema di Accoglienza e Integrazione».

Che differenza c’è nel lavoro con gli uni e con gli altri? 

«Il lavoro con i minori è sicuramente un lavoro più complesso, richiede una capacità di osservazione di quelle che sono le fragilità dei minori o i rischi del vivere il contesto, ma anche le potenzialità dei ragazzi che arrivano da noi. 

Nella comunità Lunarossa si incontrano i giovani e li si aiuta innanzitutto a superare un percorso migratorio fortemente penalizzante, un percorso migratorio che fa perdere la fiducia nel mondo. Il nostro ruolo qui è aiutarli a superare questo momento, e con una grande capacità di resilienza dei ragazzi, di acquisire la potenzialità di un territorio che li sta accogliendo e insegare loro a viverlo nel rispetto delle regole, nel rispetto della civile convivenza, ma anche nella bellezza della condivisione degli spazi e nella condivisione delle relazioni e delle amicizie.

Per i minori il lavoro è strutturato su questo, poi ci sono tanti canali legati alla formazione, alla scuola e all’inserimento lavorativo. 

Per quanto riguarda invece gli adulti, noi ci interessiamo di famiglie e di uomini singoli e moduliamo gli interventi in base alle esigenze, in base a quelle che sono le problematiche che emergono. Le due équipe di accoglienza degli adulti, il SAI Due Soli a Lamezia Terme e il SAI Terre Sorelle nel Comune di Miglierina, si integrano con figure professionali come psicologi, assistenti sociali, educatori e mediatori che costruiscono processi di accompagnamento con strutture complesse come, ad esempio, famiglie con tanti figli o con bambini che presentano problematiche di varia natura».

E adesso? Cosa vi aspetta nei prossimi anni?

Abbiamo appena vinto la gara per la gestione del SAI di Lamezia Terme: quarantadue posti per adulti e famiglie nel progetto Due Soli e il progetto dedicato ai minori stranieri non accompagnati di Lunarossa. È una responsabilità che ci chiede di consolidare il modello, non semplicemente di ripeterlo.

E poi c’è RADiCa, la rete di quindici organizzazioni calabresi costituita nell’aprile del 2026 per promuovere l’accoglienza diffusa. Perché l’accoglienza non è un servizio che si eroga: è una leva di sviluppo dei territori, soprattutto di quelli che si stanno spopolando.

Accompagnare i minori o anche gli adulti a vivere un contesto accogliente vuol dire costruire legami di fiducia e di futuro, insieme».

Immagine in evidenza: Nicola Emanuele
fabio saliceti

Il Centro Legale Comunità Progetto Sud: dieci anni di diritti e tutela

Fabio Saliceti è consulente legale abilitato all’esercizio della professione forense e responsabile dell’area advocacy della Comunità Progetto Sud, nella quale ricade il Centro di ricerca e tutela legale per i diritti dei migranti e dei lavoratori. In questa intervista traccia il bilancio di un traguardo importante: i dieci anni di attività del Centro, un presidio fondamentale per la difesa dei diritti delle persone migranti in Calabria.

Com’è nato il Centro legale, nel 2016, e a quali esigenze rispondeva?

«Il Centro Legale è stata un’intuizione della Comunità Progetto Sud. È il frutto di una serie di riflessioni maturate sul campo, all’interno delle attività operative che avevamo già in essere: penso ai progetti SAI (allora SPRAR) per minori stranieri non accompagnati e per adulti a Lamezia Terme e Miglierina, oltre che ai progetti di contrasto allo sfruttamento.

Parlo di “intuizione” perché il Centro è nato per rispondere a un bisogno ben preciso: l’esigenza di occuparci in modo più specialistico della materia migratoria e della tutela legale. Volevamo creare un’esperienza che ci permettesse di approfondire queste tematiche anche oltre le ordinarie dinamiche assistenziali e burocratiche dell’accoglienza.

Soprattutto, è stata una risposta alle necessità del territorio. Ci rendevamo conto che c’era bisogno di un presidio di legalità e tutela dei diritti». 

Negli anni, spiega Saliceti, l’osservazione prima e i dati che sono venuti fuori dall’impegno del Centro legale poi, hanno fornito una visione più chiara e reale del rischio per le persone migranti di incorrere in circuiti poco leciti per l’ottenimento del permesso di soggiorno o di altre semplici pratiche che impattavano con la vita quotidiana.

Questo ha certamente fatto sì che ci fosse un’evoluzione, dettata dalle circostanze e di adattamento ai bisogni che man mano diventavano più evidenti.

Come si è evoluta, quindi, la vostra équipe in questi anni?

«L’idea che abbiamo portato avanti in questi anni è stata quella di strutturare un vero e proprio servizio, andando oltre la logica dei singoli progetti che, per loro natura, hanno sempre un inizio e una scadenza. Le persone non cessano di esistere o di avere bisogni quando scade un progetto. Il Centro legale ha garantito quella continuità di tutela che prima mancava».

Oggi il Centro lavora attraverso una équipe multidisciplinare con tre avvocati esperti in diritto e fenomeni migratori e conta sulla presenza fondamentale di due mediatrici interculturali specializzate nelle pratiche di regolarizzazione del soggiorno, e di un’operatrice socio-legale. Nel corso del tempo l’équipe e gli interventi si sono ampliati fino a toccare anche la dimensione della salute, dell’abitare e del lavoro, anche per l’insorgenza di situazioni di vulnerabilità sempre più multiformi e complicate, determinate o amplificate dalle politiche in materia migratoria.

«La multidisciplinarità ci permette di non fare una tutela legale astratta, ma di abbracciare la vita della persona nella sua globalità, affrontando le sfide quotidiane che si trova davanti».

Le persone che arrivano in Italia sono consapevoli dei propri diritti? Su cosa c’è più bisogno di lavorare?

«Il problema principale è spesso la totale mancanza di consapevolezza rispetto alla propria condizione legale e ai propri diritti. Questo è il fulcro dei nostri colloqui e dei percorsi di accompagnamento. Molte persone non sono pienamente consapevoli, ad esempio, di trovarsi in una situazione di sfruttamento, o non conoscono i dispositivi che tutelano il loro diritto alla salute. I contesti di provenienza sono radicalmente diversi dal nostro.

Uno degli aspetti centrali del nostro lavoro è proprio quello di stimolare questa consapevolezza. Per noi la persona non è mai “un foglio di carta” o un semplice permesso di soggiorno da rinnovare, ma un essere umano nella sua interezza. C’è un forte lavoro culturale da fare: dobbiamo fare da ponte tra i contesti di provenienza, le comunità ospitanti e i soggetti territoriali. È un processo che trasforma tanto la persona migrante quanto il territorio stesso».

C’è un’esperienza in particolare, tra le tante di questi anni, che ha dato ancora più motivazione, se possibile, a questo lavoro?

«È difficile sceglierne una sola, le storie quotidiane sono tantissime. Però ricordo con particolare intensità uno degli eventi da cui è nata l’idea stessa del Centro legale. All’epoca facevamo principalmente attività di strada — cosa che continuiamo a fare tuttora. Ci imbattemmo in un lavoratore che si era infortunato gravemente sul luogo di lavoro. Andando nel contesto in cui viveva, ci ritrovammo faccia a faccia con i suoi sfruttatori e con persone a loro vicine. In quel momento misero a rischio sia l’incolumità del lavoratore sia la nostra stessa sicurezza. Quell’episodio, così crudo, ci spinse a capire che dovevamo anche strutturare un servizio solido e protetto, capace di preservare e gestire situazioni di tale complessità e pericolo».

Oggi, il Centro legale è una realtà riconosciuta sul territorio sia da parte delle persone migranti che qui si incontrano continuamente, conoscono questo presidio o direttamente o tramite passaparola ed è anche interessante che chi è stato accompagnato in passato, riconoscendo anche il valore del percorso che ha fatto si sia sentito di affidare al Centro legale conoscenti, altre persone che sul territorio erano prive di una rete amicale, familiare o sociale di supporto. 

Una realtà che nel tempo è riconosciuta e riconoscibile anche oltre i confini regionali. Il punto di forza è sapere costruire reti?

«Le buone relazioni con i soggetti territoriali con i quali c’è un rapporto costante, penso ai Servizi sociali, penso alle altre organizzazioni del territorio ma anche ad altri soggetti, ad altre istituzioni, sono state e sono fondamentali. 

Sono molti i soggetti che entrano in gioco nel percorso di regolarizzazione e di accoglienza di una persona: Uffici immigrazione delle Questure, Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale, Prefetture, Forze di Polizia, Organizzazioni sindacali, Istituti scolastici, Azienda sanitaria, Agenzia delle Entrate.

Un elenco che dimostra come il lavoro del Centro non si esaurisca nelle procedure amministrative legate al soggiorno, ma che a volte, ad esempio, include anche istituti di credito, agenzie immobiliari. Questo per dire che non è appunto una tutela legale propriamente tarata sulla dimensione dell’intervento giuridico ma che ha a che fare con la vita della persona in quanto tale. E anche fuori regione, sia a livello nazionale che internazionale, collaboriamo e portiamo avanti lo studio dei fenomeni migratori come indagine complessa non solo sul campo, ma con un lavoro costante di ricerca e divulgazione scientifica e culturale».

Dunque buon decennale al Centro legale della Comunità Progetto Sud e buon lavoro alle professioniste e ai professionisti che, ogni giorno, contribuiscono a rendere i diritti realmente accessibili, mettendo al centro le persone e la loro dignità.

In copertina: Fabio Saliceti

giugno coperrtina

Petali. Giugno 2026. Percorsi di pacificazione

di Maria Pia Tucci

Parole di pace in tempo di guerra è un quaderno di voci e pensieri raccolti sul campo da Anna Maria Bernardini Manaconda. Insegnate in tempo di guerra a Siena. Un volumetto dato alle stampe nel 2013 da Mario Alighiero Manacorda (1914-2013), insigne storico dell’educazione. Dentro c’è la voce di ragazzi e ragazze che riescono, in pieno conflitto, siamo negli anni ’40, ad esprimere il loro percorso interiore di pacificazione.

Petali di giugno ci conduce proprio a questa riflessione.

Un sentiero ce lo indica Marianella Sclavi, attraverso un’esperienza di respiro europeo e tradotta nel saggio ” Elogio dei tre saperi” in una Nantes che si interroga e rinasce da una sconfitta politica divenendo luogo di democrazia deliberativa.

La lettura di Petali ci porta  poi alle scelte, nate e cresciute all’interno di Comunità Progetto Sud, quelle di Beppe Rozzoni e di Anna Bambara. È tempo anche di progetti che ci portano ad espandere la visione per la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Green sentinel ci offre infatti  l’opportunità di avviare una collaborazione transfrontaliera.

Giugno è stato anche il mese della strage di Amendolara di cui consegniamo la riflessione di don Giacomo Panizza e della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata all’interno del Trame Festival e anche il mese in cui abbiamo divulgato i numeri su Azzardo patologico e usura in Calabria.

Buona lettura!

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud