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CUTRO: 26 febbraio 2023 — 26 febbraio 2026

Tre anni fa, all’alba, il mare di Steccato di Cutro restituiva alla riva i corpi di 94 persone.

Decine di altri corpi neanche ce li restituiva.
Uomini, donne, bambini. Partiti da lontano, con il cuore pieno di futuro.
A Cutro si sono spezzati nomi, storie, sogni.
Non solo una traversata. Non solo un viaggio.
Si è spezzata la possibilità di una vita nuova.
Cutro non è solo una tragedia del mare.
È il segno di un tempo in cui attraversare un confine può diventare impossibile, un delitto.

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Di un’Europa che fatica a trovare strade comuni di accoglienza e umanità.
Di politiche che troppo spesso non riescono a trasformare la paura in responsabilità condivisa.
La strage di Cutro non è solo una data da ricordare.
È una ferita ancora aperta.
È una domanda che continua a interrogarci:
chi erano quelle persone?
Perché il mare è diventato l’unica scelta possibile?
Da questa domanda è nato il Movimento Umanità in Ricerca.
Per non lasciare che l’indignazione si spegnesse nel silenzio.
Per rimettere al centro la persona, la sua storia, la sua dignità, il suo diritto a esistere.
Perché ogni vita spezzata ci riguarda.

Oggi ricordiamo le 94 vittime, ma anche le decine di altre scomparse quella notte, e con loro le
migliaia di donne e uomini che in questi anni hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere una
riva sicura. Nomi che il mare non ha restituito, ma che esistono. E contano.
Vogliamo continuare a camminare, a costruire cultura, a generare consapevolezza.
Il mare divide le rive.
L’umanità le avvicina.

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PROGETTO REGIONALE UN POSTO SICURO: COSTRUIRE PONTI TRA GENERAZIONI PER IL BENESSERE PSICOLOGICO DEGLI ADOLESCENTI

Lamezia Terme (CZ) – Dal prossimo 26 febbraio la Comunità Progetto Sud, nell’ambito del progetto regionale Un Posto Sicuro, avvia un ciclo di incontri per condividere e costruire uno spazio di ascolto con genitori, educatori e tutte quelle figure che sono coinvolte nella crescita, nell’educazione emotiva e comunicativa degli adolescenti.

Gli incontri, a cui è possibile partecipare gratuitamente, si svolgeranno il 26 febbraio, il 27 marzo, il 17 aprile e il 22 maggio, nella sala del Chiostro Caffè Letterario di Lamezia Terme dalle 18 alle 20.

Quattro sessioni guidate dalle psicologhe psicoterapeute: Debora Cianflone, Mariannina Amato, Vittoria Curcio, Masha Russo e dall’educatrice Roberta Cretella.

«Su ogni territorio, insieme alle associazioni partner, abbiamo lavorato per costruire veri e propri “Posti sicuri” – afferma Maria Elena Godino, coordinatrice del progetto Un Posto Sicuro. I “Posti sicuri” sono spazi accoglienti e protetti, nei quali gli adolescenti possano sentirsi ascoltati e valorizzati, attraverso la promozione di attività educative, ricreative e di gruppo capaci di rafforzare il loro benessere psicologico».

«Crediamo – conclude la Godino – che una rete coesa, competente e consapevole possa accompagnare gli adolescenti nel loro percorso di crescita, offrendo ascolto, strumenti e punti di riferimento solidi in una fase delicata come quella dell’adolescenza. Il partenariato ampio ci permette di mettere in dialogo esperienze e approcci differenti, costruendo risposte condivise e generative per il benessere dei giovani e dell’intera comunità».

Un Posto Sicuro è un progetto sostenuto da CON I Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coinvolge una partnership progettuale pubblico-privata con capofila Associazione Comunità Progetto Sud che si raccorda sul territorio calabrese con una rete associativa ampia. A Cosenza la Cooperativa Sociale Strade di Casa, la Cooperativa Sociale Noemi a Crotone e la Cooperativa Res Omnia a Reggio Calabria. Le ASP di Crotone, Catanzaro e Cosenza e i Comuni delle stesse città con almeno una Scuola di istruzione superiore per ogni territorio. L’accademia, con l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e l’Unical che svolgono, all’interno del progetto, azioni di ricerca e formazione.

 

Un Posto Sicuro “Il progetto è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD. www.conibambini.org”.

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Terza Conferenza Regionale sulla salute mentale dell’adulto e dell’adolescente

Il 10 marzo, dalle ore 9.00 alle 12:30 e dalle 14:00 alle 17:00 presso la Cittadella Regionale a Catanzaro si svolgerà la Terza Conferenza Regionale sulla salute mentale dell’adulto e dell’adolescente organizzata dalla Rete delle Associazioni aderenti a Comunità Competente di cui Comunità Progetto Sud è co-fondatrice, in sinergia con la Società Italiana di Psichiatria Calabria, il Forum del Terzo Settore, la Regione Calabria e gli Operatori sanitari del Settore.

La Conferenza, come le precedenti, sarà una iniziativa del “fare” con proposte concrete che saranno elaborate dai quattro gruppi di lavoro previsti.

Una iniziativa allargata e condivisa per dare voce e il diritto alla cura a chi, spesso, non ha voce nella nostra Regione, che valorizza le molte esperienze positive della Rete delle Associazioni che danno vita a Comunità Competente.

Scarica la locandina con il programma

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Costruire Un Posto Sicuro: strumenti educativi e relazioni per il benessere psicologico degli adolescenti

Progetto Un Posto Sicuro – Quattro appuntamenti per sviluppare e approfondire i temi dall’educazione al benessere psicologico degli adolescenti. Un’opportunità formativa per approfondire la relazione d’aiuto, delle responsabilità educative degli adulti e dell’importanza di costruire alleanze educative capaci di sostenere la crescita emotiva e psicologica degli adolescenti.

Il progetto UPS Un Posto Sicuro, sostenuto da CON I Bambini, che opera sul territorio calabrese grazie a una rete sociale ampia, istituzionale e accademica, promuove un percorso di formazione interno agli attori del progetto e rivolto a insegnanti in servizio, educatori e operatori sociali e che ha l’obiettivo di rafforzare le competenze educative e relazionali di adulti che lavorano a contatto con il mondo giovanile, con la direzione scientifica del Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Scienze Umane (DIGIES) dell’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria.

Le date: 20 febbraio, 27 febbraio, 6 marzo 2026, 13 marzo 2026 dalle ore 15 alle 18, in modalità online, con il focus: “Costruire un posto sicuro”. Strumenti pratici e metodologie operative, di cui saranno relatori: Alessandra Priore, Professoressa associata di Pedagogia generale e sociale e Coordinatrice del CdS in Scienze della Formazione Primaria e del TLC di Ateneo -Teaching and Active Learning (TAL) e Valerio Ferro Allodola. Professore Associato di Storia della Pedagogia presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Scienze Umane (DiGiES).

I temi affrontati: costruire la relazione d’aiuto: aspetti comunicativi e variabili a mediazione psicologica, le responsabilità educative degli adulti e la costruzione delle alleanze, la via della narrazione: strumenti e metodologie per riconoscere e intervenire sul disagio adolescenziale.

qui per scaricare la locandina

Per informazioni e contatti:
Maria Elena – 349 873 4266
unpostosicuro@comunitaprogettosud.it

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Petali. Gennaio 2026. Le metamorfosi della vita in comune

“Harry” è la parola che ha segnato la Calabria e le isole maggiori dell’ Italia in questo mese di gennaio.

La nostra regione, come Sicilia e Sardegna, è stata sferzata da venti di Sud-Est che hanno impattato sulle coste esposte al mare Ionio e causato danni ingenti alle cose.

Un territorio fragile, il nostro, che ha subito un cambiamento dovuto a un ciclone le cui caratteristiche sono più affini alle perturbazioni meteo-marine oceaniche che non a quelle del Mare Nostrum.

Harry potrà essere d’ora in poi nominato anche come una metafora, ed è di questa figura retorica che ci serviamo per intraprendere questo viaggio con cui Petali, la nostra Newsletter, farà compagnia a noi e ai nostri lettori in questo anno 2026.

Nel 1975-76, anni in cui la Comunità Progetto Sud ha preso forma ed è nata, qualcosa è cambiato. E quel cambiamento, generato da scelte di vita e di visione, ha portato a metamorfosi personali, comunitarie e sociali.

E chi sono le persone che hanno fatto quelle scelte e perché?

Chi ha partecipato e partecipa, come e cosa vede e farà?

Le metamorfosi della vita in comune continuano, perché l’impegno nel sociale cambia insieme alla società.

Ci accompagneremo per dodici mesi a narrazioni e visioni di ieri di oggi e di domani; alle persone e alle cose; agli sguardi e ai progetti ambiziosi nel sociale della Comunità Progetto Sud. Da costruire con la Calabria.

In Petali di Gennaio 2026, Don Giacomo Panizza, Angela Regio e Giorgia Gargano ci accompagnano in questo viaggio delle Metamorfosi.

Buona lettura!

Petali è la newsletter della Comunità Progetto Sud. ed è curata da Maria Pia Tucci, giornalista e ufficio stampa di Comunità Progetto Sud

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Don Giacomo Panizza: la nostra metamorfosi della vita in comune

di Maria Pia Tucci

«Si è trattato di una rivoluzione, di un cambiamento. Di una metamorfosi».

Metamorfosi è, più di cambiamento, la parola che convince don Giacomo Panizza, Presidente e co-fondatore della Comunità Progetto Sud, per descrivere quello che tra il 1975-76 è avvenuto in Calabria, a Lamezia Terme, quando un gruppo di persone ha abbracciato l’idea di una vita in comune tra i componenti e aperta al mondo.

Persone “con disabilità e non”, il 20 ottobre 1976 si sono denominate “Comunità Progetto Sud”. «Chi ha studiato e osservato la nostra organizzazione dice che siamo un gruppo adhocratico»

Nella sua definizione adhocrazia è la forma organizzativa fondata su piccoli gruppi di lavoro che aggregano persone in possesso di competenze specialistiche diverse, dotata di un’ampia autonomia operativa e decisionale, e capace di evolvere e di adattarsi velocemente ai cambiamenti dell’ambiente esterno. (Fonte: Treccani.it)

 

Aver saputo vedere i bisogni umani e sociali come segni dei tempi e organizzare la risposta è quello che Don Giacomo traduce, rendendo quel “Ad hoc”, un agire sociale vivo e attento, disponibile a trasformarsi se necessario a riaccendere ideali e interventi efficaci. E nel Don Panizza che scava nei ricordi quando la domanda è: «Cosa è scattato nel suo cuore, mentre lei con gli altri stavate costruendo?» è lucida la risposta: «Quella volta è scattato un cambiamento, un mutamento, perché quando stavamo programmando il “che fare” in Calabria, mentre stavamo ancora a Capodarco dicevamo tra di noi: “Più che far venire nelle Marche i giovani con disabilità dalla Calabria sarebbe meglio far nascere insieme cose nuove là. Questo l’abbiamo fatto, però mancava ancora “chi” sarebbe sceso al Sud. E io, che già andavo e tornavo più volte, mi sono detto: “Ma io ho imparato a vivere dappertutto, dove si sta bene e dove si sta male, so stare con chi ama la felicità della vita propria e altrui, e so affrontare la fatica di combattere il male che fa star male perché in un posto del Nord o del Sud ci stanno i corrotti o i mafiosi. La sfida della metamorfosi era la prossima metamorfosi che avrei vissuto in Calabria».

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Quello che oggi è la Comunità Progetto Sud è quello che avevate immaginato allora?

«Quello che so bene è che quando abbiamo iniziato avevamo in mente poche ma belle cose da fare insieme e sapevamo di essere deboli, che non eravamo all’altezza del compito, ma era scattata una specie di speranza. Avevamo conosciuto l’esperienza di Capodarco, ma non del tutto perché quella comunità nel 1976 aveva già 10 anni e una sua strutturata identità. Ma tra noi era emerso un bisogno di vita nelle persone con disabilità della Calabria che non conoscevano altro se non le loro case o gli istituti o un viaggio a Lourdes».

Che cosa era, allora, tutto quell’andare e venire, quel domandarsi cosa o come fare?

«Si trattava di una rivoluzione, di un rivoluzionarsi nostro interno e esterno, di una metamorfosi. Di un cambiamento che vuol diventare seme di futuro per te e per altri. Parecchi dei giovani in sedia a rotelle calabresi non avevano frequentato le elementari. Non sapevano cosa volesse dire lavorare, si dicevano pensionati perché avevano la pensione mensile di 24 mila e cinquecento lire.

E quelli di noi senza disabilità evidenti, non precisamente volontari ma comunitari, mettevamo nella cassa comune le stesse 24.500 lire. Ecco, ci siamo spiegati insieme così, anche con i loro familiari. Le mamme in particolare mi dicevano: “Cosa ho fatto di male io per avere un figlio così?” Insomma, si trattava di insinuarsi tra mentalità che non aprono riflessioni più in profondo, lì si trattava di reinventarsi nuove visioni della vita!»

E però, parlando della vita che poteva avvenire, quella di prendersi in mano un po’ di lavoro, un po’ di politica senza fare un partito, un po’ di cultura senza scrivere libri – anche se poi i libri sono stati scritti, come anche la rivista Àlogon – il tempo si è riempito di vita, di amicizia e di amore, in piedi o in sedia a rotelle e alcuni hanno fatto famiglia.

 

Quando è avvenuta un’altra metamorfosi?

Un’altra metamorfosi l’abbiamo fatta accadere quando abbiamo scelto di avviare servizi sociali, sociosanitari e culturali. Proprio in questi servizi incontriamo “mezzo mondo”: persone provenienti, ad esempio, dall’Ecuador, dalla Nigeria, dall’Uganda, ma anche — in passato — dai territori dell’ex Jugoslavia durante la guerra, o tra i tanti migranti arrivati negli anni. Abbiamo capito che la metamorfosi non dipende solo da noi, ma anche dai nuovi bisogni che emergono, dai diritti calpestati che chiedono riconoscimento e dalle svolte che occorre inventare nel presente, insieme: con lingue, religioni e culture differenti, mettendo al centro di tutto ogni singola persona.

E adesso?

Adesso che abbiamo compiuto 50 anni, siamo ancora a scommettere di cambiare, tanto, perché i primi tempi si è dovuto crescere insieme, perché eravamo sconosciuti. Adesso invece si tratta che i tanti anni insieme hanno generato un NOI, tra di noi e aperto ad altre e altri. Siamo una comunità di comunità, una comunità di cura che si prende cura di sé stessa e anche al di fuori e al di sopra di noi. La metamorfosi umanizza quando oltre a prendersi cura di sé ci si prende cura degli altri.

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La scelta di Angela Regio. Avevo sedici anni e ho capito che qualcosa poteva cambiare per me e per le persone con fragilità

di Angela Regio

Nel 1976 io facevo parte, da un po’ di anni, degli scout e abbiamo saputo della nascita di questo gruppo di persone con disabilità e non, che erano venute a stare qui a Lamezia Terme, nell’ex asilo di via Conforti.

Con il mio gruppo scout, nel novembre di quell’anno, abbiamo organizzato un incontro per conoscere questa nuova realtà. Io avevo 16 anni, ero impegnata attivamente nel territorio soprattutto come rappresentante del mio istituto scolastico e mi interessavo di politica in senso lato senza però prendere mai alcuna tessera di partito e quello che mi sono trovata d’avanti è stata una realtà che da subito mi ha colpito.  C’erano persone in carrozzina, persone in piedi e, in mezzo alla stanza della sala grande della comunità, c’era una culla con dentro una bambina nata da pochi mesi figlia di Rita, una persona con la poliomielite in carrozzina e di Franco uno dei comunitari “in piedi” che insieme agli altri aveva fatto nascere il primo nucleo della Comunità Progetto Sud.  Uscita dall’incontro mi sono chiesta: ma com’è possibile che persone con diverse limitazioni fisiche esprimano così tanta gioia di vivere? La risposta l’ho poi trovata in seguito!

Negli anni successivi ho iniziato a frequentare la comunità dapprima saltuariamente poi sempre più assiduamente partecipando direttamente ad alcune iniziative promosse. Ho stretto una bella amicizia con alcuni della comunità e nel 1983 ho iniziato a lavorare in un progetto sperimentale per bambine e bambini con disabilità grave che la comunità era riuscita a farsi finanziare in parte dalla Regione. A quasi 24 anni, dopo averci ben riflettuto, ho deciso di investire in pieno la mia vita in questa scelta con questa comunità che si occupava delle persone più fragili, poneva l’accento sull’acquisizione dei diritti, cercava di costruire risposte rispettose della dignità umana e aveva l’idea di una crescita generale della cultura e della politica della nostra Calabria.

UNA PRIMA, PER ME, METAMORFOSI DEL VIVERE IN COMUNITÀ

Il momento decisivo per me è stato quando la comunità ha iniziato a pensare e progettare una sua “articolazione”, cioè fare in modo che un gruppo di persone si staccasse dalla casa madre di via Conforti e andasse a fare l’esperienza in un altro posto, sempre qui in città.

Il 14 gennaio del 1984 nasce, con me dentro, questa esperienza che all’inizio trova alloggio in un appartamento al terzo piano nel centro della città. Eravamo quattro persone in carrozzina e quattro persone non in carrozzina, i cosiddetti “in piedi”.

Alla nostra quotidiana vita in comune, si affiancavano le attività che facevamo insieme al gruppo di via Conforti: si lavorava nei laboratori del rame e delle cornici, nel servizio che stavamo sperimentando per bambini/e con disabilità grave, nel gruppo appartamento per minori; si pranzava insieme; si facevano le riunioni per operare delle scelte o per approfondire temi specifici; si organizzavano convegni e campi estivi e tante altre attività. In tutte e due i gruppi di convivenza, accoglievamo diverse persone del territorio sia calabrese che nazionale, persone con disabilità che cercavano un’alternativa all’istituto, giovani che cominciavano a venire da noi con problemi di tossicodipendenza, ragazze madri o altre situazioni particolari di marginalità. Coinvolgevamo in pieno il Comune e l’allora USL chiedendo risposte e servizi concreti per le diverse situazioni di bisogno e ci battevamo per la piena applicazione delle leggi vigenti. Sperimentavamo dall’interno la possibilità di essere utili affinché la persona accolta potesse riprendersi la propria vita in mano per poi andare e continuare a vivere dove desiderava.

angela regioLA SECONDA METAMORFOSI

È nato tutto come un gruppo che faceva comunità, lavorava per autogestirsi e si batteva per l’acquisizione dei diritti. La seconda metamorfosi in qualche modo, secondo me, è stata quella di far nascere dei servizi per le persone che esprimevano bisogni non ascoltati dai decisori politici e dalla società. Se prima avevamo dentro tutte le persone che avevano dei bisogni particolari, piano piano ci siamo accorti che erano importanti degli interventi più specifici e con professionisti adeguati: nascono così il centro di riabilitazione nel 1987 che inizialmente doveva assolvere al bisogno di riabilitazione delle persone con disabilità della nostra comunità e poi è diventato un servizio di riabilitazione aperto anche ad altre persone del territorio; la comunità terapeutica Fandango per le dipendenze nel 1992, i progetti per far fronte all’emergenza dell’Aids e poi via via tutti gli altri servizi, progetti e attività che sono seguiti.

Tutti questi servizi e attività hanno avuto nel tempo la necessità di assumere operatori e operatrici, personale sanitario e professionisti provenienti dal territorio. Questo ci ha portato a confrontarci con culture organizzative diverse e con diversi approcci operativi, con realtà e persone di diversa provenienza regionale ed europea che ci hanno trasmesso dei saperi spendibili nella nostra realtà, ad aprirci e contaminarci sempre più con tante altre realtà. Il nostro via via è diventato un fare comunità nel territorio.

METAMORFOSI PER IL PRESENTE E IL FUTURO

La metamorfosi che ci aspetta secondo me ha a che fare con dei principi saldi che noi, cosiddetti vecchi comunitari, lasciamo in eredità ai più giovani. Questo significa che ogni attività che facciamo, ogni servizio si fonda su dei principi, se vogliamo, anche inderogabili.

Il primo è quello che abbiamo sempre sostenuto: mettere al centro la persona e con lei o la sua famiglia, con gli enti pubblici e altri soggetti del territorio, costruire risposte che ancora in Calabria non ci sono.

La persona con tutte le sue diversità, la sua cultura, la sua religione, non importa da che mondo viene: il nodo è dare voce ai bisogni delle persone più fragili.

Abbiamo cominciato con le persone con disabilità, ci siamo aperti a tanti altri bisogni. Ecco, la metamorfosi può essere che non ha più l’aspetto della vita comune come l’abbiamo vissuta noi, ma sta sicuramente nei valori di condivisione e di proposta che sono il nostro elemento distintivo, portati avanti da persone che devono avere sì specifiche competenze, laddove occorrono, ma che devono essere motivate e appassionate e che non guardano al proprio interesse personale.

Io credo che la sintesi migliore stia nel nostro nome: comunità nel senso di essere persone che operano collettivamente e non individualmente; avere un progetto, che significa far nascere delle attività e servizi che magari ancora non ci sono e delle quali la nostra terra ha bisogno; il sud, la Calabria, da dove noi parliamo per contribuire alla sua uscita dalla marginalità sociale e politica nella quale è impantanata. Insomma continuare ad essere leva e lievito per l’emancipazione del sud, come lo siamo sempre stati.

L’obbiettivo è quello di cambiare in meglio questa nostra realtà sempre più diseguale, ingiusta e dimentica delle persone più fragili, sapendo che nel farlo cresciamo anche noi in umanità.

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Giorgia Gargano. Uno sguardo sulle metamorfosi sociali di Comunità Progetto Sud

di Maria Pia Tucci

«Ha cambiato la percezione delle nostre fragilità insieme a quella dei nostri diritti. In fondo, nessuno dei fondatori ha mai vestito i panni dell’eroe o del paladino: ha guardato il mondo vicino a sé e vi ha coltivato un progetto tutto umano e terreno, pubblico e politico nel senso più ampio del termine, seguendo solo la stella cometa della giustizia sociale e della dignità a cui ogni essere umano ha diritto per il solo fatto di essere nato, chiunque egli sia, ovunque risieda, da qualunque luogo provenga».

 

Nel dare parola su cosa è stata, cos’è e cosa porta nel domani la Comunità Progetto Sud, l’incontro con Giorgia Gargano si rivela essere uno sguardo autentico e un racconto profondo di chi, con la propria esperienza di vita e professionale ha intrecciato fragilità e bellezza e l’ha riconosciuta anche negli sguardi e nelle azioni di ieri e di oggi di Comunità Progetto Sud.

Giorgia Gargano è un volto e una voce conosciuta per la cultura calabrese e non solo. Vent’anni da archeologa e oggi si occupa di archeologia preventiva e numismatica antica, professoressa di lettere dal 2014 nelle scuole superiori e un passato da volontaria  nel carcere di Siano e come collaboratrice in qualità di cultore della materia in Sociologia della Cultura, con il laboratorio di autoetnografia tenuto dal prof. Charlie Barnao.

Cultore della materia presso l’Università di Palermo nel Corso di laurea di Sociologia della Sopravvivenza (sempre con Charlie Barnao) e cura i redazionale dei volumi della collana “Autoethnographia”, diretta da Barnao, edita dalla casa editrice Rubbettino.

Nella sua esperienza pubblica ci sono tre anni di Assessorato alla cultura e alla pubblica istruzione del Comune di Lamezia Terme  e sei come ispettore onorario ai beni numismatici della Calabria e da oltre dieci anni è delegata del FAI per la provincia di CZ.

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Il primo ricordo/impatto con la Comunità Progetto Sud (anche emozionale)?

È un ricordo doloroso: abitavo ancora a Palmi ed ero in campagna insieme a Maurizio, che presto sarebbe diventato mio marito, quando qualcuno gli telefonò comunicandogli la morte di Franco Lio. Nelle ore successive, diluimmo l’impatto straziante della notizia parlando fra noi: Maurizio mi descrisse i primordi della comunità con parole che mescolavano le esperienze collettive e civiche con i suoi ricordi personali. Pensava e ripensava alle cavalcate in spiaggia insieme a Franco. Mi restituì quel clima di attivismo senza narcisismi, di sogni che si erano trasformati in ambizioni e battaglie sociali, di trasformazioni anche, talvolta, contraddittorie e del grande lavoro, dello straordinario (nel senso proprio di “fuori dall’ordinario”) progetto di un prete del nord Italia che, ancora giovane, si era trasferito a Lamezia quasi come se vi fosse stato trasportato da una volontà non direttamente sua, come di un uomo del destino (o della provvidenza). Mi parlò di don Giacomo, della sua visionarietà, della difficoltà che incontrava ora che la comunità si era strutturata e diversificata quasi come un’impresa. Quando, poco tempo dopo, mi trasferii a Lamezia, la Comunità fu uno dei primi luoghi che Maurizio volle farmi conoscere.

Culturalmente, in cosa, secondo lei ha contribuito, negli anni, la Comunità Progetto Sud?

Credo che abbia contribuito a emancipare il “dolore innocente”, di cui si iniziò a discutere a partire dalla seconda metà del Novecento anche lontano dagli ambienti teologici, perché tutti i sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale erano stati posti con forza davanti agli interrogativi e ai dubbi di sempre: quelli sul significato dell’ingiustizia e, a livelli più profondi, delle ragioni dell’esistenza della sofferenza sulla terra. Un discorso in cui la religione aiuta fino a un certo punto, proponendo l’accettazione dell’esistenza del male senza spiegare come questo possa conciliarsi con la fede nell’onnipotenza di un dio di bene. Credo che i cinquanta anni dell’azione di Progetto Sud abbiano, per quanti l’hanno seguita, saputo spostare la questione: la sopravvivenza al dolore è direttamente proporzionale alla prossimità con gli altri e alla capacità di stabilire relazioni. Progetto Sud ha mostrato che e come ci si può curare reciprocamente, innescando guarigioni individuali e collettive, senza tante parole e teorie: semplicemente agendo. Ha cambiato la percezione delle nostre fragilità insieme a quella dei nostri diritti. In fondo, nessuno dei fondatori ha mai vestito i panni dell’eroe o del paladino: ha guardato il mondo vicino a sé e vi ha coltivato un progetto tutto umano e terreno, pubblico e politico nel senso più ampio del termine, seguendo solo la stella cometa della giustizia sociale e della dignità a cui ogni essere umano ha diritto per il solo fatto di essere nato, chiunque egli sia, ovunque risieda, da qualunque luogo provenga.

Una parola chiave delle metamorfosi della vita in comune da portare nel futuro e perché.

La metamorfosi che ci aspettavamo non è ancora arrivata né a livello locale né a livello nazionale, ma Progetto Sud ha interpretato lo spirito dei suoi tempi, che erano in Italia tempi in cui a tutti i livelli si pensava e si lavorava all’umanizzazione degli strumenti del potere tentando di rendere le istituzioni – dalla scuola agli ospedali alle carceri – luoghi adatti agli esseri umani (e non viceversa). La parola chiave di oggi è, temo, “vigilanza”: è bene che ognuno di noi si faccia sentinella e vigili affinché, se in questo momento storico sembra di non poter ambire al miglioramento della qualità della vita della società, almeno non perdiamo le posizioni conquistate nel tempo e con fatica.

 

 

 

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Cinquant’anni di compagnia

di Don Giacomo Panizza

Ci eravamo buttati in un’avventura un po’ giovanilistica – coi miei 29 anni io ero il più vecchio del gruppo. Senza padri né maestri abbiamo condiviso pochi essenziali obiettivi e valori e ci siamo messi in gioco. Ad esempio, quando la Regione Calabria tagliava i suoi già esigui fondi destinati ai servizi socioassistenziali, anche i giovani in sedia a rotelle partecipavano alle proteste e a mettere alla berlina politici e amministratori “insensibili” ai problemi sociali.

Questi eventi mi hanno svelato un’altra Calabria, quella che sa allearsi per cambiare, anche se perderà.

Decidiamo di affrontare certe iniziative cercando alleanze con quei gruppi, partiti, sindacati, settori organizzati della società civile, confrontandoci in Italia e altrove con altri e altre, da cui abbiamo ottenuto e gradito preziosi aiuti e suggerimenti.

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Cinquant’anni di compagnia, solidarietà e lotte contro l’esclusione delle persone deboli. Insieme, al tempo in cui leggevamo “Cent’anni di solitudine”, ci siamo impegnati a “fare comunità dall’emarginazione” in Calabria.
Siamo partiti così, persone e gruppi socialmente esclusi ma rappresentanti il sottile filo ideale che ha imbastito mezzo secolo della Comunità Progetto Sud.

L’idea si è sballottata in tre occasioni generative durante il 1975.
Inizialmente ci siamo incontrati a un campo estivo nella Comunità di Capodarco di Fermo, successivamente in un campo vacanza e studio sulla Sila e poi, a Lamezia Terme, abbiamo autogestito un campo di lavoro e elaborato proposte
per il futuro.

Insieme, noi di Capodarco con alcuni giovani calabresi in sedia a rotelle e loro amici boys scout, nel 1976 abbiamo dato vita alla Comunità Progetto Sud.

Ne abbiamo combinate tante.

Vissuti imprevedibili ci hanno scaraventato dentro mezzo secolo di una storia della Calabria che è stata anche nostra. L’abbiamo abitata e condivisa.

Scarica il numero 128 di Àlogon che è anche il nostro calendario del 2026

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Buon Natale

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“Auguri di buon Natale a tutto il mondo; in particolare alle persone fragilizzate, come Gesù appena nato e già migrante.
                                                                                                                                          Giacomo Panizza – Comunità Progetto Sud”