foto dal web marianella sclavi

Apprendere dai conflitti: l’intervista a Marianella Sclavi. Come si pacifica una città? Il modello Nantes

di Maria Pia Tucci

 L’attivazione di percorsi culturali sul territorio non si esaurisce nella semplice offerta di eventi o nella gestione dell’esistente; nei contesti più illuminati, essa si configura come un vero e proprio cammino di pacificazione sociale. Riflettere oggi su questo tema significa inevitabilmente guardare a Nantes, una realtà che ha saputo trasformarsi in una «città-laboratorio», ridefinendo il rapporto tra cittadinanza, sapere tecnico e potere politico. Attraverso la viva voce di chi ha studiato e vissuto da vicino questa transizione, emerge una lezione fondamentale: la pace sociale non si ottiene soffocando il conflitto, ma elevandolo a risorsa di intelligenza collettiva.

In “Elogio dei tre saperi” (Bordeaux Editore) ultimo lavoro sul campo tradotto in 400 pagine, Marianella Sclavi* si immerge nella Nantes, città-laboratorio dove il dialogo fra cittadini, professionisti ed eletti è diventato metodo di governo. E dove, una esperienza dietro l’altra, si tocca con mano che giustizia sociale, innovazione e intelligenza collettiva nascono solo quando ognuno dei tre saperi impara a dialogare con gli altri due.

A Nantes si è instaurato fin dal 1989 un metodo di governo che ha come base un capovolgimento: la valorizzazione da parte dei politici e dei tecnici, del vissuto degli abitanti, del loro «sapere d’uso», dando spazio all’ esigenza di giudicare le politiche non dalle promesse, ma dai concreti risultati, dalle ricadute sulla qualità della vita, in primo luogo degli strati più emarginati e deboli.

La ricerca-racconto di Marianella Sclavi diventa così una «scuola di politica», un peculiare corso di formazione a livello personale perché presenta sette ritratti di protagonisti politici fuori dalle righe. Da ognuno, chi desidera impegnarsi in politica ha molto da imparare; a livello istituzionale, perché descrive una quantità di dispositivi per promuovere il dialogo prima di tutto fra i cittadini e poi fra i cittadini e i tecnici, con i politici nel ruolo di garanti. E infine a livello sociale, perché mostra sotto forma di «ricette» come si fa a creare contesti nei quali i cittadini invece di litigare fra loro, imparano a trasformare le loro differenze in capacità di diagnosi più approfondite e complete e in elaborazione di proposte di azioni politiche volte al bene comune.

In altre parole, l’indagine sistemica sulla storia di Nantes ci mette di fronte al funzionamento di un modello di democrazia deliberativa.

In questo dialogo con Marianella Sclavi, sociologa, etnografa, scrittrice e attivista italiana, ci proponiamo di parlare di percorsi di pacificazione «un processo che – leggeremo dalla Sclavi – richiede un’educazione profonda e una visione aggiornata sulla possibilità di ricorrere sistematicamente a forme di protagonismo politico in grado di trasformare le differenze in risorse, cosa che non appartiene ai partiti politici in quanto tali»sclavi elogio dei tre sapere piatto

  • Marianella Sclavi, l’intelligenza collettiva nasce dal crollo delle certezze?

I momenti di rottura storica sono importanti. La nostra democrazia nasce dalle rivoluzioni americana e francese. Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, l’Occidente si cullò nell’illusione del fallimento del socialismo reale e dimostrazione della imperitura bontà del sistema democratico e statale nato in contemporanea con l’invenzione del telegrafo. A Nantes, invece, una serie di congiunture specifiche portò a una consapevolezza diversa e più profonda: come sostiene uno dei personaggi del racconto, ci si è resi conto che né il Gosplan comunista, né le gerarchie dello stato moderno (che Weber ha chiamato «la gabbia di acciaio») sono adatti a promuovere un’azione pubblica efficace volta al bene comune.

Quando nel 1983 la sinistra a Nantes subì una storica sconfitta elettorale nei quartieri popolari dalla città francese, la futura classe dirigente non si rifugiò nel classico alibi ideologico del “non ci hanno capito“. Al contrario, scelse l’autocritica: “non abbiamo saputo ascoltare la gente, dobbiamo cambiare radicalmente il modo in cui si sviluppa il rapporto tra politica e cittadinanza”.

E nel 1989 il nuovo gruppo dirigente, vince con un programma che propone di smontare l’intera macchina della PA, mettendo in primo piano l’ascolto attivo praticato da tutti: dai politici, dai tecnici e dagli abitanti, mettendo ognuno di loro in condizione di imparare dalle differenze, dai dissensi e conflitti, invece che utilizzarli per schierarsi e combattersi.

L’intelligenza collettiva e ascolto attivo. L’intelligenza collettiva è una pratica che si innesta sulla capacità di utilizzare le crisi, gli «incidenti critici», le esperienze dei singoli, come occasioni di apprendimento. Cosa significa “ascolto attivo” viene chiarito e ribadito con una serie di slogan.

Eccone alcuni: “Il sapere dei cittadini non emerge chiedendo la loro opinione, ma ascoltando la loro esperienza, i loro ostacoli, i loro tentativi falliti, i loro successi”.

È fondamentale relazionarsi con le persone come individui, anziché semplicemente come soggetti con “bisogni” o “in difficoltà”. Si tratta di valorizzare i punti di forza delle persone piuttosto che le loro criticità – “Non si può fare del bene alle persone senza il loro coinvolgimento” – e, infine: “Quando un gruppo sa che i propri sforzi saranno concretamente valorizzati, tende a lavorare bene; pertanto, un prerequisito per un lavoro efficace è la certezza che le autorità politiche apprezzeranno e daranno seguito agli esiti di tali processi”.

Su queste basi l’intero approccio dei servizi e il percorso delle decisioni politiche prende una nuova forma, che parte dal raccogliere le singole esperienze frammentate in una comunità per farle dialogare. A Nantes questo approccio ha trovato applicazione in progetti di rottura, come la riconversione dell’isola sulla Loira: un’area di cinque chilometri di lunghezza per uno di larghezza, ex polo cantieristico navale completamente abbandonato, trasformata in «isola della creatività» grazie a questa concezione inedita della gestione pubblica. L’idea è che quando   gli spazi pubblici diventano spazi di eccellenza per la cura, l’accoglienza, l’estetica, la creatività, è più facile che anche i comportamenti dei privati, cittadini o imprenditori, si adeguino a criteri di pacifica convivenza e bene comune.

  • Quali sono i prerequisiti per una città-laboratorio?

L’esperienza di Nantes si è sviluppata in termini di continua sperimentazione per quasi vent’anni, dal 1989 al 2008.

Nel 2008 si è deciso che era giunto il tempo di una regolamentazione, mettendo a frutto quanto appreso fino ad allora.  I punti fondamentali sono i seguenti. Per una   continuità del dialogo fra i tre saperi è indispensabile una riformulazione del mandato politico. Quando un amministratore viene eletto, il patto con gli elettori deve cambiare: non può più essere un “ora decido io al posto vostro”, ma un “sono il vostro delegato e, di fronte a problemi complessi, il mio dovere è coinvolgervi”. La democrazia rappresentativa non deve escludere quella deliberativa, ma integrarsi strutturalmente con essa, così come Nantes ha formalizzato prima nella sua Carta costituzionale del 2010 e poi nel Patto di cittadinanza del 2021, esteso a ventiquattro comuni.

Il secondo prerequisito è il superamento della logica partitica intesa come scontro permanente. La rappresentanza dei partiti tende a essere “partigiana”, focalizzata sulla difesa di una fazione contro un’altra. Il modello deliberativo richiede invece di considerare la diversità come una risorsa indispensabile per la diagnosi accurata della realtà. Accanto e a complemento della rappresentanza ideologica partitica vanno moltiplicati i dispositivi di democrazia deliberativa.

Infine, occorre il coraggio di attuare un ricambio generazionale e metodologico, promuovendo leader che siano, come lo è stato il sindaco Jean-Marc Ayrault e il suo gruppo dirigente, autentici “scopritori di talenti anomali», militanti che si assumono il compito di promuovere la creatività e il gusto della innovazione nella  società civile.

  • Il cuore del saggio è l’intreccio necessario tra sapere d’uso, sapere tecnico e potere politico. Tuttavia, viviamo in un’epoca dominata da un lato dalla tentazione tecnocratica (l’idea che i problemi complessi vanno affidati solo agli esperti) e dall’altro da derive populiste (che squalificano la competenza tecnica). Come si riequilibra questo rapporto senza che un sapere finisca per schiacciare gli altri due?  

Oggi viviamo in un’epoca polarizzata tra la tentazione tecnocratica — che delega la complessità ai soli esperti — e le derive populiste, che squalificano la competenza tecnica. Il modello in questione ristabilisce l’equilibrio ponendo la persona prima dei ruoli e il sapere d’uso — ovvero il modo in cui gli abitanti percepiscono e vivono quotidianamente i servizi e lo spazio pubblico —come base imprescindibile dell’azione politica.

Il riequilibrio avviene quando il ricercatore e l’amministratore si impongono, come prima priorità, di “ascoltare la voce di chi non ha voce”. Gli urbanisti, i tecnici e i professionisti non impongono soluzioni calate dall’alto, ma mettono il proprio sapere specialistico al servizio dei problemi così come emergono dall’esperienza vissuta dei cittadini. In questo quadro, il potere politico assume il ruolo più nobile e difficile: quello di farsi garante del dialogo tra i tecnici e gli abitanti, impedendo che un sapere schiacci gli altri. Uno degli esempi portati nel libro è l’assemblea di 80 cittadini scelti con metodo casuale i quali per 4 mesi si incontrano fra loro per discutere su «Cosa stiamo imparando dalla crisi sanitaria, come ne usciamo più saggi» e hanno avuto a disposizione una sessantina di esperti con i quali dialogare. Questa assemblea ha prodotto 70 pagine di considerazioni e proposte fra le più illuminate e sagge prodotte su questi problemi.

  • Quanto ha a che fare tutto questo con la costruzione di percorsi di pacificazione? 

Tutto questo impianto metodologico si rivela essere, nella sua essenza, un profondo percorso culturale di pacificazione.

A Nantes, le radici culturali di questo approccio affondano anche nella formazione di molti di questi protagonisti in contesti delle zone agricole circostanti, dove era presente un forte sindacato di piccoli contadini cristiani seguaci della Teologia della Liberazione Sudamericana, che offriva alle giovani occasioni di impegno «per cambiare il mondo» dando voce ai senza voce.  Si tratta di un approccio molto diverso da quello di un certo marxismo economicista, anche se poi quasi tutti loro si sono impegnati in partiti di sinistra, ma con un approccio più etnografico che non ideologico.  Personaggi ex sessantottini che hanno decostruito l’approccio ideologico e burocratico degli operatori tradizionali, sostituendolo con l’attenzione e valorizzazione delle storie delle persone.

I dispositivi di democrazia deliberativa pacificano la società perché disarmano la polarizzazione. Obbligano mondi distanti a narrarsi e ad ascoltarsi, ricucendo la frattura tra le istituzioni e i cittadini. Inoltre, l’adozione di metodologie sul campo, come quelle itineranti in cui i manager del territorio guidano ricercatori e fotografi per verificare sul posto i problemi reali, garantisce la trasparenza e la verificabilità dei processi.

Come dimostra l’esperienza sul campo, i legami che si creano attraverso questi percorsi vanno ben oltre la redazione di un documento o la realizzazione di un’opera pubblica. Si fondano su relazioni umane stabili, su amicizie e su una comprensione reciproca che attraversa i territori. Certamente la pacificazione è un processo sociale e culturale lungo, che richiede un’educazione profonda e una costante presa di posizione su sé stessi e sulla propria rappresentatività. Tuttavia, la diffusione di queste pratiche in molte città d’Europa dimostra che questo linguaggio non è più un’utopia isolata, ma una strada concreta per governare le società complesse.

 

*Marianella Sclavi ha insegnato Etnografia urbana al Politecnico di Milano. Esperta di Arte di Ascoltare e Gestione Creativa dei Conflitti, è tuttora molto attiva come facilitatrice di metodologie partecipative e processi decisionali inclusivi.

In copertina: Marianella Sclavi – immagine dal web
beppe rozzoni

«La nonviolenza è una scelta quotidiana, l’indifferenza è la morte della speranza»

di Maria Pia Tucci

Beppe Rozzoni è Socio Fondatore di Comunità Progetto Sud, da obiettore di coscienza ha iniziato il suo percorso nel mondo del sociale con una convinzione pacifista e una visione alla mondialità che ne ha sempre contraddistinto le scelte. Ha condiviso con Emma Leone la vita, l’amore e le battaglie per la parità dei diritti delle persone con disabilità.

Ora in pensione, è stato un pilastro degli uffici amministrativi di Comunità Progetto Sud, vive in Veneto. Ma dietro il suo silenzioso servizio c’è una lucida e radicale visione politica della solidarietà: «Chi tace lascia fare, qualsiasi potere si regge solo sul consenso».

Cerco in rubrica, due squilli e dall’altra parte la voce di Beppe si traduce subito in un’immagine, anzi due. Stento a collocarlo in altro luogo che non sia Via Conforti accanto alla sua, nostra Emma, o nel suo ufficio, in una delle stanze dell’Amministrazione di Comunità Progetto Sud. Ma da quando Emma non c’è più, Beppe vive in Veneto ma senza mai tradire l’animo gentile e prezioso di chi sa dedicarsi agli altri. Ci sentiamo al volo: «Sto distribuendo pasti – mi dice – se puoi ci sentiamo dopo», sorrido e lo immagino come sempre l’ho visto, silenzioso e laborioso e gli dico: «Certo che non ti smentisci mai» e gli chiedo di richiamarmi appena avrà un momento libero.

Ci sono persone che l’immaginario fatica a sradicare dai luoghi in cui li hai conosciuti e dove sai che hanno impegnato la vita.

Quando il dialogo riprende vado quasi subito al punto: «Beppe parliamo di Pace e della sua costruzione».

So bene che Beppe non teorizza una pace astratta, ma ne parla come di un cantiere aperto, dove ogni scelta individuale è una traiettoria sociale e collettiva: un esempio.

Da dove parte il cambiamento, quando è necessario? E certamente questo è un tempo necessario. «Chi tace lascia fare, lascia decidere agli altri, si lascia governare», spiega. «Qualsiasi potere, anche il più opprimente, si regge sempre e solo sul consenso».

Beppe parte da un dato di fatto: «L’esposizione costante a immagini di violenza e ai bollettini di guerra attraverso i media. Di fronte a questo panorama la società contemporanea si rifugia in tre reazioni difensive ma paralizzanti. La prima è il senso di impotenza, la rassegnazione di chi si sente troppo piccolo per incidere. La seconda è l’assuefazione: la tragedia si fa spettacolo quotidiano, il dolore si normalizza e non si distingue più la realtà dalla finzione. La terza è la rimozione, il tentativo di mettere i problemi fuori dall’uscio per rifugiarsi nell’illusione della propria routine».

Tre strade diverse che convergono verso un unico, letale vicolo cieco: l’indifferenza. Ed è qui che la riflessione si fa strettamente politica. «L’indifferenza è la morte della speranza», avverte Beppe, «perché quando più nessuno si interessa al problema, quando più nessuno ne parla, il problema semplicemente smette di esistere», lasciando campo libero alla sopraffazione.

«L’esercito americano non si ritirò per un’inferiorità militare sul campo, ma perché l’opinione pubblica mondiale si interessò, prese posizione e ruppe il consenso. L’interesse, dunque, come esatto contrario dell’indifferenza». Un esempio reale, non retorico di come si sviluppa il senso collettivo della Pace. «La pace non nasce da sola, non è un dono e, soprattutto, non è la semplice “assenza di guerra”. È un errore concettuale dire “difendiamo la pace”, se questa difesa coincide con lo status quo di una pace armata, dove la corsa agli armamenti produce tagli alle spese sociali e genera nuove povertà. Costruire la pace significa, al contrario, avere il coraggio di riconoscere il conflitto e smascherare quella che i sociologi definiscono violenza strutturale».

bandiera pace via conforti fotomaria pia tucci

La lucidità di Beppe Rozzoni sull’essere attivisti per la Pace è tutto, o quasi, in queste parole.

«L’istituzionalizzazione, ad esempio, è una forma di rimozione del problema», osserva. «Non permette di eliminare le cause della povertà, ma solo di rimuovere il povero dalla nostra vista. Smascherare questa violenza significa denunciare che gli impoveriti sono generati da un modello di società intrinsecamente ingiusto».

Da qui discende la necessità di ribaltare i punti di vista, praticando un’empatia radicale che sappia guardare il mondo dalla parte degli oppressi. Non può esistere un progetto di solidarietà se i beneficiari non ne sono i protagonisti: un mondo migliore per l’altro deve essere migliore dal suo punto di vista, non secondo le nostre proiezioni.

Ma come si esce da un circuito che sembra non avere via di fuga? «Serve un’educazione alla mondialità e all’interdipendenza, ma soprattutto allo spirito critico, unico vero antidoto contro la propaganda bellica. È necessario riscoprire il valore della coscienza individuale – per evitare i drammatici storici dell’“abbiamo solo obbedito agli ordini” – e la cultura dell’obiezione e della disobbedienza civile».

In questa visione, la sintesi perfetta rimane la “Triplice rivoluzione” teorizzata da Vinoba Bhave, discepolo di Gandhi: una rivoluzione nel pensiero: dall’avere all’essere, una nella vita materiale: dal consumismo al servizio e una nella società: dal privilegio alla condivisione.

Beppe Rozzoni non si muove su speculazioni filosofiche, anche perché tra il suo dire e il suo fare c’è un ponte di coerenza tra parole e gesti. Come quello che gli ho sentito raccontare, mentre lo faceva, di distribuire un pasto. Come quello che gli ho visto mille volte fare e che stava dietro una scelta felice, di stare accanto a Emma.

Dalla sua nuova vita in Veneto, Beppe Rozzoni, ci ricorda che la Pace è un oceano fatto di piccole gocce. Una costruzione quotidiana che comincia dal piccolo, con gesti minimi, silenziosi, ma che possono essere straordinariamente contagiosi.

In copertina: Beppe Rozzoni
anna bambara

Anna Bambara: con i ragazzi di Lunarossa diamo ogni giorno senso alla parola pacificazione

di Maria Pia Tucci

Anna Bambara è assistente sociale e coordinatrice del SAI Minori non accompagnati Lunarossa della Comunità Progetto Sud, impegnata nella promozione di percorsi interculturali.

La scelta di Anna di lavorare nel sociale ha seguito un percorso lineare, iniziato in famiglia, da cui ha acquisito profonda sensibilità verso i temi sociali e proseguito nell’esperienza formativa dello scoutismo prima e negli studi universitari in Scienze del Servizio Sociale dopo.

Ha consolidato il suo impegno nel terzo settore collaborando strettamente con la Comunità Progetto Sud. Dal 2013 lavora e mette a sistema le competenze professionali, l’esperienza e la sua innata empatia.

Partiamo dall’inizio, Anna. Se guardi indietro, qual è stato il momento preciso in cui ti sei avvicinata e poi hai scelto il lavoro sociale? E quando è avvenuto, invece, l’incontro con la Comunità Progetto Sud?

«Non riesco a individuare un momento preciso, quanto piuttosto un percorso di crescita. Attraverso lo scoutismo ho imparato a vivere il “servizio” come un’importante occasione di crescita personale e di sostegno agli altri. Un’altra tappa significativa è stata presso la comunità Mago Merlino (oggi casa Meulì) della Comunità Progetto Sud, nella quale ho continuato a spendermi al di fuori dell’ambito associativo, con grande impegno e coinvolgimento. Successivamente ho scelto di iscrivermi al corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale, perché lo sentivo pienamente in linea con le mie attitudini, i miei valori e il desiderio di lavorare in questo campo.

Ho incontrato la Comunità Progetto Sud fin da ragazza, grazie alla mia famiglia e al mio percorso nello scoutismo. Successivamente ho avuto modo di conoscerla ancora meglio durante gli studi universitari, approfondendone i valori, le attività e l’impegno nel sociale. È una realtà che ha accompagnato diverse tappe della mia crescita personale e professionale.  Ho proseguito questo legame anche dal punto di vista lavorativo quando, nel 2013, sono stata coinvolta nella comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati Lunarossa. Da allora opero lì e ad oggi ricopro il ruolo di assistente sociale e coordinatrice.»

Ascoltandoti, si percepisce chiaramente come emozioni e competenze si intreccino nel lavoro sociale, soprattutto nell’osservazione prima e nell’accompagnamento dopo di persone che portano un vissuto spesso fatto di traumi. Nel tuo quotidiano a Lunarossa, cosa significa concretamente favorire la loro pacificazione interiore?

«Per me la pacificazione interiore dei minori stranieri non accompagnati inizia dall’accoglienza. Significa costruire, fin dal primo giorno, un clima sereno, sicuro e familiare all’interno della comunità, dove i ragazzi possano sentirsi protetti e rispettati. Arrivano dopo aver vissuto vicende molto difficili e hanno bisogno innanzitutto di ritrovare un senso di normalità. Per questo è importante prendersi cura della quotidianità: condividere i pasti, rispettare i loro tempi, ascoltarli senza giudizio e accompagnarli giorno per giorno. È proprio in questa dimensione che, poco alla volta, possono ritrovare fiducia in sé stessi e negli altri. Il nostro compito è sostenerli affinché possano riprendere in mano la propria vita, coltivare i loro sogni e immaginare un futuro possibile. Alla comunità Lunarossa non offriamo solo vitto e alloggio, ma uno spazio in cui sentirsi al sicuro, riconosciuti e valorizzati.»

Anna Bamabra
Anna Bambara con i ragazzi di Lunarossa durante una delle attività. Sul traghetto nello Stretto di Messina

Questo richiede uno sforzo importante. Spesso ci sono barriere emotive complesse: come si passa, nella pratica, dalla gestione dell’emergenza e della rabbia alla ricostruzione di un legame di fiducia?

«La fiducia si costruisce nel tempo, con la presenza costante e la coerenza. All’inizio molti ragazzi arrivano diffidenti, spaventati o arrabbiati, perché gli eventi passati hanno spesso incrinato la loro capacità di affidarsi agli altri. Il nostro lavoro è esserci ogni giorno, mantenere gli impegni presi, ascoltare senza forzare e dimostrare, con i fatti, che possono contare su di noi. È attraverso questa relazione educativa che la diffidenza lascia gradualmente spazio alla serenità. Quando un ragazzo si sente benvoluto e libero di esprimersi senza paura di essere giudicato, inizia a stringere nuovi legami e a guardare al futuro con maggiore serenità.»

Facendo leva sull’ esperienza maturata sul campo, qual è lo strumento di mediazione che meglio può favorire percorsi condivisi, riducendo al minimo le tensioni e valorizzando i “desiderata”?

«Credo che il primo strumento sia la conoscenza della persona. È fondamentale prendersi il tempo per capire come ogni ragazzo esprime la propria personalità, quali sono i suoi bisogni, le sue aspettative e il suo modo di relazionarsi, cercando sempre di mantenere uno sguardo libero da pregiudizi.

Per me la mediazione parte dall’ascolto: dare la possibilità di raccontare la propria storia, il viaggio migratorio, gli affetti e il vissuto che si portano dentro. Solo quando una persona si sente ascoltata e riconosciuta può iniziare a costruire relazioni di fiducia e a partecipare davvero a un progetto comune. Il nostro compito è offrire una buona accoglienza, creare uno spazio in cui ciascuno possa sentirsi accettato per quello che è e abbia la libertà di essere sé stesso. Da questa base nascono il dialogo, il rispetto reciproco e la possibilità di affrontare anche i contrasti in modo costruttivo.»

Un’ultima domanda, quasi una riflessione intima sul senso profondo del tuo operato. Che cos’è la Pace per Anna Bambara?

«Per me la pace è un modo di essere, è un atteggiamento con cui scegliere di affrontare la vita nelle sue gioie e nelle sue difficoltà, mantenendo equilibrio e imparando a gestire i conflitti senza lasciarsi sopraffare. Non significa evitare i contrasti, ma avere la capacità di affrontarli con lucidità, rispetto e dialogo.

Pace, secondo me, è anche saper accogliere l’altro indipendentemente dalla sua provenienza, dalla sua storia o dalle sue idee, soprattutto quando la pensa diversamente da noi. Credo che nasca proprio dalla capacità di riconoscere il valore di chi ci sta di fronte e di costruire relazioni fondate sull’ascolto, sulla comprensione e sul rispetto reciproco.»

Foto in evidenza: Anna Bambara tra don Giacomo Panizza e Chiara Carnovale durante le attività di laboratorio annuale 2025 della Comunità Progetto Sud
gs

GreenSentinel: cooperazione Italia–Grecia per la biodiversità

Le sfide ambientali del Mediterraneo

Frammentazione degli habitat, inquinamento ambientale e cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova il patrimonio naturale del Mediterraneo, che ad oggi è uno degli hotspot climatici più vulnerabili al mondo. Una vera e propria sfida per il futuro per cui si rende necessario un approccio integrato alla tutela della biodiversità.

L’avvio del progetto e la cooperazione transfrontaliera

Per rispondere a queste situazione di allarme nasce GreenSentinel – Integrative Biodiversity and Pollution Sentinels, progetto finanziato dal Programma Interreg VI-A Grecia–Italia. Il 13 e 14 gennaio 2026, a Monte Sant’Angelo (FG), si è svolta la riunione ufficiale che ha dato il via alla collaborazione tra partner italiani e greci. Il progetto è guidato dal Parco Nazionale del Gargano (Lead Partner), insieme a GOEL –
Gruppo Cooperativo, Comunità Progetto Sud, il Comune di Aigialeia e il Comune di Sami. L’obiettivo comune è rafforzare la tutela della biodiversità nell’area adriatico-ionica, con particolare attenzione a Puglia, Calabria e Grecia occidentale.

whatsapp image 2026 04 13 at 14.44.04 (1)

Project kick-off meeting – On 13 and 14 January 2026, the kick-off meeting tookplace in Monte Sant’Angelo (FG), officially launching the collaboration between the Italian and Greek partners.

Innovazione e partecipazione GreenSentinel punta a trasformare i cittadini in vere e proprie “sentinelle della biodiversità” attraverso strumenti innovativi e partecipativi

Il progetto punta a trasformare i cittadini in vere e proprie “sentinelle della biodiversità”, grazie a tre strumenti chiave: L’App di Citizen Science (disponibile in inglese, italiano e greco), per fotografare e geolocalizzare specie animali e vegetali, contribuendo alla raccolta di dati scientifici. La Piattaforma ICT open data, basata su sistema GIS, per analizzare e condividere dati su biodiversità e inquinamento.
La Strategia Congiunta di Gestione della Biodiversità, per rafforzare la cooperazione tra i parchi coinvolti e promuovere una governance coordinata e duratura.
Testare sul campo un innovativo sistema di rilevamento degli inquinanti atmosferici e delle molecole organiche volativi biogene (BVOC) come bioindicatori per monitorare i cambiamenti climatici attraverso questi strumenti, il progetto mira a rafforzare la raccolta di dati sul campo e a promuovere una partecipazione attiva delle comunità locali nella tutela del patrimonio naturale.

I prossimi passi

Il progetto coinvolgerà giovani, scuole e comunità locali con info day, laboratori scientifici e campagne di sensibilizzazione. Nel corso del 2026 prenderanno avvio le prime attività pubbliche, mentre la cooperazione proseguirà fino a giugno 2027 con l’obiettivo di creare una rete permanente di Green Sentinels.

screenshot 2026 06 11 140202

Giornata Mondiale del Rifugiato 2026: “Oltre i confini, dentro le storie”

A LAMEZIA TERME IL 16 GIUGNO DALLE 19:30 PIAZZETTA SAN DOMENICO AD APERTURA DI TRAME. FESTIVAL DEI LIBRI SULLE MAFIE

Ha 75 anni la convenzione di Ginevra, nata nel 1951 per garantire che chi è costretto a fuggire non venga lasciato senza protezione e sono oggi oltre 117 milioni le persone in fuga in cerca di sicurezza.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è una iniziativa internazionale delle Nazioni Unite per riconoscere la forza, il coraggio e la determinazione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa a causa di guerre, violenza, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, sollecita il dibattito e l’informazione sul diritto alla protezione internazionale di tutte le persone.

A Lamezia Terme, nella cornice della XV edizione di Trame. Festival dei libri sulle mafie il 16 giugno, a partire dalle 19: 30 sono due gli appuntamenti, curati dal Movimento Umanità in ricerca e dai SAI Ordinari e Minori Lamezia Terme, SAI Ordinari Miglierina proprio per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato 2026, in collaborazione con Trame. Festival dei libri sule mafie.

In piazzetta San Domenico alle ore 19:30 per la sezione Trame in scena lo spettacolo teatrale di Michele D’Ignazio, interpretato da Antonio Fama e Marco Zanon “Fate i tuoni”, per la regia di Marco Zordan. Curata dalla Compagnia Walden e tratta dall’omonimo romanzo dell’autore edito da Rizzoli, affronta con delicatezza e forza i temi del coraggio e del cambiamento.

Alle 20:30, sempre in piazzetta San Domenico l’appuntamento è con: “Oltre la narrazione: cronache visive di un mondo in movimento” incontro con Francesco Malavolta, giornalista e fotoreporter che attraverso i suoi scatti e la sua testimonianza diretta dai confini del mondo, offre una lettura cruda, reale e priva di retorica sui viaggi e sulla determinazione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa.

Il Movimento Umanità in ricerca è una rete sociale attiva a Lamezia Terme promossa da: Associazione Comunità Progetto Sud, Pax Christi-Punto Pace Lamezia Terme, AGESCI Zona Reventino, Fondazione Trame, InRete Cooperativa Sociale, Associazione ARCI Lamezia Terme/Vibo Valentia, Arci Servizio Civile Lamezia Terme/Vibo Valentia, Associazione Mago Merlino e Azione Cattolica Diocesi di Lamezia Terme.

Scarica la locandina

2026 cps per sito conferenzastampa azzardo usura (sito web)

AZZARDO PATOLOGICO E USURA IN CALABRIA | Conferenza stampa

Il 12 giugno 2026 alle 10:30 la sala Sintonia, in Via Reillo, 6 – a Lamezia Terme ospiterà la conferenza stampa durante la quale saranno resi pubblici i dati di “Azzardo patologico e usura” e presentata l’alleanza tra Fondazioni Antiusura e Coordinamento Mettiamoci in Gioco Calabria che lavorano al contrasto al gioco d’azzardo patologico.

Cifre che si traducono in dipendenza, economia malata e, appunto, usura.

Intervengono:

Don Giacomo Panizza presidente Comunità Progetto Sud, Roberto Gatto Coordinatore Mettiamoci in Gioco Calabria, Roberto Enrico Bartletta, presidente Fondazione Antiusura San Matteo Apostolo di Cassano allo Jonio.

Il report che sarà presentato è curato da: CNCA Calabria, Mettiamoci in gioco, Fondazione antiusura Calabria, Comunità Progetto Sud.

Per info: mail | roberto.gatto@comunitaprogettosud.it | Cell.  +39 348 791 380

Ufficio stampa | Maria Pia Tucci | +3930359308 

screenshot 2026 06 05 133808

AMENDOLARA: PER FARE GIUSTIZIA OCCORRE GUARDARE OLTRE LA BARBARIE

Di fronte alla barbarie di Amendolara, nella quale quattro lavoratori agricoli hanno perso la vita e un quinto è sopravvissuto alle violenze subite, non bastano il cordoglio, lo sgomento o l’ennesima dichiarazione di indignazione.

Esiste un tempo per il lutto. Ed esiste un tempo per le domande.

L’Associazione Comunità Progetto Sud, ente operativo da 50anni in Calabria, sente il dovere di dire che quanto accaduto non può essere accettato, normalizzato o archiviato come un semplice fatto di cronaca nera.

La manifestazione nazionale promossa ad Amendolara rappresenta un passaggio importante. Ma non basta.

Il bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento significa fare giustizia e certamente individuare gli autori materiali dei fatti e accertarne le responsabilità.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché fare giustizia significa anche comprendere quali rapporti economici, sociali e lavorativi abbiano reso possibile tutto questo. Occorre capire chi reclutasse questi lavoratori, chi organizzava i loro trasporti e le loro giornate, quali condizioni abitative vivevano, quali imprese agricole impiegavano quella manodopera utilizzando il caporalato, quali filiere produttive ne beneficiavano, quali mercati erano destinatari di quei prodotti.

Se esiste il caporalato, infatti, è perché esiste una domanda di caporalato.

Questa domanda non nasce oggi.

Il 27 aprile 2020 oltre 40 braccianti agricoli provenienti dall’Africa Sub-Sahariana si erano già ribellati agli sfruttatori di nazionalità pakistana presenti nell’area di Cassano all’Ionio. Da quella protesta, grazie al lavoro congiunto tra la nostra Associazione, il Progetto In.C.I.P.I.T. e altri soggetti sindacali, ecclesiali e della società civile, era stata condotta un’attività di ascolto e approfondimento che aveva portato a incontrare circa 80 braccianti e ad accompagnare, tra il 2020 e il 2021, 16 braccianti nelle denunce di un sistema di sfruttamento che riguardava lavoro, abitare, trasporti, reclutamento e dipendenza economica dai caporali pakistani. Il sistema emerso descriveva organizzazioni capaci di gestire il reclutamento della manodopera, i trasporti, i pagamenti, gli alloggi e la vita quotidiana dei lavoratori, generando condizioni di forte dipendenza e ricattabilità. I lavoratori descrivevano salari bassissimi, trattenute economiche, lavoro nero o contratti irregolari, abitazioni isolate, minacce, violenze e forme pervasive di controllo sociale.

Quelle denunce hanno determinato procedimenti penali presso la Procura competente.

Parallelamente, tra il 2020 e il 2021, era stato consegnato alla Prefettura di Cosenza un report dettagliato sulle condizioni di sfruttamento presenti nella Piana di Sibari, sulle criticità territoriali, sulle difficoltà abitative, sui trasporti, sulle reti di intermediazione e sulle possibili proposte di intervento.

Per questo oggi la domanda non può essere soltanto: cosa è successo ad Amendolara?

La domanda è anche: cosa è accaduto rispetto alle informazioni, alle denunce, ai procedimenti, alle progettazioni e ai segnali che da anni descrivevano condizioni di forte sfruttamento?

Questa riflessione diventa ancora più urgente se si considera che proprio nella Piana di Sibari, negli ultimi anni, sono stati investiti importanti finanziamenti pubblici destinati al contrasto dello sfruttamento lavorativo, all’inclusione sociale, ai sistemi di presa in carico e ai percorsi di integrazione delle persone migranti vulnerabili.

Eppure, continuiamo a interrogarci sulle stesse questioni: trasporti, abitare, reclutamento, caporalato, isolamento, ricattabilità.

Occorre interrogarsi seriamente sull’efficacia delle politiche costruite e sulla capacità dei territori di trasformare progettazioni, reti, protocolli e finanziamenti in strumenti reali di prevenzione.

Ridurre questa vicenda a una “strage tra immigrati”, a un regolamento di conti o a una prova del fallimento dell’accoglienza significa leggere la realtà con categorie semplicistiche che finiscono per nascondere i meccanismi concreti dello sfruttamento.

Non siamo di fronte a persone geneticamente predisposte alla violenza e alla barbarie. Siamo davanti alle conseguenze di sistemi economici, sociali e istituzionali che permettono a forme di sfruttamento estremo di consolidarsi nel tempo.

Se tra gli sfruttatori vi sono persone migranti, ciò non cancella le responsabilità di un sistema economico e produttivo che consente a tali dinamiche di esistere e riprodursi. Non esistono sistemi di sfruttamento senza rapporti economici. Non esistono sistemi di sfruttamento senza filiere. Non esistono sistemi di sfruttamento senza domanda di lavoro povero.

Occorre interrogarsi anche sul ruolo svolto dalle politiche migratorie. La precarietà amministrativa, la dipendenza dal lavoro per il mantenimento o il rinnovo dei titoli di soggiorno, le difficoltà di accesso alla residenza, all’abitare, ai trasporti e ai servizi, la frammentazione dei percorsi di accoglienza e l’assenza di canali realmente accessibili di incontro tra domanda e offerta di lavoro aumentano lo stato di bisogno e la ricattabilità delle persone migranti e, conseguentemente, la forza dei sistemi di intermediazione informale.

In questo senso il contrasto allo sfruttamento lavorativo non può essere affrontato esclusivamente come questione di ordine pubblico. È una questione di diritti umani. È una questione di politiche migratorie. È una questione di lavoro e di protezione sociale.

Esiste infine una questione immediata che riteniamo fondamentale. Ci chiediamo se, nell’interesse del lavoratore sopravvissuto, siano state immediatamente attivate tutte le misure di tutela previste dall’ordinamento e se siano stati coinvolti i soggetti competenti in materia di identificazione e protezione delle persone potenzialmente vittime di grave sfruttamento, anche attraverso gli strumenti previsti dal Meccanismo Nazionale di Referral.

Ci chiediamo se, nell’interesse del lavoratore, sia stata già valutata l’attivazione degli strumenti di protezione previsti dall’ordinamento, compresi quelli connessi ai c.d. nulla osta utili all’accesso ai percorsi di tutela previsti per le vittime di sfruttamento e tratta, attraverso il rilascio di un permesso di soggiorno casi speciali.

Ci chiediamo se altri lavoratori presenti nei medesimi contesti lavorativi, abitativi e relazionali siano stati ascoltati e se anche rispetto a loro siano state attivate attività di identificazione, protezione e presa in carico, comprese quelle relative ai rilasci dei c.d. nulla osta per l’ottenimento dei permessi di soggiorno casi speciali.

Perché il rischio è evidente.

Limitarsi a intervenire soltanto quando lo sfruttamento si manifesta nelle sue forme più estreme e violente significa arrivare sempre troppo tardi.

La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima?

Non possiamo permettere che chi è sopravvissuto a questa violenza rischi di diventare vittima una seconda volta.

Così come non possiamo permettere che altri lavoratori rimangano invisibili semplicemente perché ancora vivi.

Oggi chiedere verità e giustizia significa qualcosa di più complesso. Significa ricostruire la filiera dello sfruttamento. Interrogare le responsabilità diffuse. Proteggere chi denuncia. Rafforzare i sistemi territoriali. Costruire alternative reali.

Perché una strage non nasce il giorno della strage!

E perché non possiamo permettere che il territorio torni a ricordarsi dei suoi lavoratori soltanto quando muoiono!

Lamezia Terme, 4 giugno 2026

Giacomo Panizza

Comunità Progetto Sud | Via Conforti 88046 Lamezia Terme (CZ) | Cell. 3487913898 | giacomo.panizza@comunitaprogettosud.it

________________________________________

La “Associazione Comunità Progetto Sud ETS”, è ente attuatore del Progetto antitratta In.C.I.P.I.T. (Iniziativa calabra per l’identificazione, protezione ed Inclusione sociale delle vittime di Tratta – progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità – in attuazione del DPCM del 16/05/2026 – Soggetto proponente Regione Calabria).

Gazzetta del Sud

locandina orizzontale 16f8c

“Il dono e lo scambio”. A Pianopoli il 5 giugno a cura del Caffè letterario Terra di Calabria

Pasquale Leone, coordinatore del Caffè Letterario Terra di Calabria, annuncia la prossima manifestazione culturale dedicata alla presentazione del volume Il dono e lo scambio di Dario Antiseri e Giacomo Panizza, pubblicato da Rubbettino Editore.

“Siamo lieti di offrire alla comunità un incontro che mette al centro un tema decisivo per il nostro tempo: la possibilità di costruire relazioni sociali fondate sul dono, sulla fraternità e sulla solidarietà», dichiara Sandro Gallo. Il libro affronta infatti la domanda cruciale se una società possa reggersi su legami non esclusivamente economici, ma profondamente umani”.

Appuntamento Venerdì 5 giugno – ore 19:00 in via Roma 38, Pianopoli.

L’incontro vedrà la partecipazione di: Sandro Gallo, Presidente dell’Associazione Terra di Calabria, Don Giacomo Panizza, autore, Pippo Callipo, imprenditore, Marina Galati, moderatrice.

La serata sarà arricchita dall’intervento musicale del chitarrista Amedeo Palmieri, in stile acoustic fingerstyle, e dalle riprese video a cura di Enzo Cittadino.

“Il nostro Caffè Letterario – sottolinea il coordinatore Pasquale Leone – continua a proporre momenti di confronto che uniscono pensiero critico, impegno civile e bellezza. Il dono e lo scambio è un testo che invita a ripensare il modo in cui viviamo insieme, e crediamo che questo dialogo possa offrire un contributo prezioso alla crescita culturale del nostro territorio”.

scuola petali 2026 maggio ph mariapiatucci

Petali. Maggio 2026. Scuola, metodi, eresie

di Stefano Laffi – 

Goffredo Fofi diceva che c’è una pedagogia per il tempo di pace e una per il tempo di guerra. Non si insegnano le stesse cose, i comportamenti virtuosi cambiano. L’educazione è situata, nel tempo e nello spazio, e chi si occupa di formare le nuove generazioni lo sa, le domande cambiano, le risposte pure. Non c’è quindi un manuale buono per tutte le stagioni, una scienza dell’educazione e del sociale che ci consegni istruzioni per l’uso a scadenza illimitata. E questo perché la storia non si è fermata, tocca essere contemporanei – altra frase amata da Goffredo – e la pretesa delle scienze sociali di stare sugli scaffali della saggistica potrebbe essere velleitaria: forse è la narrativa il nostro spazio, forse stiamo solo scrivendo il romanzo del presente. Ci scambiamo tutto quel che abbiamo capito di questo mondo che rotola velocissimo, ma sappiamo che domani almeno una pagina sarà da riscrivere.

Rotolare non è progredire, è muoversi in direzioni imprevedibili, che dipendono dal piano inclinato delle faccende del mondo, che non governiamo. Per questo non è più vero che la ‘nuova edizione supera e sostituisce la precedente’, come ci dicevano a scuola per farci comprare il nuovo manuale: la frontiera della conoscenza procede, è vero, ma quali saperi servano oggi, quali libri leggere, quali insegnamenti tornino utili è scoperta di ogni giorno. Un ventenne può avere genitori che lavorano in ufficio e si sono formati sull’uso del fax, oggi estinto, e nonni che hanno lavorato in officina o nei campi, cioè sanno saldare tubi, aggiustare cose e coltivare la terra, e sono quindi portatori di saperi molto più utili quando decidi di vivere fuori città o di viaggiare. Il ventenne, a sua volta, se ha dimestichezza col digitale, sarà lui a insegnare a genitori e nonni a muoversi su quel piano per fare documenti, effettuare pagamenti o vacanze.

Una scuola del sociale accoglie quindi le sfide di questo tempo – come si insegna la pace in un tempo di guerra? come si disinnesca la competizione dentro un mondo capitalistico? come si riducono le diseguaglianze se il miraggio è la ricchezza? come si fa amicizia se gli altri sono dipinti come minaccia?… – aiuta a leggere il presente, chiede aiuto ai saperi di un tempo e alle nuove scoperte. E privilegia una cosa: se c’è un problema prima chiediamo a chi lo vive, poi capiamo insieme come affrontarlo.

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

Foto di copertina: Maria Pia Tucci

marisa meduri

Resistere, studiare, fare rete: la ricetta per l’innovazione sociale

di Maria Pia Tucci – 

Finire gli anni Novanta: un progetto europeo, una forte presa di coscienza sul territorio e la consapevolezza che operare nel sociale non potesse più essere lasciato all’improvvisazione. Nasce così la Scuola del Sociale all’interno della Comunità Progetto Sud, una realtà che da allora non ha mai smesso di anticipare le riforme e formare nuove competenze in un contesto complesso come quello calabrese. Marisa Meduri, direttrice della Scuola, traccia un bilancio tra conquiste storiche e sfide future, proprio mentre la Comunità si appresta a festeggiare i mezzo secolo di attività sociale.

La Scuola del Sociale nasce con un obiettivo preciso: strutturare il sapere e metterlo al servizio non solo della Comunità Progetto Sud, ma di un’intera rete di partner e istituzioni territoriali. Un lavoro quotidiano che fonde ricerca, analisi dei bisogni e progettazione, tanto nazionale quanto europea. «Abbiamo pensato di aprire questo servizio e l’abbiamo chiamato appunto Scuola del Sociale, perché il fare scuola oggi non può essere dato per scontato», spiega Marisa Meduri. «Questo elemento è ancora molto attuale nella nostra esperienza. Analizziamo i bisogni del territorio, facciamo ricerca e attività di analisi di contesto, ipotizzando in che maniera si possano intercettare nuovi bisogni e fare innovazione sociale».

Questo processo non avviene in laboratorio, ma sul campo, attraverso un costante dialogo intergenerazionale e inter-operativo con le diverse aree e cooperative che vivono il territorio. L’obiettivo finale, tuttavia, supera la semplice assistenza: punta a influenzare l’agenda politica locale e nazionale. «Proviamo a guardare oltre, ad anticipare quelle che sono anche le politiche», sottolinea la direttrice. «Le attività sperimentali proviamo a farle ma anche a portarle alle pubbliche amministrazioni: quando intercettiamo un bisogno individuato, coinvolgiamo l’area istituzionale che se ne deve occupare e proviamo con loro a fare strada».

Nel DNA della Scuola del Sociale c’è una forte impronta valoriale e pedagogica, fortemente influenzata da figure cardine della cultura e dell’attivismo italiano. Negli ultimi anni, in particolare, la bussola etica della Scuola si è sintonizzata sui moniti di Goffredo Fofi, saggista e critico sociale da sempre vicino alle realtà del Mezzogiorno. «Negli ultimi anni abbiamo fatto nostro il motto di Goffredo Fofi, che ci diceva sempre che bisogna resistere – e noi al Sud dobbiamo resistere –, che bisogna studiare e fare rete», racconta Meduri. «E poi Goffredo ci diceva anche che dobbiamo ‘rompere un po’ le scatole’. Per noi, come Scuola del Sociale, questo significa rompere gli schemi del fare sempre nello stesso modo, provare a guardare oltre e portare innovazione dentro le cose che facciamo».

Da qui deriva una concezione del terzo settore che si distacca nettamente dall’approccio puramente assistenziale o confessionale, rivendicando uno status di dignità e cittadinanza. «La nostra azione è un’azione politica», dice ancora Marisa Meduri. «Il nostro lavoro è molto politico perché prova a incardinare, attraverso la progettazione, la formazione e gli inserimenti lavorativi, quegli elementi utili a ridare voce, a vedere riconosciuti i diritti e a ridare dignità a chi non ce l’ha. La questione sociale oggi in Italia viene spesso delegata al terzo settore come fosse filantropia. Ma noi non stiamo parlando di filantropia: stiamo parlando dei diritti e della possibilità di vivere bene di tutti».

Per fare questo, la Scuola applica concretamente lo storico payoff della Comunità Progetto Sud: Fare bene il bene. Una filosofia che si traduce in sinergie concrete anche con il tessuto produttivo laico, attraverso tirocini e partnership con imprese per innescare reali processi di sviluppo economico e occupazionale nell’area di Lamezia Terme e nell’intera Calabria.

Guardare avanti significa anche fare i conti con la transizione digitale e le nuove tecnologie. La Scuola del Sociale non si sottrae al dibattito contemporaneo sull’Intelligenza Artificiale, ma sceglie di affrontarlo ponendo al centro l’etica e i diritti delle persone, in particolare delle fasce più vulnerabili. «L’intelligenza artificiale la usiamo. La usiamo ad esempio per sistematizzare le idee che raccogliamo o i brainstorming che facciamo, però la utilizziamo con la nostra intelligenza: per noi è uno strumento che fornisce un aiuto nel lavoro quotidiano», specifica la direttrice. «L’IA è un elemento sul nostro tavolo che ci pone, però, delle profonde questioni etiche e politiche. L’IA manovra dati sensibili, non si può sostituire alle persone e deve essere utilizzata nel pieno rispetto dei loro diritti».

Proprio per mantenere vivo questo approccio critico la Scuola del Sociale ha dato il via ad un’ importante momento di alta formazione e confronto. «La prima edizione di una scuola, intitolata ‘Strade Maestre’, intitolata a Goffredo Fofi, per mantenere saldo il collegamento con il lascito politico che ci ha trasmesso. Lo faremo dialogando con le nuove generazioni, perché lo scambio intergenerazionale è un tema che ci sta enormemente a cuore».

in copertina: Marisa Meduri