Call advocacy 10 giovani

AVVISO PUBBLICO | Selezione di 10 partecipanti per il percorso di advocacy ed empowerment sulle disabilità rivolto a giovani calabresi

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1. Contesto e finalità

La Calabria vive un fenomeno di forte spopolamento giovanile e presenta profonde disuguaglianze territoriali che incidono sulle opportunità di partecipazione e autonomia delle persone con disabilità. Circa il 6% della popolazione regionale è costituito da persone con disabilità e circa il 63% di esse è escluso dal mercato del lavoro. Il sistema di welfare regionale mostra ancora un approccio frammentato, poco strutturato e raramente costruito insieme alle persone con disabilità stesse.

Nell’ambito del progetto “Resilienza e Creatività”, l’Associazione Comunità Progetto Sud promuove un percorso di advocacy ed empowerment rivolto a giovani calabresi che vivono direttamente e/o indirettamente le disabilità, con l’obiettivo di favorire un cambio di paradigma da assistenza a diritti e partecipazione attiva, rafforzando la voce diretta dei giovani con disabilità e non nei processi decisionali e nelle politiche pubbliche.

2. Oggetto dell’avviso

Con il presente avviso l’Associazione Comunità Progetto Sud intende selezionare 10 giovani calabresi che vivono direttamente e/o indirettamente le disabilità, da coinvolgere in un percorso gratuito di agency, empowerment e advocacy, con l’obiettivo di:

  • aumentare la conoscenza dei diritti delle persone con disabilità e non;
  • sviluppare competenze di auto-rappresentanza (self-advocacy) e advocacy;
  • favorire la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità;
  • stimolare la partecipazione attiva nei contesti sociali e istituzionali;
  • passare da una logica di “reattività” a una “proattività”: nulla su di noi senza di noi;
  • costruire un gruppo coeso e supportivo attraverso un percorso condiviso.

3. Destinatari e requisiti di partecipazione

Possono presentare candidatura giovani calabresi che vivono direttamente e/o indirettamente le disabilità in possesso dei seguenti requisiti:

  • Età: compresa tra i 16 e i 35 anni;
  • Residenza/domicilio: in Calabria;
  • Motivazione: reale interesse e motivazione a crescere sul tema dei diritti delle persone con disabilità e partecipare a un percorso di empowerment e advocacy sui temi della disabilità;
  • Disponibilità: disponibilità a partecipare agli incontri bimestrali previsti dal percorso, in modalità mista (in presenza e da remoto);
  • Investimento sul futuro: volontà futura di partecipazione a percorsi politici di advocacy e di interlocuzione con enti istituzionali preposti alla tenuta delle politiche per le persone con disabilità

Il percorso è pensato per essere pienamente accessibile: attraverso metodologie e strumenti operativi ad hoc, supporti tecnologici (pc, connessione internet, strumenti digitali).

4. Articolazione del percorso

Il percorso si sviluppa in incontri bimestrali, in modalità mista (in presenza e da remoto), dedicati ai temi dei diritti delle persone con disabilità, del diritto alla cura, dell’accesso ai servizi, dell’advocacy e della self-advocacy. Sono previsti anche laboratori esperienziali con simulazioni pratiche, attività di role play e incontri con esperti e testimoni di advocacy e disabilità.

I contenuti specifici di ciascun incontro potranno essere adattati in corso d’opera sulla base dei bisogni e delle proposte espresse dal gruppo di partecipanti, che saranno protagonisti attivi dell’intero percorso.

La partecipazione al percorso è interamente gratuita, verranno rimborsate le spese di viaggio per gli spostamenti verso il luogo di incontro fisico.

5. Modalità e termini di presentazione della candidatura

Le persone interessate, in possesso dei requisiti di cui al punto 3, potranno candidarsi inviando:

  • una breve scheda/domanda di candidatura con i propri dati anagrafici e di contatto;
  • una breve descrizione (anche in forma libera, scritta, audio o video) che illustri l’interesse e le motivazioni a partecipare al percorso.

Le candidature dovranno pervenire entro  il 30 settembre 2026 secondo le seguenti modalità:

La mail dovrà contenere gli allegati sopraindicati e dovrà avere come oggetto: candidatura percorso di advocacy.

6. Criteri e modalità di selezione

Le candidature pervenute saranno esaminate da un’apposita commissione, che effettuerà un’analisi approfondita di ogni candidatura, verificando:

  • il possesso dei requisiti di partecipazione (età 16-35 anni);
  • la motivazione espressa dalla persona candidata;
  • la disponibilità agli incontri

Al termine della selezione, l’Associazione contatterà direttamente i 10 partecipanti selezionati per confermare l’adesione e fornire tutte le informazioni relative all’avvio del percorso. 

7. Trattamento dei dati personali

I dati personali raccolti attraverso le candidature saranno trattati dall’Associazione Comunità Progetto Sud esclusivamente ai fini della selezione e della gestione del percorso, nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679).

8. Informazioni e contatti

Per informazioni, chiarimenti o supporto nella presentazione della candidatura è possibile rivolgersi a:

  • Associazione Comunità Progetto Sud – Progetto “Resilienza e Creatività”
  • Referente del percorso advocacy: Chiara Sacco
  • Referente per informazioni e supporto alla candidatura: Alessandro Filardo
  • Email: resilienza@comunitaprogettosud.it 
  • Telefono: 0968-341004.

 

L’avviso sarà diffuso attraverso la pagina social del progetto, il coinvolgimento di enti del Terzo Settore e organizzazioni sindacali del territorio, nonché tramite una call pubblica aperta a tutti i giovani interessati, anche non già coinvolti in servizi o organizzazioni.


Allegati

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Petali. Luglio 2026. Fare comunità o fare ghetti

di Maria Pia Tucci

«Sono a casa. Pensavano che avremmo creato una banda, invece abbiamo creato una famiglia.» L’Aula 203, in Freedom Writers è il luogo del cambiamento. Della riflessione. Nel film del 2007, Richard LaGravenese, racconta  la storia vera di Erin Gruwell. Insegnante che ribalta la lettura del sé collettivo di una classe di giovani alunni alle prese con la ghettizzazione e lo stigma di essere destinatari di una vita fuori dai circuiti sociali e dal diritto alla felicità.

Fare comunità o fare ghetti, senza punto di domanda, è la linea guida di Petali di questo mese.

Con Emanuela Pascuzzi leggiamo insieme lo sguardo di chi con  la costruzione sociale ci lavora in Accademia e nei gruppi del Terzo settore; Don Giacomo Panizza  ne parla, invece, facendo il passo breve dalla musica alla strada. E con Nicola Emanuele che racconta la sua scelta e il percorso con le presone migranti all’interno della Comunità Progetto Sud.

Insieme a Fabio Saliceti percorriamo, poi, i 10 anni del nostro Centro legale.

Buona lettura!

Petali è la newsletter curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

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La cura del legame, la trappola del ghetto

Intervista a Emanuela Pascuzzi sui modi e le pratiche dell’inclusione sociale.

di Maria Pia Tucci

«La comunità è una delle esperienze umane più antiche, ma anche più mutevoli. Il ghetto per Wacquant è “uno strumento di chiusura e controllo di una popolazione stigmatizzata”».

Emanuela Pascuzzi è sociologa e docente presso l’Università della Calabria, delegata del Rettore per il Public Engagement e la partecipazione sociale.

Ha incrociato la vita e le attività di Comunità Progetto Sud in più occasioni e collaborato in progetti di sviluppo di comunità e condotto studi con l’organizzazione, ascoltando famiglie, operatori, giovani, istituzioni, imprese, reti nazionali. In una relazione che è diventata dialogo e scambio. Con lei, che si occupa di welfare sociale e processi di inclusione, modi e pratiche di partecipazione civica, approfondiamo il tema di questo numero di Petali: cos’è e cosa vuol dire fare comunità e cosa fare ghetti?

Per iniziare è utile proprio approfondire e scandire la differenza tra i termini comunità e ghetto.

-Cos’è una comunità?

«Per gli studiosi di fine Ottocento era lo spazio delle relazioni significative, di affetto e tradizione: un intreccio di volontà e sentimenti condivisi, spesso radicato nel villaggio o nel quartiere. Negli anni ’60 e ’70 del Novecento la comunità è stata letta soprattutto come territorio: vivere nello stesso luogo, condividere attività quotidiane, costruire forme di organizzazione sociale utili alla vita collettiva. Gallino la definisce “un sistema sociale e spaziale di dimensioni ridotte”, dove la convivenza genera cultura, solidarietà e identità. Oggi, accanto alle comunità locali, esistono comunità deterritorializzate: legami che attraversano confini e appartenenze che non dipendono dal vivere nello stesso spazio. Tuttavia, mentre il mondo si allarga, il locale non scompare, anche se i suoi confini diventano permeabili. Per Bauman la comunità è anche una sensazione: sapere di non essere soli, poter contare su qualcuno, sentirsi responsabili gli uni degli altri. Dove la connessione emotiva è forte, il bisogno dell’altro diventa anche il proprio. Ma la comunità può assumere anche connotazioni negative. Questo avviene quando si chiude, difende confini rigidi, scoraggia il dissenso, protegge chi è dentro ma esclude chi è fuori. La comunità diventa un patto di cura solo quando genera legami che liberano e non che imprigionano».

-Cos’è un ghetto?

«Il ghetto è ciò che accade quando la scelta scompare. Wacquant lo definisce “uno strumento di chiusura e controllo di una popolazione stigmatizzata”. Wirth lo descrive come prodotto della segregazione imposta. Può indicare la concentrazione spaziale di gruppi esclusi o stigmatizzati: quartieri dove si accumula povertà, aree abitate quasi solo da migranti non per scelta culturale ma per vincoli economici, spazi dove si raccolgono persone con disabilità o dipendenze per mancanza di politiche inclusive».

-Ma come si costruisce una comunità e come si decostruisce un ghetto?

«Costruire comunità significa ascoltare, riconoscere bisogni e differenze e creare legami.
Una comunità nasce quando le persone si sentono riconosciute, possono esprimere la propria voce e contribuire ad uno spazio sociale comune. Decostruire un ghetto richiede invece di spezzare barriere materiali e simboliche: redistribuire opportunità, garantire diritti, cambiare lo sguardo. È un lavoro politico e culturale insieme».

-Quali sono, oggi, le nuove forme di emarginazione sociale e dove si nascondono i moderni ‘ghetti’ nelle nostre città?

«I ghetti del nostro tempo sono spesso invisibili: periferie dove la povertà diventa destino; famiglie che affrontano la disabilità in solitudine; dipendenze trattate come colpa; migranti confinati in spazi di attesa; giovani senza futuro nei territori marginali. A volte non ci sono muri ma confini sociali e istituzionali che separano, alimentando ferite che non si vedono».

In copertina: Emanuela Pascuzzi
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Fare comunità o fare ghetti

di Giacomo Panizza

Per questo numero di Petali dedicato al tema “fare comunità o fare ghetti”, abbiamo scelto di affiancare ai testi la canzone “In the Ghetto” scritta e musicata da Mac Davis e portata alla ribalta da Elvis Presley. Nel 1969 Mac Davis scrive il testo legato a un ricordo della sua infanzia, a un coetaneo afroamericano cresciuto in una parte della città molto più povera della sua, dove le strade restavano sterrate e le occasioni per cambiare in meglio scarseggiavano. Infatti, il titolo originale era “The Vicious Circle” (Il circolo vizioso), un’immagine che racconta già da sola l’idea di una storia che gira su sé stessa ripetendosi come una condanna senza vie di uscita.

Così è in ogni ghetto, come ogni sistema bloccato non consente una terza via. O ci s’impegna a fare comunità o ci si dedica a fare ghetti. Oppure, banalmente si imbocca il vivere pigro che non fa, o l’indifferenza: che lascia fare. Non esistono ghetti a metà e non durano comunità con persone che fingono fiducia e amicizia. Comunità e ghetti sono “modelli” contrapposti. L’umano, però, cerca comunità, desidera “un aiuto che gli corrisponda”. Il cuore umano si scalda solo con qualcuno e non con qualcosa. La stessa sua intelligenza originale è naturale e non colloquia con l’intelligenza artificiale.

La Comunità Progetto Sud inizia nel 1976 quando alcuni giovani calabresi in sedia a rotelle confinati in casa si ribellano alla pratica di venire rinchiusi in strutture con fama di ghetti. Alla segregazione non c’erano alternative ma quei giovani hanno reagito. Hanno manifestato il loro disarmato rifiuto e sono stati ascoltati da loro coetanei, poi altri ancora li hanno aiutati mettendosi insieme e coinvolgendone altri ancora. In compagnia, hanno sposato la giusta lotta ai ghetti e costruito Comunità.

Costruendo comunità abbiamo scovato ghetti con dentro giovani in sedia a rotelle, rinchiusi in luoghi “fatti apposta per loro”. Abbiamo incontrato le “menti migliori della nostra generazione” ridotte come larve sofferenti in cura psichiatrica; persone di ogni età raggiunte nel corpo dalla non autosufficienza; uomini e donne di nazioni o etnie dichiarate inferiori da persone loro simili a causa di paure e perbenismi, e anche donne maltrattate, lavoratori e lavoratrici comandati da caporali, piccoli ignorati dalla società e dalle istituzioni; …

Abbiamo progettato interventi socializzanti e liberanti opponendosi ogni qualvolta ai ghetti incontrati durante le nostre esperienze di vita e lavoro, come le classi speciali nelle scuole, le prigioni per chi si droga, le cinghie di contenimento in psichiatria, lo  stigma per le persone con Hiv o con Aids conclamata, gli immigrati circondati da filo spinato, i campi rom, le donne maltrattate e altri ghetti duri a morire perché conformati nell’immaginario collettivo, quali i ghetti segreganti tante persone indifese, non autosufficienti e prive di voce propria.

Certo, la lotta ai ghetti va inquadrata accanto alle possibili proposte da rendere concrete in Calabria, dove emerge palese l’aggravante etica e politica di svalutare colpevolmente l’obbligo di dotarsi dei necessari servizi e interventi territoriali di welfare. Si tratta di “peccati di omissione”, di aver intenzionalmente lasciato esagerati vuoti di servizi e di diritti necessari producendo la nascita qua e là di grandi e piccoli ghetti nei quali rinchiudere in particolare le persone con disabilità e non autosufficienti. L’alternativa, 50 anni fa era di rimanersene come prigionieri in casa propria, senza assistenza se non quella dei famigliari! Oggi, nel 2026 in aggiunta ci si trova a dover fare i conti con la cosiddetta “società liquida” in cui i ghetti sono diventati irriconoscibili.

Il ghetto è come località abitate di Serie B o peggio, prodotte o concesse da individui che si impongono o credono di essere di Serie A. Sono componenti che non vogliono fare comunità e relegano a margini materiali ed esistenziali altre componenti della stessa città. Suddividono territori e abitati in più parti in cui ridefinire i più deboli “i perdenti” oppure “non persone”. Il ghetto nega alle persone di poter diventare ognuna sé stessa. Stigmatizzate come inferiori viene vietato di aprirsi alla vita. Il Ghetto esiste dove sistemi di potere rendono infeconde le persone da sentimenti, pensieri e desideri che esse avranno difficoltà a ravvivare. Se accadesse a me, mi troverei confinato in un ghetto fino a quando il ghetto divento “io”. Poi saprei solo essere e fare ghetto. Sopravviverei nel tempo ma non vivrei la “mia” vita. Una volta, magari, potrei venire ripescato come un dato statistico.

Soltanto comunità di cura potranno cambiare le vittime disumanizzate perché rinchiuse nel ghetto, emarginate da soggetti già disumani. Ci rimane la scommessa di rigenerare comunità capaci di aprire di più le braccia in risposta a ogni ghetto che si voglia realizzare.

Fare comunità, per noi, significa proprio questo: credere che ogni vita, qualunque sia il punto di partenza, debba avere la possibilità di svoltare rompendo l’immaginario che la vorrebbe già scritta e di buttarsi insieme a scriverne diverse.

Elvis Presley la incide anche perché aveva conosciuto la povertà da vicino. Nato in una famiglia con mezzi scarsissimi e cresciuto in un alloggio popolare a Memphis, scelse questa canzone che sembra parlare direttamente anche ai nostri tempi nei quali i ghetti, purtroppo, assumono forme spaziali diventando anche campi profughi o muri e recinti disonoranti l’umano. I ghetti, addirittura, diventano anche virtuali seppur concreti e capaci di riprodursi su sé stessi su quel The vicious circle del titolo originale, che può rompersi soltanto quando e se più numerose persone decideremo unite di impegnarci per cambiare umanamente in meglio sia noi stesse che il sistema in cui siamo e stiamo. Come potrebbero tante vite pietrificate prendere voce e decidere di tracciare strade finalmente umanizzanti?

Abbiamo scelto questa canzone perché parla a ogni persona che nasce in un contesto dove le opportunità sono più rare rispetto ad altri luoghi: chi cresce in un’istituzione pensata per confinare delle persone, chi cresce in una famiglia segnata da una dipendenza, chi cresce in un campo limitato, in una periferia, in un luogo costruito apposta per restare distante dal resto della comunità, … conosce il ghetto.

Il ghetto, in questo senso, porta sempre la firma di chi guarda da fuori: è chi traccia un confine, chi assegna un luogo, chi stabilisce chi appartiene a un contesto e chi resta all’esterno, a costruire davvero il ghetto. Le persone che lo abitano portano piuttosto la forza di restare comunità anche dentro un confine che altri hanno tracciato per loro.

La canzone svolge un racconto tragico che qualsiasi ghetto conosce e ripete. Oggi però sappiamo che al ghetto ci si può anche evitare di arrivarci e anche uscirne. Il testo descrive bene la tragedia delle scuole assenti o non frequentate. Il nodo da sciogliere ha un nome, che accusa gli adulti e i sistemi governativi del mondo. Si chiama “povertà educativa”.

 

In The Ghetto

Parole e musica di Mac Davis, traduzione di Ermanno Tassi

As the snow flies

Come vola la neve
On a cold and gray Chicago mornin’

In una fredda e grigia mattina di Chicago
A poor little baby child is born

Nasce un bambino povero
In the ghetto

Nel ghetto
And his mama cries

E sua mamma piange
‘Cause if there’s one thing that she don’t need

Perché se c’è una cosa di cui non ha bisogno
It’s another hungry mouth to feed

È un’altra bocca famelica da sfamare
In the ghetto

Nel ghetto.
People, don’t you understand

Gente, non capite
The child needs a helping hand

Il bambino ha bisogno di una mano
Or he’ll grow to be an angry young man some day

Oppure diventerà un giovane arrabbiato un giorno

Take a look at you and me,

Dai un’occhiata a te e a me
Are we too blind to see?

Siamo troppo ciechi per vedere?
Do we simply turn our heads

Semplicemente giriamo la testa
And look the other way?

E guardiamo dall’altra parte?
Well, the world turns

Bene, il mondo gira
And a hungry little boy with a runny nose

E il bambino affamato con il naso che cola
Plays in the street as the cold wind blows

Suona in strada mentre il freddo vento soffia
In the ghetto

Nel ghetto.
And his hunger burns

E la sua fame brucia
So he starts to roam the streets at night

Così inizia a vagare per le strade di notte
And he learns how to steal,

E impara a rubare

And he learns how to fight

E impara a combattere
In the ghetto

Nel ghetto.
Then one night in desperation

Poi una notte nella disperazione
The young man breaks away

Il giovane si stacca
He buys a gun, steals a car,

compra una pistola, ruba un’auto
Tries to run, but he don’t get far

Cerca di correre, ma non va lontano
And his mama cries

E sua mamma piange
As a crowd gathers ’round an angry young man

Mentre una folla si raduna intorno a un giovane arrabbiato
Face down on the street with a gun in his hand

A faccia in giù per strada con una pistola in mano
In the ghetto

Nel ghetto.
And as her young man dies,

Mentre il suo giovane muore
On a cold and gray Chicago mornin’,

In una fredda mattina grigia di Chicago

Another little baby child is born

un altro piccolo bambino è nato
In the ghetto

Nel ghetto.
And his mama cries

E sua mamma piange.

nicola tutto

Restituire fiducia nel mondo. Nicola Emanuele: il lavoro della Comunità Progetto Sud con i minori non accompagnati e le famiglie

di Maria Pia Tucci

Occuparsi di accoglienza e farlo da trent’anni vuol dire avere un osservatorio privilegiato sui cambiamenti che, in maniera naturale, sono trasformativi di una città.

Nicola Emanuele da 30 anni lavora con la Comunità Progetto Sud, ha iniziato la sua esperienza come operatore per la Comunità terapeutica Fandango, dove per 18 anni si è occupato di dipendenze.

Gli anni della “Primavera Araba” diventano poi il suo spartiacque lavorativo.

«Io vengo da un’esperienza scout, quindi un’esperienza formativa molto vicina allo stare insieme e a vivere insieme la comunità.

La scelta di lavorare nel sociale parte da una mia sensibilità verso questi temi; l’incontro con la Comunità Progetto Sud arriva nel 1998.

Dopo diciotto anni di lavoro in comunità terapeutica passo all’area delle migrazioni nel 2011, negli anni della Primavera Araba, in cui era necessario costruire un intervento che avesse la capacità e l’elasticità di accogliere giovani e costruire un modello di accoglienza che poi è diventato Luna Rossa, la comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati».

Cosa è cambiato in 30 anni? 

«Occuparmi di accoglienza e nell’arco dei 30 anni vuol dire sicuramente avere una visione più chiara di quelli che sono i cambiamenti avvenuti nel tempo rispetto alla sensibilità e all’attenzione delle persone residenti che incontrano persone in arrivo da altri territori. E quindi leggere e individuare e percepire nel tempo quella che è la resistenza o anche la reazione».

Qual è stato ed è l’impatto della e con la città? 

«Lamezia Terme dal punto di vista dell’accoglienza è in alcuni contesti aperta, in tante situazioni è impermeabile. In alcuni ambienti riconosciamo una sensibilità all’accoglienza e una capacità di leggere i temi delle migrazioni.

Nel mondo del lavoro, delle aziende, molte sono disponibili ad aprirsi al mondo delle migrazioni. Nella vita quotidiana della città c’è invece una difficoltà generalizzata a superare la propria individualità per parlare di comunità. Lì incontriamo molta resistenza e fatica».

Quali sono stati, invece i cambiamenti importanti e come li avete attraversati e accompagnati? 

«Sicuramente nel target dei migranti che seguo dal 2011 ho rilevato un cambiamento. E anche il territorio di Lamezia Terme, ma anche il territorio calabrese è cambiato. In molti si sono mossi per facilitare l’accoglienza e l’inclusione.

Questa operazione è un’operazione che noi abbiamo accompagnato nel tempo, l’abbiamo costruita creando e favorendo momenti di incontro e di condivisione.

Da lì abbiamo capito che questa modalità della relazione e del vivere il luogo di accoglienza facendone parte, diventa una modalità che accompagna poi la permanenza delle persone che arrivano da altri Paesi aiutandole  a sentirsi parte di un contesto e non persone rifiutate». 

Ma cosa vuol dire creare una comunità di accoglienza o che accoglie?

«Per noi creare la comunità non significa mettere le persone all’interno di un contesto chiuso. È quella che chiamiamo accoglienza diffusa. Il nostro ruolo, come scelta dell’organizzazione e come scelta dell’Area Migrazioni, è facilitare la permanenza all’interno dei territori in relazione con esso. Non come persone chiuse in contesti controllati. 

La Comunità Progetto Sud, da questo punto di vista è parte di un lavoro più ampio sia con i minori non accompagnati, nella comunità Lunarossa, sia con gli adulti e le famiglie accolti nei progetti SAI, il Sistema di Accoglienza e Integrazione».

Che differenza c’è nel lavoro con gli uni e con gli altri? 

«Il lavoro con i minori è sicuramente un lavoro più complesso, richiede una capacità di osservazione di quelle che sono le fragilità dei minori o i rischi del vivere il contesto, ma anche le potenzialità dei ragazzi che arrivano da noi. 

Nella comunità Lunarossa si incontrano i giovani e li si aiuta innanzitutto a superare un percorso migratorio fortemente penalizzante, un percorso migratorio che fa perdere la fiducia nel mondo. Il nostro ruolo qui è aiutarli a superare questo momento, e con una grande capacità di resilienza dei ragazzi, di acquisire la potenzialità di un territorio che li sta accogliendo e insegare loro a viverlo nel rispetto delle regole, nel rispetto della civile convivenza, ma anche nella bellezza della condivisione degli spazi e nella condivisione delle relazioni e delle amicizie.

Per i minori il lavoro è strutturato su questo, poi ci sono tanti canali legati alla formazione, alla scuola e all’inserimento lavorativo. 

Per quanto riguarda invece gli adulti, noi ci interessiamo di famiglie e di uomini singoli e moduliamo gli interventi in base alle esigenze, in base a quelle che sono le problematiche che emergono. Le due équipe di accoglienza degli adulti, il SAI Due Soli a Lamezia Terme e il SAI Terre Sorelle nel Comune di Miglierina, si integrano con figure professionali come psicologi, assistenti sociali, educatori e mediatori che costruiscono processi di accompagnamento con strutture complesse come, ad esempio, famiglie con tanti figli o con bambini che presentano problematiche di varia natura».

E adesso? Cosa vi aspetta nei prossimi anni?

Abbiamo appena vinto la gara per la gestione del SAI di Lamezia Terme: quarantadue posti per adulti e famiglie nel progetto Due Soli e il progetto dedicato ai minori stranieri non accompagnati di Lunarossa. È una responsabilità che ci chiede di consolidare il modello, non semplicemente di ripeterlo.

E poi c’è RADiCa, la rete di quindici organizzazioni calabresi costituita nell’aprile del 2026 per promuovere l’accoglienza diffusa. Perché l’accoglienza non è un servizio che si eroga: è una leva di sviluppo dei territori, soprattutto di quelli che si stanno spopolando.

Accompagnare i minori o anche gli adulti a vivere un contesto accogliente vuol dire costruire legami di fiducia e di futuro, insieme».

Immagine in evidenza: Nicola Emanuele
fabio saliceti

Il Centro Legale Comunità Progetto Sud: dieci anni di diritti e tutela

Fabio Saliceti è consulente legale abilitato all’esercizio della professione forense e responsabile dell’area advocacy della Comunità Progetto Sud, nella quale ricade il Centro di ricerca e tutela legale per i diritti dei migranti e dei lavoratori. In questa intervista traccia il bilancio di un traguardo importante: i dieci anni di attività del Centro, un presidio fondamentale per la difesa dei diritti delle persone migranti in Calabria.

Com’è nato il Centro legale, nel 2016, e a quali esigenze rispondeva?

«Il Centro Legale è stata un’intuizione della Comunità Progetto Sud. È il frutto di una serie di riflessioni maturate sul campo, all’interno delle attività operative che avevamo già in essere: penso ai progetti SAI (allora SPRAR) per minori stranieri non accompagnati e per adulti a Lamezia Terme e Miglierina, oltre che ai progetti di contrasto allo sfruttamento.

Parlo di “intuizione” perché il Centro è nato per rispondere a un bisogno ben preciso: l’esigenza di occuparci in modo più specialistico della materia migratoria e della tutela legale. Volevamo creare un’esperienza che ci permettesse di approfondire queste tematiche anche oltre le ordinarie dinamiche assistenziali e burocratiche dell’accoglienza.

Soprattutto, è stata una risposta alle necessità del territorio. Ci rendevamo conto che c’era bisogno di un presidio di legalità e tutela dei diritti». 

Negli anni, spiega Saliceti, l’osservazione prima e i dati che sono venuti fuori dall’impegno del Centro legale poi, hanno fornito una visione più chiara e reale del rischio per le persone migranti di incorrere in circuiti poco leciti per l’ottenimento del permesso di soggiorno o di altre semplici pratiche che impattavano con la vita quotidiana.

Questo ha certamente fatto sì che ci fosse un’evoluzione, dettata dalle circostanze e di adattamento ai bisogni che man mano diventavano più evidenti.

Come si è evoluta, quindi, la vostra équipe in questi anni?

«L’idea che abbiamo portato avanti in questi anni è stata quella di strutturare un vero e proprio servizio, andando oltre la logica dei singoli progetti che, per loro natura, hanno sempre un inizio e una scadenza. Le persone non cessano di esistere o di avere bisogni quando scade un progetto. Il Centro legale ha garantito quella continuità di tutela che prima mancava».

Oggi il Centro lavora attraverso una équipe multidisciplinare con tre avvocati esperti in diritto e fenomeni migratori e conta sulla presenza fondamentale di due mediatrici interculturali specializzate nelle pratiche di regolarizzazione del soggiorno, e di un’operatrice socio-legale. Nel corso del tempo l’équipe e gli interventi si sono ampliati fino a toccare anche la dimensione della salute, dell’abitare e del lavoro, anche per l’insorgenza di situazioni di vulnerabilità sempre più multiformi e complicate, determinate o amplificate dalle politiche in materia migratoria.

«La multidisciplinarità ci permette di non fare una tutela legale astratta, ma di abbracciare la vita della persona nella sua globalità, affrontando le sfide quotidiane che si trova davanti».

Le persone che arrivano in Italia sono consapevoli dei propri diritti? Su cosa c’è più bisogno di lavorare?

«Il problema principale è spesso la totale mancanza di consapevolezza rispetto alla propria condizione legale e ai propri diritti. Questo è il fulcro dei nostri colloqui e dei percorsi di accompagnamento. Molte persone non sono pienamente consapevoli, ad esempio, di trovarsi in una situazione di sfruttamento, o non conoscono i dispositivi che tutelano il loro diritto alla salute. I contesti di provenienza sono radicalmente diversi dal nostro.

Uno degli aspetti centrali del nostro lavoro è proprio quello di stimolare questa consapevolezza. Per noi la persona non è mai “un foglio di carta” o un semplice permesso di soggiorno da rinnovare, ma un essere umano nella sua interezza. C’è un forte lavoro culturale da fare: dobbiamo fare da ponte tra i contesti di provenienza, le comunità ospitanti e i soggetti territoriali. È un processo che trasforma tanto la persona migrante quanto il territorio stesso».

C’è un’esperienza in particolare, tra le tante di questi anni, che ha dato ancora più motivazione, se possibile, a questo lavoro?

«È difficile sceglierne una sola, le storie quotidiane sono tantissime. Però ricordo con particolare intensità uno degli eventi da cui è nata l’idea stessa del Centro legale. All’epoca facevamo principalmente attività di strada — cosa che continuiamo a fare tuttora. Ci imbattemmo in un lavoratore che si era infortunato gravemente sul luogo di lavoro. Andando nel contesto in cui viveva, ci ritrovammo faccia a faccia con i suoi sfruttatori e con persone a loro vicine. In quel momento misero a rischio sia l’incolumità del lavoratore sia la nostra stessa sicurezza. Quell’episodio, così crudo, ci spinse a capire che dovevamo anche strutturare un servizio solido e protetto, capace di preservare e gestire situazioni di tale complessità e pericolo».

Oggi, il Centro legale è una realtà riconosciuta sul territorio sia da parte delle persone migranti che qui si incontrano continuamente, conoscono questo presidio o direttamente o tramite passaparola ed è anche interessante che chi è stato accompagnato in passato, riconoscendo anche il valore del percorso che ha fatto si sia sentito di affidare al Centro legale conoscenti, altre persone che sul territorio erano prive di una rete amicale, familiare o sociale di supporto. 

Una realtà che nel tempo è riconosciuta e riconoscibile anche oltre i confini regionali. Il punto di forza è sapere costruire reti?

«Le buone relazioni con i soggetti territoriali con i quali c’è un rapporto costante, penso ai Servizi sociali, penso alle altre organizzazioni del territorio ma anche ad altri soggetti, ad altre istituzioni, sono state e sono fondamentali. 

Sono molti i soggetti che entrano in gioco nel percorso di regolarizzazione e di accoglienza di una persona: Uffici immigrazione delle Questure, Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale, Prefetture, Forze di Polizia, Organizzazioni sindacali, Istituti scolastici, Azienda sanitaria, Agenzia delle Entrate.

Un elenco che dimostra come il lavoro del Centro non si esaurisca nelle procedure amministrative legate al soggiorno, ma che a volte, ad esempio, include anche istituti di credito, agenzie immobiliari. Questo per dire che non è appunto una tutela legale propriamente tarata sulla dimensione dell’intervento giuridico ma che ha a che fare con la vita della persona in quanto tale. E anche fuori regione, sia a livello nazionale che internazionale, collaboriamo e portiamo avanti lo studio dei fenomeni migratori come indagine complessa non solo sul campo, ma con un lavoro costante di ricerca e divulgazione scientifica e culturale».

Dunque buon decennale al Centro legale della Comunità Progetto Sud e buon lavoro alle professioniste e ai professionisti che, ogni giorno, contribuiscono a rendere i diritti realmente accessibili, mettendo al centro le persone e la loro dignità.

In copertina: Fabio Saliceti

giugno coperrtina

Petali. Giugno 2026. Percorsi di pacificazione

di Maria Pia Tucci

Parole di pace in tempo di guerra è un quaderno di voci e pensieri raccolti sul campo da Anna Maria Bernardini Manaconda. Insegnate in tempo di guerra a Siena. Un volumetto dato alle stampe nel 2013 da Mario Alighiero Manacorda (1914-2013), insigne storico dell’educazione. Dentro c’è la voce di ragazzi e ragazze che riescono, in pieno conflitto, siamo negli anni ’40, ad esprimere il loro percorso interiore di pacificazione.

Petali di giugno ci conduce proprio a questa riflessione.

Un sentiero ce lo indica Marianella Sclavi, attraverso un’esperienza di respiro europeo e tradotta nel saggio ” Elogio dei tre saperi” in una Nantes che si interroga e rinasce da una sconfitta politica divenendo luogo di democrazia deliberativa.

La lettura di Petali ci porta  poi alle scelte, nate e cresciute all’interno di Comunità Progetto Sud, quelle di Beppe Rozzoni e di Anna Bambara. È tempo anche di progetti che ci portano ad espandere la visione per la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Green sentinel ci offre infatti  l’opportunità di avviare una collaborazione transfrontaliera.

Giugno è stato anche il mese della strage di Amendolara di cui consegniamo la riflessione di don Giacomo Panizza e della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata all’interno del Trame Festival e anche il mese in cui abbiamo divulgato i numeri su Azzardo patologico e usura in Calabria.

Buona lettura!

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

foto dal web marianella sclavi

Apprendere dai conflitti: l’intervista a Marianella Sclavi. Come si pacifica una città? Il modello Nantes

di Maria Pia Tucci

 L’attivazione di percorsi culturali sul territorio non si esaurisce nella semplice offerta di eventi o nella gestione dell’esistente; nei contesti più illuminati, essa si configura come un vero e proprio cammino di pacificazione sociale. Riflettere oggi su questo tema significa inevitabilmente guardare a Nantes, una realtà che ha saputo trasformarsi in una «città-laboratorio», ridefinendo il rapporto tra cittadinanza, sapere tecnico e potere politico. Attraverso la viva voce di chi ha studiato e vissuto da vicino questa transizione, emerge una lezione fondamentale: la pace sociale non si ottiene soffocando il conflitto, ma elevandolo a risorsa di intelligenza collettiva.

In “Elogio dei tre saperi” (Bordeaux Editore) ultimo lavoro sul campo tradotto in 400 pagine, Marianella Sclavi* si immerge nella Nantes, città-laboratorio dove il dialogo fra cittadini, professionisti ed eletti è diventato metodo di governo. E dove, una esperienza dietro l’altra, si tocca con mano che giustizia sociale, innovazione e intelligenza collettiva nascono solo quando ognuno dei tre saperi impara a dialogare con gli altri due.

A Nantes si è instaurato fin dal 1989 un metodo di governo che ha come base un capovolgimento: la valorizzazione da parte dei politici e dei tecnici, del vissuto degli abitanti, del loro «sapere d’uso», dando spazio all’ esigenza di giudicare le politiche non dalle promesse, ma dai concreti risultati, dalle ricadute sulla qualità della vita, in primo luogo degli strati più emarginati e deboli.

La ricerca-racconto di Marianella Sclavi diventa così una «scuola di politica», un peculiare corso di formazione a livello personale perché presenta sette ritratti di protagonisti politici fuori dalle righe. Da ognuno, chi desidera impegnarsi in politica ha molto da imparare; a livello istituzionale, perché descrive una quantità di dispositivi per promuovere il dialogo prima di tutto fra i cittadini e poi fra i cittadini e i tecnici, con i politici nel ruolo di garanti. E infine a livello sociale, perché mostra sotto forma di «ricette» come si fa a creare contesti nei quali i cittadini invece di litigare fra loro, imparano a trasformare le loro differenze in capacità di diagnosi più approfondite e complete e in elaborazione di proposte di azioni politiche volte al bene comune.

In altre parole, l’indagine sistemica sulla storia di Nantes ci mette di fronte al funzionamento di un modello di democrazia deliberativa.

In questo dialogo con Marianella Sclavi, sociologa, etnografa, scrittrice e attivista italiana, ci proponiamo di parlare di percorsi di pacificazione «un processo che – leggeremo dalla Sclavi – richiede un’educazione profonda e una visione aggiornata sulla possibilità di ricorrere sistematicamente a forme di protagonismo politico in grado di trasformare le differenze in risorse, cosa che non appartiene ai partiti politici in quanto tali»sclavi elogio dei tre sapere piatto

  • Marianella Sclavi, l’intelligenza collettiva nasce dal crollo delle certezze?

I momenti di rottura storica sono importanti. La nostra democrazia nasce dalle rivoluzioni americana e francese. Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, l’Occidente si cullò nell’illusione del fallimento del socialismo reale e dimostrazione della imperitura bontà del sistema democratico e statale nato in contemporanea con l’invenzione del telegrafo. A Nantes, invece, una serie di congiunture specifiche portò a una consapevolezza diversa e più profonda: come sostiene uno dei personaggi del racconto, ci si è resi conto che né il Gosplan comunista, né le gerarchie dello stato moderno (che Weber ha chiamato «la gabbia di acciaio») sono adatti a promuovere un’azione pubblica efficace volta al bene comune.

Quando nel 1983 la sinistra a Nantes subì una storica sconfitta elettorale nei quartieri popolari dalla città francese, la futura classe dirigente non si rifugiò nel classico alibi ideologico del “non ci hanno capito. Al contrario, scelse l’autocritica: “non abbiamo saputo ascoltare la gente, dobbiamo cambiare radicalmente il modo in cui si sviluppa il rapporto tra politica e cittadinanza”.

E nel 1989 il nuovo gruppo dirigente, vince con un programma che propone di smontare l’intera macchina della PA, mettendo in primo piano l’ascolto attivo praticato da tutti: dai politici, dai tecnici e dagli abitanti, mettendo ognuno di loro in condizione di imparare dalle differenze, dai dissensi e conflitti, invece che utilizzarli per schierarsi e combattersi.

L’intelligenza collettiva e ascolto attivo. L’intelligenza collettiva è una pratica che si innesta sulla capacità di utilizzare le crisi, gli «incidenti critici», le esperienze dei singoli, come occasioni di apprendimento. Cosa significa “ascolto attivo” viene chiarito e ribadito con una serie di slogan.

Eccone alcuni: “Il sapere dei cittadini non emerge chiedendo la loro opinione, ma ascoltando la loro esperienza, i loro ostacoli, i loro tentativi falliti, i loro successi”.

È fondamentale relazionarsi con le persone come individui, anziché semplicemente come soggetti con “bisogni” o “in difficoltà”. Si tratta di valorizzare i punti di forza delle persone piuttosto che le loro criticità – “Non si può fare del bene alle persone senza il loro coinvolgimento” – e, infine: “Quando un gruppo sa che i propri sforzi saranno concretamente valorizzati, tende a lavorare bene; pertanto, un prerequisito per un lavoro efficace è la certezza che le autorità politiche apprezzeranno e daranno seguito agli esiti di tali processi”.

Su queste basi l’intero approccio dei servizi e il percorso delle decisioni politiche prende una nuova forma, che parte dal raccogliere le singole esperienze frammentate in una comunità per farle dialogare. A Nantes questo approccio ha trovato applicazione in progetti di rottura, come la riconversione dell’isola sulla Loira: un’area di cinque chilometri di lunghezza per uno di larghezza, ex polo cantieristico navale completamente abbandonato, trasformata in «isola della creatività» grazie a questa concezione inedita della gestione pubblica. L’idea è che quando   gli spazi pubblici diventano spazi di eccellenza per la cura, l’accoglienza, l’estetica, la creatività, è più facile che anche i comportamenti dei privati, cittadini o imprenditori, si adeguino a criteri di pacifica convivenza e bene comune.

  • Quali sono i prerequisiti per una città-laboratorio?

L’esperienza di Nantes si è sviluppata in termini di continua sperimentazione per quasi vent’anni, dal 1989 al 2008.

Nel 2008 si è deciso che era giunto il tempo di una regolamentazione, mettendo a frutto quanto appreso fino ad allora.  I punti fondamentali sono i seguenti. Per una   continuità del dialogo fra i tre saperi è indispensabile una riformulazione del mandato politico. Quando un amministratore viene eletto, il patto con gli elettori deve cambiare: non può più essere un “ora decido io al posto vostro”, ma un “sono il vostro delegato e, di fronte a problemi complessi, il mio dovere è coinvolgervi”. La democrazia rappresentativa non deve escludere quella deliberativa, ma integrarsi strutturalmente con essa, così come Nantes ha formalizzato prima nella sua Carta costituzionale del 2010 e poi nel Patto di cittadinanza del 2021, esteso a ventiquattro comuni.

Il secondo prerequisito è il superamento della logica partitica intesa come scontro permanente. La rappresentanza dei partiti tende a essere “partigiana”, focalizzata sulla difesa di una fazione contro un’altra. Il modello deliberativo richiede invece di considerare la diversità come una risorsa indispensabile per la diagnosi accurata della realtà. Accanto e a complemento della rappresentanza ideologica partitica vanno moltiplicati i dispositivi di democrazia deliberativa.

Infine, occorre il coraggio di attuare un ricambio generazionale e metodologico, promuovendo leader che siano, come lo è stato il sindaco Jean-Marc Ayrault e il suo gruppo dirigente, autentici “scopritori di talenti anomali», militanti che si assumono il compito di promuovere la creatività e il gusto della innovazione nella  società civile.

  • Il cuore del saggio è l’intreccio necessario tra sapere d’uso, sapere tecnico e potere politico. Tuttavia, viviamo in un’epoca dominata da un lato dalla tentazione tecnocratica (l’idea che i problemi complessi vanno affidati solo agli esperti) e dall’altro da derive populiste (che squalificano la competenza tecnica). Come si riequilibra questo rapporto senza che un sapere finisca per schiacciare gli altri due?  

Oggi viviamo in un’epoca polarizzata tra la tentazione tecnocratica — che delega la complessità ai soli esperti — e le derive populiste, che squalificano la competenza tecnica. Il modello in questione ristabilisce l’equilibrio ponendo la persona prima dei ruoli e il sapere d’uso — ovvero il modo in cui gli abitanti percepiscono e vivono quotidianamente i servizi e lo spazio pubblico —come base imprescindibile dell’azione politica.

Il riequilibrio avviene quando il ricercatore e l’amministratore si impongono, come prima priorità, di “ascoltare la voce di chi non ha voce”. Gli urbanisti, i tecnici e i professionisti non impongono soluzioni calate dall’alto, ma mettono il proprio sapere specialistico al servizio dei problemi così come emergono dall’esperienza vissuta dei cittadini. In questo quadro, il potere politico assume il ruolo più nobile e difficile: quello di farsi garante del dialogo tra i tecnici e gli abitanti, impedendo che un sapere schiacci gli altri. Uno degli esempi portati nel libro è l’assemblea di 80 cittadini scelti con metodo casuale i quali per 4 mesi si incontrano fra loro per discutere su «Cosa stiamo imparando dalla crisi sanitaria, come ne usciamo più saggi» e hanno avuto a disposizione una sessantina di esperti con i quali dialogare. Questa assemblea ha prodotto 70 pagine di considerazioni e proposte fra le più illuminate e sagge prodotte su questi problemi.

  • Quanto ha a che fare tutto questo con la costruzione di percorsi di pacificazione? 

Tutto questo impianto metodologico si rivela essere, nella sua essenza, un profondo percorso culturale di pacificazione.

A Nantes, le radici culturali di questo approccio affondano anche nella formazione di molti di questi protagonisti in contesti delle zone agricole circostanti, dove era presente un forte sindacato di piccoli contadini cristiani seguaci della Teologia della Liberazione Sudamericana, che offriva alle giovani occasioni di impegno «per cambiare il mondo» dando voce ai senza voce.  Si tratta di un approccio molto diverso da quello di un certo marxismo economicista, anche se poi quasi tutti loro si sono impegnati in partiti di sinistra, ma con un approccio più etnografico che non ideologico.  Personaggi ex sessantottini che hanno decostruito l’approccio ideologico e burocratico degli operatori tradizionali, sostituendolo con l’attenzione e valorizzazione delle storie delle persone.

I dispositivi di democrazia deliberativa pacificano la società perché disarmano la polarizzazione. Obbligano mondi distanti a narrarsi e ad ascoltarsi, ricucendo la frattura tra le istituzioni e i cittadini. Inoltre, l’adozione di metodologie sul campo, come quelle itineranti in cui i manager del territorio guidano ricercatori e fotografi per verificare sul posto i problemi reali, garantisce la trasparenza e la verificabilità dei processi.

Come dimostra l’esperienza sul campo, i legami che si creano attraverso questi percorsi vanno ben oltre la redazione di un documento o la realizzazione di un’opera pubblica. Si fondano su relazioni umane stabili, su amicizie e su una comprensione reciproca che attraversa i territori. Certamente la pacificazione è un processo sociale e culturale lungo, che richiede un’educazione profonda e una costante presa di posizione su sé stessi e sulla propria rappresentatività. Tuttavia, la diffusione di queste pratiche in molte città d’Europa dimostra che questo linguaggio non è più un’utopia isolata, ma una strada concreta per governare le società complesse.

 

*Marianella Sclavi ha insegnato Etnografia urbana al Politecnico di Milano. Esperta di Arte di Ascoltare e Gestione Creativa dei Conflitti, è tuttora molto attiva come facilitatrice di metodologie partecipative e processi decisionali inclusivi.

In copertina: Marianella Sclavi – immagine dal web
beppe rozzoni

«La nonviolenza è una scelta quotidiana, l’indifferenza è la morte della speranza»

di Maria Pia Tucci

Beppe Rozzoni è Socio Fondatore di Comunità Progetto Sud, da obiettore di coscienza ha iniziato il suo percorso nel mondo del sociale con una convinzione pacifista e una visione alla mondialità che ne ha sempre contraddistinto le scelte. Ha condiviso con Emma Leone la vita, l’amore e le battaglie per la parità dei diritti delle persone con disabilità.

Ora in pensione, è stato un pilastro degli uffici amministrativi di Comunità Progetto Sud, vive in Veneto. Ma dietro il suo silenzioso servizio c’è una lucida e radicale visione politica della solidarietà: «Chi tace lascia fare, qualsiasi potere si regge solo sul consenso».

Cerco in rubrica, due squilli e dall’altra parte la voce di Beppe si traduce subito in un’immagine, anzi due. Stento a collocarlo in altro luogo che non sia Via Conforti accanto alla sua, nostra Emma, o nel suo ufficio, in una delle stanze dell’Amministrazione di Comunità Progetto Sud. Ma da quando Emma non c’è più, Beppe vive in Veneto ma senza mai tradire l’animo gentile e prezioso di chi sa dedicarsi agli altri. Ci sentiamo al volo: «Sto distribuendo pasti – mi dice – se puoi ci sentiamo dopo», sorrido e lo immagino come sempre l’ho visto, silenzioso e laborioso e gli dico: «Certo che non ti smentisci mai» e gli chiedo di richiamarmi appena avrà un momento libero.

Ci sono persone che l’immaginario fatica a sradicare dai luoghi in cui li hai conosciuti e dove sai che hanno impegnato la vita.

Quando il dialogo riprende vado quasi subito al punto: «Beppe parliamo di Pace e della sua costruzione».

So bene che Beppe non teorizza una pace astratta, ma ne parla come di un cantiere aperto, dove ogni scelta individuale è una traiettoria sociale e collettiva: un esempio.

Da dove parte il cambiamento, quando è necessario? E certamente questo è un tempo necessario. «Chi tace lascia fare, lascia decidere agli altri, si lascia governare», spiega. «Qualsiasi potere, anche il più opprimente, si regge sempre e solo sul consenso».

Beppe parte da un dato di fatto: «L’esposizione costante a immagini di violenza e ai bollettini di guerra attraverso i media. Di fronte a questo panorama la società contemporanea si rifugia in tre reazioni difensive ma paralizzanti. La prima è il senso di impotenza, la rassegnazione di chi si sente troppo piccolo per incidere. La seconda è l’assuefazione: la tragedia si fa spettacolo quotidiano, il dolore si normalizza e non si distingue più la realtà dalla finzione. La terza è la rimozione, il tentativo di mettere i problemi fuori dall’uscio per rifugiarsi nell’illusione della propria routine».

Tre strade diverse che convergono verso un unico, letale vicolo cieco: l’indifferenza. Ed è qui che la riflessione si fa strettamente politica. «L’indifferenza è la morte della speranza», avverte Beppe, «perché quando più nessuno si interessa al problema, quando più nessuno ne parla, il problema semplicemente smette di esistere», lasciando campo libero alla sopraffazione.

«L’esercito americano non si ritirò per un’inferiorità militare sul campo, ma perché l’opinione pubblica mondiale si interessò, prese posizione e ruppe il consenso. L’interesse, dunque, come esatto contrario dell’indifferenza». Un esempio reale, non retorico di come si sviluppa il senso collettivo della Pace. «La pace non nasce da sola, non è un dono e, soprattutto, non è la semplice “assenza di guerra”. È un errore concettuale dire “difendiamo la pace”, se questa difesa coincide con lo status quo di una pace armata, dove la corsa agli armamenti produce tagli alle spese sociali e genera nuove povertà. Costruire la pace significa, al contrario, avere il coraggio di riconoscere il conflitto e smascherare quella che i sociologi definiscono violenza strutturale».

bandiera pace via conforti fotomaria pia tucci

La lucidità di Beppe Rozzoni sull’essere attivisti per la Pace è tutto, o quasi, in queste parole.

«L’istituzionalizzazione, ad esempio, è una forma di rimozione del problema», osserva. «Non permette di eliminare le cause della povertà, ma solo di rimuovere il povero dalla nostra vista. Smascherare questa violenza significa denunciare che gli impoveriti sono generati da un modello di società intrinsecamente ingiusto».

Da qui discende la necessità di ribaltare i punti di vista, praticando un’empatia radicale che sappia guardare il mondo dalla parte degli oppressi. Non può esistere un progetto di solidarietà se i beneficiari non ne sono i protagonisti: un mondo migliore per l’altro deve essere migliore dal suo punto di vista, non secondo le nostre proiezioni.

Ma come si esce da un circuito che sembra non avere via di fuga? «Serve un’educazione alla mondialità e all’interdipendenza, ma soprattutto allo spirito critico, unico vero antidoto contro la propaganda bellica. È necessario riscoprire il valore della coscienza individuale – per evitare i drammatici storici dell’“abbiamo solo obbedito agli ordini” – e la cultura dell’obiezione e della disobbedienza civile».

In questa visione, la sintesi perfetta rimane la “Triplice rivoluzione” teorizzata da Vinoba Bhave, discepolo di Gandhi: una rivoluzione nel pensiero: dall’avere all’essere, una nella vita materiale: dal consumismo al servizio e una nella società: dal privilegio alla condivisione.

Beppe Rozzoni non si muove su speculazioni filosofiche, anche perché tra il suo dire e il suo fare c’è un ponte di coerenza tra parole e gesti. Come quello che gli ho sentito raccontare, mentre lo faceva, di distribuire un pasto. Come quello che gli ho visto mille volte fare e che stava dietro una scelta felice, di stare accanto a Emma.

Dalla sua nuova vita in Veneto, Beppe Rozzoni, ci ricorda che la Pace è un oceano fatto di piccole gocce. Una costruzione quotidiana che comincia dal piccolo, con gesti minimi, silenziosi, ma che possono essere straordinariamente contagiosi.

In copertina: Beppe Rozzoni
anna bambara

Anna Bambara: con i ragazzi di Lunarossa diamo ogni giorno senso alla parola pacificazione

di Maria Pia Tucci

Anna Bambara è assistente sociale e coordinatrice del SAI Minori non accompagnati Lunarossa della Comunità Progetto Sud, impegnata nella promozione di percorsi interculturali.

La scelta di Anna di lavorare nel sociale ha seguito un percorso lineare, iniziato in famiglia, da cui ha acquisito profonda sensibilità verso i temi sociali e proseguito nell’esperienza formativa dello scoutismo prima e negli studi universitari in Scienze del Servizio Sociale dopo.

Ha consolidato il suo impegno nel terzo settore collaborando strettamente con la Comunità Progetto Sud. Dal 2013 lavora e mette a sistema le competenze professionali, l’esperienza e la sua innata empatia.

Partiamo dall’inizio, Anna. Se guardi indietro, qual è stato il momento preciso in cui ti sei avvicinata e poi hai scelto il lavoro sociale? E quando è avvenuto, invece, l’incontro con la Comunità Progetto Sud?

«Non riesco a individuare un momento preciso, quanto piuttosto un percorso di crescita. Attraverso lo scoutismo ho imparato a vivere il “servizio” come un’importante occasione di crescita personale e di sostegno agli altri. Un’altra tappa significativa è stata presso la comunità Mago Merlino (oggi casa Meulì) della Comunità Progetto Sud, nella quale ho continuato a spendermi al di fuori dell’ambito associativo, con grande impegno e coinvolgimento. Successivamente ho scelto di iscrivermi al corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale, perché lo sentivo pienamente in linea con le mie attitudini, i miei valori e il desiderio di lavorare in questo campo.

Ho incontrato la Comunità Progetto Sud fin da ragazza, grazie alla mia famiglia e al mio percorso nello scoutismo. Successivamente ho avuto modo di conoscerla ancora meglio durante gli studi universitari, approfondendone i valori, le attività e l’impegno nel sociale. È una realtà che ha accompagnato diverse tappe della mia crescita personale e professionale.  Ho proseguito questo legame anche dal punto di vista lavorativo quando, nel 2013, sono stata coinvolta nella comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati Lunarossa. Da allora opero lì e ad oggi ricopro il ruolo di assistente sociale e coordinatrice.»

Ascoltandoti, si percepisce chiaramente come emozioni e competenze si intreccino nel lavoro sociale, soprattutto nell’osservazione prima e nell’accompagnamento dopo di persone che portano un vissuto spesso fatto di traumi. Nel tuo quotidiano a Lunarossa, cosa significa concretamente favorire la loro pacificazione interiore?

«Per me la pacificazione interiore dei minori stranieri non accompagnati inizia dall’accoglienza. Significa costruire, fin dal primo giorno, un clima sereno, sicuro e familiare all’interno della comunità, dove i ragazzi possano sentirsi protetti e rispettati. Arrivano dopo aver vissuto vicende molto difficili e hanno bisogno innanzitutto di ritrovare un senso di normalità. Per questo è importante prendersi cura della quotidianità: condividere i pasti, rispettare i loro tempi, ascoltarli senza giudizio e accompagnarli giorno per giorno. È proprio in questa dimensione che, poco alla volta, possono ritrovare fiducia in sé stessi e negli altri. Il nostro compito è sostenerli affinché possano riprendere in mano la propria vita, coltivare i loro sogni e immaginare un futuro possibile. Alla comunità Lunarossa non offriamo solo vitto e alloggio, ma uno spazio in cui sentirsi al sicuro, riconosciuti e valorizzati.»

Anna Bamabra
Anna Bambara con i ragazzi di Lunarossa durante una delle attività. Sul traghetto nello Stretto di Messina

Questo richiede uno sforzo importante. Spesso ci sono barriere emotive complesse: come si passa, nella pratica, dalla gestione dell’emergenza e della rabbia alla ricostruzione di un legame di fiducia?

«La fiducia si costruisce nel tempo, con la presenza costante e la coerenza. All’inizio molti ragazzi arrivano diffidenti, spaventati o arrabbiati, perché gli eventi passati hanno spesso incrinato la loro capacità di affidarsi agli altri. Il nostro lavoro è esserci ogni giorno, mantenere gli impegni presi, ascoltare senza forzare e dimostrare, con i fatti, che possono contare su di noi. È attraverso questa relazione educativa che la diffidenza lascia gradualmente spazio alla serenità. Quando un ragazzo si sente benvoluto e libero di esprimersi senza paura di essere giudicato, inizia a stringere nuovi legami e a guardare al futuro con maggiore serenità.»

Facendo leva sull’ esperienza maturata sul campo, qual è lo strumento di mediazione che meglio può favorire percorsi condivisi, riducendo al minimo le tensioni e valorizzando i “desiderata”?

«Credo che il primo strumento sia la conoscenza della persona. È fondamentale prendersi il tempo per capire come ogni ragazzo esprime la propria personalità, quali sono i suoi bisogni, le sue aspettative e il suo modo di relazionarsi, cercando sempre di mantenere uno sguardo libero da pregiudizi.

Per me la mediazione parte dall’ascolto: dare la possibilità di raccontare la propria storia, il viaggio migratorio, gli affetti e il vissuto che si portano dentro. Solo quando una persona si sente ascoltata e riconosciuta può iniziare a costruire relazioni di fiducia e a partecipare davvero a un progetto comune. Il nostro compito è offrire una buona accoglienza, creare uno spazio in cui ciascuno possa sentirsi accettato per quello che è e abbia la libertà di essere sé stesso. Da questa base nascono il dialogo, il rispetto reciproco e la possibilità di affrontare anche i contrasti in modo costruttivo.»

Un’ultima domanda, quasi una riflessione intima sul senso profondo del tuo operato. Che cos’è la Pace per Anna Bambara?

«Per me la pace è un modo di essere, è un atteggiamento con cui scegliere di affrontare la vita nelle sue gioie e nelle sue difficoltà, mantenendo equilibrio e imparando a gestire i conflitti senza lasciarsi sopraffare. Non significa evitare i contrasti, ma avere la capacità di affrontarli con lucidità, rispetto e dialogo.

Pace, secondo me, è anche saper accogliere l’altro indipendentemente dalla sua provenienza, dalla sua storia o dalle sue idee, soprattutto quando la pensa diversamente da noi. Credo che nasca proprio dalla capacità di riconoscere il valore di chi ci sta di fronte e di costruire relazioni fondate sull’ascolto, sulla comprensione e sul rispetto reciproco.»

Foto in evidenza: Anna Bambara tra don Giacomo Panizza e Chiara Carnovale durante le attività di laboratorio annuale 2025 della Comunità Progetto Sud