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TERESA MASCIOPINTO:LA FINANZA ETICA PER «TRASFORMARE IL SISTEMA A PARTIRE DA CIÒ CHE LA FINANZA DECIDE OGNI GIORNO DI SOSTENERE»

di Maria Pia Tucci

In un tempo in cui il denaro sembra spesso muoversi lontano dalle conseguenze sociali delle scelte economiche, parlare di finanza etica significa interrogarsi sul senso stesso della finanza: a chi serve, cosa sostiene, quale idea di società contribuisce a costruire. Ne parliamo con Teresa Masciopinto, presidente di Fondazione Finanza Etica da marzo 2023 e vicepresidente di Fundación Finanzas Éticas, una voce autorevole nel campo dell’economia sociale, del welfare, delle politiche di genere e dei processi di inclusione economica e sociale. Socia fondatrice di Banca Etica, già responsabile delle Relazioni Associative, Masciopinto ha intrecciato nel suo percorso competenze giuridiche, impegno istituzionale e attenzione ai territori, portando nella riflessione sulla finanza uno sguardo che parte dalle persone, dalle comunità e dai diritti.

Parlare oggi di finanza etica significa, prima di tutto, tornare alla domanda più semplice: a cosa serve la finanza? E, ancora prima: a chi serve?

«Non è una questione soltanto tecnica. È una domanda profondamente politica, perché riguarda il modo in cui una società decide di utilizzare una delle proprie risorse più potenti: il denaro».

Per chi abbiamo bisogno di una finanza etica? Per cosa?

«Abbiamo bisogno di una finanza etica per chi rischia di essere escluso dai criteri con cui normalmente viene valutato il merito economico: per le organizzazioni dell’economia sociale, per le piccole imprese, per i territori, per chi produce innovazione sociale e ambientale. Abbiamo bisogno di una finanza capace di riconoscere che il valore di un’attività economica non si esaurisce nel rendimento finanziario che produce.

E ne abbiamo bisogno per finanziare un’economia diversa: quella che crea lavoro senza consumare futuro, che rafforza le comunità, che accompagna la transizione ecologica, che riduce le disuguaglianze e considera il denaro uno strumento e non il fine dell’attività economica. E quella che contribuisce alla pace.

Perché anche la pace ha una dimensione economica e finanziaria. Le risorse che scegliamo di destinare alla produzione di armi, alla guerra e alla distruzione non sono risorse neutrali: sono risorse sottratte ad altri possibili usi. Allo stesso modo, finanziare la cooperazione, il lavoro, la cura dei territori, l’accesso ai servizi, la giustizia sociale e la transizione ecologica significa contribuire a costruire le condizioni materiali di società più pacifiche e coese. La scelta di dove mettere il denaro è anche una scelta sul modello di società che intendiamo sostenere».

La seconda domanda è allora inevitabile: come si arriva alla finanza etica?

«Non basta costruire prodotti finanziari sostenibili. Non basta aggiungere qualche criterio ESG ai modelli esistenti. La finanza etica richiede innanzitutto trasparenza sulle conseguenze delle decisioni finanziarie: sapere dove finiscono i nostri risparmi, quali attività finanziamo, quali escludiamo, quali impatti produciamo.

E richiede educazione critica alla finanza.

Significa mettere le persone nella condizione di capire come funziona il sistema finanziario e quale ruolo possono avere al suo interno. Non soltanto insegnare a gestire meglio il proprio denaro, ma comprendere che cosa accade al denaro una volta depositato in banca, come vengono decisi gli impieghi, quali settori vengono finanziati e quali conseguenze economiche, sociali, ambientali e politiche possono derivare da quelle scelte.

L’educazione finanziaria, in questa prospettiva, non può limitarsi alla capacità individuale di fare scelte economicamente convenienti. Deve diventare educazione alla cittadinanza economica: capacità di fare domande, di leggere criticamente le informazioni, di riconoscere gli interessi in gioco e di esercitare consapevolmente il proprio potere di scelta.

Questo è particolarmente importante in una fase nella quale la finanza viene spesso presentata come un universo inevitabilmente tecnico, accessibile soltanto agli specialisti. Rendere la finanza comprensibile significa invece restituire alle persone una parte della loro capacità di partecipare alle decisioni che riguardano la società.

Ma la trasformazione non può essere affidata soltanto alle scelte individuali. La finanza etica ha bisogno di politiche pubbliche, regole, trasparenza e strumenti capaci di favorire il finanziamento dell’economia sociale, della transizione ecologica e di tutte quelle attività che producono valore collettivo. Ha bisogno, inoltre, di una regolazione capace di riconoscere la pluralità dei modelli bancari e di valorizzare l’esperienza degli intermediari che da anni lavorano con questi soggetti».

Ma qual è il futuro della finanza etica?

«Non credo che la sua prospettiva debba essere quella di diventare semplicemente una versione più sostenibile della finanza tradizionale. La sfida è più ambiziosa: contribuire a cambiare il modo in cui concepiamo il rapporto tra finanza ed economia.

La finanza etica avrà futuro se saprà continuare a essere concreta, rigorosa e capace di misurarsi con i numeri, senza perdere di vista le persone e i territori. Se saprà innovare senza rinunciare alla propria identità. Se saprà investire nella conoscenza e nell’educazione critica, perché una finanza diversa ha bisogno anche di cittadine e cittadini capaci di comprenderla e di sceglierla, capaci di porsi una domanda semplice ma radicale: non soltanto quanto rende un investimento, ma quale economia rende possibile, quali relazioni costruisce e quale mondo contribuisce a rafforzare.

È questa, a mio avviso, la ragione politica per cui abbiamo ancora bisogno di parlare di finanza etica. Non per costruire un’isola alternativa dentro il sistema finanziario, ma per contribuire a trasformare il sistema a partire da ciò che la finanza decide ogni giorno di sostenere. Per chi. Per cosa. E, in definitiva, per quale società».

francesca fiorentino foto di Maria Pia Tucci

DONNE, FINANZA, ETICA: SOSTANTIVI FEMMINILI 

di Maria Pia Tucci

«La finanza etica è un progetto di vita, perché coniuga il denaro alle scelte di giustizia, alle scelte di pace». Francesca Fiorentino è la responsabile amministrativa della Comunità Progetto Sud. Ha a che fare con i numeri, come dice lei, da circa 35 anni. Con un piede nelle dinamiche aziendali e un impegno personale nel mondo del volontariato sociale, inizia la professione contabile e poi si avvicina al no-profit per arrivare alla Comunità Progetto Sud nel 1999.

Nella sua esperienza professionale c’è anche Banca Etica, Comunità Progetto Sud è infatti tra i soci fondatori di dell’Istituto bancario che nasce proprio nel 1999.

E poi c’è l’impegno per il contrasto alla violenza di genere e la sua presidenza dell’Associazione Mago Merlino, capofila del partenariato che coordina il Centro Antiviolenza Demetra di Lamezia Terme.

Rispondere alla redditività morale e non solo economica è quello che tiene insieme finanza ed etica?  

«La finanza etica non finanzia le armi; la finanza etica non finanzia il gioco d’azzardo. La finanza etica sostiene l’economia buona, quell’economia che ha un occhio per l’ambiente, per il sociale, per la giustizia, per il diritto dei lavoratori. 

È una finanza che è trasparente e per noi si esprime attraverso l’esperienza di Banca Etica. Un progetto di istituto di credito che noi abbiamo voluto fermamente. Personalmente ne sono socia, ma come organizzazione, come Progetto Sud, siamo soci fondatori».

Insieme alla Comunità Progetto Sud sono molti e, diversi per finalità, gli Enti di Terzo settore che hanno scelto Banca Etica, dal Gruppo Abele alle realtà Scout alla UISP, per citarne solo alcuni. 

Ma da cosa è necessario partire per una finanza etica?

Promuoviamo sul territorio la parte culturale, affinché altre persone, altre organizzazioni si possano sensibilizzare, che non c’è pace se continuiamo a finanziare le armi.

Poi c’è l’impegno con le donne che seguiamo nel percorso di uscita dalla violenza e che con il Centro Antiviolenza Demetra mi vede impegnata, su questa, diventa una triste emergenza sociale, da più di vent’anni. Violenza che spesso continua a manifestarsi anche nella dipendenza economica e nell’esclusione delle donne dai percorsi finanziari e del lavoro. Nella mia esperienza, posso dire che la libertà economica può essere significativa per l’autodeterminazione della donna che intraprende il percorso di uscita dalla violenza. Dalla formazione finanziaria, all’istituzione di borse lavoro al reinserimento lavorativo, tutto questo ha a che fare con l’etica della finanza. 

Quest’anno la comunità Progetto Sud spegne 50 candeline. Francesca Fiorentino è oggi socia e componente del CTG dell’ETS. Cosa vuol dire aver camminato insieme ed essere crescita insieme alla Comunità Progetto Sud?

Progetto Sud per me, in questi anni, questi quasi 27 anni, sono stati la soddisfazione della realizzazione di ciò che cercavo. Era questo che volevo, era questa coniugazione. E qui l’ho trovata.

E se tornassi indietro non cambierei una virgola delle mie scelte, perché questo lavoro mi ha dato la possibilità di mettere a frutto quelle che erano le mie competenze. Non ho dovuto cambiare indirizzo, ho dovuto soltanto approfondire, studiare di più, conoscere il mondo sociale di cui non avevo conoscenza prima, e diventare sempre di più una professionista che si adeguava continuamente con il cambiamento legislativo. E attraverso la mia professione, io dico che ho contribuito molto a realizzare questo patrimonio sociale, questo bene, questo capitale sociale che oggi, insieme a tanti, abbiamo costruito.

Tutto ciò che faccio, tutti i numeri, tutte le rette che contabilizzo mi parlano di quei servizi, di quelle persone che hanno una garanzia di essere, come dire, sostenute per il proprio empowerment, la propria libertà».

Foto, riprese e montaggio di Maria Pia Tucci

«IL DENARO E GLI INVESTIMENTI FINANZIARI SONO IMPORTANTI QUANDO AIUTANO A SOSTENERE E A FAR EVOLVERE LE REALTÀ LOCALI»

A tu per tu con Marina Galati socia fondatrice e direttrice di Comunità Progetto Sud e punto di riferimento per la nascita e l‘evoluzione di Banca Etica

di Maria Pia Tucci

Affrontare il tema della finanza etica vuol dire chiarire i punti di contatto tra risparmio, investimento e temi dichiaratamente sociali. Dalla tutela dell’ambiente alla pace, alla responsabilità collettiva. Vuol dire interrogarsi per sapere da cosa nasce e verso chi si muovono i flussi di una finanza che non sostiene gli armamenti e che genera fiducia e reciprocità, trasparenza partecipativa, sviluppo dei contesti territoriali.

Marina Galati è direttrice della Comunità Progetto Sud. All’interno di Banca Etica ha assunto diversi ruoli: dal coordinamento della rete dei soci alla presidenza del Comitato etico, fino alla partecipazione CdA; è stata componente dei consigli di indirizzo sia della Fondazione Finanza Etica in Italia sia della Fondazione Finanza Etica spagnola.

Marina Galati, quando diciamo finanza etica: di cosa parliamo? 

«Credo che il tema della finanza etica nasca da due elementi importanti. Il primo riguarda i risparmiatori, che non volevano affidare i propri soldi a banche che finanziavano armi o investimenti illeciti, ma desideravano essere consapevoli della destinazione del proprio risparmio. In altre parole: dove vanno i miei soldi? Che cosa ne fa la banca? Da qui nasce il tema della trasparenza, necessario e centrale. Banca Etica dichiara fin da subito dove vengono indirizzati i soldi raccolti e in quali investimenti vengono impiegati.

Faccio alcuni esempi: le imprese sociali, la cooperazione internazionale, i temi della pace. Sono tutti ambiti fondamentali. In modo trasparente, io ti dico che i soldi che mi consegni, perché io li gestisca, non possono essere investiti ovunque e comunque, ma devono essere destinati a progetti precisi, coerenti con la missione di Banca Etica e con quella delle nostre organizzazioni sociali: i diritti umani, la salute, l’ambiente e tutti quei temi che oggi sono fondamentali e sui quali è cresciuta una maggiore consapevolezza».

Quando nasce l’idea del risparmio etico?

«Prima della nascita di Banca Etica, anche come Comunità Progetto Sud avevamo già sperimentato, attraverso cooperative di autogestione, forme di raccolta collettiva del risparmio. Questo ci ha portato ad avvicinarci ai movimenti di autogestione, al commercio equo e solidale, ai temi della pace. Il mondo che oggi noi rappresentiamo come Comunità Progetto Sud, e che in Italia era rappresentato da molte organizzazioni diverse, ha partecipato e voluto la nascita di una banca rispondente a valori etici. Va ricordato anche un aspetto importante: allora le imprese sociali non venivano finanziate dalle altre banche e, quando accadeva, si rischiava di ottenere finanziamenti a tassi quasi usurai. Sono elementi importanti, per cui questo movimento, molto legato a quello che oggi chiamiamo Terzo settore, ha partecipato fin da subito alla nascita di una nuova banca caratterizzata dalla finanza etica». 

Di che periodo parliamo?

«Parliamo di metà anni Novanta: la banca nasce nel 1999. All’inizio si pensava di poter creare una banca di credito cooperativo, ma poi, dovendo operare a livello nazionale, si è scelta la forma di banca popolare. Era quindi necessario raggiungere un capitale sociale maggiore: intorno al 1998 questo obiettivo è stato raggiunto e nel 1999, l’8 marzo, si apre il primo sportello. È una data interessante e importante, perché Banca Etica è sempre stata vicina ai temi delle donne, agli investimenti a favore dell’imprenditoria femminile, alla tutela delle donne vittime di violenza e anche alle sperimentazioni sul microcredito».

Qual è e quale è stato l’elemento fondante? 

«Ho parlato del risparmio; l’altro elemento è quello degli investimenti, cioè dove investiamo come Banca Etica. Anche sul sito della banca vengono indicati in modo trasparente quali investimenti vengono fatti e dove sono destinati. Noi non investiamo in alcune attività precise: non investiamo in armi, nello sfruttamento lavorativo o in iniziative che possano danneggiare l’ambiente. Altro elemento fondante della nostra banca, di cui mi sono presa cura per molto tempo, è legato ai processi partecipativi, cioè alla partecipazione dei soci.

Banca Etica è una banca con molti soci: non ci sono pochi azionisti, siamo tutti azionisti e soci. Per noi diventa quindi una responsabilità curarne la partecipazione attiva, affinché possano contribuire a orientare il Consiglio di amministrazione, le scelte politiche e strategiche, gli investimenti e le decisioni che di volta in volta vengono assunte. Il tema dei processi partecipativi e della partecipazione è sostenuto con forza da Banca Etica ed è considerato un tratto distintivo rispetto ad altre banche. L’obiettivo è che il beneficio sia diffuso tra più soggetti, persone e imprese». 

In che modo questa visione di banca di prossimità, capace di rendere partecipi coloro che decidono di affidarle il proprio risparmio, ha influenzato positivamente lo sviluppo del sociale, del Terzo settore e delle imprese femminili? 

«Per molto tempo Banca Etica è stata considerata la banca del sociale, quasi identificata con l’impresa sociale, l’associazionismo e tutto il mondo del Terzo settore.

Teniamo conto che tra il 1994 e il 1998 in Italia si andava strutturando il Terzo settore e, parallelamente, nasceva Banca Etica. Si tratta di percorsi molto vicini, animati spesso dalle stesse persone. È evidente, quindi, che il tema del sociale fosse fortissimo, anche perché nessuno investiva nel sociale: era considerato privo delle garanzie richieste dal sistema bancario tradizionale e difficilmente si finanziavano le nostre imprese sociali. Penso, per esempio, alla prima struttura che abbiamo acquistato, come Comunità Progetto Sud, quella che oggi è il nostro centro di riabilitazione: l’acquisto è stato possibile proprio grazie a un finanziamento della MAG e poi della stessa banca. Negli anni questi finanziamenti si sono rafforzati, così come si è rafforzato il Terzo settore, acquisendo maggiore capacità di risparmio e di investimento». 

Possiamo dire che c’è stato un filo di andata e ritorno: il Terzo settore si è rafforzato perché è nata la banca, e la banca si è rafforzata con il Terzo settore?

«Sicuramente c’è stata reciprocità: molte figure del Terzo settore erano rappresentate anche nel Consiglio di amministrazione e partecipavano attivamente allo sviluppo della banca. Dall’altra parte, attraverso gli investimenti sociali, la banca ha aiutato il Terzo settore a crescere».

Che cosa mancava nelle banche tradizionali secondo la logica della finanza etica? 

«Mancavano la visione e la fiducia. La prima questione era legata al fatto che le organizzazioni del Terzo settore non avevano garanzie patrimoniali. Le banche si basavano essenzialmente su quelle garanzie per concedere finanziamenti. Banca Etica, invece, ha investito molto nella fiducia, nella bontà dei progetti e nell’impatto che questi progetti potevano avere sui contesti, sui territori e sulla tutela delle persone vulnerabili. Ci ha creduto e ha portato avanti questa visione, senza rinunciare naturalmente agli strumenti necessari per tutelare i soci e chi investiva nella banca. Un altro elemento importante riguarda l’ambiente. Oggi nel mondo bancario se ne parla molto e tutti ci sentiamo più responsabili, ma fin dagli anni ‘90 Banca Etica aveva già inserito il tema ambientale tra i suoi punti principali, mentre il Terzo settore non aveva ancora maturato pienamente questa consapevolezza. Era molto attento ai temi sociali, forse meno a quelli ambientali. Nel tempo questa sensibilità è cresciuta e credo che anche l’enciclica Laudato si’ abbia contribuito a risvegliare attenzioni e riflessioni specifiche. 

Comunità Progetto Sud e Banca Etica si riconoscono nelle evoluzioni avvenute in questi anni? Siamo a cinquant’anni dalla nascita della Comunità Progetto Sud e circa a trent’anni per Banca Etica.

«Faccio un esempio: il rapporto tra sociale e ambiente. I valori fondanti: dai diritti umani al diritto al creato, erano presenti in entrambe le mission, quella di Comunità Progetto Sud e in quella di Banca Etica. Poi ci sono state evoluzioni importanti: l’attenzione non si è limitata a dare una risposta ai bisogni delle persone vulnerabili, ma si è allargata ai contesti, alla società e a ciò che oggi definiamo attenzione all’ambiente e al creato.

Banca Etica è stata ed è molto vicina alle vittime di usura. Anche questo è un tema importante e sta a cuore alla Comunità Progetto Sud, che è tra le fondatrici dell’associazione antiracket di Lamezia Terme.

«Su questo tema, una banca come Banca Etica, insieme alla Comunità Progetto Sud e alle organizzazioni che contrastano l’usura, può avere e ha avuto un ruolo importante. Anche il contrasto alle mafie, l’educazione alla legalità e la lotta all’usura sono alla base sia di Banca Etica, così come per la Comunità Progetto Sud. Penso, per esempio, ai beni confiscati: Banca Etica ha portato avanti linee di finanziamento, supporto e sostegno per le organizzazioni che hanno scelto di assumersi la responsabilità di dare nuova vita e sviluppo a beni sottratti alle mafie. 

Se dovessimo indicare tre parole chiave di congiunzione tra Comunità Progetto Sud, Banca Etica e territorio, potremmo parlare di fiducia, partecipazione e sviluppo territoriale.

«Mi stai chiedendo quali siano le parole chiave che stanno al centro di Banca Etica, della Comunità Progetto Sud e dello sviluppo del territorio?» 

Sì

«Una parola molto importante è relazione. Ricordo che qualche anno fa, in Banca Etica, abbiamo realizzato una ricerca sulla nuova economia: abbiamo girato l’Italia incontrando organizzazioni sociali, tra cui anche la Comunità Progetto Sud, per osservare il loro rapporto con il contesto e con il territorio. Quando in un territorio sono presenti organizzazioni sociali, esse crescono e fanno crescere altri soggetti; allo stesso tempo, anche quei territori evolvono. Per una banca come Banca Etica, e per la finanza etica in generale, sostenere e supportare progetti di organizzazioni sociali, o oggi anche di organizzazioni attente all’ambiente, significa tutelare i contesti territoriali e soprattutto farli crescere. Il denaro e gli investimenti finanziari sono importanti quando aiutano a sostenere e a far evolvere le realtà locali. Un’altra linea molto interessante portata avanti da Banca Etica riguarda il supporto alle aree interne, cioè a quei territori più svantaggiati. Non si tratta di fare linee di finanziamento generiche, ma di co-progettare insieme ai territori e, nel nostro caso, anche con i soci della banca, per comprendere quali strumenti siano più idonei e adatti a far evolvere queste realtà».

Foto, riprese e montaggio di Maria Pia Tucci
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Teresa Masciopinto: «Finanza etica a sostegno di comunità e imprese. Il lavoro, la dignità delle persone e il rispetto dell’ambiente»

Foto in evidenza di Roberto Gatto

Masciopinto è la presidente di Fondazione Finanza Etica, la fondazione culturale del Gruppo Banca Etica che studia e promuove la cultura di una economia equa e sostenibile.
Il tema della finanza tocca molti aspetti della vita dei cittadini e l’educazione finanziaria è uno degli aspetti di cui si sente sempre più spesso parlare: comprensione dei rischi finanziari, capacità di gestire, investire e risparmiare. Ma da dove parte e in che cosa si
distingue una finanza etica?

Perché e in quale momento la finanza ha bisogno di definirsi: etica?
«Se consideriamo che le origini delle banche moderne risalgono al Medioevo, con la nascita dei Monti di Pietà, possiamo definire la banca come uno strumento creato dall’ uomo per facilitare l’ accesso al credito per persone e imprese in difficoltà. Questo avviene tramite l’ utilizzo dei risparmi di coloro che si trovano in una situazione economica più favorevole. Pertanto, la banca svolge una funzione essenziale e, in ultima analisi, di natura sociale».

Dunque, cosa è successo nel tempo?
«Nel tempo, le banche si sono allontanate dal supporto all’economia reale, concentrandosi sempre più sulla finanziarizzazione. Ora puntano a fare profitto dai soldi piuttosto che sostenere persone e imprese, con l’obiettivo principale di massimizzare i guadagni degli azionisti.
Quindi sempre meno denaro dall’ attività classica che è quella dell’intermediazione creditizia, sempre più redditività per le banche da quello che deriva dal mercato borsistico, dalla speculazione finanziaria, dalla vendita di servizi che è collaterale all’attività bancaria.
La finanza etica ritiene che i risparmi debbano sostenere le comunità, le imprese, il lavoro, la dignità delle persone e il rispetto dell’ ambiente. Tuttavia, la finanziarizzazione dell’ economia spesso favorisce i settori più redditivi, come quello degli
armamenti, dell’economia di guerra e delle fonti fossili, causando danni ambientali che minacciano la nostra sopravvivenza futura».

Quindi da quando la parola etica l'abbiamo dovuta rimettere accanto al tema della finanza?
«Da quando in maniera incontrovertibile si è palesato il fatto che la finanza è sempre più a servizio di un’idea economica che crea disagio, che crea diseguaglianze, che crea sfruttamento e sempre meno a servizio delle persone e dell’ambiente».

Quanto è accessibile a tutti il termine finanza? E in che modo l’educazione finanziaria aiuta poi anche a comprendere le azioni e il dibattito politico a cui abbiamo accennato: tra i temi più attuali la sostenibilità e la corsa agli armamenti?
«La finanza agisce su una massa di denaro ciò dà il senso della sua funzione a favore della collettività. Quando noi parliamo di finanza parliamo di risorse che servono nella prospettiva temporale a finanziare un’impresa, a sostenere uno Stato, a sostenere un progetto.
La finanza è composta dalla somma di tutti i risparmi individuali. Parlare di finanza significa considerare la dimensione collettiva delle risorse, piuttosto che la gestione economica delle risorse personali. Sebbene una singola persona possa pensare che i propri risparmi siano insignificanti, è l’insieme di questi risparmi che costituisce le masse utilizzate nel sistema finanziario.
E allora quando mi chiedi è importante conoscere, certo che è importante conoscere, è importante informarsi. Le classifiche dell’OCSE sono catastrofiche, rispetto allo stato della conoscenza finanziaria degli italiani. Siamo agli ultimissimi posti della graduatoria in termini di educazione finanziaria. E chiaramente la conoscenza produce consapevolezza e quindi produce anche una situazione nella quale con più informazioni agisco una responsabilità, responsabilità che sta in capo ai risparmiatori di scegliere per esempio dove collocare il proprio denaro.

Con Fondazione Finanza Etica abbiamo un portale che si chiama Valorilab, dedicato proprio all’educazione finanziaria. In più però noi ci aggiungiamo la parolina magica che è educazione critica alla finanza. Quindi non solo conoscere quelli che sono gli strumenti, quello che è l’ ABC della finanza, ma anche capire poi che l’uso del denaro non è neutro, che nulla è neutro».

Cosa intende?
«Neutri sono gli strumenti ma non il loro utilizzo. Di fatto gli strumenti ti danno la possibilità di agire in maniera politica il tuo essere risparmiatore e risparmiatrice consapevole.
Partendo soprattutto dal fatto che chi fa finanza etica non lo fa mai da solo, che la finanza etica si basa sull’idea che per poter essere trasformativi è necessario costruire reti, è necessario per esempio nel nostro caso stabilire delle connessioni reali con le
organizzazioni della società civile che si occupano di partecipazione attiva, che si occupano di democrazia, che si occupano di diritti umani. Perché la componente denaro è una componente fondamentale per poter convogliare i valori e ideali su progetti concreti e quindi trasformativi della società».

Qualche esempio concreto?
«Come fondazione finanza etica siamo fondatori, per esempio, della rete pace e disarmo, abbiamo relazioni stabili con tutte le organizzazioni che si occupano di trasformazione ecologica, che si occupano di tutela delle politiche ambientali, perché da soli siamo
normalmente autoreferenziali e sicuramente poco abbiamo meno possibilità di incidere.
Quindi come fondazione finanza etica facciamo educazione critica alla finanza, lavoriamo con le scuole, lavoriamo con le Università, lavoriamo con gli enti locali per poter fare crescere sempre di più la consapevolezza su questi temi e anche trasparenza su queste questioni, perché l’altro aspetto è quello della trasparenza. La trasparenza ci aiuta naturalmente ad acquisire consapevolezza e quindi darci maggiori strumenti per scegliere, per decidere.

Così come siamo molto impegnati sul tema del contrasto dell’esclusione finanziaria per le donne e in generale in tutte le categorie marginalizzate che possono essere persone LGBTQI+ o sicuramente le persone con disabilità.

Nel futuro prossimo cosa c’è?
In un futuro non molto lontano ci piacerebbe ragionare, appunto, sull’esclusione finanziaria delle persone con disabilità che per tante ragioni è un fatto socialmente eclatante, anche se su questo come su altri aspetti già affrontati, ahinoi, non ci sono dati. In ragione di questo stiamo lavorando anche attraverso la costruzione di protocolli operativi con le banche per poter recuperare dati e quindi impostare un lavoro costruttivo e consapevole».

A Lamezia Terme è intervenuta a Trame.14 nel talk “Finanza zero armi”.

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IL coraggio di Contare. Storie di donne, finanza ed etica nell’Italia contemporanea

Fonte: il saggiatore.com

Il coraggio di contare (il Saggiatore, 2025)  è un’esplorazione del denaro come prodotto umano, mezzo di cambiamento, strumento etico: una raccolta di racconti ed esperienze che infrangono il luogo comune secondo cui donne e finanza apparterrebbero a due universi distanti e incomunicabili, alla scoperta di chi ogni giorno lavora per trasformare la ricchezza in qualcosa di tangibile e positivo per la comunità.

In un paese in cui ancora molte donne non hanno un proprio conto corrente e non sono finanziariamente autonome, sono dipendenti dalla famiglia di origine o dal compagno e perciò esposte a fenomeni di violenza economica, è necessaria una presa di coscienza per garantire indipendenza e felicità anche a chi ne è stato storicamente escluso.

Natascha Lusenti ci porta a conoscere studentesse, imprenditrici, lavoratrici del terzo settore, psicologhe che ogni giorno operano con il denaro in funzione della collettività: da chi lotta contro la violenza di genere a chi con il cinema è riuscito a sensibilizzare milioni di persone sul posto nel mondo che a lungo è toccato alle donne, da chi promuove il giusto compenso per superare le divisioni sociali a chi sostiene che il lavoro di cura andrebbe retribuito, dal mondo delle cooperative a quello della finanza etica. Il suo è un cammino che unisce pensatrici femministe come Judith Butler o la premio Nobel Claudia Goldin all’esperienza delle donne che ha intervistato, passando per intellettuali quali Anna Bravo, Audre Lorde, Mark Fisher e Zygmunt Bauman.

Lusenti dà vita a un dialogo tra donne del presente e del passato che hanno immaginato e trovato il «coraggio di contare», indicando un futuro migliore per ogni persona.

 Postfazione di Anna Fasano

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Inaugurata la nuova filiale di Banca Etica a Reggio Calabria in Via Aschenez 46

Contro la desertificazione bancaria, Banca Etica rafforza la sua presenza nel Sud Italia con la 22ª filiale, per dare credito a famiglie, imprese e realtà sociali impegnate nella costruzione di un’economia più giusta, inclusiva e sostenibile.

Prima, e tuttora unica, banca italiana dedita esclusivamente alla finanza etica, Banca Etica opera da oltre 25 anni in Italia e in Calabria dal 2006, prima a Lamezia Terme – all’interno di un bene confiscato al crimine organizzato affidato a Comunità Progetto Sud – e ora a Reggio Calabria con la nuova filiale. 

« All’inaugurazione, tante realtà virtuose della Calabria con cui condividiamo da anni un percorso comune: Comunità Progetto Sud, TRAME festival, GOEL – Gruppo Cooperativo, Ecolandia – prodotti biologici ed equosolidali, Lanificio Leo, Rubbettino Editore, MOCI Cosenza, Consorzio Macramè e molte altre – ha dichiarato Marina Galati, consigliera di amministrazione di Banca Etica -. Da decenni la finanza etica è al fianco di organizzazioni virtuose, formando un network di sviluppo collettivo nella Regione».

All’interno della filiale di Reggio Calabria, inaugurata il 5 maggio scorso, una delle sale è stata intitolata a Emma Leone e Tommaso Marino, due figure storiche che hanno contribuito alla nascita di Banca Etica in Calabria.

Banca cooperativa che conta 26 milioni di euro di impieghi in Calabria; quasi 2000 clienti; 600 soci tra persone e organizzazioni
«Investiamo dove c’è bisogno. Dove altri si ritirano, noi scegliamo di esserci» – ha dichiarato Nazzareno Gabrielli, Direttore Generale di Banca Etica.