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Giornata Mondiale del Rifugiato 2026: “Oltre i confini, dentro le storie”

A LAMEZIA TERME IL 16 GIUGNO DALLE 19:30 PIAZZETTA SAN DOMENICO AD APERTURA DI TRAME. FESTIVAL DEI LIBRI SULLE MAFIE

Ha 75 anni la convenzione di Ginevra, nata nel 1951 per garantire che chi è costretto a fuggire non venga lasciato senza protezione e sono oggi oltre 117 milioni le persone in fuga in cerca di sicurezza.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è una iniziativa internazionale delle Nazioni Unite per riconoscere la forza, il coraggio e la determinazione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa a causa di guerre, violenza, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, sollecita il dibattito e l’informazione sul diritto alla protezione internazionale di tutte le persone.

A Lamezia Terme, nella cornice della XV edizione di Trame. Festival dei libri sulle mafie il 16 giugno, a partire dalle 19: 30 sono due gli appuntamenti, curati dal Movimento Umanità in ricerca e dai SAI Ordinari e Minori Lamezia Terme, SAI Ordinari Miglierina proprio per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato 2026, in collaborazione con Trame. Festival dei libri sule mafie.

In piazzetta San Domenico alle ore 19:30 per la sezione Trame in scena lo spettacolo teatrale di Michele D’Ignazio, interpretato da Antonio Fama e Marco Zanon “Fate i tuoni”, per la regia di Marco Zordan. Curata dalla Compagnia Walden e tratta dall’omonimo romanzo dell’autore edito da Rizzoli, affronta con delicatezza e forza i temi del coraggio e del cambiamento.

Alle 20:30, sempre in piazzetta San Domenico l’appuntamento è con: “Oltre la narrazione: cronache visive di un mondo in movimento” incontro con Francesco Malavolta, giornalista e fotoreporter che attraverso i suoi scatti e la sua testimonianza diretta dai confini del mondo, offre una lettura cruda, reale e priva di retorica sui viaggi e sulla determinazione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa.

Il Movimento Umanità in ricerca è una rete sociale attiva a Lamezia Terme promossa da: Associazione Comunità Progetto Sud, Pax Christi-Punto Pace Lamezia Terme, AGESCI Zona Reventino, Fondazione Trame, InRete Cooperativa Sociale, Associazione ARCI Lamezia Terme/Vibo Valentia, Arci Servizio Civile Lamezia Terme/Vibo Valentia, Associazione Mago Merlino e Azione Cattolica Diocesi di Lamezia Terme.

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goffredo fofi nella sua stanza a via conforti, comunità progetto sud

L’amicizia e gli insegnamenti profondi di Goffredo Fofi

di Marina Galati*

Ci sono amicizie profonde, vissute con “leggerezza”, di quelle che non imbrigliano, ti accompagnano e nutrono il nostro esistere. 

Da più di trent’anni avevi intrecciato la tua amicizia con il nostro piccolo gruppo di “comunitari”. Andavi e venivi dalla nostra casa, dove anche gli angoli ti erano ormai familiari. Negli ultimi anni raccontavi a tutti che, prima o poi, ti saresti ritirato a vivere qui in Calabria. Ci ridevamo su, insieme ad alcuni amici degli Asini, perché non riuscivamo a immaginarti fermo in un solo luogo. Eppure, quando ripartivi, mi telefonavi spesso al mattino per dirmi dove eri, su cosa stavi lavorando, e che presto saresti ritornato. Io ti rassicuravo: “Noi siamo qui”. Tre giorni prima di morire, tu in ospedale, noi a cena abbiamo fatto l’ultima telefonata. Ci hai salutato tutti dicendo: “Tra qualche giorno arrivo, vi voglio bene, siete la mia famiglia.”

È una mattina d’estate, come tante. Mi preparo a sorseggiare il caffè.
Dal portone della comunità in cui vivo intravedo, da un lato, uno scorcio di mare, dall’altro la luce delicata del sole che si leva. In quell’istante, un turbine di immagini e ricordi si affaccia alla mente. Nel silenzio più profondo, avverto la tua assenza.

Eravamo soliti ritrovarci alle sei del mattino, seduti su una panchina nel cortile della comunità, con una tazza di caffè tra le mani. Le chiacchiere ci trasportavano: io ti ascoltavo, attenta, mentre raccontavi di tutto. Storie lontane, persone sconosciute, i giovani dei raduni che organizzavi, i tuoi viaggi in treno, i miei in Africa.

Eri curioso per natura e io desiderosa di intrecciare la mia vita con altre vite, altre esperienze. Non mi sono mai considerata un’intellettuale, come te, ma piuttosto un’operatrice sociale e una ricercatrice: una “persuasa” del lavoro sociale, politico ed etico, come amavi definirmi.

Nei tuoi scritti parlavi spesso dell’impegno delle “minoranze attive”: il dovere di agire accanto a chi fa più fatica, agli esclusi, per aiutarli a riappropriarsi della conoscenza, a trovare voce, a raccontarsi partendo dalle proprie storie di vita. Mi hai sempre spinto a scrivere, anche se ero restia, delle mie esperienze con la disabilità, le persone con AIDS, le donne vittime di tratta, i migranti e la comunità rom. A volte ti scagliavi contro accademici e professori universitari, spesso troppo distanti dalla vita reale, incapaci di generare cultura viva e di formare coscienze critiche.

Quest’anno, in Calabria, ti invitai a partecipare con me a una riunione con un gruppo di giovani rom. Stavamo studiando il documento sulle Strategie nazionali di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030. Quella sera nacque una discussione intensa: interventi per capire meglio, per interrogarsi su cosa fare per il Campo Rom di Scordovillo di Lamezia, il più grande del Sud Italia. Tornando a casa, mi ringraziasti, dicendo: «Questo è fare militanza culturale».

Durante i tuoi soggiorni in Calabria camminavamo a lungo sulla spiaggia, nelle ore chiare del mattino o al calare del sole. Le conversazioni oscillavano tra ricordi e progetti, tra il passato che ci segnava e il futuro che cercavamo di immaginare. Pensavamo al Sud e alle nuove generazioni impegnate nel sociale, divisi tra le contraddizioni del presente e le visioni di un futuro possibile. Sempre al centro, una domanda: Che fare? Cosa leggere, cosa proporre, come riunire persone del Sud per discutere collettivamente, per interrogarsi insieme e, soprattutto, tradurre le idee in azioni concrete. Perché, come mi dicevi: «Abbiamo il dovere di capire, di indignarci, di agire».

Il Sud è stato sempre al centro del tuo interesse. Raccontavi che la tua prima formazione era germogliata lì, a Palermo, accanto a Danilo Dolci. Anche quando la vita ti conduceva a Roma e i tuoi viaggi ti portavano in ogni parte d’Italia, riuscivi sempre a mantenere vivi i legami con le persone, le comunità e i luoghi del Sud. Continuavi a crederlo: proprio qui era ancora possibile coltivare una “resistenza attiva”, dar vita a gesti di disobbedienza civile, immaginare il cambiamento.

Goffredo Fofi, Marina Galati. Foto di Maria Pia Tucci
Goffredo Fofi, Marina Galati. Foto di Maria Pia Tucci

Ti indignavi davanti a operatori sociali e culturali che vedevi ormai “fiacchi e spenti”. Eppure, dopo ogni discorso intriso di pessimismo, sapevi sempre trovare una ragione per continuare ad agire: un’azione concreta da intraprendere, un’idea da mettere in moto, una rete di persone da coinvolgere subito. In fondo, dentro di te — critico e pessimista per vocazione — ardeva sempre una speranza: quella di resistere, di costruire dal basso forme condivise di resistenza, di dare impulso a movimenti culturali e sociali capaci di ridisegnare il senso stesso della collettività.

Ogni tua ripartenza era preceduta da appunti scritti insieme: proposte da avanzare, persone da contattare, date da fissare. L’ultima volta avevamo discusso della pedagogia degli adulti. Mi avevi promesso che saresti tornato ad agosto per completare un testo a cui tenevi molto. Ripetevi con forza: «Oggi più che mai dobbiamo occuparci della pedagogia degli adulti e dell’educazione».

Credo che questa sia la responsabilità che ci affidi: un’eredità collettiva da cogliere, custodire e rilanciare.

*Marina Galati è Direttrice e co-fondatrice di Comunità Progetto Sud

Nell’immagine in evidenza Goffredo Fofi nella sua stanza-studio in Comunità Progetto Sud
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Ricordo di Goffredo Fofi

di Marco Gatto*

Nell’ultimo viaggio assieme verso Lamezia, a maggio scorso, entrambi contenti dell’esito di un bel convegno dedicato ad Alessandro Leogrande che si era svolto all’Unical, Goffredo mi aveva parlato dei progetti a cui lavorare nei mesi successivi. Un nuovo seminario sulla questione meridionale, forse un foglio di rivista su temi urgenti e soprattutto – lo ripeteva con convinzione – una radio capace di farsi megafono militante. Mi chiedeva, come al solito, di cercare giovani capaci e collaboratori attenti. “Più materiale, meno intellettuale!”, mi ammoniva. Era particolarmente felice (ne avrebbe scritto proprio in quei giorni su “il manifesto”) di aver scoperto un’attenzione vera e sincera per l’opera di Leogrande e per le questioni che il Sud solleva oggi nelle menti delle generazioni più esposte alla tragedia dei nostri tempi.

Goffredo è stato un convinto meridionalista. Spesso lo si dimentica. La sua struttura culturale prendeva respiro dall’esperienza in Sicilia con Danilo Dolci negli anni Cinquanta e si prolungava, nel tempo, con la necessità, che sentiva particolarmente pressante, di interrogare i grandi centri meridionali, da Palermo a Napoli, e soprattutto i margini, nei quali provava a riconoscere e a sollecitare germogli di resistenza al torpore normalizzato. Il suo lavoro – un lavoro unico, che lo rende irriducibilmente novecentesco e che, nello stesso tempo, lo indentifica come maestro del domani – è stato quello di esplorare e conoscere in profondità e in presa diretta i luoghi, le persone, le situazioni sociali, i momenti di conflitto, valorizzando le esperienze meno riconosciute, meno legittimate dal discorso istituzionale. In esse vedeva la realtà delle cose, una trasformazione possibile.

Tra i tanti insegnamenti, molti dei quali gli provenivano dai pensatori nonviolenti e da una schietta traiettoria socialista, ne vorrei ricordare due. Il primo, vissuto come imperativo morale, è quello di non accettare, di saper dire di no, di praticare il dissenso; il secondo, che al primo è legato, prevede di essere spietati con se stessi, per resistere alle lusinghe del potere, piccolo o grande che sia. Nella lezione di Goffredo, critica e autocritica convivono, sotto il segno di un fallimento che deve sempre costituire motivo di rilancio e mai di rinvio, mai di deresponsabilizzazione. Ecco perché uno dei suoi inviti da preservare consiste nel difendersi dalla trasformazione della cultura in sterile gioco di società o, come amava dire ultimamente, in oppio del popolo. Se questa mutazione del sapere in spettacolo avviene al Sud, bisogna protestare: perché non di festival, di sagre o di premi qualunquistici, né di sedativi occasionali, buoni per i turisti o per chi resta, avremmo bisogno, bensì di politica – e, per Goffredo, politica e cultura erano sinonimi.

Chiediamoci allora che senso abbia raccoglierne l’eredità. Il suo bastone ci avrebbe indicato due o tre cose da fare (da fare subito e seriamente): mettere insieme le forze, cercare di capire assieme cosa stia succedendo qui e nel mondo, collegare i conflitti, e comprendere che i nostri privilegi coincidono spesso con le sofferenze altrui. Purché lo si faccia senza narcisismi, senza la viltà delle consorterie, senza avere la presunzione di rappresentare i “buoni”. Una rivista, una radio: la costruzione di una collettività che non accetta e che spinge gli altri a non accettare. Per dirgli grazie e per cercare ancora.

*Marco Gatto è Professore Associato  di Critica e Letteratura Comparata all’Università della Calabria

Nella foto in evidenza: Goffredo Fofi e Marco Gatto. Foto dall’archivio di Marco Gatto

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CHI PARTE, CHI ARRIVA, CHI STA. Delle migrazioni e della restanza, a Sud. Intervista a Goffredo Fofi

di Maria Pia Tucci da Àlogon 112

“Gli asini”, la rivista diretta da Goffredo Fofi, in collaborazione con la Comunità Progetto Sud, ha organizzato a Lamezia Terme, ad inizio 2019, una tre giorni di confronto sulle tematiche della partenza, dell’arrivo e della restanza, concentrandosi sulla questione delle migrazioni. Le regioni del Sud sono un crocevia, al contempo terra di partenza e terra di arrivo. È oggi impossibile comprendere il Mezzogiorno e agire in maniera sensata per il cambiamento sociale se non si prendono in considerazione la mobilità degli individui, le sue cause, le sue conseguenze.

“Chi parte, chi arriva, chi sta” i tre verbi che hanno guidato la discussione partecipata a questo primo seminario che ha aperto un ciclo di incontri che la rivista Gli asini dedica al Mezzogiorno d’Italia, alle sue trasformazioni sociali, politiche, culturali, economiche, alla sua posizione nel Mediterraneo, alle esperienze e alle possibilità di intervento sociale e politico nelle città e nelle aree rurali.

Come in una narrazione circolare ci si è confrontati con Goffredo Fofi, Marco Gatto, Vito Teti su “Meridionalismi”;  con Enrico Pugliese sul “Chi parte” e con Isaia Sales, Dario Tuorto sul “La politica al Sud oggi”.

“Chi arriva” ce lo hanno detto: Mimmo Perrotta, Alessandra Ballerini, Mamadou Dia, Martina Lo Cascio e “Chi sta”: Marina Galati, Maurizio Braucci, Savino Monterisi.

L’intervista a Goffredo Fofi, direttore de “Gli asini”, ci aiuta così a fissare l´attenzione su alcune problematiche di natura sociale partendo proprio dal tema dello “spostamento delle persone”, “tema universale e senza tempo” – come dice lo stesso Fofi – nel corso della nostra lunga e interessante conversazione.

– Parliamo di Migrazione, di spostamenti di persone…“Un tema enorme, importante. Perché, si muove su due scenari: uno internazionale, quello degli enormi spostamenti di popolazioni che ci sono stati e continueranno ad esserci in questi anni, e l´altro che riguarda l’Italia e anche il Sud, in cui gli spostamenti sono destinati ad aumentare perché, per esempio, con la desertificazione ampiamente annunciata dagli ecologisti di una parte del Nord Africa, i migranti che sbarcheranno in Italia saranno molti di più.

– Non si fermeranno? No, non si fermeranno perché saranno cacciati dalla fame. In genere quelli che migrano vengono perché fuggono dalla guerra o non hanno di che vivere o, semplicemente, hanno la speranza di un futuro migliore.

– Ma la struttura restrittiva dei Decreti del Governo Gialloverde, in materia di migrazione, non pensa che in qualche modo mitigheranno gli arrivi? Io sono molto pessimista, ho letto molta fantascienza e anche molti libri di storia del passato e anche del passato meridionale, e penso che le prossime ondate di migrazione saranno meno pacifiche di quelle che ci sono state fino ad ora. Che non verranno più a baciarci le mani e a chiederci l’elemosina ma verranno rivendicando, quindi probabilmente anche in modi molto più aggressivi di quelli fin ora. Questo porterà nuove forme di barbarie perché certamente la risposta dei nostri governanti sarà non di accoglienza e pacificazione ma sarà di chiusura e di altrettanta aggressività.

Questo è uno scenario, un’ipotesi tra quelle più attendibili, plausibili e in ogni caso anche se così non fosse è chiaro che siamo dentro una mutazione enorme degli ultimi decenni che è quella della finanziarizzazione dell’economia e della forza immensa che ha conquistato la comunicazione soprattutto tramite internet, diventando strumento del potere per condizionare e per renderci consenzienti e addormentati nella sostanza. Poi c’è, ovviamente, l’aspetto antico, ma anche nuovo, che si verifica per la globalizzazione, in modi molto più evidenti, più forti e più generalizzati dovunque: quella degli spostamenti di popolazioni. Il mondo si sta ricomponendo con risposte di vario tipo e con un’assenza di fatto di una politica complessiva.

– E per quanto riguarda l’Italia? Per quello che riguarda l’Italia noi puntiamo da un lato il discorso sull’attenzione al Sud, perché il Sud torna ad essere un luogo di cambiamenti più evidenti più rapidi e anche più forti che non altrove e proprio perché il Sud torna ad essere più discriminato nella politica nazionale rispetto alle zone del paese tradizionalmente più ricche ed oggi infinitamente più egoiste, più chiuse.

L’Italia è stata una Nazione, a mio parere, per poco tempo. È nata con il Risorgimento appena 150 anni fa è cresciuta male. Il Fascismo ha cercato di unificarla con la violenza, il dopo guerra per fortuna ha cercato di creare una situazione di democrazia con uno stemma di valori basato sui diritti e i doveri dei singoli e che procurasse via via anche un accostamento maggiore tra Nord e Sud, insomma tra zone ricche e povere del paese.

Tenendo conto di un fatto: -che la gente dimentica sempre- c’era una legge per le zone depresse del Paese, a cui lo Stato avrebbe dovuto dare aiuto fino ai primi anni 60, zone del Paese che non erano solo il Sud, ma grandi parti della Pianura Padana e valle del Po, ed erano, per esempio, tutto il Veneto.

– E cosa è mancato al Sud rispetto ad un Veneto che comunque oggi è sicuramente una zona con i problemi di ecologia e di altro, ma che ricca lo è? L’Italia è un paese lungo e ha una parte più agganciata all’Europa e l’altra nel cuore del Mediterraneo, insomma sono due realtà che, come dire, hanno sempre faticato a stare insieme. Ci sono stati periodi che il Nord, il Centro e il Sud avevano comunque un dialogo e c’erano forme di civiltà che si intrecciavano di più.

In tempi più recenti invece, l’Europa è l’Europa del Mediterraneo e noi siamo a cavallo tra queste due realtà, dove i traffici e le industrie hanno trovato un grande sviluppo nel Nord grazie alle circostanze storiche ed economiche, ma anche grazie all’emigrazione che è servita a fare il miracolo economico. Avvenuto perché le industrie del Nord avevano a disposizione una mano d’opera a prezzi molto bassi e, come in altre situazioni storiche, si è verificato che quella mano d’opera era perlopiù meridionale o contadina, perché c’erano anche i veneti a Torino. L’immigrazione veneta è stata molto forte, insieme ai toscani e poi, in massa, è arrivato il Sud. C’è stato anche un periodo di accostamento, mi ricordo gli slogan del ´68: “Nord e Sud uniti nella lotta”.

– Invece oggi sembra essere il contrario. C’è una rivendicazione territoriale… C’è stata una rivendicazione che, come dire è il rifiuto della globalizzazione da parte, per esempio, di ungheresi, polacchi e degli stessi tedeschi. Questo non è un fenomeno isolato, ma un fenomeno di paura che questa unità possa in qualche modo avvantaggiare i più ricchi e svantaggiare gli altri.

– Ma, secondo lei, quanto è vero questo? C’è una situazione di mescolamento generale in cui il Sud viene penalizzato ancora una volta, perché i Governi sono in mano ai più aggressivi, ai più abili politicamente, tenendo conto che fenomeni come la Lega non sono circoscritti, ma sono internazionali e che le classi dirigenti meridionali, piuttosto mediocri e succubi rispetto alle altre, non hanno una chiarezza, non hanno una proposta e non hanno capacità di convinzione popolare.

Questo si trasforma in difesa di ciò che è proprio per la paura di perderlo, perché ci sono altri più affamati che vengono “a toglierci quel poco”, e poi perché i ricchi sono avari, molto più avari dei poveri, molto meno generosi e aperti.

– E per entrare ancora di più in merito alla questione Nord-Sud?  C’è a livello Nazionale un nuovo sganciamento Nord e Sud molto preoccupante, perché la classe dirigente che ha in mano la situazione è più spavalda, più moderna di quella del Sud da cui però i collegamenti con la ‘ndrangheta sono indubbi. Dove poi le Banche che riciclano i soldi di tutti, della ‘ndrangheta, della camorra e della mafia però poi sono venete ma in funzione del potere locale, generando una classe dirigente di merda sia a livello nazionale che locale. È anche questo il problema. Dopo il suicidio della Sinistra dopo il Veltronismo e il Renzismo dopo Berlusconi e Di Pietro e con Grillo e Salvini con la Lega e con Bossi ecc. insomma…

Abbiamo avuto un periodo luminoso che va dal `43, dalla Resistenza fino agli anni 70, una classe dirigente molto migliore, quella che ha fatto la Costituzione, la Repubblica, la Democrazia, il voto alle donne e scuola obbligatoria fino a 13 o 14 anni e in più una scuola unica per i figli dei poveri e quella dei ricchi: la scuola pubblica. Insomma, una classe dirigente che ha fatto grandi riforme fino a quella della sanità, allo statuto dei lavoratori, riforma abbandonata perché la storia ha preso altre direzioni e l’economia ha spazzato via quel tipo di organizzazione dei lavoratori che c’era. Ma questo non è un discorso meridionale, stando nel Sud ti accorgi dei difetti della classe dirigente del Sud ma stando nel Nord ti accorgi dei difetti, e a volte delle infamie, della classe dirigente del Nord. Siamo veramente un Paese dove lo sforzo unitario si è un po’ allentato dopo gli anni 80 e forse dopo i ´70 si è di nuovo talmente allentato da rendere, come dire, anche fantascientificamente non del tutto improbabile l’ipotesi di crisi dell’idea di Nazione.

Il problema del Sud è quello della formazione di una classe dirigente che sia all’altezza dei compiti storici che abbiamo di fronte. La formazione di una classe dirigente Nazionale e locale è ancora un compito enorme.

– Come si può sopperire a questa mancanza, non avendo più, come Lei dice, lo strumento della formazione politica? In molti modi. Per esempio, sul piano sociale, con questa ipocrisia collettiva (del sociale appunto) sopperiamo alle mancanze dello Stato con i giovani che entrano nelle Associazioni che si occupano del sociale. Non c’è il lavoro nelle forme tradizionali, sono scomparse le industrie, perfino l’agricoltura è totalmente cambiata, l’artigianato è quasi inesistente… e la gente dove trova lavoro? Trova lavoro nel sociale e nel culturale. Sono campi estremamente ambigui, dove la motivazione ideale positiva è il bene degli altri, ma ha alla base una motivazione economica, in cui si cerca la soluzione al problema di trovare un posto di lavoro.

In tutto questo secondo me il nemico principale è forse la cultura, nel senso che cultura oggi è intesa come modo per addormentare e non come modo per svegliare. L’Università è una grande mafia organizzata, la cultura serve per mantenere dei privilegi. E oggi la comunicazione è importantissima, si governa tramite la comunicazione, si rende la gente un po’ stupida per poterla manipolare meglio. Il messaggio è: comprate, siate d’accordo con chi propone questo tipo di società, siate consenzienti con chi propone questo tipo di società e così via… Questo è uno degli inghippi di quest’epoca.

– Chi parte, chi arriva, chi sta. Che valore ha questa iniziativa? Questa iniziativa che noi facciamo, piccolissima, minima, è la confluenza di più richieste, una è proprio questa: formare dei giovani più intelligenti di quanto non li formi l’Università, che si rendano più conto della gravità dei problemi, dell’urgenza di intervenire e anche di una visione, diciamo pure, morale ed etica del loro intervento.

Ma anche una visione della politica come responsabilità collettiva, che corresponsabilizzi rispetto alla Polis e non rispetto alla propria famiglia, alla propria mafia, al proprio gruppo di potere.

Questo, riguardo ai giovani, è particolarmente urgente perché loro sono in una situazione in cui da un lato vedono cambiamenti enormi sotto i loro occhi ma non hanno gli strumenti né per capirli né per intervenire. Dall’altro vedono ondate di migranti e ovviamente la reazione leghista può attrare molti di loro con la difesa contro quello che arriva da fuori e che può mettere in crisi il loro equilibrio. Allo straniero attribuisci tutti i mali del mondo. Dall’altro c’è però che sei in una situazione globalizzata in cui ti puoi muovere. E questo è il loro grande vantaggio. Anche se non riescono a dare un ordine a tutto ciò, a capire e a cogliere le coordinate, hanno la possibilità di vedere il mondo molto di più delle generazioni precedenti. E emigrano, soprattutto i giovani, o quantomeno lo fanno per primi. Ma oggi dal Sud emigrano anche adulti e poi ci sono quelli che stanno qui e che si fermano.

– Chi sono quelli che restano? …Bisogna un po’ chiederselo ma più che questo: che cosa fanno, che cosa toccherebbe a quelli che restano? Il problema è tutto un po’ da discutere.

“Il cosa tocca” mi fa pensare, cosa gli tocca nel senso: che cosa gli rimane o cosa gli tocca fare?

Oggi ci sono più povertà. Cioè: prima si individuava la povertà economica e si individuava forse una povertà culturale, oggi?

– Oggi? … Oggi il problema, secondo me, siamo noi. Non siamo quelli che vanno ad aiutare gli altri, siamo noi che dobbiamo contemporaneamente salvare noi stessi e salvare gli altri, ecco. Non si riesce a rispondere alle aspettative, forse. Oppure, nel tempo, si sono create così tante aspettative rispetto a quello che è poi in realtà?

– Qual è la contraddizione più grande? Il problema è che noi dobbiamo essere più lucidi nelle analisi delle nostre contraddizioni: noi non siamo i buoni, siamo dei buoni ambigui perché facciamo, lavoriamo per il bene altrui, ma anche per il nostro interesse, perché altrimenti non sappiamo dove infilarci se non emigrando, per l’appunto. Questa è la contraddizione del sociale. Che oggi riguarda milioni di persone. Una volta eravamo quattro gatti (ad occuparci di sociale, ndr), adesso ci sono milioni di persone organizzate in associazioni che spesso sgomitano tra di loro. Ma quella che è morta è la politica. Una volta potevamo fare cose, come dire, vincenti, perché avevamo la sponda della politica. C’era qualcuno che si interessava di sociale, oggi, anche questo è un grande vuoto: noi non abbiamo delle sponde.

– Questa tre giorni, se pur nel piccolo, come diceva all’inizio, ci può aiutare a comprendere questo scenario e anche ad agire? Perché ovviamente dopo la comprensione c’è bisogno dell’azione. Non lo so. Quello che si può fare è discutere senza le ipocrisie e gli infingimenti della cultura e del sociale, senza la chiacchera a vuoto per far bella figura, senza la chiacchera “universitaria”. C’è qualche professore universitario, ma abbiamo chiamato quelli di cui ci fidiamo e c’è, come dire, una parità. Gli utenti sono tali e quali ai professori, non c’è una grande differenza tra questi ragazzi che sono iscritti e noi che andremo a raccontargli delle cose, perché sarà una specie di tavola rotonda continua, in cui ognuno dirà la loro perché sono portatori di esperienze diverse, anche dalle nostre.

Anche come metodo c’è da operare un cambiamento: siamo tutti discenti e docenti oppure detto in altre parole: siamo tutti nella merda e come il Barone di Münchhausen si tira fuori dalla merda tirandosi su da solo dai capelli.

Nella foto in evidenza un momento di convivialità in Comunità Progetto Sud, da sx: Angela Regio, Maria Pia Tucci, Giacomo Panizza, Goffredo Fofi, Isabella Saraceni, Marina Galati, Emma Leone, Marisa Meduri.
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Il dono e la città. Don Giacomo Panizza presenta il suo ultimo libro a Catanzaro

Martedì 19 novembre 2024 | ore 18 | Sala Concerti | Palazzo del Comune  | Catanzaro

Dialogano con don Giacomo Panizza:

Nicola Fiorita, Sindaco di Catanzaro

Nunzio Belcaro, Assessore alle politiche sociali di Catanzaro

Isolina Mantelli, Centro Calabrese di solidarietà

Maria Pia Tucci, Giornalista

Sono previsti interventi dal pubblico e firma copia a margine della presentazione

Le associazioni di volontari non sono destinate a mettere cerotti improvvisati a pubbliche amministrazioni incuranti del welfare e dei diritti di chi ha più bisogno. I corpi intermedi della società non si aggregano per arginare le distrazioni o le malefatte della politica e del mercato. E costituiscono luoghi privilegiati non quando distribuiscono doni consolatori, ma se accompagnano le persone a mettere in moto la solidarietà, la condivisione e l’accoglienza, e quando generano e rigenerano fiducia negli abitanti di un territorio. Dal libro il dono e la città. Sul futuro del volontariato

Il libro, edito da Bibliotheka, uscito lo scorso aprile, è un’occasione per tracciare la storia della nascita del volontariato in Italia, le persone e i protagonisti una svolta sociale che hanno segnato e segnano, ancora oggi in molti territori, “un cerotto” alla mancanza di un welfare pubblico che sia capace di leggere bisogni e attuare azioni politico-sociali.

L’appuntamento di Catanzaro, il prossimo 19 novembre, mette intorno al tavolo il Sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita e l’Assessore alle Politche sociali, Nunzio Belcaro, Isolina Mantelli, Presidente del Centro Calabrese di solidarietà e Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud Ente presieduto da don Giacomo Panizza, che  dialogherà con tutti loro e con l’assemblea degli intervenuti che potranno intervenire con domande.

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“Che Impresa La Scuola!”: una visione innovativa che coinvolge i giovani nella comunità

di Maria Pia Tucci

Un nuovo percorso di comunità territoriale allargata ha preso il via nelle scorse settimane.

“Che impresa la scuola!”, (progetto a valere sulle risorse del PNRR – Missione 5) ha già coinvolto nella formazione i primi esperti e i giovani, ed è stata lanciata una campagna di offerta lavoro per esperti che guideranno alcune delle attività.
Un progetto della durata di diciotto mesi che riflette l’impegno a lungo termine per il successo e lo sviluppo sostenibile delle comunità e che vuole essere una risposta innovativa alle sfide educative e sociali, offrendo un approccio inclusivo e partecipativo.

L’obiettivo ambizioso è quello di promuovere il senso di appartenenza e la riscoperta del territorio tra gli adolescenti dei comuni di Decollatura e Soveria Mannelli.

Attraverso attività di animazione sociale e culturale, integrate con l’uso delle nuove tecnologie, si mira a coinvolgere attivamente i giovani, specialmente coloro a rischio di povertà educativa e dispersione scolastica.

Incontri settimanali, passeggiate storiche e rassegne cinematografiche aperte a tutta la cittadinanza, caratterizzano le attività progettuali, che verranno presentate nel seminario “Comunità educanti e giovani: un ponte tra generazioni”, del prossimo martedì 5 marzo, dalle ore 10:30 che si terrà nella sala dell’ IIS “L. Costanzo” di Decollatura.

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Nell’ occasione porteranno i saluti: Maria Francesca Amendola, dirigente IIS “L. Costanzo” Decollatura; Raffaella Perri, sindaco Decollatura e Michele Chiodo, sindaco Soveria Mannelli

Seguiranno gli interventi di Giacomo Panizza, Presidente Associazione Comunità Progetto Sud Onlus di Lamezia Terme e di Lorena Leone, referente per l’Associazione Comunità Progetto Sud Onlus di Lamezia Terme del Progetto “Che Impresa la Scuola!, Antonio Cavallaro, responsabile comunicazione esterna Rubbettino Editore e due studenti dell’ISS “L. Costanzo” di Decollatura. I lavori saranno moderati da Giorgio Marcello, Docente Università della Calabria, a lui sono affidate anche le conclusioni del seminario.

IL PROGETTO

Sono tre gli asset di sviluppo di Che impresa la scuola! e hanno come desinenza il futuro e come matrice: la conoscenza, il lavoro, il territorio, con l’obiettivo chiave di contrastare l’abbandono e la dispersione scolastica e promuovere il senso di appartenenza al proprio territorio, partendo da talenti e aspirazioni dei giovani.

Il partenariato, guidato dall’ Associazione Comunità Progetto Sud fa rete con l’Istituto di Istruzione Superiore “L. Costanzo” di Decollatura, la Cooperativa Sociale “Le Agricole” di Lamezia Terme e i Comuni di Decollatura e di Soveria Mannelli e vede la collaborazione delle  l’Associazioni Lyra, di Decollatura e DEDÀ di Soveria Mannelli. Le due cittadine del Reventino sono coinvolte a trecentosessanta gradi con il loro tessuto imprenditoriale, sociale e culturale.

carlo macrì_Don Rigobert Elangui_Mons Francesco Oliva_Don Giacomo Panizza

“Se risolvi i diritti puoi anche diventare capace di assolvere doveri”.

A LOCRI (RC) LA RELAZIONE “CARITÀ È CULTURA” DI DON GIACOMO PANIZZA APRE I LAVORI DELLA DUE GIORNI CARITAS

È il Global Chorus, diretto da Carlo Frascà, che apre il convegno delle Caritas Diocesane di Locri.

Con le note dell’Inno d’Italia declinato in molteplici stili ed eseguito rispecchiando le parole del suo direttore nel gesto del “camminare insieme”, così come nel linguaggio della musica.

Global Chorus

Mons. Oliva saluta gli intervenuti e apre i lavori, indicando come strada privilegiata, per la Chiesa intera e le Caritas, il mettere al centro la carità, affidandosi alla formazione dei gruppi, dei giovani, degli uomini e delle donne.

“I bisogni non hanno colore, non c’è nessuno prima di qualcun altro” – afferma il Vescovo Oliva -. “Sul piano culturale è importante veicolare il messaggio che al centro di tutto ci sono le persone, con i loro bisogni non solo materiali ma anche morali”. E conclude invitando i presenti a “Sensibilizzare le sacche di indifferenza, questo l’impegno per le Caritas diocesane e parrocchiali”.

Carlo Macrì_Don Rigobert Elangui_Mons Francesco Oliva_Don Giacomo Panizza

La relazione di Don Giacomo Panizza si snoda tra impegno morale e reale. Nello sguardo sul territorio per saperlo leggere e per poter intervenire efficacemente.

La carità è cultura perché dice parole umane, di dignità.

Non si può fare una “carità pelosa”, sdegnosa.

La carità porta pensieri alti – dice – La carità deve saper parlare, perché a volte non bastano i gesti. Il gesto deve trasmettere un messaggio sociale.

Fare la carità è cultura, come fregarsene degli altri è anche cultura.

Lasciare annegare o togliere dalle acque è cultura.

E poi c’è molto di più. Pensare al bene comune è diverso che pensare solo a me e ai “miei” e non agli altri.

Fare una politica contrassegnata dalla carità è mettersi in gioco per promuovere cose per se stessi e anche per gli altri.

La carità che ha lasciato Gesù è quella di amarsi a vicenda, e ci ha anche detto: “Amate i vostri nemici”.

La carità non esiste nelle parole, queste servono, ma in definitiva la carità esiste solo quando la si fa.

La carità costruisce pace e corresponsabilità, e si sottomette a nessuna cultura dominante.

Poi ci sono le domande: Che spinte culturali offriamo a parole e in opere, per essere onesti, per essere famiglia, per essere società?

È carità fermare i mafiosi – continua Don Giacomo – e superare la rassegnazione.

Quali segnali positivi cogliamo dal nostro territorio?

Mescolarsi, Convivere, Insegnare e imparare ad avere doveri e non solo diritti significa diventare cristiani e cittadini maturi.

Welfare è oggi il nome della carità politica, il mettere a sistema le risposte ai bisogni e ai diritti umani, è quel modo in cui ci si mette insieme per aiutare tutti quanti, anche chi non vedi.

Triangolare l’aiuto senza sapere a chi va. È carità indiretta, è promossa da un “noi” rivolta a “ciascuno”, da nord a sud Italia.

Avere cura che i servizi funzionino e siano per tutti, sufficienti dappertutto. Infatti “Se risolvi i diritti puoi anche diventare capace di assolvere doveri”, ci insegna la dottrina della Chiesa Cattolica e, questo è scritto anche negli articoli 2, 3, e 4 della Costituzione Italiana.

La Carità / Cultura è Umanesimo integrale: concreto e trascendente per i cristiani: essa ha in sé il primato della persona, la tensione tra fede e ragione, tra individuo e società, e si mette al servizio sia della Chiesa che dell’umanità, di chi crede e di chi non crede.

La carità è cultura quando mostriamo ai giovani che ci è stato possibile comporre la carità con la cultura e la realizzazione umana e Religiosa. Non possiamo tacere la speranza ai giovani! Carità è dare parola ai giovani, ai loro sogni di oggi per il loro domani.

Ci dice Papa Francesco che bisogna “Fare le opere di misericordia con misericordia”, con tenerezza.

Dobbiamo meglio imparare a vedere il bisogno dell’altro non solo nell’immediato, ma sapere se l’altro avrà bisogno di me e anche di “noi” e delle nostre Istituzioni anche domani. Diventa necessario sapere se la mia carità ha dato strumenti per divenire persone autonome.

Il messaggio delle opere di Misericordia torna prepotente nella relazione del Presidente della a Comunità Progetto Sud, con la sua conclusione evangelica: “Sono i poveri che salvano. Sono gli affamati che salvano i sazi. Sono gli stranieri che salvano chi li accoglie.

Quelli liberati dal laccio del potere, salvano.

“Misericordia” significa avere un cuore grande verso i piccoli, coloro che hanno bisogno, per i miseri cioè per coloro che non ce la fanno da soli a badare a sé stessi e alle incombenze quotidiane della loro vita. È decidersi di donare anche se sai che non avrai niente in contraccambio.

da sx: Valentina Femia, Federica Roccisano, Carlo Macrì, Maria Antonietta Pelle, Francesco Mollace, Giacomo Panizza

La tavola rotonda ha messo insieme gli attori del territorio: Francesco Mollace, Responsabile del Forum del terzo settore della Locride; la prof.ssa Maria Antonietta Pelle, consigliera della Caritas di Locri; Valentina Femia delegata del Comitato riviera dei Gelsomini e della Croce rossa; Federica Roccisano, presidente della cooperativa sociale Hermes 4.0.

Il dibattito di questa seconda parte del convegno poggiava sulla domanda: è possibile fare rete nella Locride? La sintesi corale è andata nella direzione di impattare il territorio, i giovani, coinvolgere il terzo settore con azioni precise e potenziare i talenti della carità dei gruppi nei quali si opera. Fare rete con il volontariato e con le varie istituzioni locali, è la strada da continuare a percorrere schivi da individualismi e proiettati in una visione sociale solidale e inclusiva.

 

Chi parte chi arriva chi sta

Iscrizioni. 18-20 gennaio 2019. Chi parte chi arriva chi sta

Chi parte chi arriva chi sta

Seminario a Lamezia Terme, 18-20 gennaio 2019

Organizzato da:
Rivista Gli Asini
Comunità Progetto Sud

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