Parole di pace in tempo di guerra è un quaderno di voci e pensieri raccolti sul campo da Anna Maria Bernardini Manaconda. Insegnate in tempo di guerra a Siena. Un volumetto dato alle stampe nel 2013 da Mario Alighiero Manacorda (1914-2013), insigne storico dell’educazione. Dentro c’è la voce di ragazzi e ragazze che riescono, in pieno conflitto, siamo negli anni ’40, ad esprimere il loro percorso interiore di pacificazione.
Petali di giugno ci conduce proprio a questa riflessione.
Un sentiero ce lo indica Marianella Sclavi, attraverso un’esperienza di respiro europeo e tradotta nel saggio ” Elogio dei tre saperi” in una Nantes che si interroga e rinasce da una sconfitta politica divenendo luogo di democrazia deliberativa.
La lettura di Petali ci porta poi alle scelte, nate e cresciute all’interno di Comunità Progetto Sud, quelle di Beppe Rozzoni e di Anna Bambara. È tempo anche di progetti che ci portano ad espandere la visione per la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Green sentinel ci offre infatti l’opportunità di avviare una collaborazione transfrontaliera.
Beppe Rozzoni è Socio Fondatore di Comunità Progetto Sud, da obiettore di coscienza ha iniziato il suo percorso nel mondo del sociale con una convinzione pacifista e una visione alla mondialità che ne ha sempre contraddistinto le scelte. Ha condiviso con Emma Leone la vita, l’amore e le battaglie per la parità dei diritti delle persone con disabilità.
Ora in pensione, è stato un pilastro degli uffici amministrativi di Comunità Progetto Sud, vive in Veneto. Ma dietro il suo silenzioso servizio c’è una lucida e radicale visione politica della solidarietà: «Chi tace lascia fare, qualsiasi potere si regge solo sul consenso».
Cerco in rubrica, due squilli e dall’altra parte la voce di Beppe si traduce subito in un’immagine, anzi due. Stento a collocarlo in altro luogo che non sia Via Conforti accanto alla sua, nostra Emma, o nel suo ufficio, in una delle stanze dell’Amministrazione di Comunità Progetto Sud. Ma da quando Emma non c’è più, Beppe vive in Veneto ma senza mai tradire l’animo gentile e prezioso di chi sa dedicarsi agli altri. Ci sentiamo al volo: «Sto distribuendo pasti – mi dice – se puoi ci sentiamo dopo», sorrido e lo immagino come sempre l’ho visto, silenzioso e laborioso e gli dico: «Certo che non ti smentisci mai» e gli chiedo di richiamarmi appena avrà un momento libero.
Ci sono persone che l’immaginario fatica a sradicare dai luoghi in cui li hai conosciuti e dove sai che hanno impegnato la vita.
Quando il dialogo riprende vado quasi subito al punto: «Beppe parliamo di Pace e della sua costruzione».
So bene che Beppe non teorizza una pace astratta, ma ne parla come di un cantiere aperto, dove ogni scelta individuale è una traiettoria sociale e collettiva: un esempio.
Da dove parte il cambiamento, quando è necessario? E certamente questo è un tempo necessario. «Chi tace lascia fare, lascia decidere agli altri, si lascia governare», spiega. «Qualsiasi potere, anche il più opprimente, si regge sempre e solo sul consenso».
Beppe parte da un dato di fatto: «L’esposizione costante a immagini di violenza e ai bollettini di guerra attraverso i media. Di fronte a questo panorama la società contemporanea si rifugia in tre reazioni difensive ma paralizzanti. La prima è il senso di impotenza, la rassegnazione di chi si sente troppo piccolo per incidere. La seconda è l’assuefazione: la tragedia si fa spettacolo quotidiano, il dolore si normalizza e non si distingue più la realtà dalla finzione. La terza è la rimozione, il tentativo di mettere i problemi fuori dall’uscio per rifugiarsi nell’illusione della propria routine».
Tre strade diverse che convergono verso un unico, letale vicolo cieco: l’indifferenza. Ed è qui che la riflessione si fa strettamente politica. «L’indifferenza è la morte della speranza», avverte Beppe, «perché quando più nessuno si interessa al problema, quando più nessuno ne parla, il problema semplicemente smette di esistere», lasciando campo libero alla sopraffazione.
«L’esercito americano non si ritirò per un’inferiorità militare sul campo, ma perché l’opinione pubblica mondiale si interessò, prese posizione e ruppe il consenso. L’interesse, dunque, come esatto contrario dell’indifferenza». Un esempio reale, non retorico di come si sviluppa il senso collettivo della Pace. «La pace non nasce da sola, non è un dono e, soprattutto, non è la semplice “assenza di guerra”. È un errore concettuale dire “difendiamo la pace”, se questa difesa coincide con lo status quo di una pace armata, dove la corsa agli armamenti produce tagli alle spese sociali e genera nuove povertà. Costruire la pace significa, al contrario, avere il coraggio di riconoscere il conflitto e smascherare quella che i sociologi definiscono violenza strutturale».
La lucidità di Beppe Rozzoni sull’essere attivisti per la Pace è tutto, o quasi, in queste parole.
«L’istituzionalizzazione, ad esempio, è una forma di rimozione del problema», osserva. «Non permette di eliminare le cause della povertà, ma solo di rimuovere il povero dalla nostra vista. Smascherare questa violenza significa denunciare che gli impoveriti sono generati da un modello di società intrinsecamente ingiusto».
Da qui discende la necessità di ribaltare i punti di vista, praticando un’empatia radicale che sappia guardare il mondo dalla parte degli oppressi. Non può esistere un progetto di solidarietà se i beneficiari non ne sono i protagonisti: un mondo migliore per l’altro deve essere migliore dal suo punto di vista, non secondo le nostre proiezioni.
Ma come si esce da un circuito che sembra non avere via di fuga? «Serve un’educazione alla mondialità e all’interdipendenza, ma soprattutto allo spirito critico, unico vero antidoto contro la propaganda bellica. È necessario riscoprire il valore della coscienza individuale – per evitare i drammatici storici dell’“abbiamo solo obbedito agli ordini” – e la cultura dell’obiezione e della disobbedienza civile».
In questa visione, la sintesi perfetta rimane la “Triplice rivoluzione” teorizzata da Vinoba Bhave, discepolo di Gandhi: una rivoluzione nel pensiero: dall’avere all’essere, una nella vita materiale: dal consumismo al servizio e una nella società: dal privilegio alla condivisione.
Beppe Rozzoni non si muove su speculazioni filosofiche, anche perché tra il suo dire e il suo fare c’è un ponte di coerenza tra parole e gesti. Come quello che gli ho sentito raccontare, mentre lo faceva, di distribuire un pasto. Come quello che gli ho visto mille volte fare e che stava dietro una scelta felice, di stare accanto a Emma.
Dalla sua nuova vita in Veneto, Beppe Rozzoni, ci ricorda che la Pace è un oceano fatto di piccole gocce. Una costruzione quotidiana che comincia dal piccolo, con gesti minimi, silenziosi, ma che possono essere straordinariamente contagiosi.
Anna Bambara è assistente sociale e coordinatrice del SAI Minori non accompagnati Lunarossa della Comunità Progetto Sud, impegnata nella promozione di percorsi interculturali.
La scelta di Anna di lavorare nel sociale ha seguito un percorso lineare, iniziato in famiglia, da cui ha acquisito profonda sensibilità verso i temi sociali e proseguito nell’esperienza formativa dello scoutismo prima e negli studi universitari in Scienze del Servizio Sociale dopo.
Ha consolidato il suo impegno nel terzo settore collaborando strettamente con la Comunità Progetto Sud. Dal 2013 lavora e mette a sistema le competenze professionali, l’esperienza e la sua innata empatia.
Partiamo dall’inizio, Anna. Se guardi indietro, qual è stato il momento preciso in cui ti sei avvicinata e poi hai scelto il lavoro sociale? E quando è avvenuto, invece, l’incontro con la Comunità Progetto Sud?
«Non riesco a individuare un momento preciso, quanto piuttosto un percorso di crescita. Attraverso lo scoutismo ho imparato a vivere il “servizio” come un’importante occasione di crescita personale e di sostegno agli altri. Un’altra tappa significativa è stata presso la comunità Mago Merlino (oggi casa Meulì) della Comunità Progetto Sud, nella quale ho continuato a spendermi al di fuori dell’ambito associativo, con grande impegno e coinvolgimento. Successivamente ho scelto di iscrivermi al corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale, perché lo sentivo pienamente in linea con le mie attitudini, i miei valori e il desiderio di lavorare in questo campo.
Ho incontrato la Comunità Progetto Sud fin da ragazza, grazie alla mia famiglia e al mio percorso nello scoutismo. Successivamente ho avuto modo di conoscerla ancora meglio durante gli studi universitari, approfondendone i valori, le attività e l’impegno nel sociale. È una realtà che ha accompagnato diverse tappe della mia crescita personale e professionale. Ho proseguito questo legame anche dal punto di vista lavorativo quando, nel 2013, sono stata coinvolta nella comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati Lunarossa. Da allora opero lì e ad oggi ricopro il ruolo di assistente sociale e coordinatrice.»
Ascoltandoti, si percepisce chiaramente come emozioni e competenze si intreccino nel lavoro sociale, soprattutto nell’osservazione prima e nell’accompagnamento dopo di persone che portano un vissuto spesso fatto di traumi. Nel tuo quotidiano a Lunarossa, cosa significa concretamente favorire la loro pacificazione interiore?
«Per me la pacificazione interiore dei minori stranieri non accompagnati inizia dall’accoglienza. Significa costruire, fin dal primo giorno, un clima sereno, sicuro e familiare all’interno della comunità, dove i ragazzi possano sentirsi protetti e rispettati. Arrivano dopo aver vissuto vicende molto difficili e hanno bisogno innanzitutto di ritrovare un senso di normalità. Per questo è importante prendersi cura della quotidianità: condividere i pasti, rispettare i loro tempi, ascoltarli senza giudizio e accompagnarli giorno per giorno. È proprio in questa dimensione che, poco alla volta, possono ritrovare fiducia in sé stessi e negli altri. Il nostro compito è sostenerli affinché possano riprendere in mano la propria vita, coltivare i loro sogni e immaginare un futuro possibile. Alla comunità Lunarossa non offriamo solo vitto e alloggio, ma uno spazio in cui sentirsi al sicuro, riconosciuti e valorizzati.»
Anna Bambara con i ragazzi di Lunarossa durante una delle attività. Sul traghetto nello Stretto di Messina
Questo richiede uno sforzo importante. Spesso ci sono barriere emotive complesse: come si passa, nella pratica, dalla gestione dell’emergenza e della rabbia alla ricostruzione di un legame di fiducia?
«La fiducia si costruisce nel tempo, con la presenza costante e la coerenza. All’inizio molti ragazzi arrivano diffidenti, spaventati o arrabbiati, perché gli eventi passati hanno spesso incrinato la loro capacità di affidarsi agli altri. Il nostro lavoro è esserci ogni giorno, mantenere gli impegni presi, ascoltare senza forzare e dimostrare, con i fatti, che possono contare su di noi. È attraverso questa relazione educativa che la diffidenza lascia gradualmente spazio alla serenità. Quando un ragazzo si sente benvoluto e libero di esprimersi senza paura di essere giudicato, inizia a stringere nuovi legami e a guardare al futuro con maggiore serenità.»
Facendo leva sull’ esperienza maturata sul campo, qual è lo strumento di mediazione che meglio può favorire percorsi condivisi, riducendo al minimo le tensioni e valorizzando i “desiderata”?
«Credo che il primo strumento sia la conoscenza della persona. È fondamentale prendersi il tempo per capire come ogni ragazzo esprime la propria personalità, quali sono i suoi bisogni, le sue aspettative e il suo modo di relazionarsi, cercando sempre di mantenere uno sguardo libero da pregiudizi.
Per me la mediazione parte dall’ascolto: dare la possibilità di raccontare la propria storia, il viaggio migratorio, gli affetti e il vissuto che si portano dentro. Solo quando una persona si sente ascoltata e riconosciuta può iniziare a costruire relazioni di fiducia e a partecipare davvero a un progetto comune. Il nostro compito è offrire una buona accoglienza, creare uno spazio in cui ciascuno possa sentirsi accettato per quello che è e abbia la libertà di essere sé stesso. Da questa base nascono il dialogo, il rispetto reciproco e la possibilità di affrontare anche i contrasti in modo costruttivo.»
Un’ultima domanda, quasi una riflessione intima sul senso profondo del tuo operato. Che cos’è la Pace per Anna Bambara?
«Per me la pace è un modo di essere, è un atteggiamento con cui scegliere di affrontare la vita nelle sue gioie e nelle sue difficoltà, mantenendo equilibrio e imparando a gestire i conflitti senza lasciarsi sopraffare. Non significa evitare i contrasti, ma avere la capacità di affrontarli con lucidità, rispetto e dialogo.
Pace, secondo me, è anche saper accogliere l’altro indipendentemente dalla sua provenienza, dalla sua storia o dalle sue idee, soprattutto quando la pensa diversamente da noi. Credo che nasca proprio dalla capacità di riconoscere il valore di chi ci sta di fronte e di costruire relazioni fondate sull’ascolto, sulla comprensione e sul rispetto reciproco.»
Foto in evidenza: Anna Bambara tra don Giacomo Panizza e Chiara Carnovale durante le attività di laboratorio annuale 2025 della Comunità Progetto Sud
A Lamezia Terme l’International Migrants Day 2025 è occasione di dialogo e informazione dalle terre che vivono i conflitti
«Il tema è costruire la Pace in tempo di guerra. Parlare di quello che conosciamo. Di quello che è distante ma anche dei conflitti più vicini a noi. Ma la parola chiave è una speranza messa in atto, non speranza in attesa. Attendere alla Pace è una coscienza collettiva, una voglia di essere umanità di tutte le popolazioni». Don Giacomo Panizza, testimone e attivista di azioni di Pace, si è espresso così a Lamezia Terme nel corso dell’International Migrants Day 2025.
Incontri mattutini con studenti e le studentesse del Polo Tecnico Professionale Rambaldi–De Fazio e del Liceo Scientifico Galileo Galilei e nel pomeriggio ospiti del salone della Chiesa della Pietà, introdotti dal Parroco don Emanuele Gigliotti. Appuntamenti che Comunità Progetto Sud e SAI hanno costruito in collaborazione con il Movimento Umanità in ricerca e Operazione Colomba per raccontare le “Voci in cammino, tra racconti di migrazione e speranza”.
«Speranze intese come fioritura nella piena umanità», ha sottolineato Salvatore Diodato del Movimento umanità in ricerca. «Sensibilizzare gli studenti, entrando nelle scuole ma anche con incontri aperti ai cittadini ci aiuta a rendere pubbliche le motivazioni di un movimento che si interroga sui molti perché delle migrazioni. Raccogliere le voci – dice ancora Diodato – vuol dire creare condizioni di ascolto e di accoglienza e farlo con la testimonianza di don Giacomo Panizza, di una delle attiviste di Operazione Colomba e di Bakary Dembele ha il significato profondo del cammino che stiamo percorrendo».
Confronto e dialogo sono state le azioni chiave di una giornata-evento che ha messo in relazione giovani, cittadini ed esperti di migrazioni per restituire prospettive e vissuti legati ai confini, ai percorsi migratori e alle pratiche quotidiane di pace nei territori segnati dai conflitti.
«Obiettivo sensibilizzare, non far calare l’attenzione e non far spegnere i riflettori sui territori di guerra». Sono le parole dell’attivista di Operazione Colomba che ha tenuto due incontri nelle scuole e che, nel pomeriggio ha raccontato l’importanza della presenza degli operatori di pace sui territori dove sono in atto le guerre. «Riportare la testimonianza di come e di dove agiamo come Operazione Colomba ha il valore politico di chi può agire, anche da lontano, perché consapevole di quello che accade nelle terre del conflitto. La nostra restituzione di testimonianza, – ha concluso l’attivista – in contesti pubblici, con i giovani, con i cittadini, porta con sé questo grande valore».
15 dicembre 2025 | Lamezia Terme | Ore 9/13 | Polo Tecnico Professionale Rambaldi – De Fazio e Liceo Scientifico Galileo Galilei | Ore 17:30 | Salone Chiesa della Pietà
“Voci in cammino – racconti di migrazione e speranza” è l’appuntamento di Comunità Progetto Sud, e SAI, in collaborazione con il movimento Umanità in ricerca e Operazione Colomba per il prossimo 15 dicembre, anticipazione della Giornata mondiale dei migranti che l’ONU ha fissato per il 18 dicembre di ogni anno.
Confronto e dialogo saranno le azioni chiave di una giornata-evento che, a Lamezia Terme, metterà in relazione giovani, cittadini ed esperti di migrazioni con l’intento di restituire prospettive e vissuti legati ai confini, ai percorsi migratori e alle pratiche quotidiane di pace nei territori segnati dai conflitti.
Lo sguardo sarà quello diretto di chi attraversa i confini e le esperienze quelle di azione nonviolenta nei contesti di guerra. Testimonianze, buone pratiche e criticità che metteranno l’accento su vecchie e nuove migrazioni e sul diritto di ogni persona ad abitare e muoversi.
Saranno due i momenti, diversi per location e uditorio, che caratterizzeranno l’iniziativa. Nella mattinata, dalle 9:00 alle 13:00, un’attivista di Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, incontrerà le studentesse e gli studenti del Polo Tecnico Professionale Rambaldi–De Fazio e del Liceo Scientifico Galileo Galilei, nelle loro rispettive sedi scolastiche. L’obiettivo è offrire, alle nuove generazioni, un racconto realistico di chi ha vissuto in zone di guerra, ma anche parlare di diritti e trasformazione sociale.
Nel pomeriggio, alle 17:30, nel salone della Chiesa della Pietà in Via Duca D’Aosta 38, si terrà il secondo appuntamento, aperto alla cittadinanza e condotto da Salvatore Diodato, esponente dell’Azione Cattolica di Lamezia Terme: “Pratiche di nonviolenza nei contesti di conflitto e lo sguardo diretto di chi attraversa i confini”. Dopo i saluti del Parroco, don Emanuele Gigliotti, l’incontro vedrà gli interventi di una donna, attivista di Operazione Colomba, di don Giacomo Panizza, Presidente della Comunità Progetto Sud, e Bakary Dembele, beneficiario accolto nel SAI per Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) di Lamezia Terme.
La PACE è uno dei valori fondanti di Comunità Progetto Sud ed è un impegno concreto che guida il nostro operato.
In questi giorni Giacomo Panizza è tra le 110 persone che si trovano in Ucraina per partecipare al Giubileo della Speranza, promosso dal MEAN Movimento Europeo Azione Nonviolenta
Una missione di pace, un viaggio di ascolto e presenza attiva nei luoghi segnati dalla guerra.
Un gesto collettivo per dire che esistono alternative alla violenza, che la nonviolenza è forza trasformativa, che la solidarietà è un ponte tra i popoli.
Appuntamento in collegamento dall’ Ucraina alle 8:45 di sabato 4 ottobre 2025 Comunità Terapeutica Fandango [Via delle vigne | Lamezia Terme]
collegamento remoto ai link per seguire la direttaonline:
▶️ YouTube: https://www.youtube.com/c/MasciAdultiScout
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Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.
Bambino è il nostro filo conduttore di Petali di questo settembre 2025.
Il febbraio di Petali, la newsletter della Comunità Progetto Sud, arriva nelle nostre mail con due parole che iniziano per “P”: una è un’immagine e scrive a colori su un lenzuolo PACE in tutte le lingue del mondo, l’altra è un segno grafico e scrive “PONTI“.
Due necessità in costruzione per le quali sono necessarie infrastrutture umane fatte di azioni e progettualità di comunità capaci di scavallare luoghi, dove i confini sono convenzioni geografiche, dove il diritto al movimento è incluso nel vivere di ogni persona.
La prima P, PACE, è l’immagine in copertina, uno scatto di Roberto Gatto, nostro responsabile dell’area dipendenze, fotografia dell’ l’iniziativa coordinata da Pax Christi Lamezia Terme e che si è svolta lo scorso 24 febbraio. Data di piazze piene in ogni dove per ribadire a gran voce la richiesta di pace a due anni dall’inizio del conflitto Russia – Ucraina e che non dimentica di implorare la fine del massacro che sta avvenendo nella striscia di Gaza.
PONTI sono le storie e i percorsi di cui raccontiamo di questo febbraio trascorso: un nuovo progetto, l’esperienza Erasmus in Francia e il Servizio Civile Universale Internazionale in Grecia. Ponte è la collaborazione e l’amicizia di Marina Frigerio, etnopsicologa di origini italiane che vive e lavora in Svizzera ma che non può fare a meno di abitare la Comunità più volte l’anno e che firma l’articolo che apre la nostra newsletter.
Ci sono poi le nuove opportunità d’impiego, anch’esse ponte, questa volta per il mondo del lavoro e incentivo alla “restanza” per i professionisti del sociale e non solo.
L’esperienza di Servizio Civile all’estero con il CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza) rappresenta un’opportunità unica per i giovani di crescere sia come persone che come cittadini. Da diversi anni, il CNCA promuove progetti in Ecuador, Uganda e Grecia, offrendo ai volontari la possibilità di vivere un’esperienza di scambio interculturale e di mettersi al servizio di realtà diverse con l’intento di sostenere le iniziative di sviluppo umano, sociale portato avanti da gruppi presenti nella Messenia, attraverso l’affiancamento di volontari nelle diverse aree di intervento: educazione e promozione culturale, agricoltura, tutela ambientale e diritti umani.
La missione del progetto è di allargare e favorire la creazione di legami tra le organizzazioni del CNCA e le organizzazioni greche che operano nei medesimi ambiti, al fine di costruire una rete di cooperazione e di scambio. Il nostro obiettivo è di permettere ai volontari e alle organizzazioni coinvolte di condividere esperienze, competenze, buone pratiche, progetti e visioni tra realtà che si occupano di tematiche e questioni simili. In questo modo, vogliamo contribuire a rafforzare il tessuto sociale e civile della regione, a valorizzare le sue potenzialità e a contrastare le sue criticità.
La Comunità Progetto Sud, federata nel CNCA, fin da subito ha creduto in questa opportunità, convinta che il Servizio Civile all’estero non sia solo un modo per arricchire il proprio curriculum vitae, ma anche un’occasione per ampliare la propria visione del mondo.
Vivere in un contesto diverso permette di conoscere nuove culture, modi di vivere e di pensare, sfidando le proprie convinzioni e aprendo la mente a nuove prospettive.
Vivere lontano da casa e dalla propria famiglia richiede di assumersi responsabilità e di gestire autonomamente la propria quotidianità.
Giunto alla sua seconda annualità, il progetto “Coltivare il Domani” si svolge nel Peloponneso, in Grecia, e più precisamente nella provincia della Messinia, tra le cittadine di Calamata e Messinia, rinomate per la produzione agricola ma anche per il turismo.
La Cooperativa Palmi, una delle sedi di progetto è situata a Messinia e si occupa di attività agricole e di inclusione sociale, favorendo l’inserimento lavorativo di persone con disabilità e svantaggio.
La Fondazione culturale “Le strade dell’ulivo”, con sede a Calamata, promuove la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio culturale e storico legato all’ulivo, simbolo di unione tra i popoli del Mediterraneo.
E proprio l’ulivo è divenuto il filo conduttore ed elemento centrale del progetto, assume un valore simbolico di grande rilevanza. Diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, rappresenta non solo una fonte di nutrimento e di reddito per molte comunità, ma anche un ponte ideale per unire culture diverse e promuovere la coesione sociale. L’ulivo come simbolo di pace e di unione dei popoli.
Così i giovani volontari impegnati in questa esperienza si trovano ad incrociare il lavoro sulla terra fianco a fianco con persone provenienti da vari tipi di svantaggio ma anche a sostenere i gruppi nella diffusione di temi valoriali nelle diverse occasioni di scambio interculturale promosse.
L’esperienza di scambio ci sta permettendo di re interpretare la visione di sviluppo e di crescita dei territori centralizzando il nostro orizzonte sul Mediterraneo e sui popoli che lo vivono ed animano.
Il Mediterraneo come centro di incontro tra culture attraverso il quale costruire opportunità di futuro possibile. Un Mediterraneo che si riprende l’identità di collante fra i popoli e non portatore di morte per le migliaia di migranti che disperatamente lo attraversano.
La nostra esperienza di servizio Civile in Grecia è diventata non solo una opportunità di crescita per i giovani volontari ma anche per le organizzazioni che si impegnano quotidianamente nella gestione e promozione come i gruppi che compongono la federazione del CNCA, la Comunità Progetto Sud, la Cooperativa Palmi e la Fondazione Le strade dell’Ulivo.
Il lavoro del MEAN (MOVIMENTO EUROPEO DI AZIONE NON VIOLENTA) continua anche lontano dai riflettori, ma sempre vicino alle popolazioni colpite dalla guerra in Ucraina.
Un lavoro di presenza fisica e che non si ferma nelle proposte per la pace, che punta a «coinvolgere la società civile pacifista da un dibattito polarizzato sull’opportunità o meno dell’invio delle armi per farle ritrovare l’indispensabile unità di intenti e d’azione necessaria al cammino di una pace giusta», come scritto nell’ ultimo documento condiviso dalle oltre 100 associazioni in tutta Italia che fanno parte del movimento.
La Comunità Progetto Sud è tra le realtà che hanno fondato il MEAN e Don Giacomo Panizza, in questo ultimo anno si è recato più volte in Ucraina insieme agli altri rappresentanti del Movimento, incontrando sul posto i civili organizzati in associazioni e le istituzioni politiche e religiose, come anche inviando medicinali, cibo e abiti, costruendo là un Peace Village e accogliendo profughi qui in Italia.
villaggio della pace a Brovary (foto dal profilo facebook MEAN)
Nei prossimi giorni una delegazione MEAN si recherà a Strasburgo a parlare ai gruppi europarlamentari, è stata perciò attivata una raccolta firme per l’istituzione dei corpi civili di pace con il bagaglio di tre proposte condivise.
E anche dalla Calabria parte l’appello del MEAN, a diffonderlo è lo stesso don Giacomo Panizza «Siamo davanti ad una nuova proposta condivisa e che vogliamo sia sottoscritta e compresa da più persone possibili, – dice Panizza – perché non cadiamo nella trappola dell’indifferenza davanti ad un conflitto che continua a minacciare il cuore dell’Europa e non solo».
La prima delle tre proposte è la convocazione al più presto di una “Conferenza Europea sui criteri per la istituzione e per la operatività dei Corpi Civili di Pace Europei” con protagonisti i costruttori di pace sia istituzionali che non governativi (come del resto era nelle intenzioni di Alex Langer) con esperienze significative sul campo.
La seconda: è rivolta al Governo italiano perché rilanci e ridefinisca il concetto di Corpi civili di Pace nel nostro Paese uscendo dalla sperimentazione infinita in cui li si è confinati dal 2014 ad oggi.
La terza proposta è la convocazione di una “Marcia nonviolenta della fraternità e della pace” da farsi possibilmente entro l’estate 2023
La nostra prima proposta è la convocazione al più presto di una “Conferenza Europea sui criteri per la istituzione e per la operatività dei Corpi Civili di Pace Europei” con protagonisti i costruttori di pace sia istituzionali che non governativi (come del resto era nelle intenzioni di Alex Langer) con esperienze significative sul campo. Una conferenza promossa, in una città dell’Ucraina, da una Cabina di Regia formata da esponenti della società civile europea e presieduta da membri della società civile ucraina, alla quale gli esponenti delle istituzioni politiche a vari livelli sono invitati a partecipare prima di tutto come ascoltatori e poi come decisori, ovvero come interlocutori responsabili di risposte puntuali entro tempi definiti.
La scelta di un città ucraina come sede di un tale evento, così come la presidenza della iniziativa, sono anche simbolicamente un riconoscimento che con la propria lotta e la propria vita, questo popolo si è conquistato il titolo di primus inter pares nella famiglia europea e che nessun altro più di loro può esigere una svolta (o se si vuole una accelerazione) nella strutturazione del governo europeo, tale da renderlo sul serio portatore di una visione e di una strategia che assegni a questo continente il ruolo che, stante le tormentate lezioni della sua storia, gli spetta, e cioè quello di garante della gestione costruttiva di conflitti sia al proprio interno che a livello internazionale.
Aggiungiamo che la auspicabilità di una tale conferenza era già stata avanzata da ben due studi di fattibilità sui requisiti per il buon funzionamento dei CCPE, commissionati dalla Commissione Europea rispettivamente nel 2004 e 2005. Entrambe hanno sottolineato la centralità di professionisti “non statali”, reclutati da un gruppo dirigente che opera secondo procedure ad hoc, in grado di valorizzare i particolari punti di forza e di porre riparo alle specifiche criticità di ogni situazione di crisi nella sua unicità, e quindi con un approccio più di “animazione” di contesti di mutuo apprendimento che non di applicazione di piani predefiniti. Questa problematica è presente anche nel draft appena adottato dalla Commissione Esteri del Parlamento Europeo sulla “Implementazione della PCSD civile e altra assistenza civile dell’Ue in materia di sicurezza” che sarà all’ordine del giorno della seduta plenaria di maggio sottolineando che il progetto di CCPE dovrebbe costituire un ulteriore strumento a disposizione dell’Ue per un approccio integrato alla gestione civile delle crisi . Chiediamo al Consiglio di includere il progetto di CCPE nel nuovo Civilian CSDP Compact che sarà presentato a Maggio e al governo italiano, in particolare, di sostenere questa proposta.
Si tratta di osare pensare a livello europeo ad un organismo sulla gestione costruttiva dei conflitti come necessario complemento e pari dignità del corpo militare previsto dalla “Bussola” approvata dai ministri della difesa dei Paesi Ue nel marzo 2022 e che prevede entro il 2025 una forza di 5000 militari per il pronto intervento. Si tratta, per le istituzioni europee di riconoscere che come tutti i cambiamenti sistemici, anche questo, deve trovare fonte e impulso nelle dinamiche della società civile e in nuove forme di dialogo fra società civile e rappresentanze politiche.
SECONDA PROPOSTA
La seconda proposta è rivolta al Governo italiano perché rilanci e ridefinisca il concetto di Corpi civili di Pace nel nostro Paese uscendo dalla sperimentazione infinita in cui li si è confinati dal 2014 ad oggi. Dal 2014 a 31 dicembre 2022, l’Italia ha speso 190 miliardi di euro in Spesa Militare ma non è riuscita a spendere 9 milioni per sperimentazione Corpi Civili di Pace.
TERZA PROPOSTA
La Terza proposta è la convocazione di una “Marcia nonviolenta della fraternità e della pace” da farsi possibilmente entro l’estate 2023 come manifestazione nonviolenta conclusiva della Conferenza di cui alla Proposta 1.
Siamo consapevoli, come pacifisti europei, di non avere nel nostro dna, e nella nostra storia secolare, un cammino di liberazione dalle oppressioni basato sull’ahimsa e sul satyagraha di natura orientale, ma sulla nostra capacità di reagire in armi ed in solidarietà.
Dalla rivoluzione francese alla liberazione dal nazifascimo l’Europa civile si è sempre distinta per la sua capacità di sovvertire con la forza degli ultimi e degli oppressi le posizioni degli oppressori, fino a costituire ordinamenti sociali ed istituzionali sempre più democratici, egalitari e liberali.
Siamo altresì consapevoli di trovarci di fronte all’inedito di dover esercitare, per la prima volta dai trattati di Roma che hanno istituito la CECA e la CEE, la nostra “coscienza atomica”, la coscienza di un pacifismo attivo che ha il compito di scongiurare con ogni forza del cuore e dell’intelletto l’autodistruzione del nostro continente per mano delle potenze nucleari, potenze che sono visibilmente in gioco nello scenario attuale del conflitto ucraino.
La marcia dovrà essere la dimostrazione plastica della coscienza atomica degli europei e dovrà essere capace di coinvolgere migliaia di cittadini provenienti da tutti i paesi europei e guidata dalla società civile ucraina che in questo primo anno di guerra si è distinta non solo per la resistenza in armi, ma anche e soprattutto per le tante e quotidiane forme della resistenza nonviolenta all’invasione della Federazione Russa.
Essa dovrà avvenire sulla scorta degli insegnamenti gandhiani, del pensiero laico pacifista europeo e degli insegnamenti della recente dottrina sociale della Chiesa Cattolica così come delle dottrine pacifiste di tutte le religioni presenti nella nostra casa comune .
Di fronte all’escalation atomica della guerra in corso, nel cuore dell’Europa, ed all’assenza contingente di un esercito europeo, così come di un dispositivo già funzionante di Corpo Civile Europeo, chiamiamo tutti i costruttori di pace a formare una vera e propria catena umana di donne e uomini che si tengano per mano, mettendo in gioco i propri corpi per annunciare con la nostra presenza nei pressi del fronte ucraino il messaggio più semplice di sempre: l’unità di destino della comune umanità fra i popoli e l’annuncio di una vittoria che sia fondata su un nuovo patto tra gli europei e non sia umiliazione per nessuno.
Troviamoci noi abitanti del pianeta per ripensare l’assetto europeo e mondiale alla luce delle finora inedite garanzie di libertà e sicurezza, per gli ucraini e per i russi, per tutti i popoli e per ognuno di noi.
La marcia europea dovrà costituire una vera e propria catena di fratellanza che metta in primo piano, in prima pagina, chi ha diritto alla difesa di fronte alla aggressione, ma non ha niente a che vedere con i “signori della guerra”, da qualsiasi parte si collochino, e ha molto a che fare con le occasioni perdute di amore e creatività, provocate da ogni guerra.
Una Marcia non violenta che sia un evento di massa capace di far capire ai potenti che le persone comuni di Europa sono schierate contro la violenza nei conflitti e dica con forza ai governi che senza dare voce e ascolto alla società civile non sarà possibile oggi porre fine a nessuna guerra né costruire un mondo meno diseguale e più solidale.
Ci daremo un appuntamento in un giorno preciso alla frontiera polacca e guidati nell’organizzazione dalla società civile ucraina, usando pullman e treni speciali, raggiungeremo il confine di uno dei fronti di guerra (es. nei pressi di Kherson o di Backhmut) per manifestare il nostro dissenso alla guerra con la nostra presenza fisica, stanziando per almeno sette giorni nel luogo indicato, coadiuvati da strutture da campeggio per la permanenza in loco.
Foto in evidenza di Luca Daniele: Leopoli, MEAN, VIAGGIO DEL 24-26 OTTOBRE 2022
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