Marina Frigerio: «Io sono qui per amicizia, per convinzione, per amore e per ribellione»

di Maria Pia Tucci

Creare legami, ricucire spazi, annullare distanze.

La vita sociale di una comunità aperta, quale è quella della Comunità Progetto Sud, è fatta di confronti e scambi culturali, di un viavai di persone che una volta arrivati decidono di restare o di tornare spesso. Persone che scelgono di condividere un impegno sociale riconoscendosi nei valori della Comunità.

È questo il caso di Marina Frigerio, psicologa e psicoterapeuta, con un dottorato sui temi delle migrazioni e integrazione delle minoranze che, a Berna durante un evento sui temi della legalità organizzato dall’Associazione Pecore Nere, di cui faceva parte, ha incontrato don Giacomo Panizza.

Di madre italiana e padre svizzero, Marina Frigerio ha una storia familiare importante che ha segnato anche la scelta del suo percorso professionale.

«Mio papà era figlio di un reduce della Prima guerra mondiale che è tornato pazzo dalla guerra ed è morto in quelli che una volta erano i manicomi e questa storia ci ha segnati profondamente.

La mia mamma viene da un paesino della Valtellina che si chiama Buglio al Monte, che è stata la prima repubblica partigiana che è durata una settimana quando lei era una bambina ed è stata traumatizzata da quello che è avvenuto dopo, dalla repressione, dai morti, hanno bruciato le case e lei ha visto tutto. Io sono cresciuta con una ribellione verso queste violenze e anche con una spiccata sensibilità; infatti, mi sono occupata subito di persone rifugiate dalle guerre e dalle dittature e sono stata anche molto fortunata nella mia vita. Ho avuto un professore universitario che si chiamava Heinz Stefan Herzka, che era un bambino ebreo scappato da Vienna. Lui aveva una sensibilità incredibile verso i profughi e anche verso i figli degli immigrati e si era scelto il suo gruppo di studenti proprio tra queste “minoranze”. Ci ha sostenuti e aiutati, fino alla fine è stato mio supervisore tutta la vita, è morto tre anni fa.

Io penso di stare dove sto anche per queste storie qui.

Tutto questo connubio di storia familiare, di incontri fortuiti mi ha dato dei valori etici e anche tanto coraggio che mi accompagnano sempre e adesso che sono sulla via della vecchiaia anch’io mi rendo conto che è mio compito ridare queste cose a chi è più giovane, dare il coraggio di mettersi di traverso».

Dall’incontro con don Giacomo alla scelta di venire a conoscere la Comunità Progetto Sud…
«Io sono qui per amicizia, per convinzione, per amore e per ribellione. Dopo aver conosciuto don Giacomo e averlo sentito parlare di questa realtà mi è venuta l’idea. Avevo bisogno di staccare e ho chiesto di venire a Lamezia a lavorare come volontaria. Mi hanno assegnata alla Comunità LunaRossa che era appena stata fondata e ho fatto i rimpiazzi durante le ferie estive. Mi è piaciuto tanto e sono rimasta attaccata qui.

Poi ho lavorato anche su altro, come ad esempio alla nascita del Centro Autismo grazie al contributo di una Fondazione svizzera che voleva investire nel sociale in Calabria».

Quale gesto l’ha colpita per prima arrivando qui, sia del contesto che delle persone?
«Una parola sola è difficile trovarla per esprimere quello che ho provato venendo qui ma ho trovato come un cocktail di cose buone che mi corrispondono, che rappresentano un ideale per me e che qui si può realizzare. Una cosa che mi piace molto qui è che nessuno ti chiede: perché lo fai? o perché ti impegni così tanto? o non ti riposi mai? Lo faccio perché mi va di fare, perché non potrei essere diversamente da come sono e qui sono circondata da persone così e questo mi fa molto bene».

Come vive dall’interno la Comunità considerando i grandi e veloci cambiamenti sociali che ci portano a definire i nostro un tempo liquido?
«Io mi sento sempre più interna, devo dire e da tempo dico un po’ ridendo che sono la filiale svizzera della Comunità Progetto Sud e la cosa buffa è che la comunità calabrese in Svizzera, quelli che sono vicini mi conoscono, in qualche modo mi considerano un po’ calabrese!

Io ho fatto una vita in mezzo alle comunità migranti sempre sentendomi parte di loro e nello stesso tempo parte della società in cui sono cresciuta, in cui mi sono formata e io penso che questo sia un grande vantaggio, sia una fortuna, e questo per me è il concetto di società liquida nel quale mi sono trovata.

La strada è più in salita per i migranti però quando ce la fai e quando riesci a sentirti a casa in più posti hai delle competenze che tanti altri non hanno.

Ho preso il mio dottorato di ricerca sulla questione dell’integrazione e abbiamo coniato dei termini riferiti alle seconde generazioni e uno dei termini che mi piace di più è quello delle generazioni camaleonte che sono capaci di adattarsi, non cambiare colore nel senso politico o proprio di attaccamento ma proprio nel senso di sapere come ti comporti in un certo luogo e come ti comporti in un altro. Padroneggiare le lingue, capire le culture e riuscire a costruire ponti. Per me è una cosa grandiosa e che viene troppo poco riconosciuta alle seconde generazioni che vengono spesso catalogate per quello che mancherebbe e non per quello che hanno».

E, in questi termini, quanto è camaleontica la Comunità Progetto Sud?
«La comunità Progetto Sud secondo me ha un grande pregio e cioè quello di non incaponirsi sulle cose ma di saper cambiare, di sapersi adattare, di saper recepire i bisogni del territorio e cercare risposte».

Questo vi accomuna dell’essere migrante e quindi adattarsi in qualche modo?
«Sì, mi accomuna la mia esperienza nell’ambito migratorio però anche nella mia esperienza professionale e umana, l’essere flessibili, non essere dogmatici e il rispondere a bisogni e non partire con un’idea già prefissata. È una cosa essenziale per riuscire a lavorare in un modo efficace, sensato e che serva a qualcosa per tutti e per i più fragili».

E cos’è la fragilità?
«Per me la fragilità è tante cose, non vedo la fragilità soltanto come segno di debolezza o di bisogno di aiuto ma la vedo anche come grande sensibilità e quello è un plus. Se fossimo tutti più fragili non ci sarebbero state la guerra che c’è adesso in Ucraina, non ci sarebbe stato Gaza, non ci sarebbero state le dittature, Trump non sarebbe al posto in cui siede adesso.

La fragilità è il senso dell’essere umani, del sentirsi umani».

Foto di copertina, intervista e montaggio: Maria Pia Tucci
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Le conseguenze della guerra, le opportunità per la pace

LUNEDÌ 20 APRILE 2026 | LAMEZIA TERME (CZ) | ORE 9:00 | PTP RAMBALDI – DE FAZIO |
ORE 18:00 PARROCCHIA DI S. FRANCESCO

Lunedì 20 aprile, il Movimento Umanità in Ricerca – di cui Comunità Progetto Sud, Agesci, Azione Cattolica, Pax Christi, Mago Merlino, Coop. Soc. In Rete, sono tra gli enti promotori – in collaborazione con i SAI Ordinari “Due Soli” di Lamezia Terme e “Terre Sorelle” di Miglierina e il SAI per Minori Stranieri Non Accompagnati “Luna Rossa” di Lamezia Terme, promuove un doppio incontro sulle conseguenze del conflitto in corso in Sudan dal 2023.

A 3 anni dall’inizio delle tensioni armate poco si conosce di una guerra che, ad oggi ha causato 400.000 vittime e oltre 10milioni di sfollati e che rappresenta, a livello globale, una tra le più gravi crisi umanitarie con 33 milioni di persone bisognose di assistenza.

«L’impegno per la pace parte dal racconto della guerra, – dicono gli organizzatori – anche di quelle più dimenticate. Non sempre questi conflitti, seppur così devastanti e che hanno notevoli conseguenze sul piano umanitario, migratorio, economico e sociale, trovano spazio nel dibattito e nella pubblica informazione e – sottolineano – neanche lo sforzo per la pace della comunità internazionale. Per questo è necessario parlarne e aprire occasioni pubbliche di dibattito con i cittadini e con i giovani».

All’incontro mattutino, (dalle 9:00 alle 10:40) riservato alle classi V dell’Istituto Rambaldi – De Fazio, gli operatori di Comunità Progetto Sud e del Movimento Umanità in ricerca saranno in compagnia del cooperatore internazionale in Sudan Francesco Tropea che porterà la sua testimonianza e si aprirà alle domande di studenti e studentesse.

Alle 18, l’incontro aperto al pubblico si terrà invece nel Salone della Parrocchia di San Francesco a Lamezia Terme. Anche in questo momento di confronto sarà protagonista Francesco Tropea, che dialogherà con Michela Vottari di Comunità Progetto Sud, offrendo ulteriori spunti di riflessione e approfondimento sul conflitto e sulle prospettive di pace.

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Nasce RADiCa: quindici realtà del Terzo Settore calabrese uniscono le forze per l’accoglienza diffusa

Costituita il 14 aprile a Lamezia Terme la “Rete Accoglienza diffusa Calabria – R.A.Di.Ca.”, associazione che raggruppa cooperative sociali e associazioni impegnate nel Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) in tutta la regione.

Quindici tra cooperative sociali e associazioni di Terzo Settore calabresi hanno firmato oggi l’atto costitutivo della Rete Accoglienza diffusa Calabria – R.A.Di.Ca., una nuova associazione che si propone di diventare il soggetto unitario di coordinamento, rappresentanza e tutela degli interessi comuni degli enti che operano nel Sistema di Accoglienza e Integrazione in Calabria.

La Rete nasce con l’obiettivo di trasformare la frammentazione che ha caratterizzato finora il settore in forza collettiva: mettere insieme esperienze, competenze e voci per rappresentare i diritti di migliaia di richiedenti asilo e rifugiati presenti sul territorio regionale, e per affermare il modello dell’accoglienza diffusa come leva concreta di sviluppo locale, contrasto allo spopolamento e innovazione sociale.

I quindici soggetti fondatori sono: MoCI Cosenza APS, Agorà Kroton Società Cooperativa Sociale Onlus, Orizzonti Nuovi Società Cooperativa Sociale, Strade di Casa Società Cooperativa Sociale Onlus, Atlante Cooperativa Sociale, Associazione Comunità Progetto Sud ETS, LiberaMente ETS, Le Nove Lune Società Cooperativa Sociale Onlus ETS, Kroton Community Società Cooperativa Sociale Onlus, Eurocoop Servizi Società Cooperativa Sociale, Baobab Società Cooperativa Sociale Onlus, Associazione Don Vincenzo Matrangolo ETS, Pathos – G.A.M. Teresa Vesuviano Società Cooperativa Sociale, Associazione Coopisa e Prociv Arci Isola di Capo Rizzuto.

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I soggetti fondatori hanno sottoscritto uno statuto che riconosce la mobilità umana come diritto fondamentale e inalienabile della persona, e impegna la Rete a promuovere l’accoglienza non come semplice gestione del bisogno, ma come scelta di civiltà e motore di crescita per i territori calabresi.

«Oggi compiamo un passo che aspettavamo da tempo. Chi lavora nell’accoglienza in Calabria lo sa bene: ogni ente, da solo, può fare molto, ma insieme possiamo fare qualcosa di diverso. RADiCa non è solo una struttura di rappresentanza: è l’inizio di una politica condivisa. L’accoglienza diffusa non è un problema da gestire – è una risposta intelligente allo spopolamento, al lavoro che manca, alle comunità che si svuotano. Abbiamo dimostrato che si può fare, e ora vogliamo dirlo a voce alta, insieme.»

Francesca Rocca, Presidente di Associazione “Rete Accoglienza diffusa Calabria – R.A.Di.Ca.”,

La nuova associazione si candida a interlocutore qualificato presso le istituzioni regionali e nazionali, e si propone di sviluppare iniziative comuni di formazione, advocacy e comunicazione per promuovere una cultura dell’accoglienza radicata e consapevole in tutta la regione.

R.A.Di.Ca. nasce come rete aperta: l’obiettivo è aggregare progressivamente altre organizzazioni del Terzo Settore che operano nel campo dell’accoglienza e dell’integrazione in Calabria e che condividano i valori e la visione espressi nello Statuto.

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Comunità e salute. Il ruolo delle Case della Comunità in Calabria

Martedì 21 aprile 2026, dalle ore 9 alle 16, in Sala Sintonia della Comunità Progetto Sud a Lamezia Terme, il convegno: “Comunità e salute. Il ruolo delle Case della Comunità in Calabria”, promosso dalla rete regionale Comunità Competente e dalla rete nazionale Prima la Comunità. 

Dall’individuazione all’interno del PNRR all’entrata in vigore del DM 77/2022, l’idea originaria delle Case della Comunità sembra oggi affievolita, mentre la proposta normativa nasceva da una visione ben più ampia e trasformativa: una nuova idea di salute come processo globale, costruito insieme alla comunità e fondato sull’integrazione tra dimensione sanitaria e sociale.

La vera innovazione risiede proprio nella parola comunità: un “noi aperto”, fondato sulla reciprocità, in cui la salute viene generata attraverso il coinvolgimento attivo delle persone, delle istituzioni e di tutte le risorse presenti sul territorio, secondo l’approccio dei determinanti sociali della salute promosso dall’OMS.

La Casa della Comunità, in questa prospettiva, non è solo un luogo fisico, ma uno spazio di alleanza in cui costruire un disegno condiviso di salute capace di garantire equità, inclusione e sostenibilità. Un modello che richiede scelte tecniche e organizzative partecipate e coerenti
con il principio dell’integrazione sociosanitaria, all’interno di un più ampio disegno di welfare di comunità.

Il convegno del prossimo 21 aprile sarà occasione per interrogarsi sullo stato dell’arte in Calabria, condividere esperienze, criticità e buone pratiche, e rilanciare il ruolo delle Case della Comunità come presidio fondamentale per una sanità territoriale realmente vicina alle persone.
La Comunità Progetto Sud, nella rete regionale Comunità Competente e nella rete nazionale Prima la Comunità, partecipa a questo percorso contribuendo alla promozione di un modello di salute come bene comune, basato sulla corresponsabilità e sulla valorizzazione delle persone quali autrici delle comunità e dei territori.

Sarà possibile seguire i lavori in remoto collegandosi al link:

https://us06web.zoom.us/j/81161668271?pwd=nOf87imWnSkGg50rMBhQbrDm19v1lB.1

PER INFO: Lorena Leone | 339 206 8186 | segreteria.direzione@comunitaprogettosud.it
è gradita conferma di partecipazione entro il 17 aprile

Scarica la locandina con il programma

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“Una comunità si costruisce, insieme. INTRECCI di storie nel cuore del Lametino”

Martedì 31 marzo alle ore 18:00, presso l’Hub Casa della Cultura!

L’iniziativa, organizzata in collaborazione con Arci Lamezia Terme Vibo Valentia APS, si inserisce nell’ambito della rassegna cinematografica “Cinema e Cinema – Proiezioni di Comunità”.

Il programma prevede la proiezione del film “A Ciambra”, anticipata da un talk di approfondimento dal titolo: “Una comunità si costruisce, insieme. INTRECCI di storie nel cuore del Lametino”.
Saranno presenti:

– Antonio Scaramuzzino, Presidente Arci Lamezia Terme Vibo Valentia APS
– Marina Galati, Direttrice Progetto INTRECCI – Abitiamo il Lametino
– Domenico Isabella, Co-Direttore Artistico “Cinema e Cinema”
– Nada Amato, Mediatrice Progetti Intrecci – Abitiamo il Lametino e Presidente Associazione RomZianà
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Petali. Marzo 2026. Ambiente e biodiversità

Felicità è la parola che tiene insieme ambiente e biodiversità. Francesco Bevilacqua, giornalista e scrittore,  Annamaria Bavaro, presidente della Cooperativa sociale Le Agricole,  Caterina Pozzi, Presidente del CNCA, ci accompagnano in questo numero di Petali di marzo con le loro riflessioni sul valore dell’ambiente e della relazione che intercorre tra questo e la giustizia sociale.

Interrogarsi su bellezza, clima, luoghi è davvero come parlare della felicità? Saper interpretare e interagire con il patrimonio naturalistico, ripensare gli interventi sociali,  instillare in ogni persona il senso di cura può ancora essere parte efficace di un’educazione ambientale capace di riconciliare la relazione dell’umano con l’ambiente?

Buona lettura

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

Immagine di copertina: Maurizio Carnevali, Murales, particolare, – L’altra casa – Lamezia Terme (CZ)

francesco bevilacqua dal profilo facebook

Dell’abitare, dell’essere nel mondo e della felicità

di Maria Pia Tucci

Dialogare di ambiente con Francesco Bevilacqua, giornalista, scrittore e scopritore di luoghi, ci porta a camminare insieme a lui in una dimensione altra, dove il pensiero riesce a diventare anche azione.

È dal pensiero, dalla formazione umanistica che passano poi le azioni di cambiamento, ci diciamo salutandoci alla fine di un’intervista dove, a pensarci bene, la parola ambiente fa parte delle domande e mai delle risposte, perché parlare della terra, del modo di rispettarla, di conoscerla è come interrogarci sul concetto di felicità.

Qual è il legame tra giustizia sociale e tutela​ dell’ambiente?
È l’ecologia integrale di Papa Francesco. Occorre aver cura, nello stesso tempo, della Terra e delle persone. In particolare, di quelle che soffrono, di quelle che non hanno dignità perché senza lavoro, senza aiuto, senza diritti, senza servizi sociali minimi, di quelle che vivono nel bisogno, dei diseredati, degli ultimi della Terra. La Terra e le persone, le persone e la Terra: non c’è antropologia senza ecologia. E questo per una ragione evidente: nei duecentomila anni dacché i sapiens sono comparsi sulla Terra, questa è stata da loro gradualmente trasformata, mutata, aggredita, consumata. I sapiens hanno lasciato su di essa la loro impronta ecologica, che si è quasi sempre trasformata in danni, in ferite permanenti. La crisi climatica ne è un esempio lampante. Una piccola parte dei sapiens, quella che ha praticato il darwinismo sociale che è alla base dell’economia liberista adottata oggi da quasi tutti i paesi del mondo, ha stabilito che dovessero esservi delle classi dominanti e delle classi dominate, ha riservato per sé tutti i diritti, tutte le risorse, ed ha “utilizzato” e sfruttato i suoi co-specifici per appagare la propria ingordigia. Senza curarsi di ciò che accadeva alla Terra. Il pensiero delle classi dominanti è identico sia che si tratti del destino delle classi subalterne, sia che si tratti di quello della Terra: tutto è merce, tutto ha un prezzo, nulla ha valore, nulla ha dignità tranne che gli interessi di accumulazione finanziaria delle classi dominanti, le quali, dinanzi all’incredibile successo ottenuto dai sapiens con l’avvento dell’età della scienza e della tecnica e da ultimo con la capacità del capitalismo finanziario di condizionare tutto, hanno praticato pesantemente la hybris ossia quello che era il peccato più grave per gli antichi greci: la tracotanza, l’insolenza, il volersi fare Dio. Oggi, questo atteggiamento è quello che, nello stesso tempo tiene sotto scacco le classi dominate, l’Umanità in genere e la Terra nella sua interezza.

Qual è secondo lei la relazione tra comunità e territorio, sostenibilità, ecologia integrale e cura​del creato?
Ognuno di noi sceglie uno luogo come sua patria, casa, paesaggio. Questi termini sono per me sinonimi. È il luogo dell’origine di cui parla Rilke in “Lettere milanesi”: “Nasciamo, per così dire, provvisoriamente in un luogo; è a poco a poco che componiamo in noi il luogo della nostra origine, per rinascervi in un secondo tempo e ogni giorno più definitivamente”. Quando avvertiamo di essere giunti nel luogo della nostra origine, qualunque esso sia (anche fosse lontano mille miglia da dove siamo nati), allora non possiamo che riconoscerci componenti della comunità che in quel luogo vive.

Ma, come dice un grande ecologo americano, Aldo Leopold, occorre estendere il perimetro della comunità anche a suoli, acque, piante e animali. Ecco, la vera cura del creato – locuzione che Papa Francesco nella “Laudato sii” ha reso familiare – passa attraverso questa estensione. Estensione che si concretizza così: non solo gli uomini sono portatori di diritti ma anche il resto del creato, la Terra nel suo insieme e le singole parti di essa. Quindi anche le piante, gli animali, i suoli, le acque, l’aria, tutti i viventi. E l’uomo, che è la specie che più di tutte le altre ha accumulato potere, al punto da poter sottomettere tutte le altre componenti, deve riconoscere questi diritti e prendersi cura del creato.

D’altra parte, Martin Heidegger, che si è molto interrogato sull’essere nel mondo, quando parla dell’abitare, spiega che questo verbo significa sentirsi protetto, essere felice in un luogo ma anche proteggere, rendere felice quel luogo. Solo se pensiamo in questi termini il nostro essere comunità, il nostro abitare, può diventare sostenibile, cioè tale da non compromettere l’equilibrio e l’armonia dell’ecosistema in cui viviamo. Solo così diventeremo portatori di una vera etica della cura.

La responsabilità di ciascuno nei confronti dell’ambiente in che termini parte integrante della costruzione di comunità solidali e attente ai bisogni delle persone?
Direi che di fronte all’irresponsabilità dei governi e delle istituzioni, la responsabilità dei singoli e delle comunità intese come più individui che si riuniscono in una relazione stabile per il bene comune, sia l’unica cosa che può modificare lo stato attuale delle cose. Questo non vuol dire sfiduciare completamente le istituzioni pubbliche.

Senza le istituzioni non potremmo organizzare le società, ma a me piace dire che ciascuno di noi deve farsi istituzione. Voglio dire che dove le istituzioni non fanno, dobbiamo fare noi, dimostrando che fare il bene delle comunità è possibile e togliendo così ogni alibi alle istituzioni inadempienti. Ancora una volta l’esempio vale di più di ogni tentativo di convincimento, di ogni costrizione.

Qual è lo stato di salute della consapevolezza sociale nei confronti della tematica ambientale? (in generale e in Calabria)
Da questo punto di vista mi sento di avere il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, secondo un motto che Antonio Gramsci rese famoso ma che egli stesso attribuì a Romain Rolland. Le nuove generazioni – intendo la parte maggioritaria, quella omologata nei comportamenti e che si lascia completamente influenzare dai modelli di comportamento dei persuasori occulti propagandati attraverso i social media – funzionano già come degli algoritmi biologici, un’espressione che lessi per la prima volta in un libro di Yuval Noah Harari che si intitola “Sapiens, da animali a dei”.

Sono cioè programmati per assumere comportamenti che sono già previsti dalle informazioni che vengono introdotte nelle loro menti, voluti dalle élite che dominano il mondo, quelle che – per evitare di sembrare complottista – ad esempio, si riuniscono a Davos al World Economic Forum e parlano apertamente di vecchio e nuovo ordine mondiale come fossero cose che loro, classi dominanti, sono veramente in grado di produrre e modificare a piacimento. Le nuove generazioni sono quindi, in massima parte, incapaci di fare scelte consapevoli, di distinguere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, il valore dal disvalore, la misura dalla dismisura.

Se una persona crede che gli unici obiettivi siano il danaro, il successo, il consumare, il piacere immediato, cercherà ogni scorciatoia possibile per raggiungerli, anche a costo di fare cose riprovevoli o, nel migliore dei casi, nel pensare egoisticamente solo a sé stessa. Questa è la realtà ed ecco perché, se uso la ragione, non posso che essere pessimista. Ma poiché sono un uomo, appartengo cioè all’unica specie che si è dotata di un’etica – così affermano filosofi e neurobiologi -, mi sforzo di essere ottimista con la volontà e di battermi, per quanto mi è possibile, come se il mio agire potesse ribaltare la tendenza dell’umanità. La stessa cosa vale per la Calabria. Ma ho constato che nei luoghi dove si è meno intruppati, dove non si vive come le api negli alveari (mi riferisco alle grandi concentrazioni urbane) è più facile assumere comportamenti non conformisti. In Calabria vedo tante persone, tante comunità le cui vite stesse sono esempi di ribellione pacifica, di resistenza.

francecso bevilacqua facebook
foto dal profilo facebook di Francesco Bevilacqua

Comunità Progetto Sud, che quest’anno compie 50anni di attività sociale, ha tra i suoi temi portanti anche la cura dell’ambiente. Il suo primo ricordo e incontro con la Comunità è legato a questo o ad altro? E qual è stato? E come continua questo intreccio su temi valoriali condivisi?
Il mio primo ricordo della Comunità Progetto Sud è legato alle lotte per i diritti delle persone diversamente abili, all’ “utopia” (così appariva allora) del mettere tutto in comune, dell’aiutarsi vicendevolmente, dell’emanciparsi con la dignità del lavoro. Ricordo che ero affascinato dalla libertà di pensiero che avvertivo nelle riunioni e nelle iniziative pubbliche che si svolgevano nella sede del primo nucleo della comunità, la volontà delle persone di capire, di conoscere prima di esprimere giudizi, la stella polare dei beni comuni e dello stare sempre dalla parte degli ultimi. All’epoca – parlo della fine degli anni ‘70 – ero un giovane universitario impegnato in politica, appassionato di musica e di giornalismo. Avevo ottenuto dal mio professore di filosofia del diritto, Luigi Lombardi Vallauri, il permesso di scrivere una tesi su un filosofo post-hegeliano, contemporaneo di Marx ed Engels, il cui pseudonimo letterario era Max Stirner, e dopo aver scritto a penna la tesi, mi rivolsi proprio alla comunità per dattiloscriverla. Cosa che feci con Franco Leone, col quale passavo ore a dettare e lui a scrivere lentamente. Ci interrompevamo spesso e chiacchieravamo a lungo. Ne nacque una bella amicizia che si interruppe solo con la sua morte.

A quell’epoca, pur non riconoscendomi completamente in una religione positiva, avevo già un senso religioso della vita, che, come dice William James, è il credere che esiste un ordine sovrannaturale e che il compito di ciascuno sia quello di armonizzare quanto più è possibile le nostre vite con quell’ordine. Ricordo che stavo delle ore nelle chiese di Firenze, dove studiavo, quando non c’era messa, e, a mio modo, meditavo, pregavo, cercavo di sentirmi in sintonia con ciò che per me era “il grande mistero”. Ma ero alla ricerca anche di qualcuno che traducesse quel mio bisogno di spiritualità in un impegno concreto, come avevo visto fare nel film di Franco Zeffirelli a San Francesco, film dinanzi al quale piangevo a lungo per la commozione. Ritrovai questa dimensione di un cristianesimo che vive nella storia proprio nella comunità.

Solo molti anni più tardi, leggendo e studiando, mi accorsi che vi era stato anche in Calabria un uomo che, proprio per aver teorizzato la conversione evangelica da applicare concretamente sulla Terra e nella storia e non in un oltre-mondo disincarnato, era stato tacciato di eresia. Quell’uomo era Gioacchino da Fiore. E scoprii anche che il suo pensiero aveva in qualche modo influenzato proprio il movimento francescano più rigoroso, quello che venne man mano esautorato della sua forza rivoluzionaria. E scoprii anche che il pensiero di Gioacchino da Fiore pare abbia influenzato don Zeno Saltini nella fondazione, nel 1931 della comunità di Nomadelfia vicino Grosseto.

Foto in evidenza:  dal profilo facebook di Francesco Bevilacqua

Dov’è la felicità? Nella cura della terra che fa da scudo all’indifferenza

di Maria Pia Tucci

Partendo da uno dei temi fondativi per mission di Comunità Progetto Sud, nel 2008 è nata l’idea di costituire la cooperativa sociale Le agricole, con la visione che l’agricoltura potesse essere non solo luogo di lavoro e di produzione di beni materiali, ma anche spazio di cura, attenzione all’ambiente e per l’accoglienza di soggetti fragili.
Un luogo privilegiato per offrire opportunità lavorative, ma anche di socializzazione e di relazione con la natura. Tutto questo unito a un senso di giustizia sociale, che si lega alla terra e alla sostenibilità ambientale.
Fondatrice e presidente de Le Agricole è Anna Maria Bavaro, che è anche tra le socie dell’Associazione Comunità Progetto Sud.

Come si è avvicinata al tema dell’ambiente?
Lavoro da circa 40 anni con persone con fragilità. Ma i fragili non sono “la fragilità”: hanno dentro risorse inimmaginabili. Stando a contatto con loro ho capito quanto sia importante non considerarli scarti della società, ma una ricchezza. Questo tema della giustizia sociale e della tutela dell’ambiente è profondamente interconnesso. Non possiamo pensare all’uno senza l’altro. Sono sempre stati elementi centrali e inscindibili della nostra missione. Parlare di tutela dell’ambiente significa anche considerare le conseguenze che i disastri ecologici hanno sui soggetti più fragili, a livello locale, nazionale e mondiale.

In che modo questi valori hanno trovato applicazione nella Comunità Progetto Sud e nella cooperativa Le Agricole?
Siamo partiti dall’idea di contrastare il modello dominante di produzione lineare e capitalistica. Ci siamo chiesti: perché non fare qualcosa di concreto? Così abbiamo scelto coltivazioni biologiche e la cura di terreni abbandonati, molto diffusi nella nostra regione. L’obiettivo era coniugare il lavoro con la socializzazione, la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale, dando anche risposta ai bisogni di donne in situazioni di vulnerabilità. Grazie a un’intesa con la Chiesa, abbiamo fittato un loro terreno in disuso per offrire a donne e persone fragili la possibilità di ritrovare un senso nella propria vita attraverso il lavoro e il contatto con la terra.

Come si è sviluppata la cooperativa e cosa producete oggi?
Abbiamo iniziato coltivando ortaggi e frutta, cercando di rispondere ai bisogni della comunità. Abbiamo anche collaborato con gruppi di acquisto solidale (GAS) e coinvolto le famiglie, permettendo loro di conoscere e vivere direttamente l’orto. Abbiamo voluto creare un “orto vivo”, dove le famiglie potessero venire anche a raccogliere direttamente i prodotti. Questo per trasmettere una nuova idea di agricoltura, di produzione e di economia circolare. Per esempio, dal raccolto che loro facevano noi trattenevamo gli scarti, che non venivano buttati, ma riutilizzati come compost naturale. Anche attraverso queste azioni semplici abbiamo cercato di comunicare un messaggio importante.

Quindi un progetto anche educativo?
Assolutamente sì.

Si parla sempre più di tutela dell’ambiente “fatta con le persone”. Da ieri in avanti, cosa ci aspetta a livello di programmazione, considerando anche l’accelerazione dei cambiamenti climatici?
Ci aspetta un impegno ancora più consapevole. Dobbiamo contribuire a mantenere la terra viva, proprio mentre assistiamo a un’accelerazione dei cambiamenti climatici. Il tema della tutela dell’ambiente e quello della giustizia sociale sono intrinsecamente collegati: non si può pensare alla giustizia sociale senza la tutela dell’ambiente.

In che modo l’associazione Progetto Sud sta affrontando questa sfida?
Progetto Sud ha sempre tenuto insieme queste due dimensioni nella sua missione. Oggi, nel presente ma anche guardando al futuro, l’attenzione non può essere solo individuale: non è solo l’associazione in sé a doversene occupare, ma tutto il mondo che la compone. Stiamo elaborando un piano per la tutela ambientale che coinvolga le diverse realtà, le strutture fisiche e tutti i soggetti che appartengono all’associazione. Sappiamo di avere un impatto e quindi vogliamo assumercene la responsabilità. Come dicevo all’inizio è proprio l’idea di “scarto” che mi ha fatto riflettere. Oggi non solo le persone, ma anche la terra viene trattata come uno scarto. È stata dissacrata, massacrata.

La terra è fragile come le persone fragili: è un binomio naturale. Non si salva nessuno continuando a distruggere, dentro una logica di consumo continuo.

Il messaggio più profondo è che nel proteggere la terra proteggiamo noi stessi, comprese le persone più fragili. Sono loro che ci insegnano cosa significa essere fragili, ma anche come dare senso alla vita. Una domanda che mi sono sempre posta dov’è la felicità? Credo che la terra e le persone ci insegnino la relazione, il benessere e non l’esclusione, la cura e non l’indifferenza.

foto cnca dai social

Territorio, partecipazione e sostenibilità

di Caterina Pozzi | Presidente CNCA

Qual è il legame tra giustizia sociale e tutela dell’ambiente? Oggi appare sempre più chiaro che non si tratta di due ambiti distinti, ma di un’unica sfida. Come ricordava Papa Francesco nella Laudato sì “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. La degradazione del pianeta e l’aumento delle disuguaglianze sono infatti prodotti dello stesso modello di sviluppo.

Le riflessioni e le pratiche che, come CNCA, stiamo portando avanti da diverso tempo mostrano come questo legame si concretizzi nei territori, dove comunità e ambiente si intrecciano. Il lavoro sociale non può più limitarsi a interventi assistenziali, ma è chiamato a essere trasformativo, capace di incidere sulle cause delle disuguaglianze e non solo sui loro effetti. In questa prospettiva, gli operatori sociali non sono semplicemente erogatori di servizi, ma “perturbatori di normalità”, attori di cambiamento che promuovono protagonismo, emancipazione e cittadinanza attiva.

Caterina Pozzi
Caterina Pozzi | Presidente CNCA

In questa prospettiva, la cura delle fragilità sociali si connette alla cura dei beni comuni, ambientali e relazionali, in un’ottica di responsabilità condivisa.

Zygmunt Bauman ha descritto con efficacia il nesso tra esclusione sociale e degrado ambientale, parlando di “vite di scarto”: così come il sistema produce rifiuti materiali, genera anche “rifiuti umani”, persone espulse dai processi economici. Contrastare questa logica significa ripensare profondamente i modelli economici di sviluppo, orientandoli all’inclusione e alla sostenibilità.

In questo senso, la riconversione ecologica del lavoro sociale rappresenta una sfida decisiva. Non si tratta solo di introdurre pratiche sostenibili, ma di ridefinire il modo stesso di produrre benessere: promuovere filiere locali, ridurre gli sprechi, valorizzare il riuso e l’agricoltura sostenibile, costruire economie che generino insieme valore sociale e ambientale. Come sottolinea Serge Latouche, “non c’è giustizia sociale senza giustizia ecologica”: la redistribuzione delle risorse e la tutela dell’ambiente devono procedere insieme.

Questa trasformazione implica anche una scelta profondamente politica. Non basta agire a livello individuale: è necessario incidere sulle politiche pubbliche, superando modelli economici fondati sulla competizione e sul profitto. Già Alexander Langer parlava della necessità di una “conversione ecologica” capace di ridefinire ciò che consideriamo desiderabile, orientando la società verso stili di vita più sobri, “lenti, profondi e dolci”.

Costruire comunità accoglienti significa allora tenere insieme territorio, partecipazione e sostenibilità, riconoscendo che il benessere non può prescindere dall’equilibrio con l’ambiente. La giustizia ambientale diventa così parte integrante della giustizia sociale: ascoltare “il grido della terra” significa, allo stesso tempo, ascoltare “il grido dei poveri”.

Fonte foto di copertina: social CNCA