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Servizio Civile Universale: bando 2026, scadenza ore 14 del 6 novembre 2026

Il bando 2026 per il servizio civile agricolo, il servizio civile ambientale per lo sviluppo sostenibile e il servizio civile digitale prevede la selezione di 3.767 operatori volontari.

È possibile presentare la domanda di partecipazione a uno dei progetti che verranno realizzati tra il 2026 e il 2027 sul territorio nazionale fino alle ore 14.00 del 6 novembre 2026.

La Comunità Progetto Sud, in collaborazione con il  CNCA propone – per il bando servizio civile agricolo, ambientale e digitale 2026 – 3 progetti in Italia, nelle regioni Piemonte, Trentino-Alto Adige, Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (47 posti in tutto).

Puoi imparare a coltivare e a trasformare quello che raccogli accompagnando persone fragili che stanno costruendo il loro progetto di vita.
Puoi rimettere in sesto una spiaggia o un giardino storico insieme a un gruppo di coetanei.
Puoi lavorare a uno sportello digitale, aiutando persone che non sanno usare il computer e accedere ai servizi digitali.
Puoi scoprire che sai far crescere qualcosa, che sai lavorare in gruppo, che quello che per te è ovvio per qualcun altro è la chiave per l’accesso a un servizio pubblico.

Di seguito le informazioni essenziali e le schede di sintesi dei progetti promossi dal CNCA, nonché i riferimenti e i recapiti dei referenti delle sedi di attuazione di ciascun progetto, con i quali puoi prendere contatto per raccogliere ulteriori informazioni sulle attività effettivamente svolte nella sede prescelta e sull’organizzazione che le promuove.

Nello specifico, la Comunità Progetto Sud promuove il SERVIZIO CIVILE DIGITALE con il progetto: “Digit-abili, percorsi di inclusione digitale 2”

Il volontario o la volontaria lavoreranno come facilitatori digitali accanto a donne in difficoltà, persone con disabilità, migranti, anziani, accompagnandoli nell’uso dei servizi online, di SPID e CIE e delle pratiche amministrative digitali. Attraverso sportelli di supporto, laboratori formativi e iniziative di sensibilizzazione, le persone saranno aiutate a guadagnare autonomia e a esercitare pienamente i propri diritti di cittadinanza.

18 posti · Bolzano, Vicenza, Thiene (VI), Bassano del Grappa (VI), Chioggia (VE), Arezzo, Bari, Lamezia Terme (CZ), Catania, Tortora (CS).

Scarica la scheda dettagliata di progetto

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IL LAVORO SOCIALE RINNOVA DIRITTI E DOVERI UMANIZZANTI

La Costituzione come bussola avvalorante assistenti e assistiti

Lamezia Terme (CZ) | 2 e 3 ottobre 2026 | Oasi Bartolomea, Via del Progresso 472

Ottobre 2026 celebra il cinquantesimo dalla nascita della Comunità Progetto Sud, l’occasione è di quelle che aprono al confronto e all’innovazione sociale praticata negli anni e che ancora oggi coglie le nuove sfide a cui il mondo del sociale è chiamato.
Nelle giornate del 2 e 3 ottobre approfondiremo il tema dei “Servizi Sociali di Interesse Generale” creati dalla Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme durante questi decenni.

L’appuntamento si inserisce nel percorso con cui Comunità Progetto Sud ha scelto di attraversare il proprio cinquantesimo anniversario. Ci sono già state e sono in programma anche altre occasioni di riflessione e approfondimento, progettualità e collaborazioni con i territori, feste ed eventi culturali disseminati nel corso dell’anno.

Gli interventi magistrali di Don Massimo Angelelli e della Dottoressa Elena Vivaldi introdurranno nel seminario vari aspetti relazionali e giuridici riguardanti gli interventi educativi e riabilitativi propri del lavoro sociale con particolare attenzione alle sue dimensioni umanizzanti.

La traccia di approfondimento, che sarà tema della due giorni la offre don Giacomo Panizza, tenendo come bussola gli aspetti umanizzanti della Costituzione della Repubblica Italiana a vantaggio tanto di chi viene accompagnato nei percorsi di cura quanto di coloro che se ne prendono cura. «Il lavoro sociale non si esplica solo nell’erogazione di servizi. Chi svolge professioni sociali con persone, famiglie e gruppi non risponde solo ai loro bisogni immediati, ma è importante che difendano i loro diritti anche lottando contro le cause che li privano dei loro diritti umani e di cittadinanza».

Su queste e sulle altre questioni che emergeranno ci confronteremo per ripensare insieme il senso e le pratiche del lavoro sociale, nella consapevolezza che la cura è una relazione che coinvolge e fa crescere tutte le persone che ne sono parte, chiamando ciascuno a riconoscere ed esercitare diritti, responsabilità e doveri.

Scarica il programma dettagliato del seminario

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Petali. Settembre 2026. Per una finanza etica

di Maria Pia Tucci

It’s in the Way That You Use It.  

Per l’iconico cult del cinema di Martin Scorsese The Color of Money, del 1986, con protagonisti Paul Newman e Tom Cruise, Eric Clapton e Robbie Robertson scrivono il tema principale della colona sonora: It’s in the Way That You Use It. 

Quel “dipende come lo usi” messo in musica, è il riferimento al denaro e al potere, al talento. Nel film è riferito al gioco del biliardo, nella finanza informale che ha comunque a che fare con la ricchezza prodotta. Eddie (Paul Newman) e Vincent (Tom Cruise): due generazioni in transito che usano il ritornello come metafora del ricambio generazionale dell’età e delle modalità.

Il tema della finanza etica, che accompagna questo mese di settembre di Petali ci chiede il “come” e il “per” di un gesto, di una modalità che investe il risparmio, il denaro, il lavoro. Attraverso le interviste a Marina Galati, Francesca Fiorentino, Teresa Masciopinto ci incamminiamo nel luogo dove la finanza ha fatto il passo con l’etica sociale, per comprenderne i cambiamenti, i ricambi generazionali, le modalità.

Settembre è stato anche il mese del primo laboratorio che ci ha fatto riflettere sull’ “immaginare quelle visioni” che ci hanno guidato fin sulla soglia di questi primi cinquant’anni della Comunità Progetto Sud e che lasciano spazio a quello che sarà.

Buona lettura!

Petali è la newsletter curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

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Immaginare visioni. Il lavoro sociale tra valore, cambiamento e responsabilità.

di Lorena Leone

“Cinquant’anni di compagnia” è il titolo del numero di Àlogon con cui abbiamo aperto l’anno del cinquantesimo anniversario di Comunità Progetto Sud.

Cinquant’anni sono un tempo abbastanza lungo per poter soppesare la strada percorsa, ma possono essere, soprattutto, un buon punto da cui guardare avanti. Cinquant’anni che raccontano la durata di un’organizzazione ma soprattutto un modo di stare nei territori, costruendo alleanze e mantenendo insieme l’attenzione alle persone, ai diritti, ai doveri e alle responsabilità. È una storia fatta di cambiamenti, tentativi, conflitti, apprendimenti e tante scelte di come continuare a misurarsi con problemi sempre nuovi.

Per questo il “cinquantesimo” può essere anche un’occasione per soffermarsi sul passato e sulla situazione attuale. Ricordiamo da dove veniamo, ci chiediamo verso dove stiamo andando e su quale lavoro sociale pensiamo di continuare a costruire. Dentro questo percorso non tutto prevedibile ma possibile abbiamo inserito le giornate di Immaginare visioni rivolte a un gruppo di operatori e operatrici dell’Associazione, per aprire spazi di confronto sulle prospettive, sulle traiettorie e sulle visioni di futuro del lavoro sociale e sulle politiche sociali da scommettere come organizzazione iniziata mezzo secolo fa.

Le giornate, guidate dai formatori Emilio Vergani e Matteo Oliverio, sono state per noi partecipanti un’occasione formativa per rileggere ciò che sta cambiando intorno a noi e dentro la nostra organizzazione come anche per provare a capire quale postura, quali obiettivi e dunque quali scelte e direzioni possano orientarci verso il lavoro dei prossimi anni.

Chi lavora nel sociale è spesso chiamato a rispondere a diritti ma anche a bisogni e desideri delle persone, a emergenze, scadenze, a richieste dei servizi, e a questioni organizzative. Tutto questo è necessario. Ma c’è il rischio che la continua necessità di rispondere riduca il tempo disponibile per fare e farsi domande. Le questioni con cui ci confrontiamo ogni giorno sono sempre meno riconducibili a una unica causa, a un solo servizio o a risposte standard. Povertà, fragilità, disabilità, migrazioni, solitudine, accesso ai diritti, nuove forme di marginalità come anche di capacità e abilità velate si intrecciano con i cambiamenti delle famiglie, del lavoro, dei territori e delle istituzioni.

La complessità non è qualcosa che sta intorno al lavoro sociale.
È la realtà su cui il lavoro sociale si misura giorno dopo giorno.

DAL KAOS AL KOSMOS: ABITARE LA COMPLESSITÀ

Il percorso delle giornate si è mosso intorno a tre parole: Kaos, Logos, Kosmos.
Tre passaggi che possono essere letti anche come un modo per stare dentro il cambiamento: riconoscere il disordine e le contraddizioni del presente, provare a interpretarli attraverso il confronto e la parola, e costruire infine visioni di futuro.

Il Kaos è ciò che ci interroga, ciò che rompe gli schemi con cui siamo abituati a leggere la realtà.
Mostra le contraddizioni del presente, i cambiamenti che fatichiamo a interpretare, le situazioni per le quali è necessario ripensare e innovare gli strumenti di ieri e inventarne di nuovi.
Il Logos è la parola che apre spazi e lo spazio della parola, del confronto, della comprensione.
È il tentativo di dare un nome alle cose senza semplificarle, di mettere insieme punti di vista diversi e costruire nuove letture condivisibili.
Kosmos è la possibilità di intravedere segmenti inimmaginabili, traiettorie possibili e scenari.
Non un ordine definitivo e neppure un programma già scritto, ma visioni capaci di orientare scelte operative.

Non si tratta di eliminare il Kaos per raggiungere situazioni e condizioni ordinate e definitive. Il lavoro sociale insegna con modalità aperte che le trasformazioni avvengono continuamente e chiedono alle organizzazioni di sapersi interrogare e apprendere, sperimentare e modificare.

In questo senso, immaginare visioni non equivale a prevedere il futuro.
Significa costruire orientamenti capaci di guidarci nello scegliere dove e come andare, lasciando aperta la possibilità di ripensare strade, pratiche e scelte.

DARE VALORE AL LAVORO SOCIALE

Tra le questioni discusse nei gruppi, una è tornata con particolare forza: la necessità di valorizzare il lavoro sociale.
C’è principalmente una dimensione forse meno immediatamente misurabile che ha a che fare con il riconoscimento.
Il lavoro sociale produce qualcosa che non sempre riusciamo a rendere visibile. Molto di questo lavoro accade lontano dai riflettori, nella quotidianità. Dargli valore significa allora anche riuscire a raccontarlo decostruendo stereotipi e pregiudizi, ma soprattutto riconoscere che la cura, l’educazione, l’accompagnamento e l’inclusione non sono attività marginali rispetto allo sviluppo di un territorio. Ne sono una parte essenziale.

Chi lavora nel sociale non si limita a erogare una o più prestazioni. Entra in relazione con persone e famiglie, attraversa territori, intercetta bisogni che spesso non hanno ancora un nome, costruisce legami, accompagna percorsi di autonomia e contribuisce a rendere concretamente accessibili diritti che, senza questo lavoro, rischierebbero di rimanere soltanto sulla carta.

Valorizzare significa, però, anche riconoscerne adeguatamente il valore economico. Il lavoro sociale richiede competenze, professionalità, responsabilità e una particolare capacità di stare nelle relazioni. Eppure, queste caratteristiche non sempre trovano un riconoscimento adeguato nelle condizioni contrattuali, nelle retribuzioni e, più in generale, nelle risorse che il sistema delle politiche sociali e sociosanitarie del nostro Paese destina al welfare. Non è una questione che riguarda soltanto chi lavora nei servizi.

La qualità del lavoro di chi si prende cura incide direttamente sulla qualità dei servizi
e, quindi, sulla qualità del welfare di cui tutte e tutti abbiamo diritto.

Riconoscere il lavoro sociale significa allora riconoscere il suo scopo basilare di produrre valore per le comunità, non soltanto per chi, in una determinata situazione, usufruisce di un intervento o servizio.

E da qui occorre ripartire per rendere anche il Terzo Settore idoneo a svolgere nuove competenze e attirare nuove generazioni con il mettere al centro non soltanto la necessità e la sostenibilità dei servizi, ma anche la qualità e la dignità del lavoro necessario a renderli fattibili.

INTERROGARE LE PRATICHE, APRIRE NUOVE STRADE

Accanto al riconoscimento del lavoro sociale, dai gruppi è emersa con altrettanta chiarezza la questione dell’innovazione. Una parola molto utilizzata, che rischia però di diventare vuota se coincide semplicemente con l’introduzione di nuovi strumenti, tecnologie o modelli organizzativi.

Per il lavoro sociale innovare dovrebbe significare prima di tutto saper leggere ciò che cambia.

Cambiano i bisogni. Cambiano le forme della vulnerabilità. Cambiano i territori e le relazioni tra le persone. Cambiano le aspettative nei confronti dei servizi. E cambiano anche le organizzazioni del Terzo Settore.

Innovare significa avere il coraggio di interrogare le proprie pratiche, riconoscere gli errori, mettere in comune conoscenze diverse e sperimentare risposte. I problemi sociali complessi difficilmente possono essere affrontati da un solo soggetto. Richiedono competenze e punti di vista differenti, collaborazione tra organizzazioni e capacità di sperimentare risposte nuove, anche quando le soluzioni non sono già date.

L’innovazione, allora, non consiste necessariamente nel fare qualcosa che non è mai stato fatto.
A volte innovare significa tornare a guardare in modo nuovo ciò che facciamo da molto tempo.

RIAPPROPRIARSI DEL RUOLO POLITICO DEL LAVORO SOCIALE

C’è infine un tema che attraversa e tiene insieme gli altri: la necessità per il lavoro sociale e per il Terzo Settore di riappropriarsi del proprio ruolo politico.

Politico non significa partitico.

Significa riconoscere che lavorare ogni giorno con le persone e dentro le comunità produce un patrimonio di conoscenza che non può rimanere confinato all’interno dei servizi. E che quella conoscenza porta con sé una responsabilità.

Chi incontra quotidianamente la povertà ne vede le trasformazioni prima che diventino statistiche. Chi accompagna persone con disabilità vede gli ostacoli che impediscono una reale partecipazione alla vita delle comunità e dei territori. Chi lavora con giovani, famiglie o persone migranti incontra gli effetti concreti delle politiche pubbliche, delle loro possibilità e delle loro assenze.

Questa conoscenza deve diventare capacità di prendere e far prendere parola.

Non è un tema nuovo per Comunità Progetto Sud. Nella sua storia, infatti, servizi, progetti e interventi sociali e battaglie per i diritti si sono spesso tenuti insieme. Forse oggi abbiamo bisogno di tornare con maggiore convinzione a questa radice.

Il Terzo Settore non può essere chiamato soltanto a gestire servizi o a intervenire quando una fragilità è già diventata emergenza. Può contribuire a comprenderne le cause, rendere visibili bisogni e risorse, costruire alleanze nei territori e partecipare anche tornare a chiedersi non soltanto “che cosa possiamo fare?”, ma “quale cambiamento vogliamo contribuire a generare?”.

È una differenza importante. Sposta il lavoro sociale dalla sola risposta ai bisogni alla costruzione delle condizioni che possono prevenirli, trasformarli o permettere alle persone e alle comunità di affrontarli.

VISIONI DA COSTRUIRE INSIEME

Le giornate di Briatico hanno consegnato alcune traiettorie: il futuro del lavoro sociale passa dalla capacità di riconoscerne il valore, di prendersi cura di chi lo rende possibile, di innovarne le pratiche e di riappropriarsi della sua responsabilità pubblica e politica.

Sappiamo che non basta continuare a “far bene il bene”.

Occorre continuare a interrogarci sul senso e sugli effetti di ciò che facciamo, sulle trasformazioni che attraversano le comunità e sul contributo che possiamo dare per orientarle. In questo senso, immaginare visioni significa guardare abbastanza a fondo la realtà per intravedere ciò che può diventare, costruendo insieme traiettorie possibili.

È anche il significato che vogliamo dare a questo cinquantesimo.

Dal Kaos al Logos, fino alla possibilità di costruire un nuovo Kosmos (o forse nuovi Kosmos): la storia ha valore quando continua a porre domande al presente e a generare possibilità per possibili futuri.

Averne cura significa continuare a metterla in movimento.

Per i prossimi cento anni di compagnia.

Locandina Immaginare Visioni
marina galati

«IL DENARO E GLI INVESTIMENTI FINANZIARI SONO IMPORTANTI QUANDO AIUTANO A SOSTENERE E A FAR EVOLVERE LE REALTÀ LOCALI»

A tu per tu con Marina Galati socia fondatrice e direttrice di Comunità Progetto Sud e punto di riferimento per la nascita e l‘evoluzione di Banca Etica

di Maria Pia Tucci

Affrontare il tema della finanza etica vuol dire chiarire i punti di contatto tra risparmio, investimento e temi dichiaratamente sociali. Dalla tutela dell’ambiente alla pace, alla responsabilità collettiva. Vuol dire interrogarsi per sapere da cosa nasce e verso chi si muovono i flussi di una finanza che non sostiene gli armamenti e che genera fiducia e reciprocità, trasparenza partecipativa, sviluppo dei contesti territoriali.

Marina Galati è direttrice della Comunità Progetto Sud. All’interno di Banca Etica ha assunto diversi ruoli: dal coordinamento della rete dei soci alla presidenza del Comitato etico, fino alla partecipazione CdA; è stata componente dei consigli di indirizzo sia della Fondazione Finanza Etica in Italia sia della Fondazione Finanza Etica spagnola.

Marina Galati, quando diciamo finanza etica: di cosa parliamo? 

«Credo che il tema della finanza etica nasca da due elementi importanti. Il primo riguarda i risparmiatori, che non volevano affidare i propri soldi a banche che finanziavano armi o investimenti illeciti, ma desideravano essere consapevoli della destinazione del proprio risparmio. In altre parole: dove vanno i miei soldi? Che cosa ne fa la banca? Da qui nasce il tema della trasparenza, necessario e centrale. Banca Etica dichiara fin da subito dove vengono indirizzati i soldi raccolti e in quali investimenti vengono impiegati.

Faccio alcuni esempi: le imprese sociali, la cooperazione internazionale, i temi della pace. Sono tutti ambiti fondamentali. In modo trasparente, io ti dico che i soldi che mi consegni, perché io li gestisca, non possono essere investiti ovunque e comunque, ma devono essere destinati a progetti precisi, coerenti con la missione di Banca Etica e con quella delle nostre organizzazioni sociali: i diritti umani, la salute, l’ambiente e tutti quei temi che oggi sono fondamentali e sui quali è cresciuta una maggiore consapevolezza».

Quando nasce l’idea del risparmio etico?

«Prima della nascita di Banca Etica, anche come Comunità Progetto Sud avevamo già sperimentato, attraverso cooperative di autogestione, forme di raccolta collettiva del risparmio. Questo ci ha portato ad avvicinarci ai movimenti di autogestione, al commercio equo e solidale, ai temi della pace. Il mondo che oggi noi rappresentiamo come Comunità Progetto Sud, e che in Italia era rappresentato da molte organizzazioni diverse, ha partecipato e voluto la nascita di una banca rispondente a valori etici. Va ricordato anche un aspetto importante: allora le imprese sociali non venivano finanziate dalle altre banche e, quando accadeva, si rischiava di ottenere finanziamenti a tassi quasi usurai. Sono elementi importanti, per cui questo movimento, molto legato a quello che oggi chiamiamo Terzo settore, ha partecipato fin da subito alla nascita di una nuova banca caratterizzata dalla finanza etica». 

Di che periodo parliamo?

«Parliamo di metà anni Novanta: la banca nasce nel 1999. All’inizio si pensava di poter creare una banca di credito cooperativo, ma poi, dovendo operare a livello nazionale, si è scelta la forma di banca popolare. Era quindi necessario raggiungere un capitale sociale maggiore: intorno al 1998 questo obiettivo è stato raggiunto e nel 1999, l’8 marzo, si apre il primo sportello. È una data interessante e importante, perché Banca Etica è sempre stata vicina ai temi delle donne, agli investimenti a favore dell’imprenditoria femminile, alla tutela delle donne vittime di violenza e anche alle sperimentazioni sul microcredito».

Qual è e quale è stato l’elemento fondante? 

«Ho parlato del risparmio; l’altro elemento è quello degli investimenti, cioè dove investiamo come Banca Etica. Anche sul sito della banca vengono indicati in modo trasparente quali investimenti vengono fatti e dove sono destinati. Noi non investiamo in alcune attività precise: non investiamo in armi, nello sfruttamento lavorativo o in iniziative che possano danneggiare l’ambiente. Altro elemento fondante della nostra banca, di cui mi sono presa cura per molto tempo, è legato ai processi partecipativi, cioè alla partecipazione dei soci.

Banca Etica è una banca con molti soci: non ci sono pochi azionisti, siamo tutti azionisti e soci. Per noi diventa quindi una responsabilità curarne la partecipazione attiva, affinché possano contribuire a orientare il Consiglio di amministrazione, le scelte politiche e strategiche, gli investimenti e le decisioni che di volta in volta vengono assunte. Il tema dei processi partecipativi e della partecipazione è sostenuto con forza da Banca Etica ed è considerato un tratto distintivo rispetto ad altre banche. L’obiettivo è che il beneficio sia diffuso tra più soggetti, persone e imprese». 

In che modo questa visione di banca di prossimità, capace di rendere partecipi coloro che decidono di affidarle il proprio risparmio, ha influenzato positivamente lo sviluppo del sociale, del Terzo settore e delle imprese femminili? 

«Per molto tempo Banca Etica è stata considerata la banca del sociale, quasi identificata con l’impresa sociale, l’associazionismo e tutto il mondo del Terzo settore.

Teniamo conto che tra il 1994 e il 1998 in Italia si andava strutturando il Terzo settore e, parallelamente, nasceva Banca Etica. Si tratta di percorsi molto vicini, animati spesso dalle stesse persone. È evidente, quindi, che il tema del sociale fosse fortissimo, anche perché nessuno investiva nel sociale: era considerato privo delle garanzie richieste dal sistema bancario tradizionale e difficilmente si finanziavano le nostre imprese sociali. Penso, per esempio, alla prima struttura che abbiamo acquistato, come Comunità Progetto Sud, quella che oggi è il nostro centro di riabilitazione: l’acquisto è stato possibile proprio grazie a un finanziamento della MAG e poi della stessa banca. Negli anni questi finanziamenti si sono rafforzati, così come si è rafforzato il Terzo settore, acquisendo maggiore capacità di risparmio e di investimento». 

Possiamo dire che c’è stato un filo di andata e ritorno: il Terzo settore si è rafforzato perché è nata la banca, e la banca si è rafforzata con il Terzo settore?

«Sicuramente c’è stata reciprocità: molte figure del Terzo settore erano rappresentate anche nel Consiglio di amministrazione e partecipavano attivamente allo sviluppo della banca. Dall’altra parte, attraverso gli investimenti sociali, la banca ha aiutato il Terzo settore a crescere».

Che cosa mancava nelle banche tradizionali secondo la logica della finanza etica? 

«Mancavano la visione e la fiducia. La prima questione era legata al fatto che le organizzazioni del Terzo settore non avevano garanzie patrimoniali. Le banche si basavano essenzialmente su quelle garanzie per concedere finanziamenti. Banca Etica, invece, ha investito molto nella fiducia, nella bontà dei progetti e nell’impatto che questi progetti potevano avere sui contesti, sui territori e sulla tutela delle persone vulnerabili. Ci ha creduto e ha portato avanti questa visione, senza rinunciare naturalmente agli strumenti necessari per tutelare i soci e chi investiva nella banca. Un altro elemento importante riguarda l’ambiente. Oggi nel mondo bancario se ne parla molto e tutti ci sentiamo più responsabili, ma fin dagli anni ‘90 Banca Etica aveva già inserito il tema ambientale tra i suoi punti principali, mentre il Terzo settore non aveva ancora maturato pienamente questa consapevolezza. Era molto attento ai temi sociali, forse meno a quelli ambientali. Nel tempo questa sensibilità è cresciuta e credo che anche l’enciclica Laudato si’ abbia contribuito a risvegliare attenzioni e riflessioni specifiche. 

Comunità Progetto Sud e Banca Etica si riconoscono nelle evoluzioni avvenute in questi anni? Siamo a cinquant’anni dalla nascita della Comunità Progetto Sud e circa a trent’anni per Banca Etica.

«Faccio un esempio: il rapporto tra sociale e ambiente. I valori fondanti: dai diritti umani al diritto al creato, erano presenti in entrambe le mission, quella di Comunità Progetto Sud e in quella di Banca Etica. Poi ci sono state evoluzioni importanti: l’attenzione non si è limitata a dare una risposta ai bisogni delle persone vulnerabili, ma si è allargata ai contesti, alla società e a ciò che oggi definiamo attenzione all’ambiente e al creato.

Banca Etica è stata ed è molto vicina alle vittime di usura. Anche questo è un tema importante e sta a cuore alla Comunità Progetto Sud, che è tra le fondatrici dell’associazione antiracket di Lamezia Terme.

«Su questo tema, una banca come Banca Etica, insieme alla Comunità Progetto Sud e alle organizzazioni che contrastano l’usura, può avere e ha avuto un ruolo importante. Anche il contrasto alle mafie, l’educazione alla legalità e la lotta all’usura sono alla base sia di Banca Etica, così come per la Comunità Progetto Sud. Penso, per esempio, ai beni confiscati: Banca Etica ha portato avanti linee di finanziamento, supporto e sostegno per le organizzazioni che hanno scelto di assumersi la responsabilità di dare nuova vita e sviluppo a beni sottratti alle mafie. 

Se dovessimo indicare tre parole chiave di congiunzione tra Comunità Progetto Sud, Banca Etica e territorio, potremmo parlare di fiducia, partecipazione e sviluppo territoriale.

«Mi stai chiedendo quali siano le parole chiave che stanno al centro di Banca Etica, della Comunità Progetto Sud e dello sviluppo del territorio?» 

Sì

«Una parola molto importante è relazione. Ricordo che qualche anno fa, in Banca Etica, abbiamo realizzato una ricerca sulla nuova economia: abbiamo girato l’Italia incontrando organizzazioni sociali, tra cui anche la Comunità Progetto Sud, per osservare il loro rapporto con il contesto e con il territorio. Quando in un territorio sono presenti organizzazioni sociali, esse crescono e fanno crescere altri soggetti; allo stesso tempo, anche quei territori evolvono. Per una banca come Banca Etica, e per la finanza etica in generale, sostenere e supportare progetti di organizzazioni sociali, o oggi anche di organizzazioni attente all’ambiente, significa tutelare i contesti territoriali e soprattutto farli crescere. Il denaro e gli investimenti finanziari sono importanti quando aiutano a sostenere e a far evolvere le realtà locali. Un’altra linea molto interessante portata avanti da Banca Etica riguarda il supporto alle aree interne, cioè a quei territori più svantaggiati. Non si tratta di fare linee di finanziamento generiche, ma di co-progettare insieme ai territori e, nel nostro caso, anche con i soci della banca, per comprendere quali strumenti siano più idonei e adatti a far evolvere queste realtà».

Foto, riprese e montaggio di Maria Pia Tucci
francesca fiorentino foto di Maria Pia Tucci

DONNE, FINANZA, ETICA: SOSTANTIVI FEMMINILI 

di Maria Pia Tucci

«La finanza etica è un progetto di vita, perché coniuga il denaro alle scelte di giustizia, alle scelte di pace». Francesca Fiorentino è la responsabile amministrativa della Comunità Progetto Sud. Ha a che fare con i numeri, come dice lei, da circa 35 anni. Con un piede nelle dinamiche aziendali e un impegno personale nel mondo del volontariato sociale, inizia la professione contabile e poi si avvicina al no-profit per arrivare alla Comunità Progetto Sud nel 1999.

Nella sua esperienza professionale c’è anche Banca Etica, Comunità Progetto Sud è infatti tra i soci fondatori di dell’Istituto bancario che nasce proprio nel 1999.

E poi c’è l’impegno per il contrasto alla violenza di genere e la sua presidenza dell’Associazione Mago Merlino, capofila del partenariato che coordina il Centro Antiviolenza Demetra di Lamezia Terme.

Rispondere alla redditività morale e non solo economica è quello che tiene insieme finanza ed etica?  

«La finanza etica non finanzia le armi; la finanza etica non finanzia il gioco d’azzardo. La finanza etica sostiene l’economia buona, quell’economia che ha un occhio per l’ambiente, per il sociale, per la giustizia, per il diritto dei lavoratori. 

È una finanza che è trasparente e per noi si esprime attraverso l’esperienza di Banca Etica. Un progetto di istituto di credito che noi abbiamo voluto fermamente. Personalmente ne sono socia, ma come organizzazione, come Progetto Sud, siamo soci fondatori».

Insieme alla Comunità Progetto Sud sono molti e, diversi per finalità, gli Enti di Terzo settore che hanno scelto Banca Etica, dal Gruppo Abele alle realtà Scout alla UISP, per citarne solo alcuni. 

Ma da cosa è necessario partire per una finanza etica?

Promuoviamo sul territorio la parte culturale, affinché altre persone, altre organizzazioni si possano sensibilizzare, che non c’è pace se continuiamo a finanziare le armi.

Poi c’è l’impegno con le donne che seguiamo nel percorso di uscita dalla violenza e che con il Centro Antiviolenza Demetra mi vede impegnata, su questa, diventa una triste emergenza sociale, da più di vent’anni. Violenza che spesso continua a manifestarsi anche nella dipendenza economica e nell’esclusione delle donne dai percorsi finanziari e del lavoro. Nella mia esperienza, posso dire che la libertà economica può essere significativa per l’autodeterminazione della donna che intraprende il percorso di uscita dalla violenza. Dalla formazione finanziaria, all’istituzione di borse lavoro al reinserimento lavorativo, tutto questo ha a che fare con l’etica della finanza. 

Quest’anno la comunità Progetto Sud spegne 50 candeline. Francesca Fiorentino è oggi socia e componente del CTG dell’ETS. Cosa vuol dire aver camminato insieme ed essere crescita insieme alla Comunità Progetto Sud?

Progetto Sud per me, in questi anni, questi quasi 27 anni, sono stati la soddisfazione della realizzazione di ciò che cercavo. Era questo che volevo, era questa coniugazione. E qui l’ho trovata.

E se tornassi indietro non cambierei una virgola delle mie scelte, perché questo lavoro mi ha dato la possibilità di mettere a frutto quelle che erano le mie competenze. Non ho dovuto cambiare indirizzo, ho dovuto soltanto approfondire, studiare di più, conoscere il mondo sociale di cui non avevo conoscenza prima, e diventare sempre di più una professionista che si adeguava continuamente con il cambiamento legislativo. E attraverso la mia professione, io dico che ho contribuito molto a realizzare questo patrimonio sociale, questo bene, questo capitale sociale che oggi, insieme a tanti, abbiamo costruito.

Tutto ciò che faccio, tutti i numeri, tutte le rette che contabilizzo mi parlano di quei servizi, di quelle persone che hanno una garanzia di essere, come dire, sostenute per il proprio empowerment, la propria libertà».

Foto, riprese e montaggio di Maria Pia Tucci
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TERESA MASCIOPINTO:LA FINANZA ETICA PER «TRASFORMARE IL SISTEMA A PARTIRE DA CIÒ CHE LA FINANZA DECIDE OGNI GIORNO DI SOSTENERE»

di Maria Pia Tucci

In un tempo in cui il denaro sembra spesso muoversi lontano dalle conseguenze sociali delle scelte economiche, parlare di finanza etica significa interrogarsi sul senso stesso della finanza: a chi serve, cosa sostiene, quale idea di società contribuisce a costruire. Ne parliamo con Teresa Masciopinto, presidente di Fondazione Finanza Etica da marzo 2023 e vicepresidente di Fundación Finanzas Éticas, una voce autorevole nel campo dell’economia sociale, del welfare, delle politiche di genere e dei processi di inclusione economica e sociale. Socia fondatrice di Banca Etica, già responsabile delle Relazioni Associative, Masciopinto ha intrecciato nel suo percorso competenze giuridiche, impegno istituzionale e attenzione ai territori, portando nella riflessione sulla finanza uno sguardo che parte dalle persone, dalle comunità e dai diritti.

Parlare oggi di finanza etica significa, prima di tutto, tornare alla domanda più semplice: a cosa serve la finanza? E, ancora prima: a chi serve?

«Non è una questione soltanto tecnica. È una domanda profondamente politica, perché riguarda il modo in cui una società decide di utilizzare una delle proprie risorse più potenti: il denaro».

Per chi abbiamo bisogno di una finanza etica? Per cosa?

«Abbiamo bisogno di una finanza etica per chi rischia di essere escluso dai criteri con cui normalmente viene valutato il merito economico: per le organizzazioni dell’economia sociale, per le piccole imprese, per i territori, per chi produce innovazione sociale e ambientale. Abbiamo bisogno di una finanza capace di riconoscere che il valore di un’attività economica non si esaurisce nel rendimento finanziario che produce.

E ne abbiamo bisogno per finanziare un’economia diversa: quella che crea lavoro senza consumare futuro, che rafforza le comunità, che accompagna la transizione ecologica, che riduce le disuguaglianze e considera il denaro uno strumento e non il fine dell’attività economica. E quella che contribuisce alla pace.

Perché anche la pace ha una dimensione economica e finanziaria. Le risorse che scegliamo di destinare alla produzione di armi, alla guerra e alla distruzione non sono risorse neutrali: sono risorse sottratte ad altri possibili usi. Allo stesso modo, finanziare la cooperazione, il lavoro, la cura dei territori, l’accesso ai servizi, la giustizia sociale e la transizione ecologica significa contribuire a costruire le condizioni materiali di società più pacifiche e coese. La scelta di dove mettere il denaro è anche una scelta sul modello di società che intendiamo sostenere».

La seconda domanda è allora inevitabile: come si arriva alla finanza etica?

«Non basta costruire prodotti finanziari sostenibili. Non basta aggiungere qualche criterio ESG ai modelli esistenti. La finanza etica richiede innanzitutto trasparenza sulle conseguenze delle decisioni finanziarie: sapere dove finiscono i nostri risparmi, quali attività finanziamo, quali escludiamo, quali impatti produciamo.

E richiede educazione critica alla finanza.

Significa mettere le persone nella condizione di capire come funziona il sistema finanziario e quale ruolo possono avere al suo interno. Non soltanto insegnare a gestire meglio il proprio denaro, ma comprendere che cosa accade al denaro una volta depositato in banca, come vengono decisi gli impieghi, quali settori vengono finanziati e quali conseguenze economiche, sociali, ambientali e politiche possono derivare da quelle scelte.

L’educazione finanziaria, in questa prospettiva, non può limitarsi alla capacità individuale di fare scelte economicamente convenienti. Deve diventare educazione alla cittadinanza economica: capacità di fare domande, di leggere criticamente le informazioni, di riconoscere gli interessi in gioco e di esercitare consapevolmente il proprio potere di scelta.

Questo è particolarmente importante in una fase nella quale la finanza viene spesso presentata come un universo inevitabilmente tecnico, accessibile soltanto agli specialisti. Rendere la finanza comprensibile significa invece restituire alle persone una parte della loro capacità di partecipare alle decisioni che riguardano la società.

Ma la trasformazione non può essere affidata soltanto alle scelte individuali. La finanza etica ha bisogno di politiche pubbliche, regole, trasparenza e strumenti capaci di favorire il finanziamento dell’economia sociale, della transizione ecologica e di tutte quelle attività che producono valore collettivo. Ha bisogno, inoltre, di una regolazione capace di riconoscere la pluralità dei modelli bancari e di valorizzare l’esperienza degli intermediari che da anni lavorano con questi soggetti».

Ma qual è il futuro della finanza etica?

«Non credo che la sua prospettiva debba essere quella di diventare semplicemente una versione più sostenibile della finanza tradizionale. La sfida è più ambiziosa: contribuire a cambiare il modo in cui concepiamo il rapporto tra finanza ed economia.

La finanza etica avrà futuro se saprà continuare a essere concreta, rigorosa e capace di misurarsi con i numeri, senza perdere di vista le persone e i territori. Se saprà innovare senza rinunciare alla propria identità. Se saprà investire nella conoscenza e nell’educazione critica, perché una finanza diversa ha bisogno anche di cittadine e cittadini capaci di comprenderla e di sceglierla, capaci di porsi una domanda semplice ma radicale: non soltanto quanto rende un investimento, ma quale economia rende possibile, quali relazioni costruisce e quale mondo contribuisce a rafforzare.

È questa, a mio avviso, la ragione politica per cui abbiamo ancora bisogno di parlare di finanza etica. Non per costruire un’isola alternativa dentro il sistema finanziario, ma per contribuire a trasformare il sistema a partire da ciò che la finanza decide ogni giorno di sostenere. Per chi. Per cosa. E, in definitiva, per quale società».

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LUNAROSSA. QUINDICI ANNI DI PERCORSI E INCONTRI

foto gita messinadi Nicola Emanuele e Anna Bambara

Quindici anni sono fatti di volti, relazioni e percorsi che si intrecciano.

A Luna Rossa, in questo tempo, circa 200 minori stranieri non accompagnati e giovani neomaggiorenni hanno condiviso un tratto del proprio cammino con operatori, volontari, associazioni, imprese e cittadini del territorio. Una storia iniziata nel 2011, quando Comunità Progetto Sud ha scelto di accompagnare e accogliere giovani arrivati in Italia senza adulti di riferimento, costruendo insieme a loro percorsi di autonomia, partecipazione e appartenenza.

Da allora Luna Rossa continua a essere una casa in cui l’accoglienza prende forma attraverso le relazioni.

È il luogo in cui la ripresa psicofisica non si esaurisce nella cura, ma diventa tempo restituito e fiducia ricostruita giorno dopo giorno. È rete di relazioni che accompagna senza giudicare. È pace per chi porta ferite invisibili, ed è la possibilità, per chi aveva smesso di riconoscersi, di tornare a farlo. Ed è reciprocità: chi passa da qui non è mai soltanto chi riceve. Ognuno lascia un segno e ciascuno porta con sé qualcosa quando va via.

Le storie che hanno attraversato Luna Rossa in questi quindici anni non sono tutte uguali. Ognuna ha avuto tempi, difficoltà e possibilità differenti. Ciò che le accomuna è l’incontro con una comunità fatta di persone, relazioni e opportunità. Per alcuni questo incontro ha significato completare un percorso di studi; per altri imparare un mestiere, trovare un lavoro, costruire amicizie o sperimentare nuove forme di partecipazione. C’è chi ha scelto di restare a Lamezia Terme e contribuire a sua volta ai percorsi di accoglienza e chi ha proseguito altrove il proprio cammino.

Tutti hanno contribuito a costruire la storia di Luna Rossa, così come Luna Rossa ha accompagnato un tratto delle loro storie.

lunarossa

“Accogliere l’altro significa riconoscere prima di tutto pari dignità a ogni uomo, donna, bambino e bambina, a ogni storia di vita, nessuno escluso. Pensiamo che ogni persona sia portatrice di esperienze e di identità culturali di cui vanno riconosciute l’originalità e l’unicità”. Così Luna Rossa si presenta sul sito di Comunità Progetto Sud.

I percorsi migratori portano spesso con sé esperienze complesse e profonde trasformazioni. Per questo il primo passo è quasi sempre la ripresa psicofisica e la costruzione di un rapporto di fiducia con chi arriva in comunità. In questi quindici anni, le tante storie incontrate hanno insegnato a operatrici e operatori il valore della resilienza e la possibilità concreta di ricominciare, attraverso la capacità delle persone di affrontare difficoltà, sviluppare risorse e costruire nuovi inizi quando trovano contesti accoglienti e relazioni significative.

Un aspetto fondamentale di Luna Rossa è la capacità di crescere all’interno della città, facendo sì che il servizio e la quotidianità non siano percepiti come una realtà rivolta esclusivamente a chi vi abita o vi lavora, ma come un’esperienza capace di coinvolgere l’intera comunità cittadina. In questa prospettiva, l’intervento sul territorio non si limita all’erogazione del servizio, ma punta a costruire una presenza attiva e riconoscibile di Luna Rossa, favorendo occasioni di incontro, partecipazione e collaborazione con la comunità locale. È quanto avviene, ad esempio, attraverso la partecipazione a momenti di socializzazione e aggregazione come il Festival Trame, così come attraverso la collaborazione con le aziende e le realtà produttive della città. L’obiettivo è quindi creare una relazione sempre più stretta con il territorio, affinché Luna Rossa possa essere non solo un servizio per la città, ma una presenza parte integrante della sua vita sociale e comunitaria.

È da qui che nasce il senso più profondo di questi quindici anni: la consapevolezza che l’accoglienza non sia qualcosa che alcuni offrono ad altri, ma una responsabilità che ogni comunità assume verso sé stessa. Un processo che chiede impegno, ascolto e presenza, ma che restituisce legami, fiducia e nuove possibilità di partecipazione.

Quindici anni dopo, Comunità Progetto Sud con Luna Rossa continua a essere una casa costruita da molte persone e da molte storie. Un luogo che ci ricorda che le comunità diventano più forti quando nessuno resta spettatore e ciascuno può prendere parte alla costruzione del bene comune.

2026 agosto petali diritti partecipati

Petali. Agosto 2026. Diritti partecipati

di Maria Pia Tucci

Il tema dei diritti partecipati ci porta a scoprire come può cambiare la vita dei singoli e del gruppo. Sia esso segmento o intero di una comunità. Di come il prendere parola può essere una strada che attraversa i contesti. Li decostruisce e li rimette in piedi.

Questo numero di Petali da’ parola a Fabio Saliceti, responsabile dell’advocacy della Comunità Progetto Sud, a Ousman Jaiteh, ieri ospite della Comunità per Minori non accompagnati, oggi mediatore culturale e operatore della stessa organizzazione. Con Alessia Pesci, sociologa e componente dell’esecutivo del CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti) apprendiamo la mobilità dell’essere partecipi. Perché la cittadinanza si muove con la società e la società con i diritti delle persone. Tutte.

Buona lettura!

Petali è la newsletter curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

fabio saliceti lavoro in equipe con rosanna liotti

CONSAPEVOLEZZA: UNA CHIAVE PER I DIRITTI PARTECIPATI

di Maria Pia Tucci 

«Cercavamo braccia, sono arrivate persone.» Max Frisch nel 1965 pronuncia questa frase nel dibattito che animava il suo pensiero rispetto alle persone migranti che, specialmente dall’Italia, arrivavano chiamate come forza lavoro nella sua Svizzera. 

Persone non braccia. Persone nella loro totalità. Persone in movimento, oggi come allora. 

E in questo movimento di popoli, le persone migranti quando diventano partecipi davvero del territorio in cui sono arrivate e come si costruisce quella partecipazione alla vita sociale di chi arriva e rimane in una città, in un Paese che ha regole diverse dal luogo di provenienza? Quale può essere il punto di partenza grazie al quale le persone non sono più considerate solo braccia?

Nell’esperienza cinquantennale della Comunità Progetto Sud «il diritto di avere doveri» per citare il presidente Don Giacomo Panizza, è sempre stato il dire, coniugato al fare percorsi di accoglienza e cittadinanza. 

Una congiunzione che mette insieme una sorta di libro mastro delle regole del dare e avere, come in una partita doppia, ma dove al centro delle colone di quel libro ci sono le persone e il loro stare, appunto, tra i diritti e i doveri.

Consapevolezza è una delle parole chiave per parlare di diritti. Prima ancora che a questi venga attribuito il ruolo sociale della partecipazione.

Consapevolezza è proprio la prima cosa a cui fa riferimento Fabio Saliceti, avvocato e responsabile del servizio di tutela legale e ricerca dell’advocacy della Comunità Progetto Sud, quando la nostra conversazione si apre sul tema sui diritti partecipati.

«La mancanza di consapevolezza rispetto ai propri diritti e alla propria condizione, è un aspetto fondamentale per le persone che si rivolgono a noi o che intercettiamo. Persone che spesso sul territorio non hanno punti di riferimento se sono fuori dai progetti di accoglienza». 

E tra la mancanza di consapevolezza e la costruzione della partecipazione sociale c’è, tra gli altri, il tema del lavoro, tappa fondamentale per rispondere alla determinazione sociale della partecipazione.

Dalla regolarità del lavoro, ad esempio, dipende il permesso di soggiorno legale, che vuol dire stabilità e accesso alla cittadinanza, alla residenzialità e all’abitazione, alla piena copertura dei diritti sanitari e al ricongiungimento familiare. Il lavoro, per una persona migrante è, dunque, una ancora giuridica per essere cittadini di fatto.

Ma quando questo diventa sfruttamento cadono i pilastri di un’architettura sociale ed economica. Quelle braccia, evidentemente, tornano a non essere persone.

«Il lavoro sfruttato è stato spesso il gancio per la presa in carico delle persone migranti con le quali ci siamo trovati a percorrere la strada dell’accompagnamento alla consapevolezza dei diritti» ci racconta, a tal proposito Fabio Saliceti.

È chiaro che il diritto al lavoro non è il solo argomento per parlare di diritti partecipati, il diritto alla salute e gli aspetti culturali sono poi altri tasselli ponte «tra i contesti di provenienza e quelli di inclusione e inserimento dove le persone sono protagoniste. In campo ci sono una serie di processi che riguardano tanto le persone, quanto il territorio».

Consapevolezza dei diritti  è, probabilmente, la cartina tornasole di quella cittadinanza che fonda l’Italia, democratica, libera e partecipativa.

Nell’immagine in evidenza: Rosanna Liotti e Fabio Saliceti. Foto di Maria Pia Tucci